la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “aprile, 2021”

V domenica di Pasqua – anno B – 2021

Marc Chagall – albero della vita

At 9,26-31; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

L’ulivo con la vite costituisce una delle caratteristiche del panorama mediterraneo e la vigna è riferimento che attraversa il Primo Testamento. Evoca da un lato la cura appassionata e la fedeltà di Dio; conduce anche a considerare le fatiche e infedeltà all’alleanza donata. La vigna è cantata da Isaia con riferimento al popolo d’Israele oggetto della cura di Dio ma che vive la durezza di cuore (Is 5,1-6; cfr. Ger 2,21; Ez 13,1-6). E nei salmi si prega Dio “volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato” (Sal 80,9-10.15-16).

Nel contesto dell’ultima cena il IV vangelo riporta i discorsi di Gesù ai capp. 15 e 16 con il riferimento alla vite. Il richiamo riprende le voci dei profeti con l’indicazione della cura ma anche della mancanza di risposta e coinvolgimento. Gesù dice: ‘Io sono la vera vite’. La vite passa da essere rinvio ad Israele ad indicare Gesù stesso: nella metafora si possono scorgere aspetti della sua identità in rapporto inscindibile con il popolo d’Israele ed nella relazione con tutti coloro che Gesù ha legato a sé. In lui si rende presente la cura e la fedeltà del Padre cui le pagine profetiche con il rinvio a questa immagine facevano riferimento. E’ ancora lui a portare quei frutti che il Padre si attendeva: sono giunti allora in lui i tempi ultimi.

L’affermazione ‘io sono la vera vite’ indica anche Gesù quale portatore di una comunione di vita: tutti possono rimanere a lui uniti e trarre una linfa di vita. Credere nel suo nome indica perciò vivere un rapporto di vicinanza e sequela: essere tralci vivente della sua stessa vita apre a portare frutto cioè a rendere la vita significativa e piena in relazione con gli altri.

‘Rimanere’ è il verbo che esprime questo rapporto di conoscenza e intimità. ‘Rimanete in me’ è invito ripetuto: rinvia ad una familiarità di vita, alla condivisione di esperienza (Gv 6,56).

Gli stessi tralci non vivono da soli, distaccati gli uni dagli altri, ma insieme: Gesù propone ai suoi un ‘rimanere’ che implica accogliere e vivere come comunità in rapporti di relazionalità viva, di accoglienza reciproca: motivazione e forza dello stare insieme sta nella corrente di vita che da lui proviene. “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”.

Alessandro Cortesi op

Preghiera per il 1 maggio

Signore ti preghiamo in questo primo maggio, festa dei lavoratori, festa di san Giuseppe lavoratore, che viviamo nel tempo della pandemia.

Tu Gesù nella tua vita terrena hai toccato la concretezza del lavoro umano. Nella casa di Nazareth hai respirato la quotidianità del lavoro, le sue gioie e la sua pesantezza, le sue preoccupazioni e la sua pena. I tuoi occhi hanno visto le mani dure dei pescatori, i volti bruciati dei seminatori, le braccia delle donne impastando il pane. Hai sperimentato il lavoro con le mani dell’artigiano, e hai conosciuto l’oppressione del lavoro sfruttato dai potenti.

Ora in questo tempo vogliamo innanzitutto dirti grazie per tutte le donne e gli uomini che, con il loro lavoro si sono presi cura degli altri. I medici, gli infermieri, addetti alle pulizie, allo smaltimento dei rifiuti negli ospedali e nei territori, gli operatori per la distribuzione dei beni essenziali, i commessi nei supermercati, gli insegnanti di ogni grado che hanno tenuto i contatti con i loro alunni in modi nuovi, i giornalisti, chi ha curato i servizi sociali e chi ha vissuto il proprio lavoro a distanza. Nei loro volti, nelle loro mani abbiamo visto un riflesso di te, Gesù, che ti sei preso cura delle persone che incontravi preoccupato della loro salute e della loro vita innanzitutto.

Ti vogliamo ricordare chi ha dovuto sospendere il proprio lavoro e in questo periodo prova angoscia per il rischio di perderlo. Ti ricordiamo tutti coloro che vivono un lavoro precario, il lavoro in nero. La nostra preghiera sia motivo di attenzione e responsabilità. Ti preghiamo per chi è disoccupato e vive condizioni lavorative in cui è violata la dignità. Ti ricordiamo i tanti stranieri uomini e donne che lavorano nei campi di raccolta della frutta e della verdura o nell’assistenza domestica degli anziani e sono ‘irregolari’. Suscita Signore iniziative di giustizia, di riconoscimento di diritti da parte di chi ha responsabilità politiche.

Ti ricordiamo tutte le persone, le famiglie e le comunità in cui in questo momento di pandemia si diffonde il timore per il futuro, l’ansia per poter portare il pane a casa, per il futuro dei figli, per sostenere gli anziani, i disabili e i più fragili.

In Siracide leggiamo: 31Tutti costoro confidano nelle proprie mani,
e ognuno è abile nel proprio mestiere.
32Senza di loro non si costruisce una città,
nessuno potrebbe soggiornarvi o circolarvi.
Ma essi non sono ricercati per il consiglio del popolo,
33nell’assemblea non hanno un posto speciale

Non fanno brillare né l’istruzione né il diritto,
non compaiono tra gli autori di proverbi,
34ma essi consolidano la costruzione del mondo,
e il mestiere che fanno è la loro preghiera. (Sir 38)

Ti chiediamo di far tesoro di quanto abbiamo scoperto in questo periodo sul senso e il valore del nostro lavoro, sulla fatica del lavoro degli altri, sulla preziosità di chi fatica incontrando disprezzo e umiliazione, sulla sofferenza di chi è senza lavoro, di chi è lasciato a margini e di chi ha perso ogni speranza. 

Ti chiediamo di cambiare le menti e i cuori di coloro che possono orientare il sistema economico. Abbiamo appreso in questa crisi che la solidarietà è essenziale alla vita di tutti, che ogni lavoro è importante e ad ogni lavoratore e lavoratrice dovrebbe essere riconosciuto un reddito stabile che riconosca dignità all’operare insostituibile di ognuno.

Donaci di aprirci ai sentieri nuovi che il tuo Spirto suggerisce in questo tempo di dolore e di fatica, per costruire un mondo di giustizia, fraternità, sostenibilità ambientale, in cui l’operare delle mani, delle menti, dei cuori non sia per il profitto di pochi, ma per la condivisione e per la pace.

IV domenica di Pasqua – anno B – 2021

At 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

La pagina del cap. 10 di Giovanni è centrata sull’immagine del pastore: a lui sono contrapposte tre figure diverse, il ladro, l’estraneo e il mercenario. Il ladro che giunge per sottrarre e non per custodire, l’estraneo che non ha alcun rapporto di legame e affetto, il mercenario che è profittatore della situazione in vista di trarre unicamente propri vantaggi senza rapporti e coinvolgimento. 

La metafora del pastore è usata ad indicare l’identità di Gesù stesso: è il pastore che da’ la sua vita per le sue pecore. L’immagine evoca pagine del Primo testamento in cui Dio stesso è indicato come pastore che guida i suo popolo, in contrasto con le guide umane che si rivelano inadeguate e tese a sfruttare e impoverire il popolo. In queste parole possono anche essere colti echi drammatici perché vi è riferimento alla figura del servo di Jahwé: ‘non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto…si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… (Is 53,3-7). Paradossalmente la figura di colui che è sfigurato e davanti al quale ci si copre il volto è usata ad indicare il volto di Gesù, pastore ‘bello’, la cui bellezza esprime il dono della sua vita per gli altri. Il pastore indicato nel IV vangelo reca in sé i tratti del servo che si offre per tutti. Da qui la contrapposizione con il mercenario, che presta servizio fino al momento in cui ha qualcosa da guadagnare  e non coinvolge per nulla la sua vita in una relazione impegnativa.

Un primo tratto dell’immagine del pastore indica che Gesù ha fatto della sua vita un dono in un legame intenso per tutti come il pastore con il suo gregge.Il pastore conosce le sue pecore e sa che le pecore lo conoscono: ‘conoscere’ implica una relazione di vita nella reciprocità. E’ un movimento di incontro che inserisce nella relazione stessa tra il Figlio e il Padre: ‘come il Padre conosce me e io conosco il Padre’. ‘Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici’, è la chiamata ad un percorso profondo di amicizia, con lui e tra noi. Sta qui il cuore del vangelo, e costituisce il dono ed il progetto di vita che viene proposto a chi si apre all’incontro con Gesù. Gesù sta in rapporto al Padre  come figlio, vivendo il dono e l’accoglienza dell’amore; così il ‘conoscere’ che lega Gesù è coinvolgimento nell’amicizia.

Lo sguardo di Gesù va oltre ogni ovile che chiude e impedisce di vedere oltre: “ho altre pecore che non di quest’ovile”.  La sua vita è non per il privilegio di qualcuno, ma per la condivisione di tutti. La radice di un tale sguardo sta nella sua libertà radicale: ‘io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo’. A questo sguardo aperto ad altri orizzonti oltre i confini di ovili chiusi Gesù pastore spinge anche i suoi.

Alessandro Cortesi op

Oltre gli ovili

Era il 22 aprile 2001, vent’anni fa: a Strasburgo, il metropolita ortodosso Jeremias, presidente della Conferenza delle Chiese d’Europa (Kek), e il cardinale Vlk, presidente del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (Ccee), firmarono la Charta œcumenica. Il documento indicava linee guida per la crescita della collaborazione tra le Chiese in Europa. Era il frutto di un cammino che affondava le radici nelle assemblee ecumeniche svoltesi negli anni precedenti.

A Basilea, nel 1989 la prima assemblea ecumenica europea aveva visto riunirsi i cristiani di diverse confessioni che partecipavano alle trasformazioni in atto dal punto di vista politico nell’Europa in cui cadevano i muri. A Graz nel giugno 1997 si era tenuta la seconda Assemblea ecumenica europea sul tema della riconciliazione (Riconciliazione, dono di Dio e sorgente di vita nuova) e lì per la prima volta era sorta l’idea di un documento comune. A Graz si era visto non solo un incontro di vertice ma una significativa partecipazione di persone e comunità che aveva indicato l’urgenza di promuovere un ecumenismo dell’incontro tra i cristiani.

La Charta ecumenica fu preparata con la paziente opera di mons. Aldo Giordano allora segretario della CCEE e del suo ufficio, e fu redatta in collaborazione con l’Istituto per gli studi ecumenici di Strasburgo, centro dedicato alla ricerca ecumenica della Federazione Luterana mondiale. Il testo fu affidato subito dopo la firma ad un gruppo di giovani cristiani d’Europa sottolineando in tal modo che la Charta avrebbe dovuto essere una indicazione per un cammino di base e di incontro nella comune responsabilità condivisa per la testimonianza del vangelo nel nostro tempo.

Da quella primavera del 2001 molte vicende si sono susseguite in particolare a partire dal passaggi segnato dall’attacco terroristico alle torri gemelle del settembre 2001 e dalle scelte di guerra che sono state intraprese dai paesi occidentali che hanno condotto il mondo ad un’epoca di violenza diffusa e assurda.

La Charta ecumenica è stato un passaggio importante che ha espresso ufficialmente prese di posizioni e impegni di tutte le chiese nel riconoscere i doni spirituali delle diverse chiese cristiane, nel riconoscere la necessità di superare divisioni e inimicizie, nell’affermare l’unità già in atto nell’impegno comune e nel pregare insieme. Ha manifestato la assunzione di responsabilità comune nel cammino dell’Europa, ha dichiarato l’importanza di riconoscere la libertà religiosa e di coscienza, l’importanza della comunione che lega con il popolo di Israele con il quale Dio ha stipulato una eterna alleanza e dell’incontro e a tutti i livelli tra cristiani e musulmani con atteggiamento di stima. Infine è stato espresso un imepgno per la salvaguardia del creato: “… i beni della terra vengono sfrut-tati senza tener conto del loro valore intrinseco, senza considerazione per la loro limitatezza e senza riguardo per il bene delle generazioni future. Vogliamo impegnarci insieme per realizzare condizioni sostenibili di vita per l’intero creato”.

In una stagione in cui sono presenti forme di ripiegamento egoistico ed identitario ed appare come le stesse istituzioni europee non riescono ad esprimere scelte di riconoscimento di diritti umani dei migranti e di solidarietà con le popolazioni più fragili la Charta ricorda un impegno preso a livello comune: “Sul fondamento della nostra fede cristiana ci impegniamo per un’Europa umana e sociale, in cui si facciano valere i diritti umani e i valori basilari della pace, della giustizia, della libertà, della tolleranza, della partecipazione e della solidarietà”.

Ricordare oggi quel momento di impegno comune dei cristiani per il dialogo, per la pace e per realizzare l’unità visibile delle chiese come segno concreto di conversione a Cristo, di riconciliazione e di testimonianza, può essere motivo per scorgere l’urgenza nel presente di scelte, e di passi ancora non compiuti, che possano portare speranza e indicare vie concrete di profezia di pace.

Alessandro cortesi op   

III domenica di Pasqua – anno B – 2021

At 3,13-15.17-19; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

Nei discorsi riportati negli Atti degli Apostoli si possono scorgere gli schemi della prima predicazione su Gesù dopo la Pasqua. Al centro sta la testimonianza della sua morte e della risurrezione. Nel discorso a Gerusalemme Pietro pone in luce il contrasto tra l’agire degli uomini, di rifiuto e rinnegamento nell’uccidere Gesù e l’azione potente del Dio di Abramo e dei padri che non lo ha lasciato nell’oscurità della morte ma lo ha ‘rialzato’. A Lui l’Abbà, Gesù ha affidato tutta la sua vita rivolgendosi consegnandosi nel momento della morte (Lc 23,46). E il Padre lo ha risuscitato dai morti. Con il suo intervento di potenza e di vita il Padre ha portato a compimento – dice Pietro – ‘ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il Cristo sarebbe morto’.  La sofferenza, la passione e la morte di Cristo sono così viste come adempimento di quel farsi vicino di Dio all’umanità per vie ‘che non sono le vostre vie’. E pone l’esigenza di un cambiamento, di una trasformazione della vita accogliendo il Santo e il Giusto e seguendo le tracce del suo cammino.

Di questo anche parlano i racconti delle apparizioni di Gesù. Queste pagine possono essere lette come tentativo di comunicare quell’indicibile esperienza di incontro in modo nuovo con il crocifisso dopo la sua morte. E sono anche indicazioni su come possiamo incontrarlo nella nostra vita.

Luca presenta un incontro con il Risorto a Gerusalemme, là dove tutto era iniziato e dove ora gli undici insieme ad altri, sono provocati ad aprirsi ad un modo nuovo di incontrare Gesù. La prima preoccupazione sta nell’affermare che il Risorto è il medesimo  Gesù visto sulla croce e che la sua presenza è viva e reale. Gesù è veramente risorto.

Luca intende contrastare interpretazioni puramente spiritualistiche, presenti probabilmente all’interno della sua comunità di persone provenienti dalla cultura greca, di chi disprezzava la corporeità e pensava la risurrezione solamente come immortalità dell’anima. L’esperienza dell’incontro con il risorto conduce a scoprire che Gesù non è un fantasma.

Nel racconto Gesù invita a toccarlo e guardarlo, ad incontrarlo in una vita che comprende tutte le dimensioni della sua persona. ‘Sono proprio io’. Il risorto è colui che riporta in una condizione nuova anche tutto ciò che attiene alla corporeità dell’esistenza umana. In contrasto con una religiosità tutta centrata nel ‘salvare l’anima’ Gesù propone ai suoi di assumere il movimento che ha segnato tutta la sua vita, di entrare nella logica dell’incarnazione, di far continuare quella forza di trasformazione della realtà che Lui ha testimoniato nei suoi gesti di cura, di tenerezza iniziando una storia diversa segnata dall’amore che rinnova e trasforma.

Chiede di mangiare con i suoi e torna a tavola: richiama i tanti gesti di condivisione e di accoglienza degli esclusi vissuti nel suo cammino terreno nelle tavole delle case attorno alle quali radunava marginali e irregolari. In questo gesto sta il significato della condivisione e del suo stare in mezzo alla sua comunità ora in modo nuovo, che richiede uno sguardo rinnovato, e rinvia ad incontrarlo nella storia e nella vita laddove si attua la condivisione.

Gesù in mezzo ai suoi offre loro anche un’importante indicazione sui luoghi in cui ritrovare la sua presenza di Risorto. Apre infatti loro la mente all’intelligenza delle Scritture: invita a ritornare alle Scritture e scoprire il disegno di fedeltà di Dio nella storia: quello è un luogo in cui incontrare il Risorto. Il mangiare insieme e la condivisione concreta del pane della vita è ancora luogo d’incontro.

Ed ancora l’essere radunati dal suo saluto: ‘Pace a voi’. Il dono del risorto e il saluto della pasqua è il saluto della pace. E’ questo l’orizzonte entro il quale poter vivere oggi l’esperienza del Risorto che ci fa suoi testimoni.

Alessandro Cortesi op

Non sono fantasmi

Non sono un fantasma… L’incontro con Gesù risorto rinvia i discepoli a scorgere l’importanza della corporeità. L’incontro con lui passa attraverso i corpi crocifissi di quanti subiscono la violenza e l’ingiustizia come lui.

Il pensiero non può non andare a uomini e donne sottoposti nelle diverse aree del mondo a  situazioni di violazione di diritti umani fondamentali. Non sono fantasmi: chiedono e implorano di essere accolti alla tavola in cui condividere parte dei beni della terra. E’ implorazione di condividere, il pane, in questo tempo della pandemia è richiesta di condividere i vaccini che possono evitare morte e sofferenza.

Non si può tacere di fronte ad una politica  europea e italiana che continua i respingimenti di esseri umani in violazione delle norme fondamentali di rispetto dei diritti e di soccorso. Anche in questi giorni continuano a giungere notizie non solo di naufragi dei gommoni pieni di persone che tentano di raggiungere l’Europa, ma anche di respingimenti attuati contro donne, bambini trattando persone in cerca di rifugio con la violenza e il disprezzo. Tutto questo dovrebbe suscitare l’indignazione e la reazione di tutti e delle comunità cristiane in particolare proprio in questo tempo di pasqua in cui si guarda al mistero della risurrezione del crocifisso,

Anche in questi giorni è stato documentato come avvengono i respingimenti di persone inermi abbandonando alla deriva barche con persone che implorano (cfr Nello Scavo, Grecia, le immagini choc di un altro respingimento in mare, “Avvenire” 14 aprile 2021)

Mentre accade questo in Libia il poliziotto trafficnate di uomini Bija viene non solo scarcerato per mancanza di prove relativamente ed accuse connesse al traffico di esseri umani e di commercio illegale di petrolio, ma anche promosso al grado di maggiore della cosiddetta guardia costiera libica: è accusato dalla Corte dell’Aia di crimini contro i diritti umani in quanto responsabile della gestione di traffici e di violenze e torture nei campi di detenzione dove i migranti sono trattenuti e sottoposti a torture e sevizie nell’area di Zawyah. (cfr. documentazione a cura del giornalista Nello Scavo)

Il Centro Astalli non cessa di ricordare ad ogni evento il dramma di tante persone e l’urgenza di cambiare orientamento di fronte ai migranti: nel comunicato stampa del 20 gennaio 2021 si legge  “Ogni giorno ascoltiamo di torture e violenze nei racconti dei migranti che incontriamo al Centro Astalli. Dalla Libia le persone non hanno altra possibilità che tentare di fuggire: la situazione che descrivono è di un clima generalizzato di violenza e terrore. È evidente che c’è un problema molto serio di gestione delle frontiere da parte degli Stati europei e di un’inerzia intollerabile da parte delle istituzioni nazionali e sovranazionali. Le isole greche, i Balcani, la frontiera della Spagna e il Mediterraneo centrale, pur essendo contesti giuridicamente diversi, sono sempre più luoghi di morte. Non è possibile continuare a ignorare l’ecatombe che si consuma alle porte di casa nostra”.

E’ sconcertante che in questa situazione si siano ascoltate in sede di incontro ufficiale tra governo italiano e il nuovo governo libico espressioni da parte italiana di “soddisfazione per quello che fa la Libia nei salvataggi” (cfr. F.Mannocchi, Grandi affari in Libia: una torta da 450 miliardi di dollari. E l’Italia prova a giocarsi la partita, “L’Espresso”, 9 aprile 2021)

E tutto ciò mentre il governo italiano appare più preoccupato a favorire il commercio delle armi che vede in questi giorni la consegna all’Egitto della fregata multimissione Fremm, fornitura peraltro mai sottoposta alla verifica della Camera, confermando legami di interesse con un paese in cui sono in atto violazioni a livello generalizzato di diritti umani.

Scelte che favoriscono e assecondano violenza e scelte di commercio degli armamenti si manifestano in totale contrasto al riconoscere che l’umanità di Cristo va riconosciuta nei volti umani delle vittime dell’ingiustizia e dei torturati e dovrebbero suscitare un moto di reazione da parte di ogni credente in Cristo.     

Una valutazione della situazione generale aiuta anche a scorgere come sia urgente cambiare la narrazione riguardante la realtà delle migrazioni e delle richieste di asilo in Italia. Nell’ultimo anno si è registrato un calo delle richieste di asilo (-39%) e un aumento dei dinieghi: “Nel 2020 sono state presentate 26.963 domande d’asilo, in calo del 39% rispetto al 2019. Sul totale delle richieste esaminate dalle Commissioni territoriali per l’asilo (41.753), ben il 76% ha ricevuto un diniego; solo l’11,8% ha ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato e il 10,3% la protezione sussidiaria. Infine, meno del 2% ha avuto la cosiddetta ‘protezione speciale’” (Ilaria Sesana, Migrazioni quei rifugiati senza protezione, “Avvenire”, 15 aprile 2021).

Come sottolineare il prof. Maurizio Ambrosini (Chiari i dati e la realtà socio-economica. Immigrazione uguale crescita, “Avvenire” 10 aprile 2021 ) si dovrebbe radicalmente cambiare il modo di vedere la presenza dei migranti anche in questo momento di generale difficoltà nella realtà italiana. La sua analisi basata sugli studi dell’Istituto Cattaneo curato da Asher Colombo e Gianpiero Dalla Zuanna rileva innanzitutto che “dalla crisi del 2008 i flussi migratori verso l’Italia hanno perso vigore, fino a toccare nel 2020 il livello minimo degli ultimi decenni, con un saldo positivo di appena 80mila unità, nascite comprese (…) negli ultimi trent’anni gli arrivi dall’estero hanno largamente sostituito l’immigrazione interna nelle regioni centro-settentrionali, fornendo un contributo decisivo alla crescita del bacino di lavoratori manuali a disposizione di imprese e famiglie…”.

“La ‘gelata’ dell’immigrazione negli ultimi anni è una conseguenza della stagnazione dell’economia italiana. Lo sviluppo economico invece è associato all’immigrazione: la attrae, la impiega, ne trae beneficio. Già oggi l’immigrazione si concentra nelle regioni più prospere, con più occupazione e più benessere per i nativi. Basti pensare a quello che succede in ambito familiare: per ogni donna adulta di classe media che trova un lavoro stabile fuori casa, vi sono buone probabilità che a casa sua si generi almeno un mezzo posto di lavoro, e che a beneficiarne sia una donna immigrata. Se vogliamo riprendere a crescere, avremo bisogno d’immigrati. Se arriveranno, vorrà dire che avremo ripreso a crescere”.

Sono osservazioni che anche da un punto di vista di analisi della vita sociale dovrebbero far riflettere in vista di un radicale cambio di direzione nelle politiche migratorie, da orientare innanzitutto nel rispetto dei diritti umani ed in una lungimirante visione della vita sociale di un Paese e nel quadro internazionale.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Pasqua – anno B – 2021

At 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

La prima lettura presenta un quadro sintetico  della vita della primitiva comunità cristiana in cui con tratti idealizzati è descritto il comune impegno di una vita comune: la fede nel Cristo risorto genera una vita nuova condotta nella condivisione dei beni e nella testimonianza comune della risurrezione: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo ed un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune… Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano”.

Il cuore da cui scaturisce la vita di questa comunità è la risurrezione di Gesù: “Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù”.

Anche la seconda lettura pone in risalto come la fede nel Signore risorto genera una comunione con lui e con gli altri: “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato”. La fede nella risurrezione di Cristo orienta a centrare la vita nel Dio della vita. Da qui sgorga anche la corrente di un amore aperto per costruire con itinerari di fraternità. L’evento della risurrezione è germe di un mondo nuovo che sta crescendo nella storia e che chiama ad essere responsabili.

Al cuore del passo del vangelo è situata una beatitudine rivolta a tutti coloro che, senza vedere, crederanno: “Beati quelli che, pur non avendo visto crederanno” .

Il IV vangelo presenta vari itinerario del credere e qui Tommaso lo vive in rapporto alla risurrezione: è l’apostolo che, come tutti gli altri e pure a modo proprio, vive la fatica del credere e diviene esempio di un cammino. La sua esperienza è presentata come simbolo del percorso di ogni discepolo: è spinto infatti a passare da una fede tesa a trovare verifiche ed evidenze, ad un credere che si affida alla testimonianza.

In questo racconto di di apparizione di Gesù in mezzo ai suoi dopo la risurrezione due aspetti particolari sono evidenziati: il Risorto, che si presenta donando la pace e lo Spirito è il medesimo Gesù  incontrato prima della Pasqua, colui che ha vissuto la sofferenza e la morte. Non è un altro: la gloria della risurrezione non sta senza il passaggio attraverso la passione e la morte: “Detto questo, mostrò loro le mani e il costato”. Risponde al desiderio di Tommaso e fa cogliere la continuità tra il suo cammino prepasquale e la sua vita nella condizione di Risorto. Nel medesimo tempo si dà ad incontrare in mood nuovo e diversamente: la sua presenza non è come quella di prima. Ora egli chiede di essere incontrato nella fede, genera una gioia profonda nel cuore: l’incontro con lui sarà vissuto nell’accogliere la missione che egli affida e nel vivere i doni dello Spirito e della pace.

Il IV vangelo intende suggerire che gesù è il medesimo che ha percorso le strade della Palestina, che ha annunciato il regno di Dio ed è stato ucciso sulla croce, e nello stesso tempo egli è diverso, è il Risorto, che fa entrare i suoi in una nuova comunione con lui.

Come sul primo uomo Adamo Dio aveva alitato un soffio di vita (Gn 2,7), come sulle ossa aride della visione di Ezechiele era stato invocato il soffio dello Spirito per vivificare quei morti (cfr. Ez 37) così Gesù soffia sugli apostoli. Comunica loro lo Spirito quale dono della Pasqua: una nuova creazione che ha inizio. Sulla croce l’ultimo respiro di Gesù era stato la consegna dello Spirito Santo (Gv 19,30). Ora lo Spirito è donato con la missione di continuare l’opera di Gesù del perdono dei peccati.

“Come il Padre ha mandato me così anch’io mando voi”: l’invio degli apostoli ha le sue radici nella missione del Figlio da parte del Padre, affonda le sue origini nel mistero della vita trinitaria e vive nel soffio dello Spirito che è dono della Pasqua. La missione del Padre genera l’invio e manda gli apostoli ad essere continuatori dell’opera di salvezza di Cristo. Vivere nel soffio delo spirito e testimoniare la pace è per i credenti accogliere il dono della risurrezione e farsene responsabili nella storia.

Alessandro Cortesi op

L’esistenza teologica di un testimone

“C’è una casta di funzionari nella Curia romana, che non vuole accettare che una parte consistente di cattolici la pensi in maniera diversa sul controllo delle nascite, divorzio, celibato, aborto, eutanasia, relazioni ecumeniche, intercomunione. Io sono sempre stato un difensore del primato della Chiesa di Roma, però il primato deve essere pastorale, nel senso evangelico. Il primato non è per dividere, ma per unire la Chiesa” (Francesco Strazzari, Küng, il teologo dal volto umano, “SettimanaNews” 7 aprile 2021). In queste parole si può rintracciare una sintesi delle posizioni critiche che Hans Küng ha condotto nella chiesa cattolica nel suo lungo servizio teologico al popolo di Dio, inteso sempre nell’orizzonte ecumenico e del dialogo con l’umanità. Il grande teologo, uno dei maggiori del XX secolo, che ha continuato a rimanere attivo sino a poco tempo fa, ha concluso il suo cammino terreno il giorno 6 aprile u.s.

Originario del cantone di Lucerna in Svizzera, nato nel 1928 a Sursee, aveva condotto i suoi studi di filosofia e teologia al collegio Germanico e alla Gregoriana a Roma. Ordinato presbitero nel 1954 aveva proseguito gli studi poi a Parigi, all’Institut Catholique. La sua ricerca si mosse sin dagli inizi in ambiti delicati di discussione e controversie: svolse la sua tesi sul tema della giustificazione, questione che aveva diviso nei secoli cattolici e protestanti, e su tale crinale egli propose una via di dialogo e intesa possibile per superare l’atteggiamento polemico e ostile tra confessioni cristiane. Da tale lavoro nacque il libro del 1957 dal titolo La giustificazione un testo che anticipava il dialogo ecumenico ed offriva orizzonti teologici inediti in campo cattolico. La linea intrapresa nella sua ricerca vide conferma nel 1990 nella Dichiarazione congiunta cattolico-luterana sulla giustificazione.

Docente alla facoltà di teologia cattolica a Tubinga dal ‘60 venne invitato al Concilio Vaticano II come perito per la sua attitudine ecumenica. Al concilio Küng portò il contributo della  riflessione che andava maturando sulla chiesa che in quel periodo si accentrò sui temi della riforma e dell’ecumenismo. Pubblicò infatti  nel 1960 il testo Riforma della Chiesa e unità dei cristiani e successivamente La Chiesa e Infallibile? Una domanda, opera del 1970 in cui articolava una critica puntuale sul tema dell’infallibilità papale scorgendo in questo uno snodo di cambiamento da cui avviare altre trasformazioni di struttura e di vita della chiesa cattolica. Nelle sue opere manifestò il rigore di un pensiero nutrito di una conoscenza impressionante dei temi affrontati e recuperava il riferimento essenziale alla Scrittura costruendo il suo pensiero secondo un metodo ecumenico.

Margot Kässmann sua allieva, che nel 2018 all’Università di Tubinga ha tenuto il discorso in suo onore per il suo 90° compleanno così lo ricorda:  “Già nel 1977 ho ascoltato affascinata Hans Küng a Tubinga. Per noi giovani studenti, lui era un esempio, un ribelle che sosteneva le sue convinzioni. Un cattolico con un habitus da Riforma” (Margot Kässmann Profeta della critica alla Chiesa “Die Zeit” http://www.zeit.de 7 aprile 2021). E così osserva Fulvio Ferrario, decano della Facoltà valdese di teologia di Roma: “È un po’ paradossale, ma proprio leggendo lui, che voleva a tutti i costi dirsi cattolico, sono diventato protestante e anche per questo gli sono sempre stato grato.” (F.Ferrario, Hans Küng divulgatore della passione per l’Evangelohttp://www.riforma.it  7 aprile 2021).

Altre opere seguirono negli anni ’70 in cui si può scorgere il suo interesse per un recupero della centralità di Gesù Cristo nella fede a partire da un accostamento all’umanità di Gesù in Essere cristiani, l’approfondimento di domande connesse alla situazione del mondo segnato dalla secolarizzazione e dalla ricerca critica in Dio esiste? del 1978. I temi dell’escatologia videro trattazione in Vita eterna? pubblicato nel 1982. In Italia furono testi tradotti da Mondadori ed ebbero grande diffusione. Le critiche all’infallibilità papale ed altre sue posizioni che ponevano in discussione aspetti del dogma condussero al suo allontanamento dall’insegnamento: nel 1979 gli fu ritirata la licenza di insegnamento di teologia dogmatica dalla Santa Sede. Fu questo un passaggio assai doloroso nella sua vita dedicata interamente alla ricerca e al servizio teologico. Ma non smise di insegnare e continuò la sua opera nell’Istituto di teologia ecumenica che l’Università di Tubinga gli affidò e non interruppe la ricerca teologica impegnandosi nella Fondazione Weltethos con sede a Tubinga in vista di un rapporto tra le religioni per custodire l’umanità. Così annota Marcello Neri: “quella fu una stagione alta del cattolicesimo e della teologia – oggi su queste spalle non riusciamo più neanche a salire con la scala”. (M.Neri, Morto Hans Küng “SettimanaNews” del 6 aprile 2021).

A partire dagli anni ’80 indirizzò infatti la sua ricerca ad approfondire le grandi tradizioni religiose dell’umanità e ad indicare vie di dialogo interreligioso nell’orizzonte di promuovere un ecumenismo globale Sono di questa stagione alcune opere sul cristianesimo e le religioni universali con approfondimenti anche sulle religiosità orientali ed elaborò il Progetto per un ethos mondiale nel 1990. In tali lavori pur nella costatazione di differenze, ricercava le convergenze delle religioni del mondo sui grandi temi e le grandi domande sul senso della vita e della morte. In vista di un futuro possibile dell’umanità scorgeva l’importante ruolo di una fratellanza delle religioni, in qualche modo anticipando le intuizioni che papa Francesco sta conducendo nella ripresa delle istanze conciliari di una visione della pace quale orizzonte di salvezza che richiede un impegno di dialogo e di vita.

La linea guida del progetto suggerito da Küng era sintetizzata nell’affermazione: «Non vi può essere convivenza umana senza un ethos mondiale delle nazioni; non vi può essere pace tra le nazioni senza pace tra le religioni; non vi può essere pace tra le religioni se non c’è dialogo tra le religioni». Così annota Brunetto Salvarani: “In altri termini: la teologia non può che essere al servizio dell’umanità; ma una teologia al servizio dell’umanità è chiamata a porsi al servizio dell’intesa e della collaborazione tra le religioni, favorendo e praticando il dialogo interreligioso in vista della fondazione di un ethos mondiale (B. Salvarani, Addio ad Hans Küng, voce critica nella Chiesa, “Avvenire” 7 aprile 2021). Tale Progetto divenne punto di partenza su cui trovò elaborazione la Dichiarazione del Parlamento delle religioni mondiali di Chicago, nel 1993 che vide adesioni di grandi leader religiosi mondiali.

Molte opere di Küng ebbero grande diffusione ed in esse manifestò una capacità particolare di offrire elementi di riflessione in termini comprensibili anche a non addetti ai lavori, sollecitando un cammino di chiesa da salvare nella linea del rinnovamento.

Nel 2014 ha pubblicato la sua rilettura della sua lunga vita come racconto di un secolo vissuto tra passioni e speranze e nell’impegno di un pensiero teologico dai tratti di acutezza particolare e sempre capaci di comunicazione: Una battaglia lunga una vita. Idee, passioni, speranze. Il mio racconto del secolo.

Nelle sue memorie riconosceva di aver vissuto da cristiano credente con parole dense di preghiera: “Il piano secondo il quale scorre la nostra vita con tutti i suoi erramenti e sconvolgimenti lo conosci Tu solo. Non possiamo riconoscere fin da principio questa tua intenzione con noi. Non possiamo vedere, come Mosè e i Profeti, il tuo volto in questo mondo. Ma come Mosè nella cavità della roccia ha potuto vedere alle spalle il Dio che passava, così anche noi retrospettivamente possiamo riconoscere e sperimentare la tua mano, o Signore, nella nostra vita; riconoscere e sperimentare che Tu ci hai sostenuto e guidato e che ciò che noi stessi abbiamo deciso e fatto sempre di nuovo da te è stato ricondotto al bene”.  “Quando giungerò al mio eschaton, all’ultimo della mia vita, non mi aspetta il nulla, ma il tutto che è Dio. La morte è il passaggio alla vera patria, è l’ingresso nel nascondimento di Dio e nella magnificenza dell’uomo”.

Ci mancherà Hans Küng per la testimonianza della sua fede limpida, coraggiosa, capace di aprire vie nuove di pensiero e per la forza critica della sua parola unita alla fedeltà e all’insistenza a ritornare a Gesù Cristo come cammino di comunità nella sequela e di apertura all’incontro con l’umanità.

Alessandro Cortesi op

Domenica di Pasqua 2021

At 10,34.37-43; 1Cor 5,6-8; Mc 16,1-8

“…non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Purificatevi buttando via il lievito vecchio per essere pasta nuova, voi che siete pani azzimi. Cristo, nostra Pasqua è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito della cattiveria e della malvagità ma con i pani azzimi della sincerità e della verità”

Paolo invita i corinzi a non fuggire dal mondo coltivando estraneità alla storia e alla realtà, altrimenti ‘dovreste isolarvi dal mondo’ (1Cor 5,10). Egli invita piuttosto a vivere dentro le situazioni conflittuali e  complesse testimoniando la vita nuova che è dono della Pasqua.

Per affermare questo Paolo utilizza elementi tratti dai riti della Pasqua presenti nella tradizione ebraica. I pani non lievitati, o pani azzimi, costituivano il cibo della settimana che iniziava con il giorno di Pasqua. L’eliminazione di ogni traccia di pane lievitato dalle case nei giorni prima di Pasqua – operazione in cui anche i bambini venivano coinvolti svolgendo così una pedagogia per via di esperienza – stava a significare la novità e la liberazione: il lievito che marcisce e si corrompe è simbolo del peccato da cui guardarsi per non farsi ancora rendere schiavi. Anche Gesù aveva utilizzato questo simbolo, nel suo discorso sul lago: ‘fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode’ (Mc 8,15).

Il pane pasquale doveva essere senza lievito, azzimo, come il pane da mangiarsi nella Pasqua di Israele stabilizzato nella terra di Canaan e dedito all’agricoltura (cfr. Es 13,7). La festa di Pasqua in Isreale ad un certo pounto passa dall’essere una festa familiare in ricordo del momento dell’esodo a divenire festa nazionale con il suo centro a Gerusalemme, festa di primavera in cui i pani azzimi si affiancano all’agnello, tipico della festa dei pastori nomadi nel deserto (attestata in Es 12,21-23.29-39).

Facendo riferimento ai pani azzimi Paolo indica la nuova condizione dei cristiani con l’utilizzo di un verbo all’indicativo: ‘siete pani azzimi’. Sta qui la nuova condizione della comunità nata dalla Pasqua di Gesù. E subito richiama agli orizzonti di responsabilità che si aprono nel presente: ‘diventate pasta nuova’ (1Cor 5,7). Dall’indicativo di una vita nuova sorge l’imperativo della testimonianza. Sta qui il cuore dell’annuncio della libertà del credente, che si situa come dono di liberazione e sorgente di responsabilità.

Paolo ricorda la fonte di questa novità: ‘Cristo, nostra Pasqua è stato immolato’. Il riferimento è ora all’agnello, elemento centrale della festa di pasqua nella tradizione più antica nomadica che doveva essere immolato e consumato nelle famiglie: Paolo scorge in Gesù il nuovo agnello che nella Pasqua è passato nella morte ed è risorto. Da lui trae origine la novità della vita: da lui è generata la vita di coloro che lo accolgono. Sono chiamati a stare dentro il mondo testimoniando uno stile di vita nuovo, lottando contro l’ingiustizia e ogni disprezzo dell’altro. La nostra Pasqua è Cristo, vivente, che ci ha donato una vita nuova e ci fa partecipi della sua risurrezione.

Alessandro Cortesi op

Una proposta di preghiera per il sabato santo

In questo tempo di pandemia in cui per molti non è possibile né consigliabile la partecipazione alle celebrazioni comunitarie abbiamo pensato di proporre un momento di preghiera per il sabato santo: è uno schema che può essere utilizzato sia come celebrazione domestica, sia eventualmente in momenti comunitari, in presenza o a distanza.

A questo link si può vedere una riflessione di commento alla Crocifissione bianca di Marc Chagall

A questo link si può scaricare la proposta integrale di un momento di preghiera per il sabato santo

Triduo pasquale

Da tramonto a tramonto: è questo il ritmo dei tre giorni in cui riviviamo la Pasqua d’Israele, la Pasqua di Gesù e la Pasqua della chiesa/mondo.

Il primo giorno va dalla sera di giovedì alla sera di venerdì: è la Pasqua del rito e della memoria storica, del percorso dell’Esodo di un popolo oppresso che scopre la presenza di Dio come liberatore che ascolta le grida degli oppressi e scende per liberarli. E’ la memoria del gesto di Gesù che ha detto tutta la sua vita nel distribuire un pane spezzato e un calice di vino a tavola con i suoi.

Il secondo giorno è la Pasqua come attesa dell’Ultimo: dalla sera del venerdì alla sera del sabato è il tempo del silenzio; è la Pasqua escatologica. Il silenzio accompagna il Signore che dorme ma questo tempo sospeso è anche attesa di quella discesa del crocifisso che vuole raggiungere le profondità di ogni oscurità e di ogni male per farvi giungere il raggio dell’amore inaudito che salva e porta speranza per tutti. La morte non è l’ultima parola della vita.

Il terzo giorno è dalla veglia del sabato al giorno della domenica: è la Pasqua dei cristiani, dell’umanità chiamata ad accogliere il dono di novità e di vita, della creazione stessa che venuta dalle mani di Dio è rinnovata e troverà compimento in una vita nuova.

Ognuno di questi giorni è Pasqua ed è una festa che si prolunga nel primo giorno della settimana e trova continuazione per cinquanta giorni. Cinquanta giorni in cui il saluto del benvenuto e dell’incontro è ‘Cristo è risorto!…. veramente è risorto’. Da qui la speranza per la vita. Da lui la radice di ogni impegno per vivere come lui la solidarietà con i dimenticati e gli afflitti della storia.

A Pasqua ricordiamo il battesimo come sorgente di una identità che nasce in una relazione e non potrà mai pensarsi senza relazione e apertura all’altro: “non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rom 6,3-4). Il battesimo è innesto e affidamento di un seme di vita nella terra del cuore.

C’è una dimensione comunitaria della vita nel rapporto con Gesù che è richiamata dal giovedì santo: si apre il dono di quel sacerdozio che è il sacerdozio della vita e dell’esistenza, il partecipare della missione di Gesù come messia. Paretcipi del suo annuncio: essere profeti nel quotidiano. Partecipi del suo essere re: responsabili negli ambiti di vita dell’impegno nella storia. Partecipi del suo essere sacerdote: lui, unico sacerdote ci affida il compito di portare la vita, il cammino umano a Dio in un sacerdozio di tutte e tutti nel popolo di Dio che è convocazione di umanità.

Nel venerdì riscopriamo la radice in Cristo del battesimo che abbiamo ricevuto: è Cristo, e questi crocifisso, il riferimento fondamentale e la sorgente della nostra vita in Lui.

Nella veglia pasquale e nella domenica che annuncia annuncia la domenica senza tramonto siamo invitati a scorgere l’orizzonte ultimo di una identità che è radicata nel dono di Gesù e si apre alla missione che da lui viene: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture…” (Mt 10,8-9). Nel ‘frattempo’ del nostro cammino sulla terra non dobbiamo perdere di vista l’orizzonte ultimo di un incontro che non lascerà andare perduto nulla di ogni frammento di bene, di cura, di parole buone e di accoglienza seminato e ricevuto nel tempo della vita. Per questo Pasqua è tempo di rinnovamento e di speranza.

Alessandro Cortesi op

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