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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

IV domenica di Avvento – anno B – 2020

2Sam 7,1-16; Sal 88; Rom 16,25-27; Lc 1,26-38

Davide è il re grande e ideale d’Israele: è l’amato, scelto quand’era piccolo e debole per sconfiggere la presunzione dei Filistei.  Sua opera fu l’unificazione delle tribù d’Israele  attorno alla città di Gerusalemme. Davide è anche il peccatore: insegue le illusioni di un potere senza limiti quando strappa Betsabea a suo marito e quando organizza il grande censimento per affermare la grandezza d’Israele. E riconosce il suo peccato.

Davide cammina sul sottile crinale tra l’affidamento a Dio nella consapevolezza di essere stato amato e la pretesa di considerarsi autosufficiente, di costruirsi una grandezza umana indipendente dal legame con Dio da cui la sua vita dipende. Sta qui la radice contraddittoria del desiderio di Davide di costruire a Dio una casa: vuole porre un segno visibile della presenza di Dio al cuore del suo popolo, ma d’altra parte nutre anche il desiderio di manifestare così la grandezza di un regno che perde di vista il rimanere in cammino sotto la parola di Dio come nell’esodo.

Il profeta Natan, che richiama al disegno di Dio, pone in crisi questo disegno. Natan ricorda a Davide che Dio lo ha preso quando era debole e dimenticato. Il Signore non ha bisogno di segni di grandezza ma sarà lui stesso a costruire una casa a Davide. Davide è riportato al dono che sta alla radice della sua esperienza. Sarà ancora l’iniziativa di Dio a precederlo, sovvertendo e spiazzando i suoi progetti. Non un tempio di pietre sarà il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo ma una presenza vivente, un volto. sarà questa la casa che Dio costruisce per Davide capovolgendo il suo progetto di costruire una casa a Dio.  Il Dio d’Israele si rende vicino non in luoghi e costruzioni, ma nel volto di qualcuno, all’interno della storia.

Luca nel suo vangelo ha presente la vicenda di Davide e presenta Maria come la ‘nuova Gerusalemme, Sion’. Come sull’arca stava la nube, ombra di Dio (cfr. Sal 91,1-2) e segno della sua presenza, così in Maria sta l’ombra dell’altissimo: ‘Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’altissimo”. Maria è presentata come casa vivente, in cui si rende vicina la presenza di Gesù che è salvatore. Nella sua vita si può trovare il segno di un volto di Dio che non chiede per sé templi e costruzioni ma si rende vicino nell’umanità.   

“Nulla è impossibile a Dio”. In queste parole è racchiuso il significato del Natale. Il Dio d’Israele, di Maria, di Gesù non abbandona la storia umana ma la prende con sè. Natale è invito ad aprirsi alla promessa di Dio che rende nuove tutte le cose e si umanizza nel volto di Gesù. Nel seguire lui possiamo scorgere le possibilità inedite di vivere accogliendo la presenza di Dio umanissimo che abita i volti.

Alessandro Cortesi op

Una casa per tutti

E’ notizia di questi giorni l’annuncio dell’arrivo dei vaccini che potranno costituire un argine al diffondersi della pandemia che ha segnato la vita di tutti i popoli della terra in questo anno. E’ stato infatti previsto l’inizio della distribuzione dei vaccini americani di Pfizer e Moderna e del vaccino prodotto da Astra-Zeneca e dall’Università di Oxford in collaborazione con l’Istituto Irbm di Pomezia (Roma).

E’ certamente una bella notizia che arreca sollievo in una stagione che ha portato tanta sofferenza e innumerevoli lutti e vede la presenza di un diffuso disagio e angustia per le difficoltà economiche conseguenti alla sospensione delle attività lavorative.

Tuttavia questa notizia si accompagna alla percezione che da questa crisi epocale generata dal virus Covid-19 l’umanità non riesca ad uscire in termini nuovi, abbandonando orientamenti che hanno generato disuguaglianze scandalose tra i popoli e ingiustizie che gridano al cielo. Infatti alla notizia dell’arrivo dei vaccini si è scatenata tra i Paesi una corsa ad accaparrarsi per primi le dosi disponibili senza attenzione al programmare una politica internazionale di equa distribuzione delle dosi. I Paesi più ricchi del pianeta hanno già fatto la parte del leone assicurandosi gran parte della produzione di vaccini.

I governi dell’India e del Sudafrica si sono fatti promotori di un appello a livello mondiale presentato all’Organizzazione mondiale del commercio in cui chiedono che si deroghi alla legislazione sui brevetti e ai diritti di proprietà individuale per il tempo in cui la pandemia sarà in corso per quanto riguarda vaccini, dispositivi di protezione personale e altre tecnologie mediche. E questo per far sì che anche le popolazioni più povere possano avere accesso alla fornitura dei vaccini e dei dispositivi diagnostici e di protezione. Ciò consentirebbe una condivisione dei risultati di ricerche e sperimentazioni e potrebbe condurre a collaborazioni più ampie nella produzione di medicinali e vaccini destinati a contrastare il contagio.

Appare peraltro come sinora la Commissione europea non abbia dato segni di accoglienza di questo appello e nemmeno il governo italiano – nonostante le affermazioni espresse a livello ministeriale sul vaccino come bene comune – abbia compiuto passi concreti per aderire a tale proposta.

Una lezione emerge con chiarezza dall’esperienza globale della pandemia: è la scoperta – se ce ne fosse ancora bisogno – della rilevanza dell’interconnessione e della comunicazione stretta di popoli e persone propria del nostro mondo, e della relazione fondamentale con l’ambiente. Si potrebbe dire in termini più semplici che la pandemia ci sollecita a scorgere le dimensioni di una casa quale ambito in cui nessuno può salvarsi da solo senza gli altri. La vita dell’umanità viene ad assumere i contorni di una casa comune in cui rendersi contro della responsabilità degli uni per gli altri e nei confronti del creato. Ogni perseguimento di visioni egoistiche ed esclusive è destinato a fare i conti con un fallimento globale con conseguenze nefaste di distruzione non solo per qualcuno ma per tutti.

Questo tempo è occasione per scorgere che possiamo custodire e costruire oppure distruggere e rovinare questa casa, di volti e di popoli. E così rispondere alla promessa e chiamata di Dio stesso, Dio che non vuole, per sè, una casa, ma che desidera donare una casa di volti, di presenze, di incontro.

Alessandro Cortesi op

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