la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

II domenica di Pasqua – anno B – 2021

At 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

La prima lettura presenta un quadro sintetico  della vita della primitiva comunità cristiana in cui con tratti idealizzati è descritto il comune impegno di una vita comune: la fede nel Cristo risorto genera una vita nuova condotta nella condivisione dei beni e nella testimonianza comune della risurrezione: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo ed un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune… Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano”.

Il cuore da cui scaturisce la vita di questa comunità è la risurrezione di Gesù: “Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù”.

Anche la seconda lettura pone in risalto come la fede nel Signore risorto genera una comunione con lui e con gli altri: “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato”. La fede nella risurrezione di Cristo orienta a centrare la vita nel Dio della vita. Da qui sgorga anche la corrente di un amore aperto per costruire con itinerari di fraternità. L’evento della risurrezione è germe di un mondo nuovo che sta crescendo nella storia e che chiama ad essere responsabili.

Al cuore del passo del vangelo è situata una beatitudine rivolta a tutti coloro che, senza vedere, crederanno: “Beati quelli che, pur non avendo visto crederanno” .

Il IV vangelo presenta vari itinerario del credere e qui Tommaso lo vive in rapporto alla risurrezione: è l’apostolo che, come tutti gli altri e pure a modo proprio, vive la fatica del credere e diviene esempio di un cammino. La sua esperienza è presentata come simbolo del percorso di ogni discepolo: è spinto infatti a passare da una fede tesa a trovare verifiche ed evidenze, ad un credere che si affida alla testimonianza.

In questo racconto di di apparizione di Gesù in mezzo ai suoi dopo la risurrezione due aspetti particolari sono evidenziati: il Risorto, che si presenta donando la pace e lo Spirito è il medesimo Gesù  incontrato prima della Pasqua, colui che ha vissuto la sofferenza e la morte. Non è un altro: la gloria della risurrezione non sta senza il passaggio attraverso la passione e la morte: “Detto questo, mostrò loro le mani e il costato”. Risponde al desiderio di Tommaso e fa cogliere la continuità tra il suo cammino prepasquale e la sua vita nella condizione di Risorto. Nel medesimo tempo si dà ad incontrare in mood nuovo e diversamente: la sua presenza non è come quella di prima. Ora egli chiede di essere incontrato nella fede, genera una gioia profonda nel cuore: l’incontro con lui sarà vissuto nell’accogliere la missione che egli affida e nel vivere i doni dello Spirito e della pace.

Il IV vangelo intende suggerire che gesù è il medesimo che ha percorso le strade della Palestina, che ha annunciato il regno di Dio ed è stato ucciso sulla croce, e nello stesso tempo egli è diverso, è il Risorto, che fa entrare i suoi in una nuova comunione con lui.

Come sul primo uomo Adamo Dio aveva alitato un soffio di vita (Gn 2,7), come sulle ossa aride della visione di Ezechiele era stato invocato il soffio dello Spirito per vivificare quei morti (cfr. Ez 37) così Gesù soffia sugli apostoli. Comunica loro lo Spirito quale dono della Pasqua: una nuova creazione che ha inizio. Sulla croce l’ultimo respiro di Gesù era stato la consegna dello Spirito Santo (Gv 19,30). Ora lo Spirito è donato con la missione di continuare l’opera di Gesù del perdono dei peccati.

“Come il Padre ha mandato me così anch’io mando voi”: l’invio degli apostoli ha le sue radici nella missione del Figlio da parte del Padre, affonda le sue origini nel mistero della vita trinitaria e vive nel soffio dello Spirito che è dono della Pasqua. La missione del Padre genera l’invio e manda gli apostoli ad essere continuatori dell’opera di salvezza di Cristo. Vivere nel soffio delo spirito e testimoniare la pace è per i credenti accogliere il dono della risurrezione e farsene responsabili nella storia.

Alessandro Cortesi op

L’esistenza teologica di un testimone

“C’è una casta di funzionari nella Curia romana, che non vuole accettare che una parte consistente di cattolici la pensi in maniera diversa sul controllo delle nascite, divorzio, celibato, aborto, eutanasia, relazioni ecumeniche, intercomunione. Io sono sempre stato un difensore del primato della Chiesa di Roma, però il primato deve essere pastorale, nel senso evangelico. Il primato non è per dividere, ma per unire la Chiesa” (Francesco Strazzari, Küng, il teologo dal volto umano, “SettimanaNews” 7 aprile 2021). In queste parole si può rintracciare una sintesi delle posizioni critiche che Hans Küng ha condotto nella chiesa cattolica nel suo lungo servizio teologico al popolo di Dio, inteso sempre nell’orizzonte ecumenico e del dialogo con l’umanità. Il grande teologo, uno dei maggiori del XX secolo, che ha continuato a rimanere attivo sino a poco tempo fa, ha concluso il suo cammino terreno il giorno 6 aprile u.s.

Originario del cantone di Lucerna in Svizzera, nato nel 1928 a Sursee, aveva condotto i suoi studi di filosofia e teologia al collegio Germanico e alla Gregoriana a Roma. Ordinato presbitero nel 1954 aveva proseguito gli studi poi a Parigi, all’Institut Catholique. La sua ricerca si mosse sin dagli inizi in ambiti delicati di discussione e controversie: svolse la sua tesi sul tema della giustificazione, questione che aveva diviso nei secoli cattolici e protestanti, e su tale crinale egli propose una via di dialogo e intesa possibile per superare l’atteggiamento polemico e ostile tra confessioni cristiane. Da tale lavoro nacque il libro del 1957 dal titolo La giustificazione un testo che anticipava il dialogo ecumenico ed offriva orizzonti teologici inediti in campo cattolico. La linea intrapresa nella sua ricerca vide conferma nel 1990 nella Dichiarazione congiunta cattolico-luterana sulla giustificazione.

Docente alla facoltà di teologia cattolica a Tubinga dal ‘60 venne invitato al Concilio Vaticano II come perito per la sua attitudine ecumenica. Al concilio Küng portò il contributo della  riflessione che andava maturando sulla chiesa che in quel periodo si accentrò sui temi della riforma e dell’ecumenismo. Pubblicò infatti  nel 1960 il testo Riforma della Chiesa e unità dei cristiani e successivamente La Chiesa e Infallibile? Una domanda, opera del 1970 in cui articolava una critica puntuale sul tema dell’infallibilità papale scorgendo in questo uno snodo di cambiamento da cui avviare altre trasformazioni di struttura e di vita della chiesa cattolica. Nelle sue opere manifestò il rigore di un pensiero nutrito di una conoscenza impressionante dei temi affrontati e recuperava il riferimento essenziale alla Scrittura costruendo il suo pensiero secondo un metodo ecumenico.

Margot Kässmann sua allieva, che nel 2018 all’Università di Tubinga ha tenuto il discorso in suo onore per il suo 90° compleanno così lo ricorda:  “Già nel 1977 ho ascoltato affascinata Hans Küng a Tubinga. Per noi giovani studenti, lui era un esempio, un ribelle che sosteneva le sue convinzioni. Un cattolico con un habitus da Riforma” (Margot Kässmann Profeta della critica alla Chiesa “Die Zeit” http://www.zeit.de 7 aprile 2021). E così osserva Fulvio Ferrario, decano della Facoltà valdese di teologia di Roma: “È un po’ paradossale, ma proprio leggendo lui, che voleva a tutti i costi dirsi cattolico, sono diventato protestante e anche per questo gli sono sempre stato grato.” (F.Ferrario, Hans Küng divulgatore della passione per l’Evangelohttp://www.riforma.it  7 aprile 2021).

Altre opere seguirono negli anni ’70 in cui si può scorgere il suo interesse per un recupero della centralità di Gesù Cristo nella fede a partire da un accostamento all’umanità di Gesù in Essere cristiani, l’approfondimento di domande connesse alla situazione del mondo segnato dalla secolarizzazione e dalla ricerca critica in Dio esiste? del 1978. I temi dell’escatologia videro trattazione in Vita eterna? pubblicato nel 1982. In Italia furono testi tradotti da Mondadori ed ebbero grande diffusione. Le critiche all’infallibilità papale ed altre sue posizioni che ponevano in discussione aspetti del dogma condussero al suo allontanamento dall’insegnamento: nel 1979 gli fu ritirata la licenza di insegnamento di teologia dogmatica dalla Santa Sede. Fu questo un passaggio assai doloroso nella sua vita dedicata interamente alla ricerca e al servizio teologico. Ma non smise di insegnare e continuò la sua opera nell’Istituto di teologia ecumenica che l’Università di Tubinga gli affidò e non interruppe la ricerca teologica impegnandosi nella Fondazione Weltethos con sede a Tubinga in vista di un rapporto tra le religioni per custodire l’umanità. Così annota Marcello Neri: “quella fu una stagione alta del cattolicesimo e della teologia – oggi su queste spalle non riusciamo più neanche a salire con la scala”. (M.Neri, Morto Hans Küng “SettimanaNews” del 6 aprile 2021).

A partire dagli anni ’80 indirizzò infatti la sua ricerca ad approfondire le grandi tradizioni religiose dell’umanità e ad indicare vie di dialogo interreligioso nell’orizzonte di promuovere un ecumenismo globale Sono di questa stagione alcune opere sul cristianesimo e le religioni universali con approfondimenti anche sulle religiosità orientali ed elaborò il Progetto per un ethos mondiale nel 1990. In tali lavori pur nella costatazione di differenze, ricercava le convergenze delle religioni del mondo sui grandi temi e le grandi domande sul senso della vita e della morte. In vista di un futuro possibile dell’umanità scorgeva l’importante ruolo di una fratellanza delle religioni, in qualche modo anticipando le intuizioni che papa Francesco sta conducendo nella ripresa delle istanze conciliari di una visione della pace quale orizzonte di salvezza che richiede un impegno di dialogo e di vita.

La linea guida del progetto suggerito da Küng era sintetizzata nell’affermazione: «Non vi può essere convivenza umana senza un ethos mondiale delle nazioni; non vi può essere pace tra le nazioni senza pace tra le religioni; non vi può essere pace tra le religioni se non c’è dialogo tra le religioni». Così annota Brunetto Salvarani: “In altri termini: la teologia non può che essere al servizio dell’umanità; ma una teologia al servizio dell’umanità è chiamata a porsi al servizio dell’intesa e della collaborazione tra le religioni, favorendo e praticando il dialogo interreligioso in vista della fondazione di un ethos mondiale (B. Salvarani, Addio ad Hans Küng, voce critica nella Chiesa, “Avvenire” 7 aprile 2021). Tale Progetto divenne punto di partenza su cui trovò elaborazione la Dichiarazione del Parlamento delle religioni mondiali di Chicago, nel 1993 che vide adesioni di grandi leader religiosi mondiali.

Molte opere di Küng ebbero grande diffusione ed in esse manifestò una capacità particolare di offrire elementi di riflessione in termini comprensibili anche a non addetti ai lavori, sollecitando un cammino di chiesa da salvare nella linea del rinnovamento.

Nel 2014 ha pubblicato la sua rilettura della sua lunga vita come racconto di un secolo vissuto tra passioni e speranze e nell’impegno di un pensiero teologico dai tratti di acutezza particolare e sempre capaci di comunicazione: Una battaglia lunga una vita. Idee, passioni, speranze. Il mio racconto del secolo.

Nelle sue memorie riconosceva di aver vissuto da cristiano credente con parole dense di preghiera: “Il piano secondo il quale scorre la nostra vita con tutti i suoi erramenti e sconvolgimenti lo conosci Tu solo. Non possiamo riconoscere fin da principio questa tua intenzione con noi. Non possiamo vedere, come Mosè e i Profeti, il tuo volto in questo mondo. Ma come Mosè nella cavità della roccia ha potuto vedere alle spalle il Dio che passava, così anche noi retrospettivamente possiamo riconoscere e sperimentare la tua mano, o Signore, nella nostra vita; riconoscere e sperimentare che Tu ci hai sostenuto e guidato e che ciò che noi stessi abbiamo deciso e fatto sempre di nuovo da te è stato ricondotto al bene”.  “Quando giungerò al mio eschaton, all’ultimo della mia vita, non mi aspetta il nulla, ma il tutto che è Dio. La morte è il passaggio alla vera patria, è l’ingresso nel nascondimento di Dio e nella magnificenza dell’uomo”.

Ci mancherà Hans Küng per la testimonianza della sua fede limpida, coraggiosa, capace di aprire vie nuove di pensiero e per la forza critica della sua parola unita alla fedeltà e all’insistenza a ritornare a Gesù Cristo come cammino di comunità nella sequela e di apertura all’incontro con l’umanità.

Alessandro Cortesi op

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