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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

IV domenica di Pasqua – anno B – 2021

At 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

La pagina del cap. 10 di Giovanni è centrata sull’immagine del pastore: a lui sono contrapposte tre figure diverse, il ladro, l’estraneo e il mercenario. Il ladro che giunge per sottrarre e non per custodire, l’estraneo che non ha alcun rapporto di legame e affetto, il mercenario che è profittatore della situazione in vista di trarre unicamente propri vantaggi senza rapporti e coinvolgimento. 

La metafora del pastore è usata ad indicare l’identità di Gesù stesso: è il pastore che da’ la sua vita per le sue pecore. L’immagine evoca pagine del Primo testamento in cui Dio stesso è indicato come pastore che guida i suo popolo, in contrasto con le guide umane che si rivelano inadeguate e tese a sfruttare e impoverire il popolo. In queste parole possono anche essere colti echi drammatici perché vi è riferimento alla figura del servo di Jahwé: ‘non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto…si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… (Is 53,3-7). Paradossalmente la figura di colui che è sfigurato e davanti al quale ci si copre il volto è usata ad indicare il volto di Gesù, pastore ‘bello’, la cui bellezza esprime il dono della sua vita per gli altri. Il pastore indicato nel IV vangelo reca in sé i tratti del servo che si offre per tutti. Da qui la contrapposizione con il mercenario, che presta servizio fino al momento in cui ha qualcosa da guadagnare  e non coinvolge per nulla la sua vita in una relazione impegnativa.

Un primo tratto dell’immagine del pastore indica che Gesù ha fatto della sua vita un dono in un legame intenso per tutti come il pastore con il suo gregge.Il pastore conosce le sue pecore e sa che le pecore lo conoscono: ‘conoscere’ implica una relazione di vita nella reciprocità. E’ un movimento di incontro che inserisce nella relazione stessa tra il Figlio e il Padre: ‘come il Padre conosce me e io conosco il Padre’. ‘Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici’, è la chiamata ad un percorso profondo di amicizia, con lui e tra noi. Sta qui il cuore del vangelo, e costituisce il dono ed il progetto di vita che viene proposto a chi si apre all’incontro con Gesù. Gesù sta in rapporto al Padre  come figlio, vivendo il dono e l’accoglienza dell’amore; così il ‘conoscere’ che lega Gesù è coinvolgimento nell’amicizia.

Lo sguardo di Gesù va oltre ogni ovile che chiude e impedisce di vedere oltre: “ho altre pecore che non di quest’ovile”.  La sua vita è non per il privilegio di qualcuno, ma per la condivisione di tutti. La radice di un tale sguardo sta nella sua libertà radicale: ‘io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo’. A questo sguardo aperto ad altri orizzonti oltre i confini di ovili chiusi Gesù pastore spinge anche i suoi.

Alessandro Cortesi op

Oltre gli ovili

Era il 22 aprile 2001, vent’anni fa: a Strasburgo, il metropolita ortodosso Jeremias, presidente della Conferenza delle Chiese d’Europa (Kek), e il cardinale Vlk, presidente del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (Ccee), firmarono la Charta œcumenica. Il documento indicava linee guida per la crescita della collaborazione tra le Chiese in Europa. Era il frutto di un cammino che affondava le radici nelle assemblee ecumeniche svoltesi negli anni precedenti.

A Basilea, nel 1989 la prima assemblea ecumenica europea aveva visto riunirsi i cristiani di diverse confessioni che partecipavano alle trasformazioni in atto dal punto di vista politico nell’Europa in cui cadevano i muri. A Graz nel giugno 1997 si era tenuta la seconda Assemblea ecumenica europea sul tema della riconciliazione (Riconciliazione, dono di Dio e sorgente di vita nuova) e lì per la prima volta era sorta l’idea di un documento comune. A Graz si era visto non solo un incontro di vertice ma una significativa partecipazione di persone e comunità che aveva indicato l’urgenza di promuovere un ecumenismo dell’incontro tra i cristiani.

La Charta ecumenica fu preparata con la paziente opera di mons. Aldo Giordano allora segretario della CCEE e del suo ufficio, e fu redatta in collaborazione con l’Istituto per gli studi ecumenici di Strasburgo, centro dedicato alla ricerca ecumenica della Federazione Luterana mondiale. Il testo fu affidato subito dopo la firma ad un gruppo di giovani cristiani d’Europa sottolineando in tal modo che la Charta avrebbe dovuto essere una indicazione per un cammino di base e di incontro nella comune responsabilità condivisa per la testimonianza del vangelo nel nostro tempo.

Da quella primavera del 2001 molte vicende si sono susseguite in particolare a partire dal passaggi segnato dall’attacco terroristico alle torri gemelle del settembre 2001 e dalle scelte di guerra che sono state intraprese dai paesi occidentali che hanno condotto il mondo ad un’epoca di violenza diffusa e assurda.

La Charta ecumenica è stato un passaggio importante che ha espresso ufficialmente prese di posizioni e impegni di tutte le chiese nel riconoscere i doni spirituali delle diverse chiese cristiane, nel riconoscere la necessità di superare divisioni e inimicizie, nell’affermare l’unità già in atto nell’impegno comune e nel pregare insieme. Ha manifestato la assunzione di responsabilità comune nel cammino dell’Europa, ha dichiarato l’importanza di riconoscere la libertà religiosa e di coscienza, l’importanza della comunione che lega con il popolo di Israele con il quale Dio ha stipulato una eterna alleanza e dell’incontro e a tutti i livelli tra cristiani e musulmani con atteggiamento di stima. Infine è stato espresso un imepgno per la salvaguardia del creato: “… i beni della terra vengono sfrut-tati senza tener conto del loro valore intrinseco, senza considerazione per la loro limitatezza e senza riguardo per il bene delle generazioni future. Vogliamo impegnarci insieme per realizzare condizioni sostenibili di vita per l’intero creato”.

In una stagione in cui sono presenti forme di ripiegamento egoistico ed identitario ed appare come le stesse istituzioni europee non riescono ad esprimere scelte di riconoscimento di diritti umani dei migranti e di solidarietà con le popolazioni più fragili la Charta ricorda un impegno preso a livello comune: “Sul fondamento della nostra fede cristiana ci impegniamo per un’Europa umana e sociale, in cui si facciano valere i diritti umani e i valori basilari della pace, della giustizia, della libertà, della tolleranza, della partecipazione e della solidarietà”.

Ricordare oggi quel momento di impegno comune dei cristiani per il dialogo, per la pace e per realizzare l’unità visibile delle chiese come segno concreto di conversione a Cristo, di riconciliazione e di testimonianza, può essere motivo per scorgere l’urgenza nel presente di scelte, e di passi ancora non compiuti, che possano portare speranza e indicare vie concrete di profezia di pace.

Alessandro cortesi op   

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