la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

II domenica dopo Natale – 2021

Sir 24,1-4.8-12; Efes 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

 ‘E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Questo versetto può essere anche tradotto con l’espressione ‘pose la sua tenda in mezzo a noi’. Si rende così chiara l’evocazione che il testo racchiude alla ‘tenda’.

La tenda, chiamata la ‘dimora’ (shekinah), aveva accompagnato il percorso dell’esodo ed era il luogo in cui risiedeva la ‘gloria’ di Jahwè (cfr. Es 26,1-14): è luogo dell’abitare di Dio: all’interano di essa stava l’arca dell’alleanza custodia delle tavole della legge. Tenda e arca rinviano a  quel movimento di incontro fondamento dell’esperienza di fede d’Israele: Dio è sceso per liberare il suo popolo e non viene meno a questo suo patto che vede nella Legge una fissazione.

La tenda viene ad essere il segno della compagnia di Dio che cammina insieme e accanto al popolo nel percorso della liberazione dalla schiavitù. Tenda è  ‘luogo dell’incontro’: Mosè vi entrava, durante il cammino dell’esodo, per ascoltare la voce di Dio: “Quando Mosè entrava nella tenda scendeva la colonna di nube e restava all’ingresso della tenda. Allora il Signore parlava con Mosè… Così il Signore parlava con Mosè faccia a faccia come un uomo parla con un altro” (Es 33,7.9.11).

La tenda è segno della presenza di Dio che accompagna e guida il faticoso cammino d’Israele verso la libertà. Sopra la tenda stava la nube, segno che indica una presenza e nello stesso tempo un nascondimento. Dio non può essere visto, ma è una presenza vicina. Così la tenda è luogo di un meraviglioso dialogo in cui Dio parlava con Mosè ‘come un uomo parla con un altro’.

I rabbini commentavano che proprio nell’ascolto della Torah (la legge) si rendeva possibile un’esperienza di incontro: “Se due si riuniscono insieme per dedicarsi alle parole della Torah, la shekinah (la dimora) è presente” (Pirkê Abot III 3; cfr. Mt 18,20).

I profeti rileggono questa presenza di Dio che abita nel tempio. Natan proporrà a Davide l’annuncio che Dio non abita in qualche luogo particolare, ma Dio abita il suo popolo: Dio sta in mezzo a Israele per adempiere la sua parola: ‘Io sarò con te’ (Es 3,12) e la sua presenza starà in una discendenza vivente. Anche il tempio, sede dell’arca dell’alleanza nel tempo della stabilità dopo il cammino nel deserto, è solamente un  segno e i profeti richiamano al dimorare di Dio in Sion (Gl 4,17.21; Ez 43,7).

Zaccaria annuncia la promessa di un abitare di Dio in mezzo al suo popolo fonte di gioia per tutti in un orizzonte che si allarga a comprendere nazioni e popoli chiamati da lontano: “Gioisci, esulta, figlia di Sion, perché ecco io vengo ad abitare in mezzo a  te… nazioni numerose aderiranno in quel giorno al Signore e diverranno suo popolo ed egli dimorerà in mezzo a te” (Zac 2,14).

‘Il Verbo ha posto la sua tenda in mezzo a noi’: è la Parola il nuovo luogo di una presenza di Dio invisibile, ora resosi vicino in colui che è l’unico esegeta del Padre: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito che nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18). Il Verbo nella sua umanità, ponendo la sua tenda tra le nostre, è colui che spiega e fa vedere la gloria di Dio il Padre.

Il Verbo è la Parola che dal principio è ‘rivolta verso’ il Padre (Gv 1,1): dal Padre tutto riceve e tutto fa tornare a lui in un dinamismo di accoglienza e di risposta. Il Verbo fatto carne è la nuova tenda di una alleanza, dono da accogliere con stupore nella fede, dono di una vita nuova nella relazione con Dio amore: “a quanti però l’hanno accolto ha dato il poter di diventare figli di Dio; a quelli che credono nel suo nome, i quali non da volere di carne, né da volere di sangue, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,12-13).

Il IV vangelo legge nel mistero della vita di Dio il senso profondo della nascita di Gesù. La vita di un bambino segnato dalla debolezza e la vicenda umana di Gesù è la nuova ‘tenda’. Gesù è il figlio, esegeta del Padre che fa vedere la gloria di Dio nella sua vita. “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini… e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre” (Gv 1,4.14).

La luce di Dio, la sua vita, illumini gli occhi della nostra mente “per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati” (Efes 1,18).

Alessandro Cortesi op

Dal Messaggio di papa Francesco per la LIV Giornata mondiale della pace 1 gennaio 2021

La cultura della cura come percorso di pace

“(…) La cura del bene comune Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente». Pertanto, i nostri piani e sforzi devono sempre tenere conto degli effetti sull’intera famiglia umana, ponderando le conseguenze per il momento presente e per le generazioni future. Quanto ciò sia vero e attuale ce lo mostra la pandemia del Covid-19, davanti alla quale «ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme», perché «nessuno si salva da solo»e nessuno Stato nazionale isolato può assicurare il bene comune della propria popolazione.

La cura mediante la solidarietà. La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come«determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti». La solidarietà ci aiuta a vedere l’altro – sia come persona sia, in senso lato, come popolo o nazione – non come un dato statistico, o un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non più utile, ma come nostro prossimo, compagno di strada, chiamato a partecipare, alla pari di noi, al banchetto della vita a cui tutti sono ugualmente invitati da Dio.

La cura e la salvaguardia del creato. L’Enciclica Laudato si’ prende atto pienamente dell’interconnessione di tutta la realtà creata e pone in risalto l’esigenza di ascoltare nello stesso tempo il grido dei bisognosi e quello del creato. Da questo ascolto attento e costante può nascere un’efficace cura della terra, nostra casa comune, e dei poveri. A questo proposito, desidero ribadire che «non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani»…”

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