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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “febbraio, 2021”

II domenica di Quaresima – anno B – 2021

Gen 22,1-18; Rom 8,31-34; Mc 9,1-9

Tre pagine segnano la seconda tappa del cammino di quaresima: una pagina di fede e di alleanza (la legatura di Isacco), una pagina di invito a vivere non per se  stessi ma nello Spirito (Paolo ai Romani), una pagina di luce che illumina il cammino di Gesù e indica la Pasqua come dono di luce.

Nel cammino di Gesù che sarà la via della croce, la trasfigurazione è segno carico di annuncio e di speranza: prepara i discepoli allo scandalo della passione e morte di Gesù ed offre loro una luce per comprendere che proprio la via della croce è la via della risurrezione e della gloria. “fu trasfigurato”, dice Marco: Dio è il soggetto di questo evento di un volto luminoso. Non la metamorfosi di un dio che prende forme umane come nei racconti pagani, ma la lucentezza del volto umano di Gesù in cui traspare la presenza di Dio stesso.

Le vesti splendenti e bianche, come nessun lavandaio potrebbe renderle, sono il segno di una condizione celeste, di vicinanza unica a Dio. Accanto a Gesù sono i tre discepoli. Sta qui un indizio che rinvia alla passione e morte di Gesù perché i medesimi tre, i suoi più vicini, saranno con lui nell’orto del Getsemani (Mc 14,33) e si lasceranno prendere dal sonno nel momento della prova.

Mosè e di Elia invece sono personaggi del passato: di essi si attendeva il ritorno (cfr. Mal 3,22-24). Mosè, la grande guida dell’esodo ed Elia, profeta della fede, racchiudono nella loro presenza il riferimento all’intero cammino d’Israele alla storia di un’alleanza che non viene meno, all’unica storia della salvezza. Gesù va compreso all’interno di una storia in cui Dio si china e si fa vicino al suo popolo.

Di fronte allo splendore ed alla luce i discepoli sono presi dallo spavento. Pietro aveva riconosciuto in lui il Cristo ed era stato invitato a seguirlo. Ora propone di fare tre tende, con allusione alla festa ebraica delle capanne, che anticipa il riposo della fine dei tempi. Ma non è questo il momento della gioia e del riposo, è invece questo il tempo dell’ascolto. Inoltre la tenda rinvia al luogo della dimora: ora la dimora è la stessa umanità di Gesù, è lui nuova casa e luogo verso cui andare.

La nube che avvolge nell’ombra richiama la presenza di Dio nel deserto (Es 16,10; 24,18) e la voce dall’alto invita all’ascolto: “Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo”. Come al momento del battesimo al Giordano la voce indica l’identità di Gesù il Figlio, l’amatissimo. Ora essa è rivolta ai discepoli e richiama all’ascolto (cfr. Dt 18,15). Sull’Oreb Dio si era comunicato a Mosè indicandogli le sue vie, ora su un monte alto – con allusione al monte del sacrificio d’Isacco – Gesù è manifestato come ‘il Figlio’. La voce richiama i discepoli a rivolgersi a lui e ad ascoltarlo lasciandosi coinvolgere.

Sul volto del servo sofferente che percorre la via della croce sono invitati a scorgere i tratti del Figlio amatissimo, lo svelamento del volto di Dio come amore. La trasfigurazione è dono di luce che fa scorgere il volto di Dio amore e rivela anche come la nostra esistenza può essere trasfigurata nell’ascolto di lui e della sua parola.

Alessandro Cortesi op

Raffaello Sanzio, Trasfigurazione – 1520

Un’opera d’arte nel cammino di Quaresima

Il dipinto della Trasfigurazione di Raffaello è una delle sue ultime opere ed è datata al 1520. E’ un quadro a tempera su tavola di grandi dimensioni 4 metri per quasi 3 metri di larghezza. Fu commissionata per la cattedrale di Narbona nel 1517 dal card. Giulio de Medici che aveva anche affidato a Sebastiano del Piombo il compito di dipingere una risurrezione di Lazzaro.

Nella parte superiore del quadro è raffigurata la figura di Gesù sospesa nel cielo tra le nubi con le braccia aperte ed alzate verso l’alto e le mani spalancate. La sua veste bianca appare mossa da un vento che soffia gonfiandola e ne fa svolazzare i lembi. Alla destra di Cristo c’è Mosé che reca nelle sue mani le tavole della legge e alla sinistra Elia con in mano un grande libro.  Anch’essi sono come sospesi e sollevati dal vento in un’atmosfera di tensione verso la figura di Cristo e di ascolto.

Al di sotto di Cristo su di un pianoro roccioso sono raffigurati gli apostoli, Pietro Giacomo e Giovanni. Le loro vesti hanno i colori che rinviano alla fede alla speranza e alla carità e parlano di un quadro carico di simbolismi. Sono rappresentati su di un piano alla sommità di un colle elevato, allusione al monte della trasfigurazione. Le loro posture sdraiate e alla ricerca di riparo indicano i gesti di chi è preso da un forte disorientamento: appaiono come investiti da un grande bagliore e sono quasi tramortiti da un evento che li getta a terra e li rende incapaci di sopportare la luce.

Alla sinistra quasi nascosti emergenti tra gli alberi vi è la presenza di altre due enigmatiche figure, forse riferiemnto a due santi patroni locali, in atteggiamento di meraviglia mentre a destra sullo sfondo è rappresentato un tramonto che tutto tinge di rosa sopra un panorama di fiumi, colline e con il profilo di una città in ultimo piano.

Nella parte inferiore del dipinto la scena è invece occupata da un gran numero di persone. Si può scorgere un gruppo di nove uomini sulla sinistra che possono essere identificati con gli apostoli che non hanno seguito Gesù sul monte. Un altro gruppo sulla destra è composto di donne e uomini con atteggiamenti di richiesta e supplica e al centro un giovane sorretto nella sua condizione di sofferenza: appare in preda ad una crisi epilettica. Coloro che lo accompagnano indicano il giovane, presentato nei vangeli come posseduto da uno spirito muto che stanno portando da Gesù. Questo incontro è narrato nei vangeli sinottici subito dopo che Gesù è sceso dal monte (Mc 9,14-29). Le persone che lo accompagnano sono spaventate e alla ricerca di un aiuto: hanno sguardi smarriti e imploranti e qualcuno indica il ragazzo. Altre braccia si levano anche dal gruppo degli apostoli ad indicare verso l’alto. Al centro in posa statuaria, rappresentata in ginocchio e di spalle in un movimento di torsione, una figura femminile si rivolge agli apostoli e fa segno in direzione opposta verso il ragazzo con gli indici a lui rivolti.

C’è un grande movimento in questi gruppi ma anche un senso di buio e di smarrimento che permea volti e sguardi e contribuisce ad offrire l’impressione di paura, agitazione e sconforto. Il buio è anche sottolineato dal colore scuro della costa del monte che costituisce lo sfondo della scena. E’ momento di esperienza del male che deturpa il volto bello e fresco di un giovane e lo rende sfigurato teso, con gli occhi sbarrati e rivoltati verso l’alto.

I critici d’arte hanno discusso sull’attribuzione del dipinto ad altri artisti oltre a Raffaello a partire dalla suddivisione del dipinto in due livelli e vi è stato chi ha pensato ad una collaborazione di altri nella composizione dell’opera. Benché non sia esclusa l’ipotesi della presenza di altre mani oltre a quelle di Raffello la progettazione della struttura del quadro va attribuita a lui quale sua ultima opera. come anche dice il Vasari che “di sua mano continuamente lavorando la ridusse ad ultima perfezione”.

Sta forse proprio in questa scelta di avere unito insieme due scene dei vangeli l’indicazione di un messaggio teologico che l’opera offre a chi la osserva. Un critico ha suggerito di leggere questo episodio del livello inferiore non come descrizione della guarigione dell’indemoniato ma come un precedente tentativo di guarirlo da parte degli apostoli rimasti nella pianura mentre Gesù era salito sul monte con gli altri tre ( M.Calvesi, Oltre Raffaello. aspetti della cultura figurativa del 500 romano, Roma 1984, 33-41).

Tale indicazione può essere interessante per scorgere nel quadro di Raffaello la scelta di aver posto insieme lo sguardo alla paura e allo smarrimento, alla perdita di felicità che il male arreca nella vita umana. Lo spirito muto che si è impadronito del ragazzo è una forza di dominio e oppressione. Da qui la preoccupazione e l’angoscia dipinta sui volti del ragazzo e dei suoi familiari. Dall’altro il dipinto conduce a scorgere la luce abbagliante che è dono del cammino di Gesù: nel suo percorso verso la croce (e il gesto delle mani alzate evoca la vicenda della condanna e della crocifissione) donando se stesso al Padre e ai suoi Gesù non solo si è posto nella linea dell’alleanza di Dio che si è comunicato a Mosè e nelle parole dei profeti, ma ha rivelato la chiamata profonda a cui ogni uomo e donna è chiamato, l’essere rivestito nella propria umanità del dono di vita che viene da Dio, la sua luce. Il volto umano di Gesù trasfigurato si contrappone ad ogni male che sfigura il volto di chi soffre. La luce e le vesti bianche sono promessa di una chiamata e di un destino di stare accanto a lui.

Il profilo di Gesù con le braccia aperte con il vento che scompone le sue vesti è rinvio al Risorto nel suo salire al cielo: è il Gesù con il volto pasquale di crocifisso risorto. Il buio del male e di tutte le forze che opprimono la vita umana non sono l’ultima parola, ma vengono sconfitte dalla luce che proviene dal volto trasfigurato di Gesù che reca in sé ogni volto. Nel dipinto un particolare colpisce: gli sguardi di tutti i personaggi coinvolti sono rivolti o da una parte o dall’altra ma non verso la figura di Gesù con le vesti bianche e luminosa, nuovo Adamo in cui l’umanità trova il suo compimento. Solamente il ragazzo preda dello spirito muto rivolge lo sguardo verso l’alto. Gesù nella luce della risurrezione è colui che prende con sè chi è vittima delle forze di male ed è fonte di liberazione.

Forse proprio la figura di donna al centro del dipinto di spalle che indica agli apostoli con le due braccia il fanciullo può essere letta come indicazione – per lo spettatore che guarda e a cui ella volge le spalle – di un percorso da vivere: il gesto della sua mano tesa ad indicare il fanciullo trova proseguimento in certo qual modo nella direzione indicata dal braccio teso verso l’alto del ragazzo.  Può essere letto come invito ad accogliere l’angustia e la sofferenza di chi è in preda al male ed in questo com-patire aprirsi alla fede nella forza liberante che viene da Gesù e dal Dio dell’alleanza. Il suo volto luminoso che ha attraversato la sofferenza è dono per ogni uomo e donna perché compiano la propria umanità lottando contro il male seguendo la sua strada.  

Nell’incontro con il ragazzo epilettico il vangelo di Marco presenta un dialogo in cui emergono aspetti centrali di tutto il vangelo. Il padre del ragazzo chiede a Gesù: ‘Se tu puoi qualcosa abbi pietà di noi e aiutaci’. Gesù risponde ‘se tu puoi! tutto è possibile a chi crede’ e il padre ancora: credo aiuta la mia incredulità’.

Nell’opera di Raffaello si può forse scorgere un invito a questo affidamento di ‘credere nell’incredulità’, in un cammino in cui la vicinanza a chi soffre si fa via per aprirsi al dono di luce del volto di Gesù: è lui che accoglie il grido che sale dalle vittime di ogni male ed apre ad una comunione di luce.

Alessandro Cortesi op

I domenica di Quaresima – anno B – 2021

Gn 9,8-15; 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15

“Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra”. L’arcobaleno è segno dell’alleanza, dono di salvezza proveniente da Dio. L’arcobaleno che unisce insieme cielo e terra esprime due grandi messaggi. Il primo riguarda l’inizio di una storia di armonia e di pace. L‘arco da guerra appeso per sempre e che non verrà più usato significa che il disegno di Dio sulla creazione e sulla storia umana in quanto vicenda di tutti i popoli è un disegno di pace in cui la violenza sia eliminata per sempre. Il secondo grande messaggio è che questo progetto riguarda non solo l’umanità ma tutta la creazione nella sua interezza. Il diluvio aveva rappresentato il prevalere di forze disordinate, della violenza e del male. Ora l’arco da guerra, simbolo di ogni arma, viene appeso per sempre. Sorge un progetto di pace che chiede di porre attenzione al rapporto che lega tutti gli esseri, inconsiderazione di tutti gli animali, le piante, le creature inanimate, gli elementi della creazione. E’ una alleanza  che coinvolge tutta l’umanità prima ancora della alleanza con Abramo e con il popolo d’Israele: guarda infatti a tutti i popoli e all’umanità nella diversità dei popoli. Ed indica un rapporto da coltivare e custodire, il rapporto con la terra e con tutti gli esseri creati: l’arcobaleno è segno che annuncia un orizzonte di vita: Dio si lega all’umanità indicando vie di pace e si lega all’intera creazione in quanto luogo di una riconciliazione che coinvolge insieme umanità ed ogni realtà creata, dagli animali a tutte le cose più piccole.

Nella lettera di Pietro il diluvio è richiamato in riferimento al battesimo: l’intera quaresima è cammino battesimale per riscoprire come nelle acque del battesimo, vi è un dono da accogliere di rinascita per aprire la vita ad una novità: la chiamata al cuore del cammino cristiano è diventare nuove creature in Cristo, nostra Pasqua.

La pagina del vangelo di Marco indica il senso del cammino di quaresima racchiuso nella narrazione delle tentazioni di Gesù nel deserto e nel suo primo annuncio del regno che si è fatto vicino e della chiamata ad una conversione come cambiamento della vita. Il testo dice solamente che Gesù viene ‘spinto fuori’ dallo Spirito, nel deserto: in risalto appare l’azione dello Spirito nella vita di Gesù quasi come forza che costringe. Lo Spirito sceso su Gesù nel battesimo ora lo conduce nel deserto e Gesù lì ripercorre il tempo simbolico dei quaranta giorni di Mosè (Es 24,18). E’ il medesimo cammino di Elia (Re 19,8) e in Gesù è riflesso l’intero cammino del popolo d’Israele (Dt 8,2). Condivide la prova e la fatica dei tanti cammini nel deserto, momenti di prova e di durezza. Proprio nel deserto, nonostante la prova, Israele aveva incontrato Dio come liberatore e vicino (Os 2,16) e Gesù nel deserto manifesta la sua fedeltà al Padre che guida la sua esistenza.

Al centro di questa scena vi è infatti il confronto con Satana, il divisore, personificazione di ogni dominio di male, il grande avversario con cui Gesù si confronta non solo in un momento, ma  in tutta la sua vita: Gesù è il più forte, venuto per legare il suo nemico e per saccheggiarne la dimora. In tutta la sua vita conduce una lotta contro il male nelle diverse forme in cui si presenta. La tentazione, che inizia nel deserto e lo accompagna fino alla croce, riguarda la questione del suo orientamento di fondo, il modo di concepire la sua identità. La tentazione di Gesù è la possibilità di non affidarsi al Padre Abbà, di non percorrere la via del dono di sé e di annuncio del regno fino alla fine. Ma nella prova Marco nel suo vangelo presenta Gesù nel suo pregare: “Abbà Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36) … La tentazione di Gesù è quella dei discepoli quando rifiutano di seguire il messia che vive la via del dono di sè fino alla fine.

La scena presentata da Marco di Gesù nel deserto pone in risalto la presenza delle bestie selvatiche e degli angeli. Una nuova armonia è inaugurata. Gesù inizia una creazione nuova segnata dalla pace, dall’accogliere un dono di riconciliazione che viene da Dio; anche le fiere sono presentate come animali tranquilli: una pace inedita inizia con tutte le creature. Nel deserto Gesù è presentato come uomo nuovo, il Messia che vince Satana perché sceglie la via del figlio dell’uomo venuto per servire e dare la sua vita. In questo sta la novità dell’annuncio del regno che diviene chiamata ad un cambiamento, per un mondo nuovo che inizia sin da ora, di rapporti fraterni, di accoglienza della vicinanza di Dio misericordia, di accoglienza conviviale.

Alessandro Cortesi op

Conversione

Lo spiritualismo diffuso che comporta il ritorno nostalgico a forme di vita religiosa centrate sulla pratica individualistica e su ricerche di sacralità espone al rischio di confondere le esigenze di un cammino di fede con le tranquillizzanti pratiche di una religione che appaga e fa sentire sicuri e immuni rispetto agli altri. Si può così vivere la quaresima secondo modalità che conducono a ripiegarsi in forme individualistiche preoccupate di fuggire il peccato in modo difensivo, nell’indifferenza a concepire la propria vita legata ad altri, nella preoccupazione unicamente della ‘salvezza della propria anima’. Sono questi modi pur ancora diffusi che rivelano incapacità di scorgere come le esigenze stesse del tempo quaresimale, la preghiera, l’elemosina, il digiuno, non sono pratiche di devozione che rinchiudono la vita in una sorta di narcisismo e compiacimento delle proprie virtù ma sono forti provocazioni a quel digiuno e a quel culto autentico che i profeti richiamavano con forza: “Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto” (Is 58,7-8).

Proprio l’immagine dell’arcobaleno che rinvia ad una alleanza con tutti i popoli e con la terra stessa ci può aiutare a scorgere esigenze di conversione non in termini di un individualismo ripiegato su di sè, egoista e indifferente, ma negli orizzonti di una risposta alle chiamate di Dio che si rendono vicine nei segni dei tempi. La crisi ecologica, l’emergenza ambientale, la situazione di degrado e  di devastazione delle risorse operata dall’umanità è un luogo di possibile risveglio di responsabilità per accogliere oggi un appello ad una conversione ecologica. E’ questa una autentica conversione a cui guardare e in cui porre in atto scelte concrete che non distolgono dal rapporto con gli altri, uomini e donne di una medesima famiglia umana. Tale conversione richiama a far proprio il cammino di Gesù in attenzione alle sofferenze della creazione e dei poveri. Sta qui un luogo di verifica del medesimo rapporto con il Dio di Gesù Cristo.

A tal riguardo  interessanti sono le sollecitazioni di Gaël Giraud, già professionista nel mondo della finanza e della banche, oggi gesuita e voce particolarmente attenta ad indicare percorsi di transizione ecologica: è questo infatti il titolo di una sua opera “Transizione ecologica” (ed. EMI 2015): “La transizione ecologica sta ai prossimi decenni come l’invenzione della stampa sta al XV secolo o la rivoluzione industriale al secolo XIX. O si riesce a innescare questa transizione e se ne parlerà nei libri di storia; o non si riesce, e forse se ne parlerà fra due generazioni, ma in termini ben diversi!”.

Egli ricorda alcuni tratti innanzitutto dell’emergenza ecologica che oggi stiamo vivendo: “a livello globale gli sconvolgimenti ecologici già iniziati sono molto importanti: l’estinzione della biodiversità (l’80% degli insetti sono scomparsi nelle aree naturali protette d’Europa), l’erosione del suolo e la diminuzione delle rese agricole (l’Italia ne è particolarmente colpita), la crescente scarsità di accesso all’acqua dolce (alcune regioni d’Italia potrebbero perdere fino all’80% di accesso all’acqua dolce entro il 2040, secondo i dati del World Resources Institute) a causa dello sconvolgimento del ciclo dell’acqua indotto dal cambiamento climatico. E il riscaldamento stesso causerà grandi trasformazioni: alcune zone d’Italia, calde e umide, diventeranno invivibili in estate già nella seconda metà di questo secolo. Tuttavia, non si tratterà di proteggerci con l’aria condizionata, perché l’aria condizionata è un grande emettitore di CO2.” (Gaël Giraud, autore del manifesto sulla Transizione ecologica: «L’Italia rinunci alla dipendenza dal petrolio»)

La sua analisi non si ferma alla denuncia delle condizioni di degrado ed alla elencazione di danni in atto ma indica anche orizzonti concreti di impegno: “Ci sono quattro aree principali di lavoro su cui dobbiamo concentrarci. Anzitutto, la trasformazione del mix energetico italiano verso le energie rinnovabili: eolico, fotovoltaico (ora sappiamo come fare il fotovoltaico organico che dipende molto poco dai minerali), geotermia e marea. In seconda battuta, va perseguita l’efficienza energetica negli edifici: sappiamo come realizzare edifici ad energia positiva, che producono più energia di quella che consumano. Dobbiamo quindi rinnovare tutti i nostri edifici a livello termico, iniziando da quelli pubblici. In terzo luogo, dobbiamo ottenere un’autentica efficienza energetica nei trasporti. Questo significa, a breve termine, mettere fine all’utilizzo dell’automobile termica, quella che funziona con energia derivata da carbone fossile. Con cosa dovremmo sostituirla? Con l’auto elettrica ma, soprattutto, con il treno. (…) Infine, i due settori economici – agricoltura e industria – vanno rinnovati, perseguendo l’agroecologia e l’industria verde. Abbiamo bisogno di un’industria che conserva acqua, energia e minerali, costruita sul riciclaggio massiccio di tutto il materiale non rinnovabile (riescono a farlo in Cina, perché non possiamo farlo noi?), sulla vendita di funzionalità (e non più oggetti), con manufatti molto semplici, facili da riparare e riciclare. Attenzione, esiste una grande e buona notizia: tutto questo straordinariamente crea posti di lavoro”. (Gaël Giraud, autore del manifesto sulla Transizione ecologica: «L’Italia rinunci alla dipendenza dal petrolio»)

Potrebbe sembrare che questo tipo di indicazioni poco abbia a che fare con modi consueti di intendere la spiritualità confusa con pratiche devozionali che spesso celano la coltivazione di un egoismo e indifferenza alla sofferenza dell’altro. Una spiritualità ad occhi aperti che non rimanga indifferente al grido di sofferenza della terra e dei poveri è proprio la grande provocazione di un tempo che richiama ad una solidarietà nuova con i poveri e con il creato. Essa comprende sguardo agli altri, ai popoli, alla famiglia umana interrelata e legata in un’unica vicenda in cui superare i fattori di iniquità e ingiustizia e sguardo a quell’altro particolare costituito dalla realtà creata che è anch’essa vittima degli egoismi e della insaziabile avarizia umana. Come ricorda papa Francesco nella lettera enciclica Laudato sì (2015, nn. 218-220):

“Ricordiamo il modello di san Francesco d’Assisi, per proporre una sana relazione col creato come una dimensione della conversione integrale della persona. Questo esige anche di riconoscere i propri errori, peccati, vizi o negligenze, e pentirsi di cuore, cambiare dal di dentro. I Vescovi dell’Australia hanno saputo esprimere la conversione in termini di riconciliazione con il creato: «Per realizzare questa riconciliazione dobbiamo esaminare le nostre vite e riconoscere in che modo offendiamo la creazione di Dio con le nostre azioni e con la nostra incapacità di agire. Dobbiamo fare l’esperienza di una conversione, di una trasformazione del cuore». 219. Tuttavia, non basta che ognuno sia migliore per risolvere una situazione tanto complessa come quella che affronta il mondo attuale. I singoli individui possono perdere la capacità e la libertà di vincere la logica della ragione strumentale e finiscono per soccombere a un consumismo senza etica e senza senso sociale e ambientale. Ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con la mera somma di beni individuali: «Le esigenze di quest’opera saranno così immense che le possibilità delle iniziative individuali e la cooperazione dei singoli, individualisticamente formati, non saranno in grado di rispondervi. Sarà necessaria una unione di forze e una unità di contribuzioni”. La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria. 220. Tale conversione comporta vari atteggiamenti che si coniugano per attivare una cura generosa e piena di tenerezza. In primo luogo implica gratitudine e gratuità, vale a dire un riconoscimento del mondo come dono ricevuto dall’amore del Padre, che provoca come conseguenza disposizioni gratuite di rinuncia e gesti generosi anche se nessuno li vede o li riconosce: «Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra […] e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,3-4). Implica pure l’amorevole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’universo una stupenda comunione universale. Per il credente, il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri. Inoltre, facendo crescere le capacità peculiari che Dio ha dato a ciascun credente, la conversione ecologica lo conduce a sviluppare la sua creatività e il suo entusiasmo, al fine di risolvere i drammi del mondo, offrendosi a Dio «come sacrificio vivente, santo e gradito» (Rm 12,1). Non interpreta la propria superiorità come motivo di gloria personale o di dominio irresponsabile, ma come una diversa capacità che a sua volta gli impone una grave responsabilità che deriva dalla sua fede”.

Alessandro Cortesi op

       

Nuova pubblicazione – Centro Espaces G. La Pira

Chi desidera informazioni e copie può rivolgersi a: info@bibliotecadeidomenicani.it

VI domenica – tempo ordinario – anno B 2021

Lv 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

La malattia della lebbra nel mondo di Gesù era considerata ‘primogenita della morte (Gb 18,13). Uno storico del tempo, Giuseppe Flavio, scrive: “I lebbrosi stavano sempre fuori della città; dal momento che non potevano incontrare nessuno, non erano in nulla diversi da un cadavere”. Alla malattia veniva attribuita una valenza di tipo religioso e quindi di rapporto col peccato: alla sofferenza del malato si associava così l’ignominia di un esclusione religiosa e sociale (Lev 13-14). Per questo era compito dei sacerdoti constatare che qualcuno avesse contratto tale malattia e, in caso di guarigione, il lebbroso guarito doveva compiere un atto cultuale. Questi elementi sono rilevanti per scorgere la portata del gesto di Gesù nell’incontrare un lebbroso. 

Gesù si lascia avvicinare da un lebbroso, di cui non è riportato il nome, anche forse per il carattere di spersonalizzazione che la malattia comportava – e comporta ancora – nella vita di una persona.  Gesù si lascia coinvolgere nella sofferenza di quell’uomo e lo accoglie non come malato ma nella unicità del suo volto e ascoltando il grido della sua sofferenza.

Di fronte al lebbroso che lo invoca ‘se vuoi, puoi guarirmi’, Gesù reagisce con atteggiamento che secondo una prima interpretazione è reazione di ira. La sua collera è nei confronti del male che sfigura le persone e le conduce ad essere tenute fuori e respinte. D’altra parte – secondo un’altra possibile versione – Gesù fu ‘mosso a compassione’. Il verbo indica un altro movimento rivolto alla persona e non al male: un sentimento di commozione di essere ‘preso nelle viscere’ – indice della profondità dell’amore di Dio (Os 11,9; Is 49,15). Ma proprio questo movimentio interiore genera un agire, apre a gesti di vicinanza.

Gesù oltrepassa i confini di separazione detatti dalle norme della legge e tocca il lebbroso: compie un gesto che trasgredisce le determinazioni della legge ma nello stesso tempo riporta al cuore della legge perché restituisce quel malato alla sua umanità, gli apre percorsi di vita e di relazione. Lo rende accolto e riconosciuto. La parola e il gesto di Gesù indicano che l’attuazione della Legge consiste nell’amore. Tutto ciò suscita il rifiuto delle autorità religiose che vedono messo in discussione un modo di impostare la religione nei termini di un sistema rigido e chiuso dove la norma diviene idolo che non porta a guardare in faccia le persone.

Stendendo la mano sul lebbroso Gesù evoca il gesto di Mosé nel percorso dell’esodo, passaggio dalla schiavitù alla libertà per Israele. Nel toccare il lebbroso esprime il suo coinvolgimento nella sofferenza di quell’uomo. nel toccare quell’uomo malato anche Gesù è toccato e si lascia coinvolgere nella sofferenza della malattia. Per Gesù la malattia non ha per nulla a che fare con il peccato e i suoi gesti sono tutti intesi a liberare dalla malattia ed anche dalla percezione di essere lontani da Dio. La sua vicinanza narra il volto di Dio che ha a cuore la vita dei suoi figli. Gesù rende puro quell’uomo liberandolo dalla condizione di esclusione dovuta alle leggi del puro e dell’impuro. La guarigione diventa esperienza della possibilità di un modo nuovo di vivere le relazioni e il rapporto stesso con Dio.

Dopo la guarigione Gesù invita il lebbroso a compiere quanto prescritto dalla legge nel recarsi dai sacerdoti e gli chiede il silenzio ma quello: ‘iniziò ad annunciare molte cose e a diffondere la parola’ (Mc 1,45). Marco suggerisce in tal modo due grandi messaggi. Innanzitutto presenta il volto di Gesù come profeta che lotta contro il male e intende la sua missione nel ridare dignità agli esclusi. Ma anche suggerisce il profilo del discepolo che ha incontrato Gesù e da quell’esperienza fa iniziare un cammino nuovo e una comunicazione di vita agli altri.

La narrazione iniziata con l’avvicinarsi del lebbroso che usciva dalla sua situazione di marginalità ed esclusione si conclude con l’immagine di ‘Gesù non poteva entrare più palesemente in città, ma stava fuori in luoghi deserti’. Gesù ha preso su di sè la condizione propria del lebbroso e dice che Dio solo si può incontare fuori dell’accampamento. Ma ora ‘venivano da lui da ogni parte’. in tal modo Marco fa comprendere che Gesù è messia sofferente, come il lebbroso colui ‘di fronte al quale ci si copre la faccia’ e umiliato (Is 53,3-4), ma  nella sua via è possibile trovare apertura ad un modo nuovo di vivere che non esclude e riconosce dignità ai volti delle vittime e dei poveri.

Alessandro Cortesi op

Senza riconoscimento

La figura del lebbroso senza nome è paradigma di una condizione spersonalizzata: è figura indistinta, identificata con la malattia che marca la sua vita, senza alcun riconoscimento e per questo anche escluso, tenuto fuori da ogni considerazione di dignità. Non è chiamato per nome, non ha un volto in cui incontrare gli occhi: non è più persona da riconoscere in primo luogo nella sua unicità e nella sua esistenza indipendentemente dall’afflizione o dalla disabilità che reca con sè e lo fa soffrire. Nell’essere indicato come ‘lebbroso’ quella persona viene sottoposta ad un processo di spersonalizzazione, pari all’essere ridotta ad un numero e posta fuori della condizione umana: e per questo da mantenere fuori dell’accampamento e tener lontano perché fonte di contagio. Tanto più dolorosa è la situazione del lebbroso quanto più il suo male, che lo fa soffrire viene visto come l’esito di una sua colpa, o un destino ineluttabile di cui non si riconoscono le responsabilità umane nella catena delle cause della malattia.

Il lebbroso è paradigma dei tanti poveri, la cui condizione è sinonimo della loro vita senza più riconoscimento di singolarità, di storie, di desideri, di relazioni e di speranze. Lebbrosi, senza nome, sono i senza fissa dimora che dormono in angoli protetti dei centri cittadini. Ad alcuni di loro in questi giorni sono state sottratte e gettate via le coperte in alcune città italiane. Lebbrosi, senza riconoscimento, sono le vittime, 91 giovani migranti, di uno tra gli ultimi naufragi al largo della Libia pochi giorni fa tra il 9 e il 10 febbraio. Novantuno, quasi tutti minorenni, sedici, diciassette anni uomini, provenienti dalla regione segnata da carestie e violenze Al Fashir e Nyala, nel nord del Darfur, in Sudan. Di loro restano i nomi, le foto di alcuni, ma tutti avevano in cuore una speranza, aveva una famiglia che ora li piange, affetti e sogni.

Così conosciamo il nome di Mostafa di origini marocchine morto a Torino nei giorni scorsi mentre dormiva al freddo. E come lui altri, ad Arzachena in Sardegna nel periodo di Natale, ed un ghanese domenica scorsa a Formigine, nel Modenese. Nelle città si discute di decoro e di sicurezza ma non ci si pone il problema di scoprire i nomi e le storie di chi vive senza dimora, ai margini, visti come scarto da evitare, da tener fuori dalla visuale per non laaciarsi interrogare su cambimenti possibili nel pensare la vita comune. Tenuti fuori dell’accampamento, spesso vittime di una crisi sanitaria e sociale che segna più pesantemente chi ha meno sostegni, risorse e capacità. Ma proprio la loro presenza è provocazione a guardare il mondo dalla parte della loro esperienza, delle loro storie. Riconoscere i nomi e ricordarli è primo passo per scorgere una responsabilità che ci sta davanti e che si pone a livello di costruzione di un vivere insieme in cui sia restituita dignità ai volti.   

“Veniamo da anni di sbreghi, vuoti, ritardi. Sono cresciute le disuguaglianze, le povertà assolute e relative, la disoccupazione, la riduzione o lo smantellamento dei servizi in nome di una logica economica che ha generato paure, fragilità ma anche un sordo risentimento che sfocia spesso in forme di odio e di vero e proprio razzismo. (…) Il nodo, tuttavia, resta politico. La solidarietà non può sostituire il diritto. Lo slancio delle persone, delle associazioni, del privato sociale, non può surrogare l’impegno politico per eliminare le cause strutturali della disuguaglianza e dell’ingiustizia. «Chiedo a Dio che ci regali più politici che abbiano davvero a cuore la società, il popolo, la vita dei poveri (…). La politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità perché cerca il bene comune». Sono parole di Papa Francesco, contenute nella Evangelii Gaudium. Parole che sottoscrivo in pieno e alle quali mi permetto umilmente di aggiungere che la politica ritrova la sua “altissima vocazione” –che più che mai, in questi giorni, è chiamata a cercare – quando sa guardare il mondo con gli occhi dei poveri e nella prospettiva della strada. Lasciandosi toccare e turbare dalla domanda che la strada incessantemente rivolge: «Cosa puoi fare affinché tutte le persone abbiano una casa, un lavoro, una dignità e smettano di sentirsi un numero, una cosa, una merce di scarto?»” (Luigi Ciotti Siamo tutti Mostafa fratello clochard, “La Stampa” del 9 febbraio 2021)

Alessandro Cortesi op

V domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Gb 7,1-4.6-7; Sal 146; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39

Giobbe ricorda il dramma del male e del dolore che contesta ogni facile risposta ed ogni teologia che voglia tutto spiegare e far rientrare ogni radicale contraddizione del vivere in un semplice ragionamento consolatorio. Le sue parole pongono una inquietante domanda sulla condizione umana, la pesantezza della sofferenza e la fatica di vivere: ‘Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario?… I miei giorni… sono finiti senza speranza’.

Gesù non ha fuggito il contatto con le esperienze del male e del dolore. Marco nel suo vangelo insiste molto sulla vicinanza di Gesù a persone segnate da sofferenze di genere diverso: ‘Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni”.

Nell’arco della giornata di Gesù presentata nel primo capitolo si possono individuare tre scene: una in casa di Simone e di Andrea, la seconda dopo il tramonto davanti alla porta, la terza al mattino presto in un luogo deserto.

La prima scena presenta la guarigione della suocera di Simone presentata a letto con la febbre. Parlano di lei a Gesù. L’incontro con Gesù avviene nel tessuto quotidiano dei rapporti familiari. Marco offre quasi una veloce pennellata sull’agire di Gesù: si accosta e la rialza prendendola per mano e la febbre se ne va. La descrizione in poche parole, indice di un ricordo storico. Gesù non si atteggia a taumaturgo che opera in modo sorprendente. I suoi gesti sono semplici: si fa vicino, prende per mano, porta a rialzare. E d’altra parte questo gesto diventa un paradigma ed assume una valenza più profonda. In esso Marco suggerisce è lo svolgersi dell’incontro di ogni discepolo con Gesù. Ripete l’avverbio ‘subito’ dendo alla narrazione un senso di immediatezza. I verbi utilizzati non sono casuali: Gesù si accosta e la rialzò. Viene usato il verbo della risurrezione (‘rialzarsi’) e in questo gesto è indicato l’evento che si compie nella vita del discepolo che incontra Gesù. La potenza di vita di Gesù si comunica nel farsi vicino e nel prendere per mano chi è oppresso dal male. La scena si chiude così: ‘la febbre la lasciò ed ella li serviva’. Servire come continuità è indicazione di un nuovo orientamento della vita.  Servire è verbo chiave al cuore del cammino di Gesù: egli ai suoi dirà di essere venuto per servire e dare la sua vita per tutti (cfr. Mc 10,45). E’ il verbo che denota il cammino di discepoli e discepole che lo servivano (Mc 15,41). La suocera di Pietro diviene un esempio, all’inizio del vangelo di Marco, del cammino di ogni uomo e donna che incontra e segue Gesù: scopre di essere liberato dal male per mettersi a servire e continuare in questa via.

La seconda scena è ‘davanti alla porta’ dopo il tramonto del sole: ‘gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era davanti alla porta’. Gesù si immerse nel contatto doloroso e confuso con i volti, le invocazioni, le storie di tanti segnati dal male. E ‘non permetteva ai demoni di parlare’, chiede il silenzio sulla sua identità nel momento in cui più forte è la ricerca e l’esaltazione di lui da parte di una folla desiderosa di prodigi ed di risposte immediate ai propri bisogni. In tale silenzio sta l’indicazione dello stile di Gesù e di quanto chiede ai suoi: solamente sotto la croce un pagano, il centurione romano dirà ‘Veramente quest’uomo era figlio di Dio’ (Mc 15,39). Sulla croce Gesù fa propria la sofferenza e la domanda lacerante di Giobbe e la rende luogo di un amore che solleva e rialza.  

La terza scena è posta in un luogo deserto: è la preghiera di Gesù, presentata come momento di rapporto intimo, unico con il Padre, per accogliere la missione da Lui accolta: ‘per questo sono venuto’. La sua venuta proviene da un invio e ha radice in una relazione di affidamento. Benché tutti lo cerchino Gesù risponde: ‘Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là’. Il suo venire è per un annuncio oltre i confini che anche i suoi discepoli non riescono a comprendere.

Alessandro Cortesi op

Di fronte alla malattia

Le domande che provengono da chi vive in prima persona la malattia nel proprio corpo sono domande spesso inespresse, tante volte dissimulate o mascherate in forme di fuga. Affrontare le fatiche, le incertezze, le oscurità che presenta la malattia esige coraggio, capacità di lottare con le parole per dare un nome alla tempesta, alla confusione che si muove dentro, alla protesta e all’inaccettabile umanamente perché va oltre le proprie forze. Fino ai pensieri inesprimibili. Il libro di Francesca Mannocchi, Bianco è il colore del danno (Einaudi 2021) è un’opera di coraggio e franchezza. Dà voce al percorso interiore di una donna che improvvisamente scopre una insidiosa malattia che si annida nel suo corpo e reca in sè consapevolezza di non poter attendere guarigione. E’ espressione di pensieri che accettano la sfida di confrontarsi con l’incertezza di un tempo da vivere in modo nuovo, nella compagnia di una patologia cronica che determina una nuova percezione di tutto dentro e attorno a sé. E’ una confessione condivisa e aperta in un tempo in cui si aprono nuove domande sul senso della cura e di come la medicina risponde alla domanda dei malati. E’ apertura sulle inquietudini che popolano le notti insonni di chi vive l’esperienza della malattia ed è anche un appello a scorgere la profondità degli interrogativi nella sofferenza dei malati, a pensare il senso della vita.

“Il Dottore ha detto la malattia è stata una bufera, in quella stanza, una stanza di isolamento esposta all’aria pungente di montagna, una tormenta che si abbatte di colpo, scoperchia i tetti, spalanca porte e finestre, smucchia tutto. Così ha detto: smucchia. Tra la lingua medica e la mia ha scelto una parola che non esiste. Ha ragione lui, la malattia ha fatto così, ha smucchiato. ora nella stanza tutto è fuori posto, i cassetti sono stati rovesciati: i ricordi, le abitudini, l’ordinario e lo straordinario, il superfluo e l’indispensabile, i progetti, la vita futura e quella passata, tutto è a terra. Non c’è più nessuno, quelli che la abitavano prima sono andati via e, del prima, tutto è diventato proiezione. Anche io sono una proiezione, per loro che mi guardano ormai da lontano. Anche lei, la Francesca di prima, mi guarda da lontano. Ho la sensazione che aspetti qualcosa, forse un invito. Vorrei che in quella stanza si incontrassero la non malata e la compromessa, quella di prima e la danneggiata, e inventassero una lingua nuova per tenere insieme i pezzi. Scrivo per questo, credo. Dottore, scrivo per questo, secondo lei? Per tenere insieme i pezzi? Il Dottore mi ha ricordato che la parola diagnosi in greco significa ‘riconoscere attraverso’. E penso sia questo il patto con la stanza vuota e smucchiata: non posso guarire ma posso ri-conoscermi attraverso l’esperienza della malattia. Non posso abitare quella stanza come prima, ma posso mettere ordine nei pezzi che la bufera ha sbalzato a terra. Non posso spostare l’asse del tempo e riportarlo indietro, ma posso provare a non essere schiacciata dal passato e dal futuro” (pp.90-91).

Tali domande sono vicine alla protesta di Giobbe quale grido sospeso di fronte alla ‘stanza smucchiata’, dove tutto è fuori posto e dove sono posti in discussione il bene e la speranza, il desiderio di vita e l’apertura al futuro, la tensione alla felicità e il senso delle relazioni.

Nei vangeli l’insistenza sugli incontri di Gesù con i malati non nasconde questo dramma e non è facile soluzione nel meraviglioso del miracolo: la domanda e il grido che sgorga dall’esperienza del male che affligge i corpi e i cuori non trova facili risposte. Chiede solamente affidamento. Prendere per mano, farsi incontro, prendersi cura nello stare accanto, non con la commiserazione paternalistica o delle parole false, ma nel silenzio del soffrire insieme, rialzare come gesto di cingere l’altro per sollevare da ogni peso che trascina nel buio. In quei gesti di Gesù sta la possibilità dell’impossibile. Nei suoi gesti di riconoscimento e accoglienza di chi soffre, nel suo porre ogni energia per lottare e vincere il male che toglie respiro alla vita, apre alla possibilità di un presente non schiacciato dal passato o dal futuro, che trova fessura di luce in una relazione che non viene meno e nella gratuità di chi non abbandona.

Alessandro Cortesi op

Presentazione di Gesù al Tempio

Mal 3,1-4; Ebr 2,14-18; Lc 2,22-40

Il profeta Malachia indica la figura di un messaggero di Dio mandato a preparare la via ‘e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; l’angelo dell’alleanza che voi sospirate’ (Mal 3,1). Luca presenta la scena della presentazione di Gesù all’interno del tempio a Gerusalemme, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, luogo dell’incontro con il Dio dell’alleanza. Così sempre a Gerusalemme, si concluderà il cammino di Gesù, sulla croce, per inviare ancora da quel punto gli apostoli nella forza dello Spirito ad essere testimoni della risurrezione.

Gesù è condotto al tempio per adempiere la legge di Mosè che prevedeva la purificazione della madre dopo il parto e l’offerta a Dio del figlio primogenito; Luca presenta il venire di Gesù nel tempio come l’inaugurarsi di una nuova epoca della storia in cui la luce di Cristo è per tutti i popoli. E’ momento conclusivo di una lunga attesa, simboleggiata dai due vecchi Simeone e Anna e l’inizio di una novità assoluta. La salvezza che Gesù porta è destinata a tutti, fino agli estremi confini della terra: sarà questa la prospettiva che guiderà Luca nello scrivere gli Atti degli Apostoli.

Simeone nel suo cantico rinvia ad alcuni passi del Primo Testamento (Is 40,15; 49,6; 62,6), ma questi vengono ripresi con una piccola ma importante modifica: i verbi non sono più coniugati al futuro, ma al passato. Simeone vede nel bambino che tiene tra le braccia già attuata quella promessa che aveva tenuto sveglia la sua attesa e che aveva guidato la sua speranza: ‘i miei occhi hanno visto la tua salvezza’.

Egli indica in quel bambino un segno di contraddizione: qualcuno lo accoglierà, altri lo rifiuteranno. E’ l’annuncio dello scontro che si apre di fronte al volto di un Dio che sceglie la via della debolezza e dell’inermità per comunicarsi a noi. Per aprirsi a comprendere Gesù come ‘luce per tutti i popoli’, è necessario un cambiamento nel pensare Dio: da Gesù emerge un volto inaudito. Il Dio di Abramo di Isacco e  di Giacobbe, il Dio dei padri è il Dio che si comunica nella storia e si fa incontrare nei segni apparentemente insignificanti di volti indifesi. La sua scelta cade su chi umanamente non viene considerato rendendolo testimone e mediatore dell’alleanza: il volto del bambino Gesù indica già la povertà della sua vita e la insignificanza – ad una lettura solamente umana – del suo morire ucciso sulla croce. E’ il Figlio che condivide le debolezze e i fallimenti del nostro vivere e presenta un volto di Dio difficile da accettare, perché rinvia ad un coinvolgimento nel cammino della vita.


Simeone e Anna sono presentati da Luca come modelli del credente: sono persone anziane, profondamente religiose, segnate dagli anni: la loro vita è stata condotta nell’attesa e la loro unica ricchezza è stata nelle promesse del Signore. Appartengono a quella categoria dei ‘poveri’ che si affidano solo a Jahwè. Simeone è uomo giusto perché rimane in ascolto della promessa di Dio che non viene meno. Rimane fedele nonostante il trascorrere del tempo e la lunga attesa. Egli attendeva la liberazione di Israele: al centro della sua attesa sta una prospettiva che rinvia all’esperienza dell’esodo, all’incontro con il Dio dell’alleanza. Dietro al riferimento all’attesa della liberazione d’Israele soggiace un riferimento alla legge del riscatto di Es 13,13 34,20 e Num 18,15. Con l’offerta rituale nel tempio Gesù sta già attuando il riscatto e la liberazione per tutto Israele e si vede già in tale gesto il senso profondo della croce quale evento di amore. Gesù compie l’offerta totale di sè al Padre a Dio per tutto Israele e per tutti i popoli: è lui il primogenito di una moltitudine di fratelli.

C’è una vicenda nuova che si sta aprendo Gesù: Simeone si lascia condurre nella creatività e nella gioia dello Spirito. Anna serve Dio notte e giorno nella preghiera ed ha il profilo della profetessa, donna che vive la parola di Dio nella sua vita. Sa leggere  infatti i segni del presente come luogo della presenza di Dio che chiama. In lei che loda Dio e parla del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme Luca vede il profilo di ogni credente. La lode e la testimonianza oltre ogni confine.

L’atteggiamento del ‘padre e della madre di Gesù’ è segnato dallo stupore: è il medesimo stupore che avvolge le vicende di questi racconti dell’infanzia (Lc 2,18; Lc 2,47-48). Lo stupore si accompagna alla domanda e alla ricerca (Lc 1,45; 2,51). Lo stupore della fede non è ingenuità infantile, ma affidamento generoso nel cammino della fede e del servizio, percorso da fatiche, sofferenze e da dubbi.

Alessandro Cortesi op

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