la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “gennaio, 2021”

Dante a veglia – secondo ciclo

Letture per “stare insieme” in un tempo inquieto

Iniziativa promossa da Biblioteca dei domenicani Pistoia e Accademia di Masetto

Dante a veglia è un’idea che nasce da una necessità e da una speranza: dalla necessità di condivisione, che in un tempo inquieto e di distanziamento può costituire un corroborante per le nostre vite separate, e dalla speranza di creare un argine di resistenza alle nostre paure e alla nostra dispersione. Leggere Dante insieme, tornare alla bellezza e alla forza della sua poesia, in modo spontaneo, crediamo che possa essere un’occasione per mettere “in rete” i nostri pensieri, per ritrovarsi nei dintorni di una parola che ci interroga, che ci impegna e che ci impone di guardare avanti con forza. La parola di Dante ci ha consentito di creare una comunità di veglia e di condivisone, di ascolto e di confronto. E con quello stesso spirito gli amici ci hanno chiesto di continuare

Gli incontri si terranno nella modalità a distanza con inizio alle ore 21,10. Per partecipare inviare una mail di richiesta a info@bibliotecadeidomenicani.it e si riceverà prima delle serate il link a cui connettersi.

martedì 2 febbraio Giovanna Frosini Il senso di Dante per la lingua (con l’esempio di Purg XXIII)

martedì 9 febbraio Giovanni Capecchi La selva dei suicidi: immaginario dantesco, echi virgiliani e riprese novecentesche (Inf XIII)

martedì 16 febbraio Giampaolo Francesconi «Di vostra terra sono»: la fama della cortesia e la “miseria” della ricchezza (Inf XVI)

martedì 23 febbraio Cristiano Lorenzi Biondi «Luogo è in Inferno detto Malebolge». Riflessioni strutturali (Inf. XI-XVIII)

martedì 2 marzo Natascia Bianchi Pistoia all’Inferno: Vanni Fucci bestia (Inf XXIV)

martedì 9 marzo Francesco Bargellini “Infimo Inferno”. Poesia del raccapriccio in Inf XXVIII

martedì 16 marzo Stefano Bindi Quando è vanto e vergogna l’esser poeta (Purg II)

martedì 23 marzo Lisa Galligani “Come donna innamorata”? Beatrice fra donna e simbolo in Purg XXX

martedì 30 marzo Alessandro Cortesi “Domenico fu detto…” (Par XII)

martedì 6 aprile Roberta Gentile Dante “laudator temporis acti” (Par XV)

martedì 13 aprile Mario Biagioni Dante ‘poeta concentrico’ e i moderni. Alcune riflessioni su Inf XIII e Par I

Per info e prenotazioni: info@bibliotecadeidomenicani.it o 346.6176464 (lun – mer – ven ore 9.00-13.00) www.bibliotecadeidomenicani.it

IV domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Deut 18,15-20; 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28

“Il Signore disse: Io susciterò loro un profeta e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò” (Deut 18,16)

Il profeta nella Bibbia non è una sorta di ‘lettore del futuro’ che prevede e risponde alle curiosità su ciò che avverrà. E’ piuttosto l’uomo della Parola, la cui vita è stata segnata e trasformata dalla parola di Dio. Contesta i falsi volti di Dio e la religiosità che si allea con il potere e diviene funzione per sostenere e legittimare le subdole logiche del dominio. La parola del profeta richiama ad un culto che si attua nella vita, al volto di Dio protettore dello straniero, dell’orfano, della vedova (Is 1,16-17). Il profeta si contrappone spesso in polemica con il re e denuncia la tentazione continua di ridurre il rapporto con Dio ad una giustificazione dello sfrutatmento e dell’ingiustizia (cfr. Am 5,14-15).

La pagina del vangelo di Marco presenta Gesù stesso come ‘uomo della parola’. Il verbo ‘insegnare’ ritorna più volte in questo brano: “A Cafarnao, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. … insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi”. Il tempo è il giorno di sabato, memoria del riposo di Dio nella creazione e dell’alleanza nel dono della legge. Gesù insegna nella sinagoga, luogo della comunità e luogo della Parola. Molto probabilmente un insegnamento pacato, non gridato, né imposto con prepotenza, una parola che incontrava la vita di chi ascoltava e che faceva leggere le Scritture come parola viva, significativa. Un insegnamento che attira ed affascina perché espressione di un ascolto profondo e di  autenticità, di chi dice una parola ‘vera’, dall’interiorità della sua esistenza. E si manifesta come testimonianza.

Marco sottolinea la contrapposizione tra questo insegnamento di Gesù – visto come esempio di ogni maestro autentico, che non s’impone, ma attrae e coinvolge – e il grido dell’uomo posseduto da uno spirito immondo – proprio lì, posto al centro del luogo religioso, della sinagoga. Nel mezzo del luogo religioso si rende presente la forza del male che indica anche gli esiti negativi di una religione che non guarda all’uomo e non è liberante. Gesù impone di tacere ad una voce che grida la sua identità in modo prepotente. Invita al silenzio: si manifesta come colui che libera l’uomo da ciò che lo porta a gridare e non gli permette di maturare una capacità di ascolto. Il suo insegnamento si fa gesto di liberazione. L’ascolto è l’attitudine fondamentale del credente. La sua è una parola che apre la possibilità di vivere.

Nel grido di quell’uomo compare il riferimento all’identità di Gesù come ‘il santo di Dio’. Eppure Gesù sgrida quell’uomo che gridava a lui e ‘lo minacciò’. Gesù si contrappone ad una fede ‘gridata’, strumento di un potere che divide (satana) e tiene schiavi.

Con la sua parola Gesù restituisce quell’uomo a se stesso. Marco delinea in Gesù il modello di un educatore che lascia spazio alla crescita di ognuno liberandolo da oppressione. Dice infatti che Gesù insegnava ‘con autorità’. Marco accenna anche alla meraviglia perché il suo insegnamento era ‘nuovo’ e si poneva come parola significativa, capace di comunicare. La parola di Gesù ha i toni della parola del profeta: non si tratta di una ‘dottrina’ ma un ‘insegnamento che tocca la vita, capace di aprire un rapporto di libertà.

E’ invito a seguire e condividere. Il dono di essere profeti nel popolo di Dio è dono di ascolto di questa parola che può coinvolgere e trasformare l’esistenza.

Alessandro Cortesi op

Insegnava con autorità…

David Almond ne La storia di Mina (ed. Salani) presenta il profilo di una adolescente: “Mina è stramba”, “Mina è pazza” le dicono i suoi compagni di classe. Anche la sua maestra la considera pazza e per questo Mina non si trova bene a scuola e ne viene allontanata.  Inizia così a rimanere a casa e studia con l’aiuto della sua mamma. I suoi amici sono un gatto e un uccellino. E si affida ad un diario personale per raccontare giorno dopo giorno la sua storia. Siede per ore e ore sopra ad un albero e guarda attorno a  sé il mondo, osserva le strade del suo quartiere e i nuovi vicini: “A volte guardo il mondo e mi stupisco per il fatto stesso che ci sia qualcosa”. Mina guarda gli uccelli e pensa al tempo, alla vita, al dolore che porta nel cuore per  la perdita del babbo, riflette su Dio e pensa agli strudelini ai fichi, la merenda particolare che la mamma le prepara e di cui va ghiotta!  Un filo costante del suo riflettere riporta Mina continuamente al pensiero di tornare a scuola e al ricordo del suo papà che vorrebbe in qualche modo raggiungere. “Sotto il cono di luce brilliamo come stelle, come mosche, come granelli di polvere”. Matura consapevolezza della piccolezza della sua vita eppure anche del fatto che nell’oscurità, se toccati dalla luce, si può scorgere la “la bellissima bellezza del mondo”.  Solo al termine del libro Mina prende il coraggio per andare a presentarsi al suo vicino dicendogli ‘Mi chiamo Mina’. dopo il tempo di un lungo isolamento Mina si apre ad un incontro liberandosi – con il coraggio maturato nell’osservare il volo degli uccelli – da pesi inesprimibili interiori, impedimenti difficili a superare come una montagna.

La storia di Mina può essere un interessante lettura per scorgere le fatiche e le opportunità che questo tempo presenta per tanti bambini, bambine e adolescenti. L’esperienza dell’insegnamento a distanza nella scuola con i suoi limiti, ma anche con i suoi pregi per continuare un rapporto nel tempo della pandemia, costituisce un ambito di grande dibattito nella scuola.

E’ un tempo in cui sono aumentate le disuguaglianze e  si sono resi più evidenti le difficoltà soprattutto per gli adolescenti che non hanno sostegni familiari e strumenti. D’altra parte la situazione nuova generata dalla pandemia ha portato ad emergere domande sopite come quella riguardante la possibilità di una scuola che possa effettivamente raggiungere tutti e che costituisca luogo in rapporto con la vita e con l’esperienza e i passaggi di crescita dei ragazzi.

E’ un tempo che ha posto in risalto l’importanza della relazione ed ha evidenziato il grande sforzo di tanti insegnanti per non fare venir meno la relazione pur con i mezzi disponibili e con le limitazioni. Mantenere una relazione educativa a distanza è sfida che ha generato impegno e dedizione. Certamente tale orizzonte non può essere pensato come obiettivo di una scuola futura senza l’incontro in presenza, senza la relazione fatta di sguardi, di corporeità e dinamiche interpersonali, e vissuta nei suoi momenti diversi.

Ma questo tempo ha portato a considerare nuovi strumenti per mantenere connessioni anche quando vi sono ostacoli, per far  sì che la scuola sia vicina nella sua indispensabile funzione educativa e relazionale per tutti e oltre le difficoltà e le esclusioni. La fatica e la generosità di molti sta mostrando quanto sia importante resistere perché non vengano meno le relazioni e l’accompagnamento personale che sono ingredienti essenziali di una crescita anche nei momenti di difficoltà.

Alessandro Cortesi op

III domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Caravaggio, Vocazione di Pietro e Andrea (1603-1606) – Hampton Court Londra

Gn 3,1-5,10; 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20

Il tempo ordinario dell’anno liturgico guida a ripercorrere i passi di coloro che hanno accolto una chiamata che ha cambiato la loro vita ponendoli in un cammino nuovo di ascolto, di cambiamento, di scoperta: è la storia di Giona che ascolta la parola ‘Alzati, va’ a Ninive la grande città’ E’ la storia di Simone e Andrea , di Giacomo e Giovanni, chiamati lungo il mare da Gesù che andarono dietro a lui.

‘Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo’. Due imperativi e due indicativi in riferimento al tempo e al ‘regno di Dio’. Gesù indica un tempo unico, un’occasione che richiama ad una urgenza di cambiamento e di risposta. E’ invito a cambiare in radice il modo di pensare l’intera esistenza.

Nel suo vangelo Marco indica che Gesù inizia la sua predicazione in un preciso momento: ‘dopo che Giovanni fu arrestato’. Sulla sua vicenda quindi si staglia la figura di Giovanni. E è già indicazione della via di rifiuto e ostilità fino alla morte che anche Gesù dovrà affrontare. A differenza di Giovanni, profeta del deserto e della minaccia di un giudizio imminente, Gesù intraprende il suo annuncio dalla Galilea, regione dei pagani (Is 8,23). Ciò che Giovanni annunciava come esigenza e radicalità è da Gesù presentato come dono gratuito di salvezza per tutti che genera una vita rapporti nuovi con Dio e con gli altri.

Il suo annuncio richiama al tempo: ‘Il tempo è compiuto’. L’uso del verbo al passivo indica che si tratta di una pienezza di cui Dio stesso è protagonista: è Dio stesso che sta compiendo un disegno di salvezza nel tempo. Gesù richiama così a tutto il tempo precedente, a quanto Dio stesso ha operato in tutta la storia di Israele e dell’umanità ed insieme annuncia qualcosa di nuovo: il tempo ora, con la sua presenza, acquista uno spessore particolare. E’ tempo in cui Dio visita ed offre salvezza. La presenza di Gesù offre senso a tutto ciò che sta prima di lui e a tutto ciò che verrà dopo.

Il regno di Dio era attesa presente in Israele: indicava la speranza di un re giusto, discendente di Davide, portavoce di Dio su Israele (Is 6,1-3; 43,15). Era anche attesa di un grande profeta come Mosè (Dt 18,15). Dopo l’esilio  si era fatta strada l’attesa di un intervento glorioso di Dio stesso per tutti i popoli (Mi 2,13; 4,7; Sof 3,15; Ger 3,17; 8,19; Zac 14,9). L’annuncio di Gesù accoglie queste attese e dice che il regno si è reso vicino, ha fatto irruzione nella storia. Nelle sue parole e nelle sue opere presenta la pretesa di esprimere lo stile di Dio che sta dalla parte dei poveri e chiama a rapporti nuovi di fraternità. In Gesù già il regno è presente è vicino, e tuttavia è come un piccolo seme.

Da questo annuncio sgorga il duplice imperativo ‘convertitevi e credete al vangelo’: il regno è dono ed è chiamata aperta che chiede coinvolgimento responsabile. Convertirsi è mutamento interiore e radicale della vita, richiede scelta di orizzonti nuovi su cui impegnare energie e tempo. Accogliere il regno significa rivedere i criteri di valutazione della nostra esistenza e affidarsi alla bella notizia del vangelo.

Dopo questo annuncio Gesù chiama a seguirlo. Non chiama ad apprendere un quadro di insegnamenti, né a particolari gesti religiosi: ciò che richiede è stare don lui e dietro a lui: seguirlo sulla sua strada. Chiama Simone e Andrea mentre gettavano le reti in mare. La sua chiamata giunge nella quotidianità, mentre gettavano le reti nel loro quotidiano impegno di pescatori.  ‘Venite dietro a me’ è l’invito che implica rottura con il passato e trasformazione radicale della vita: ‘vi farò diventare pescatori di uomini’. Marco nel suo racconto annota una immediatezza della risposta: ‘Subito, lasciate le reti, lo seguirono’. Seguire Gesù, rendersi disponibile per il regno che è vicino ha carattere di urgenza, richiede disponibilità senza riserve e compromessi.

Saranno ancora ‘pescatori’, ma in modo nuovo, in rapporto ad altri. Così pure ‘vide Giacomo, figlio di Zebedeo e Giovanni suo fratello’. Lo sguardo di Gesù si fissa su ciascuno nella sua unicità. La sua chiamata comporta una rottura, un abbandono, ma anche una disponibilità ad andare dietro a lui venuto per dre la sua vita per tutti (Mc 10,45). L’intero vangelo di Marco presenterà Gesù che cammina lungo la via predicando il regno e aprendo faticosamente ai suoi  discepoli la strada su cui seguirlo fino alla croce.

Alessandro Cortesi op

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio 2021)

La settimana di preghiera tenutasi per la prima volta nel 1908 come Ottava per l’unità della Chiesa dagli anni ’30 su iniziativa dell’abbé Paul Couturier di Lione si è allargata a tutti i cristiani. Dal 1966 la commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle chiese e il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani organizzano la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. E’ un momento di preghiera per favorire l’incontro e i dialogo dei cristiani in tutto il mondo e per camminare insieme ad accogliere la preghiera di Gesù: “che tutti siano uno, perché il mondo creda” (Gv 17,21). Ogni anno un gruppo ecumenico diverso prepara il materiale.

Quest’anno la preparazione del materiale per la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è stata affidata ad una comunità monastica, la comunità di Grandchamp nel cantone di Neuchâtel in Svizzera. E’ importante scorgere l’importanza di questa scelta: la comunità di Grandchamp vede le sue radici in una esperienza particolare sorta negli anni ’30 del secolo scorso da una associazione di donne sposate protestanti denominate “Dames de Morges” di cui animtarice era Geneviève Micheli (1883 – 1961). Nel 1936 una di esse Marguerite de Beaumont (1895 – 1986) iniziò una vita stabile e ad essa seguirono altre nel 1940 tra cui la stessa Geneviève. Nel 1952 le prime suore s’impegnarono in modo definitivo pronunciando i voti di povertà castità obbedienza ed assunsero la regola e l’ufficio liturgico di Taizé.

Il radicamento nell’ascolto della Parola, l’attenzione alla tradizione della chiesa, la ricerca di una vita comune sono i tratti caratterizzanti di questa comunità. Nei contatti con comunità anglicane cattoliche e ortodosse si attuò una riscoperta della vita monastica e l’impegno a portare la sofferenza per la divisione dei cristiani ponendo la preghiera di Gesù per l’unità a radice della propria esistenza. L’incontro di Paul Couturier e con Roger Schutz e l’esperienza di Taizé divennero determinanti per il cammino.

La comunità di Grandchamp costituisce così un’esperienza originale nel quadro del cristianesimo riformato che sulla base delle critiche di Lutero aveva rinunciato ai voti monastici. A partire dal priorato di suor Minke De Vries priora a Grandchamp dal 1970 al 1999 la professione delle suore è compiuta nelle mani della priora e con la presenza di pastori. La comunità ha una struttura indipendente e pur intrattendo ottime relazioni non dipende dalla Chiesa Riformata evangelica del Cantone di Neuchâtel.   

Attualmente la comunità di Grandchamp è una comunità monastica di suore di diverse chiese e provenienti da diversi paesi. Caratterizzante è la vocazione ecumenica che impegna in un cammino di riconciliazione tra cristiani e nella famiglia umana in rapporto a tutta la creazione. Sin dalle origini la comunità monastica vede il suo fondamento in tre elementi: la preghiera, la vita in comune e l’ospitalità. La maggior parte delle suore attualmente vive a Grandchamp, a Areuse nella Svizzera romanda e alcune di loro a  Sonnenhof en Bâle-Campagne. Altre sono una presenza di amicizia e preghiera  in Svizzera e Paesi Bassi.

Uno degli impegni della loro professione è così espresso: “Vuoi con le tue sorelle celebrare la novità di vita che Cristo dona con il suo Spirito e lasciarla vivere in te tra di noi, nella chiesa e nel mondo, in tutta la creazione, compiendo così il servizio nella nostra comunità?” (secondo impegno della professione). Sin dagli inizi la comunità di Grandchamp, per la spiritualità ecumenica che costituiva uno dei suoi tratti principali, nutrì un rapporto di vicinanza e amicizia con l’abbé Paul Couturier di Lione (1881-1953), uno dei pionieri dell’ecumenismo che promosse la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani negli anni ’30. 

I testi proposti per la settimana quest’anno riflettono un lavoro di preparazione che ha visto una condivisione dell’esperienza contemplativa propria della comunità. “I testi riflettono e testimoniano la nostra vita di comunità e di preghiera. Esprimono la nostra vocazione alla preghiera alla riconciliazione e all’unità nella chiesa e nella famiglia umana” ha detto suor Svenja, una delle quattro religiose di Grandchamp che insieme all’attuale priora suor Anne-Emmanuelle ha partecipato alla redazione.

Il testo scelto come guida per la preghiera “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,1-17) sugge-risce che per incarnare l’amore di Dio è necessario accostarsi reciprocamente gli uni agli altri. E’ un’idea presente nei padri del deserto come testimonia i riferimento a Doroteo di Gaza (500-565/580) che ha ispirato la celebrazione ecumenica.

In questo periodo, purtroppo, a causa della pandemia, proprio nei giorni della celebrazione della  settimana di preghiera la comunità delle suore di Grandchamp sta vivendo una quarantena perché alcune tra le suore sono state contagiate e per la prima volta nella sua storia non può celebrare la preghiera quotidiana in comune e partecipare alle iniziative di preghiera previste in questa settimana.

La proposta di preghiera vede la struttura di tre veglie che riflettono il metodo di preghiera della comunità di Grandchamp. Esse riprendono le celebrazioni delle “veglie” o “notturni” nella tradizione benedettina solitamente svolte nella notte, unendole in una sola celebrazione vespertina. Ogni veglia presenta alcune letture dalla Scrittura, un responsorio cantato, un momento di silenzio e alcune preghiere d’intercessione e aggiunge anche la proposta di un’azione concreta La prima veglia è centrata sull’unità della persona in se stessa e sul dimorare in Cristo a partire dalla parola “Io sono la vite. Voi siete i tralci Se uno rimane unito a me e io a lui, egli produce molto frutto; senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5). La seconda veglia esprime il desiderio di riscoprire l’unità visibile tra i cristiani. La terza veglia si apre all’unità di tutte le genti, di tutto il creato, ispirandosi ad un testo di Doroteo di Gaza che parla della sfida di avvicinarsi agli altri.

“Immaginate un cerchio disegnato per terra, cioè una linea tracciata come un cerchio, con un compasso e un centro. Immaginate che il cerchio sia il mondo, il centro sia Dio e i raggi siano le diverse strade che le persone percorrono. Quando i santi, desiderando avvicinarsi a Dio, camminano verso il centro del cerchio, nella misura in cui penetrano al suo interno, si avvicinano l’un l’altro e più si avvicinano l’uno all’altro più si avvicinano a Dio. Comprendete che la stessa cosa accade al contrario, quando ci allontaniamo da Dio e ci dirigiamo verso l’esterno. Appare chiaro, quindi, che più ci allontaniamo da Dio, più ci allontaniamo gli uni dagli altri e che più ci allontaniamo gli uni dagli altri, più ci allontaniamo da Dio” (Doroteo di Gaza, Palestina VI secolo).

Il sussidio offre poi suggerimento di letture con breve commento per ognuno degli otto giorni e l’indicazione di alcuni canti ecumenici come parte integrante della preghiera.

Con queste parole le sorelle di Grandchamp pregano ogni giorno: “Prega e opera affinché Dio possa regnare. Durante tutta la giornata, lascia che la parola di Dio dia vita nel lavoro e nel riposo. Mantieni il silenzio interiore in tutte le cose per dimorare in Cristo. Sii colmo dello spirito delle beatitudini: gioia, semplicità, misericordia.”

Alessandro Cortesi op

Qui si può scaricare il sussidio

II Domenica Tempo Ordinario – anno B – 2021

Maestro dell’altare di san Giovanni (1500 ca) – forse Hugo Jacobsz – Philadelphia Museum of arts

1Sam 3,3-10.19; 1Cor 6,13-20; Gv 1,35-42

In un tempo in cui ‘la parola del Signore era rara’ Dio chiama Samuele. Anche nel tempo dell’aridità e del silenzio Dio non cessa di rivolgere le sue chiamate. La sua parola si fa strada silenziosamente nella notte, richiede cuori attenti, non guarda alle capacità umane, sceglie i piccoli. E’ parola che passa attraverso la rete di volti e presenze e se da un lato è parola dall’alto, essa si fa vicina per le vie della prossimità di chi accompagna e sta accanto. L’aiuto del vecchio Eli, la sua discrezione e apertura al dono che supera gli schemi umani, è presenza delicata, attenta, che non pretende facili spiegazioni né pine se steso al centro, ma orienta il giovane Samuele a riconoscere una voce che non viene da lui.

‘Parla Signore, il tuo servo ti ascolta’. Tutta la vita del profeta sarà sotto il segno della parola: ‘non lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole’ (1Sam 3,19). La chiamata di Dio come acqua che scende sulla terra genera una fecondità nuova e si fa strada sulla terra nei cammini umani, in un cuore disponibile e generoso.

Anche la pagina del IV vangelo vede al centro una chiamata, anzi una catena di chiamate: due discepoli del Battista iniziano a seguire Gesù di cui viene indicato il profilo dallo stesso Giovanni: ‘Ecco l’agnello di Dio’. Una evocazione del suo cammino e della sua vita spesa come il servo di YHWH, agnello muto di fronte alla violenza.

A chi si pone a seguirlo Gesù rivolge una domanda che costituisce un filo unificante dell’intero racconto del vangelo: ‘Che cosa cercate?’ Al cuore di ogni cammino sta una ricerca Da qui inizia un percorso che conduce sino alla domanda ultima ‘Chi cerchi?’ rivolta da Gesù risorto a Maria nel giardino della risurrezione. Il IV vangelo, ma forse l’intera vita di ogni persona, si pone tra queste domande fondamentali. E i primi discepoli gli chiedono dove abiti? Non è questione di un luogo ma di uno stare con lui che si fa cammino.

Il racconto prosegue ricordando come ‘quel giorno si fermarono presso di lui’. Ed è riportato un ricordo preciso dell’ora di questo incontro: un delicato particolare che rinvia ad un’esperienza personale: un momento in cui si fissa un prima e un dopo decisivo della vita. ‘Abitare’ indica di una condivisione di vita espressa anche nei termini del rimanere. Accogliere la chiamata a seguire Gesù è invito a ‘rimanere’ come condivisione di cammino, di orientamento, ed anche più come uno stare uniti, il rimanere dei tralci inseriti nella vite da cui ricevono linfa e corrente di vita.

L’invito di Gesù ai due discepoli ‘Venite e vedrete’ è così apertura a vivere un’esperienza di condivisione che è in primo luogo esperienza di vita. L’incontro con Gesù – ci dice questa pagina – trova suo inizio e sviluppo negli incontri umani. Andrea era fratello di Simone, e poi Filippo incontra Natanaele dicendo ‘Abbiamo trovato…’

Il seguire si dipana nel tessuto umano di amicizie, rapporti, contatti quotidiani. In Gesù chi lo segue scorge aspetti diversi del suo volto, che interrogano e conducono a rimanere con lui: incontrare lui è rispondere alla ricerca profonda che orienta il cammino umano ed è anche aprirsi a cogliere con stupore sempre nuovo le radici del suo andare: Giovanni Battista fissò lo sguardo su Gesù che passava, coloro che lo seguono dovranno continuare a fissare lo sguardo su di lui.

Alessandro Cortesi op

Abitare

C’è un abitare in luoghi che anziché condurre all’autentico senso dell’abitare come riparo, rifugio, incontro, conforto portano all’isolamento, alla disperazione e al senso di esclusione. E’ l’abitare di chi vive nelle carceri e che in questo periodo della pandemia subisce più acutamente di altri le conseguenze di questa crisi.

All’inizio del 2020 gli istituti penitenziari stavano in condizioni sovraffollamento che vedeva un numero di detenuti di circa 11.000 mila unità in più rispetto ai 50.000 posti regolamentari. Lo scoppio della pandemia ha portato al diffondersi di paura e di timori nell’impossibilità di difendersi dal contagio in condizioni di convivenza forzata e senza dispositivi.

“L’impatto della pandemia ha generato paura e spaesamento nei reclusi. Ogni giorno su tv, radio, giornali, si chiedeva di mantenere il distanziamento sociale e di evitare assembramenti, due cose impossibili da fare nelle nostre carceri” osserva Patrizo Gonnella presidente dell’Associazione Antigone.

Proprio il fatto che le carceri sono luoghi di continui afflussi in entrata e uscita e con la presenza di operatori esterni che entrano ed escono ogni giorno, ha comportato un particolare timore per i detenuti di essere esposti al contagio. Oltre a questo le preoccupazioni per la chiusura dei colloqui hanno condotto a situazioni di sofferenza e di rabbia esplose nelle proteste ad inizio marzo in decine di istituti di pena in tutta Italia che hanno visto quattordici morti al termine delle rivolte.

In poche settimane il numero dei detenuti nelle carceri è stato fatto diminuire di circa 8.000 unità soprattutto per il lavoro della magistratura di sorveglianza. Dopo la chiusura dei colloqui in tutte le carceri del paese a tutti i detenuti, sono state concesse chiamate extra rispetto ai 10 minuti a settimana. Ma allo scoppio della seconda ondata della pandemia in autunno le carceri erano ancora in condizioni di sovraffollamento.

E il sovraffollamento genera situazioni di vita che portano a far sì che la pena risulti una afflizione e tortura.  La pena non può divenire una punizione, una forma di vendetta, o di esclusione sociale. Proprio il dettato costituzionale, eredità di un lungo cammino di maturazione del senso di umanità nella giustizia ricorda l’ineludibile carattere educativo mirante ad una reintegrazione nella società di chi ha compiuto un reato. Purtroppo nella società italiana ha visto diffusione una mentalità di tipo giustizialista che contrasta con l’atteggiamento di pietà da avere verso ogni essere umano pur se colpevole di crimini. Come ha osservato Gad Lerner la situazione della pandemia ha evidenziato non solo le carenze strutturali del sistema carcerario ma la sua inadeguatezza. Egli osserva come sia necessario “tener presenti le finalità di reinserimento sociale della pena stessa, apprezzare le buone pratiche che riducono la probabilità di recidiva dei reati, studiare misure alternative alla detenzione, e infine denunciare il sovraffollamento delle carceri per quello che è: una realtà incivile e criminogena” (Gad Lerner, Caro direttore, sulle carceri restiamo umani: è una tragedia, “Il Fatto quotidiano” 1 dicembre 2020)

Sono posizioni che evocano le idee dell’ex magistrato Gherardo Colombo (autore di Anche per giocare servono le regole, ed Chiarelettere) oggi impegnato nel diffondere un’idea nuova di giustizia soprattutto incontrando gli studenti nelle scuole: il carcere non è una struttura in grado di educare e l’autentica giustizia si attua unicamente con l’inclusione (Intervista, “Corriere della sera” 11 settembre 2020 ). Patrizio Gonnella presidente dell’Associazione Antigone osserva: “Quello che serve è investire nelle misure alternative, più economiche e più utili nell’abbattere la recidiva rispetto al carcere. Si devono ristrutturare le carceri esistenti, potenziando le infrastrutture tecnologiche per assicurare la formazione professionale anche da remoto, per consentire ancor più incontri con il mondo del volontariato, per aumentare le possibilità di video-colloqui con familiari e persone care che si aggiungano ai colloqui visivi. Bisogna investire nel capitale umano, assumendo più personale civile… quello che serve è un nuovo sistema penitenziario” (A.Oleandri, Carcere, per i detenuti “un surplus di pena” durante la pandemia, “Il Dubbio” 1 gennaio 2021). Proprio la pandemia ha manifestato l’urgenza  di un nuovo modo di abitare la detenzione in vista di un reinserimento sociale, di un nuovo modo di abitare nella società, insieme, di un nuovo modo di abitare e di pensare le relazioni

Alessandro Cortesi op

I domenica tempo ordinario – Battesimo di Gesù – anno B – 2021

Antifonario C di Scriptorium padovano XIV -XV sec.

Is 55,1-11; 1Gv 5,1-9; Mc 1,7-11

Il vangelo di Marco inizia con la presentazione del Battista e subito dopo narra il battesimo di Gesù. La voce dal cielo ‘Tu sei il mio Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto’ è spiegazione dell’evento e proclamazione di fede dell’identità di Gesù stesso. Il gesto di immergersi nelle acque, proposto da Giovanni, era un segno che indicava penitenza e attesa di un imminente venuta di Dio come giudizio. Esprimeva impegno a cambiare vita confessando il proprio peccato. Indicava un rinnovamento radicale in attesa del giorno del Signore.

Giovanni Battista stesso è presentato con le caratteristiche di un predicatore profetico che chiama tutti a conversione. Il luogo dove Giovanni battezzava, il deserto, faceva tornare all’esperienza dell’esodo, fondante per la fede d’Israele. Si trattava ora di camminare in un nuovo esodo riscoprendo l’affidamento al Dio vicino. La predicazione di Giovanni si accentrava sull’indicazione di qualcuno ‘più forte di me… Io vi ho battezzati con acqua ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo’.’Il ‘forte’, nella tradizione profetica, è il liberatore dalla schiavitù ed è messia (Is 49,24-25). Gesù, nella prima catechesi cristiana, viene presentato come ‘il più forte’ che scaccia il male, personificato in Satana il divisore, e opera gesti di liberazione.

Marco presenta Gesù come uno dei tanti in cammino verso il deserto per ricevere ‘un battesimo di conversione per il perdono dei peccati’. Gesù si presenta così solidale con tutti coloro che sentono il peso del peccato e si aprono ad una salvezza donata. Marco descrive l’immergersi di Gesù e ne offre elementi per interpretare questo suo gesto: ‘Uscendo dall’acqua vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba’. I cieli si aprono e discende lo Spirito. E si ode la voce del Padre ‘Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto’. Sono questi elementi delle manifestazioni di Dio.

I cieli si aprono secondo l’invocazione del profeta : “Se tu squarciassi i cieli e scendessi ‘ (Is 63,16-19). Un primo squarciarsi che rinvia allo squarciarsi del velo del tempio al momento della morte di Gesù (Mc 15.39). La colomba richiama alla creazione, quando lo Spirito ‘covava’ come colomba sulle acque (Gen 1,2). Come Isaia aveva visto posarsi sul messia lo spirito del Signore (Is 11,2) così ora la colomba si posa su colui che viene indicato da Marco come il primo uomo di una nuova creazione: ‘lo spirito del Signore è su di me’ (Is 61,1-2). La voce dal cielo richiama il salmo 2,7, un salmo ora riferito al messia. Gesù è proclamato come il Figlio in un rapporto unico con il Padre: è il prediletto, l’unico, come Isacco, il figlio ‘unico’, che passa attraverso la sofferenza e la prova.

Gesù nel battesimo si presenta con il profilo del figlio/servo di Dio: il suo volto reca i tratti del servo sofferente presentato da Isaia: ‘Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui’ (Is 42,1). La voce del Padre riassume così un’espressione della fede della comunità di Marco. Gesù solidale con il cammino dei poveri e dei peccatori è il servo sofferente: uscendo dalle acque, come Mosè e come Giosuè, apre la via della salvezza. Sarà una via non di possesso e di dominio, ma di dono. Il suo cammino si compirà in un battesimo/immersione nella morte donando la sua vita fino alla fine per la salvezza (Mc 10,38).

Alessandro Cortesi op

Campo informale di migranti a Velika Kladusa, cantone di Una Sana, Bosnia Herzegovina (foto di Alessio Romenzi)

Perché spendete denaro per ciò che non è pane?

La domanda al cuore della pagina profetica è forte provocazione a interrogarsi dove si spende il denaro e perché lo si spende per ciò che non è pane cioè possibilità di vita per le persone… Il tempo della pandemia ci ha posto davanti alcune grandi provocazioni per un cambiamento di mentalità e di stili di vita. Su due situazioni tra altre si può porre attenzione. La prima riguarda la assurdità delle spese per la produzione e acquisto di armi e lo scandalo del commercio delle armi in un mondo segnato dalla mancanza delle cure minime e della assistenza sanitaria.

Una recente inchiesta della Fondazione The Bridge ha analizzato la situazione italiana riguardo alle politiche sanitarie. Tra il 2007 e il 2017 viene rilevata una diminuzione del 22% delle strutture di ricovero pubbliche e dell’11% delle private, con una parallela diminuzione dei posti letto in ospedale (-35.797). Da parte dello Stato nel periodo esaminato vi è stato un progressivo venir meno di investimenti nel Servizio Sanitario nazionale. Se nel 1969 vi erano 12 posti letto per 1000 abitanti, attualmente vi sono 3,5 posti letto per 1000 abitanti. Sono anche in calo continuo dal 2010 i finanziamenti ordinari da parte dello Stato al Servizio Sanitario Nazionale in rapporto al Pil dal 2010 è in continuo calo. Tale diminuzione di investimenti ha ampliato la distanza e disparità tra le regioni.

A fianco di questa situazione è da porre attenzione alla situazione del commercio delle armi in cui l’Italia è coinvolta ad esempio nel commercio di armi con Paesi in guerra e con Paesi che violano diritti umani fondamentali. (Rita Rapisardi, Armi sì, respiratori no: nel 2020 oltre 26 miliardi in spese militari per l’Italia, “L’Espresso” 20.05.20). La vendita di armi all’Egitto, ad esempio, un paese da cui si attende ancora risposte riguardo all’uccisione dopo tortura di Giulio Regeni e in cui molti giovani innocenti come Patrick Zaki sono detenuti per tempi illimitati senza alcuna motivazione. L’Italia commercia armi, tra gli altri Paesi, con l’Arabia saudita che bombarda lo Yemen con le bombe prodotte dalla tedesca Rwm in Sardegna. Il nostro Paese sta conducendo il progetto di acquisto degli aerei bombardieri F35 che dovrebbero portare bombe nucleari con un contratto che per 6 aerei ammonta a 368 milioni di dollari. (fonte Aresdifesa). La previsione è quella di una nuova flotta di aerei per la spesa complessiva di 14 miliardi di euro. Sono cifre sconvolgenti se si pensa alle urgenze sociali e assistenziali del nostro Paese evidenziate in particolare nel tempo della pandemia.

La domanda ‘perché spendete denaro per ciò che non è pane?’ interroga anche le modalità in cui si affronta la questione delle migrazioni causate da situazioni di ingiustizia. Non fanno più notizia le morti continue nel mare Mediterraneo che è divenuto il grande cimitero di vittime innumerevoli di naufragi ed è muto testimone delle politiche di respingimento e di tortura attuate dalle milizie libiche che formano la cosidetta Guardia costiera libica sostenuta e finanziata dal governo italiano (Nello Scavo, Amnesty International. Ecco le nuove prove: sui migranti in Libia “abusi di Stato”, Avvenire 20.09.20). Ma non è l’unica frontiera in cui i diritti umani sono calpestati mentre il Patto per le migrazioni in Europa è stato proposto soprattutto nella linea di difendere le frontiere e non secondo una lungimirante prospettiva di solidarietà, di protezione per chi cerca asilo, e di apertura di canali legali di immigrazione per garantire percorsi di integrazione e di inserimento nella vita sociale dei paesi di accoglienza.

Già da tempo inchieste giornalistiche e le voci di organizzazioni umanitarie hanno denunciato la scandalosa situazione dei respingimenti a catena che si sta attuando lungo il confine nordest italiano a cui giunge la cosiddetta rotta balcanica dei migranti. Il 23 dicembre è andato a fuoco un campo profughi a Lipa in Bosnia lasciando più di mille persone senza alcun riparo nell’inverno dei Balcani. La Caritas ha dichiarato una catastrofe umanitaria. Per i migranti la prospettiva è quella di tentare quello che chiamano il ‘Game’ – ossia il tentativo di attraversare Croazia e Slovenia per giungere in Italia – che viene ripetuto e ripetuto nonostante le indicibili difficoltà a passare. Ad attenderli infatti ai confini con la Croazia ci sono milizie in uniforme nera e con il volto coperto che agiscono per mandato e con assenso della polizia croata. Queste usano una violenza inaudita su persone inermi e in cerca di protezione e li respingono lasciandoli feriti e con fratture, privi di viveri, soldi, indumenti e telefonini nei boschi o in riva ai fiumi. Chi riesce, nonostante tutto, a raggiungere il confine italiano, viene trattenuto ai valichi dalle forze di polizia che non consente loro di presentare richiesta di asilo. Funzionari di polizia fanno firmare moduli per ricondurli in Slovenia e da qui in Croazia nuovamente al punto da cui sono partiti in Bosnia, fuori dei confini dell’Europa (F.Tonacci, I sogni spezzati di Osman. ‘Tradito a Trieste mi hanno respinto in Bosnia’, “La Repubblica” 5 gennaio 2021). Si tratta di respingimenti dai tratti totalmente illegali attuati dalla polizia italiana che gode del pieno appoggio politico da parte del governo.

Come in Libia si sta attuando la medesima politica di esternalizzazione delle frontiere: il controllo dei confini è consentito in qualunque forma anche in violazione dei diritti umani, pur di fermare i migranti e impedire loro l’ingresso in Europa. La rete “RiVolti ai Balcani” – composta da molte realtà e singoli in difesa dei diritti delle persone – ha rivolto un appello all’Unione europea e alle autorità internazionali  (https://www.asgi.it/asilo-e-protezione-internazionale/bosnia-si-fermi-disumanita/) per individuare soluzioni a lungo termine che dotino la Bosnia Erzegovina di un effettivo sistema di accoglienza e protezione dei rifugiati e per attivare un programma di evacuazione umanitaria e di ricollocamento dei migranti in tutti i paesi dell’Unione Europea.

“Sarebbe una situazione ampiamente gestibile se l’Europa avesse visione e capacità di investire a lungo termine trovando soluzioni strutturali” dice Francesca Mannocchi, giornalista “Parliamo di circa 6500 persone ospitate in strutture ufficiali in Bosnia Erzegovina, a fronte di altre 3000 che vivono al di fuori dei centri di accoglienza in campi improvvisati. Quindi, circa 10mila persone: una situazione ampiamente gestibile dall’Europa e anche dalla Bosnia stessa” (…) “La Bosnia, come la Turchia o la Libia o per certi aspetti gli hotspot sulle isole greche sono la cartina al tornasole di una grande ipocrisia da parte dell’Europa. Se le risposte non vengono date per anni si genera una crisi….”. (Antonella Palermo, Il ‘limbo’ balcanico e le cicatrici antiche di chi è in fuga, Vatican News 30.12.20)

Veramente la domanda del profeta “perché spendete denari per ciò che non è pane?” chiede oggi risposta e attenzione. Rimane domanda sospesa che invita a contrastare l’orrore compiuto vicino alle porte di casa nostra, a vincere l’indifferenza complice e spinge a lasciarsi immergere nella solidarietà con l’umanità sofferente di questo nostro tempo.

Alessandro Cortesi op

II domenica dopo Natale – 2021

Sir 24,1-4.8-12; Efes 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

 ‘E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Questo versetto può essere anche tradotto con l’espressione ‘pose la sua tenda in mezzo a noi’. Si rende così chiara l’evocazione che il testo racchiude alla ‘tenda’.

La tenda, chiamata la ‘dimora’ (shekinah), aveva accompagnato il percorso dell’esodo ed era il luogo in cui risiedeva la ‘gloria’ di Jahwè (cfr. Es 26,1-14): è luogo dell’abitare di Dio: all’interano di essa stava l’arca dell’alleanza custodia delle tavole della legge. Tenda e arca rinviano a  quel movimento di incontro fondamento dell’esperienza di fede d’Israele: Dio è sceso per liberare il suo popolo e non viene meno a questo suo patto che vede nella Legge una fissazione.

La tenda viene ad essere il segno della compagnia di Dio che cammina insieme e accanto al popolo nel percorso della liberazione dalla schiavitù. Tenda è  ‘luogo dell’incontro’: Mosè vi entrava, durante il cammino dell’esodo, per ascoltare la voce di Dio: “Quando Mosè entrava nella tenda scendeva la colonna di nube e restava all’ingresso della tenda. Allora il Signore parlava con Mosè… Così il Signore parlava con Mosè faccia a faccia come un uomo parla con un altro” (Es 33,7.9.11).

La tenda è segno della presenza di Dio che accompagna e guida il faticoso cammino d’Israele verso la libertà. Sopra la tenda stava la nube, segno che indica una presenza e nello stesso tempo un nascondimento. Dio non può essere visto, ma è una presenza vicina. Così la tenda è luogo di un meraviglioso dialogo in cui Dio parlava con Mosè ‘come un uomo parla con un altro’.

I rabbini commentavano che proprio nell’ascolto della Torah (la legge) si rendeva possibile un’esperienza di incontro: “Se due si riuniscono insieme per dedicarsi alle parole della Torah, la shekinah (la dimora) è presente” (Pirkê Abot III 3; cfr. Mt 18,20).

I profeti rileggono questa presenza di Dio che abita nel tempio. Natan proporrà a Davide l’annuncio che Dio non abita in qualche luogo particolare, ma Dio abita il suo popolo: Dio sta in mezzo a Israele per adempiere la sua parola: ‘Io sarò con te’ (Es 3,12) e la sua presenza starà in una discendenza vivente. Anche il tempio, sede dell’arca dell’alleanza nel tempo della stabilità dopo il cammino nel deserto, è solamente un  segno e i profeti richiamano al dimorare di Dio in Sion (Gl 4,17.21; Ez 43,7).

Zaccaria annuncia la promessa di un abitare di Dio in mezzo al suo popolo fonte di gioia per tutti in un orizzonte che si allarga a comprendere nazioni e popoli chiamati da lontano: “Gioisci, esulta, figlia di Sion, perché ecco io vengo ad abitare in mezzo a  te… nazioni numerose aderiranno in quel giorno al Signore e diverranno suo popolo ed egli dimorerà in mezzo a te” (Zac 2,14).

‘Il Verbo ha posto la sua tenda in mezzo a noi’: è la Parola il nuovo luogo di una presenza di Dio invisibile, ora resosi vicino in colui che è l’unico esegeta del Padre: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito che nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18). Il Verbo nella sua umanità, ponendo la sua tenda tra le nostre, è colui che spiega e fa vedere la gloria di Dio il Padre.

Il Verbo è la Parola che dal principio è ‘rivolta verso’ il Padre (Gv 1,1): dal Padre tutto riceve e tutto fa tornare a lui in un dinamismo di accoglienza e di risposta. Il Verbo fatto carne è la nuova tenda di una alleanza, dono da accogliere con stupore nella fede, dono di una vita nuova nella relazione con Dio amore: “a quanti però l’hanno accolto ha dato il poter di diventare figli di Dio; a quelli che credono nel suo nome, i quali non da volere di carne, né da volere di sangue, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,12-13).

Il IV vangelo legge nel mistero della vita di Dio il senso profondo della nascita di Gesù. La vita di un bambino segnato dalla debolezza e la vicenda umana di Gesù è la nuova ‘tenda’. Gesù è il figlio, esegeta del Padre che fa vedere la gloria di Dio nella sua vita. “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini… e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre” (Gv 1,4.14).

La luce di Dio, la sua vita, illumini gli occhi della nostra mente “per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati” (Efes 1,18).

Alessandro Cortesi op

Dal Messaggio di papa Francesco per la LIV Giornata mondiale della pace 1 gennaio 2021

La cultura della cura come percorso di pace

“(…) La cura del bene comune Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente». Pertanto, i nostri piani e sforzi devono sempre tenere conto degli effetti sull’intera famiglia umana, ponderando le conseguenze per il momento presente e per le generazioni future. Quanto ciò sia vero e attuale ce lo mostra la pandemia del Covid-19, davanti alla quale «ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme», perché «nessuno si salva da solo»e nessuno Stato nazionale isolato può assicurare il bene comune della propria popolazione.

La cura mediante la solidarietà. La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come«determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti». La solidarietà ci aiuta a vedere l’altro – sia come persona sia, in senso lato, come popolo o nazione – non come un dato statistico, o un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non più utile, ma come nostro prossimo, compagno di strada, chiamato a partecipare, alla pari di noi, al banchetto della vita a cui tutti sono ugualmente invitati da Dio.

La cura e la salvaguardia del creato. L’Enciclica Laudato si’ prende atto pienamente dell’interconnessione di tutta la realtà creata e pone in risalto l’esigenza di ascoltare nello stesso tempo il grido dei bisognosi e quello del creato. Da questo ascolto attento e costante può nascere un’efficace cura della terra, nostra casa comune, e dei poveri. A questo proposito, desidero ribadire che «non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani»…”

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