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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

VI domenica di Pasqua – anno B – 2021

At 10,25-27.34-35.44-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

‘Alzati anch’io sono un uomo’. In queste parole Pietro racchiude una scoperta e l’apertura di un nuovo orizzonte di vita. Ha accolto l’ispirazione dello Spirito Santo ad uscire dalla sua casa per entrare in quella del pagano Cornelio per lui lontano e straniero. Vive innanzitutto un ascolto alle spinte dello Spirito santo scoprendo che Dio chiama ad uscire. Scopre anche di essere chiamato ad incontrare oltrepassando barriere, a considerare che nessuno è escluso dallo sguardo di benedizione di Dio.

Quando poi entra nella casa del pagano Cornelio, aprendosi all’incontro con l’altro fa una ulteriore grande scoperta: ‘anch’io sono un uomo’. Una medesima condizione li accomuna nel medesimo cammino umano. E’ cammino segnato dalla presenza dello Spirito che agisce nei cuori, suscita percorsi d’incontro, apre a riconoscere che l’incontrarsi stesso è luogo di esperienza della fede nel Risorto.

Pietro avvertiva nella sua vita la responsabilità di essere testimone di Gesù e del vangelo: scopre che lo Spirito precede ogni progetto e iniziativa e che il suo essere testimone si attua nel riconoscere l’agire di Dio che non fa preferenze di persone. Scopre così che segue Gesù chi segue i sentieri della giustizia e che lo sguardo di Dio è ben più ampio di quello degli uomini. Chi nella sua vita è orientato alla ricerca del senso profondo dell’esistenza, chi ascolta la voce della coscienza dove Dio parla, chi si lascia illuminare dalla luce della ricerca del bene, della giustizia, chi vive gesti di dedizione e servizio è accolto da Dio: Dio non fa preferenze. Chi pratica la giustizia nella sua esistenza attua la parola di Gesù anche senza averlo conosciuto. Pietro scopre così che lo Spirito di Gesù opera al di fuori delle frontiere in cui si cerca di definire la comunità stessa. E’ bellissima questa pagina, di scoperte e capovolgimenti: non racconta infatti solamente la conversione di Cornelio che si fa battezzare, lui con tutta la sua famiglia, ma narra anche la conversione di Pietro, che si apre alla meravigliosa scoperta che Dio ha un disegno di salvezza oltre ogni confine. A Pietro si apre anche un altro modo di concepire il mandato ricevuto da Gesù: la missione non è fare qualcosa ma lasciarsi coinvolgere nel movimento dello Spirito che la precede.

‘Rimanere’ è idea che percorre tutto il IV vangelo. Al cuore della vita umana sta un desiderio di relazione, in Dio e con gli altri. L’immagine della vite, in cui scorra un’unica linfa che unisce i tralci, manifesta questo. Rimanere nell’amore di Gesù, come i tralci sono inseriti nella vite, è chiamata ad un incontro intimo e personale con lui: la chiamata al cuore della vita cristiana è un rapporto personale profondo ed è insieme evento comunitario. Gesù usa i termini dell’amicizia: Vi ho chiamati amici. Rimanere in lui apre allora all’esperienza dell’amicizia e della relazione. Osservare i comandamenti si traduce nel rendere testimonianza del dono di amicizia da lui ricevuta.

Alessandro Cortesi op

Battesimo di Cristo (part.) – Verona chiesa di san Fermo

Dalla dottrina all’esistenza

Il recente Responsum della Congregazione per la dottrina della fede sulle benedizioni delle persone dello stesso sesso (https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2021/03/15/0157/00330.html) ha generato un ampio dibattito. Alcune voci hanno sollevato critiche puntuali ad esso.

Mons. Johan Bonny che ha partecipato al Sinodo dei vescovi del 2015 ha scritto “Voglio chiedere scusa a tutti coloro per i quali questa risposta è dolorosa e incomprensibile: le coppie omosessuali credenti e impegnate nella fede cattolica; genitori e nonni di coppie omosessuali e dei loro figli; operatori pastorali e accompagnatori di coppie omosessuali. Il loro dolore per la Chiesa è oggi il mio dolore. Il responsum manca di cura e attenzione pastorale, di fondamento scientifico, della sfumatura teologica e della precauzione etica che erano presenti nei padri sinodali che hanno approvato le conclusioni finali del Sinodo. Qui è all’opera un diverso processo di consultazione e di decisione. A titolo di esempio, vorrei citare solo tre passaggi.

Affetti stabili In primo luogo, il paragrafo nel quale si afferma che nel piano di Dio non c’è la minima possibilità di somiglianza e nemmeno di analogia tra il matrimonio eterosessuale e quello omosessuale. Conosco personalmente coppie dello stesso sesso, sposate civilmente, con figli, che sono famiglie calde e stabili e sono attivamente coinvolte nella vita della loro parrocchia. Alcuni di loro sono anche attivi a tempo pieno come assistenti pastorali o responsabili in varie aree della vita della Chiesa. Sono particolarmente grato a loro. Chi potrebbe negare che non c’è alcuna somiglianza o analogia con il matrimonio eterosessuale? Al Sinodo la falsità fattuale di una simile posizione è stata ripetutamente sottolineata.

Disinvoltura col peccato In secondo luogo, il concetto di “peccato”. I paragrafi finali tirano fuori l’artiglieria morale più pesante. La logica è chiara: Dio non può approvare il peccato; le coppie omosessuali vivono nel peccato; quindi la Chiesa non può benedire la loro relazione. Questo è esattamente il linguaggio che i padri sinodali non hanno voluto usare, sia in questo che in altri casi sotto il titolo generale di situazioni cosiddette “irregolari”. Questo non è il linguaggio di Amoris laetitia, l’esortazione di papa Francesco del 2016. Il “peccato” è una delle categorie teologiche e morali più difficili; e quindi una delle ultime a dover essere applicata alle persone e al modo di condividere la loro vita. E certamente non va fatto su categorie di persone in generale. (…)

Di quale liturgia parliamo? Infine, il concetto di “liturgia”. Questo mi mette ancora più in imbarazzo come vescovo e teologo. A causa della loro relazione, le coppie omosessuali non sono degne di partecipare alla preghiera liturgica o di ricevere una benedizione liturgica. Da quale nascondiglio ideologico è uscita questa affermazione sulla “verità del rito liturgico”? Di nuovo, questa chiaramente non era la dinamica del Sinodo. Si è parlato ripetutamente di rituali e gesti appropriati per includere le coppie omosessuali, anche in ambito liturgico. Certo, questo rispettando la distinzione teologica e pastorale tra un matrimonio sacramentale e la benedizione di una relazione”. (J.Bonny, Provo vergogna per la mia chiesa, “SettimanaNews” del 19 marzo 2021 ripreso dal sito Cathobel).

Dopo il no del Vaticano alla benedizione delle coppie dello stesso sesso, nove docenti della facoltà di teologia cattolica dell’Università di Regensburg si sono espressi con una dichiarazione (https://www.kirche-und-leben.de/artikel/regensburger-theologen-zu-segnung-lehramt-muss-besser-argumentieren). In essa affermano: “La teologia non ha solo il compito di apprezzare le posizioni del magistero, ma anche il dovere di interrogarle criticamente…. Allo stesso tempo ci si può aspettare dal magistero di “ascoltare le domande pressanti delle chiese locali e di entrare in dialogo”. Se le decisioni vengono prese per cercare di porre fine a discussioni che non sono nemmeno apprezzate nella loro urgenza e complessità, può solo portare a frustrazione e amarezza, ha detto. “Questo è esattamente quello che stiamo vivendo ora”. (…) nell'”acceso dibattito” sull’ultima lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede, si sono concentrate molte questioni teologiche sull’autorità della Chiesa, la dottrina e la pratica che erano state represse per molto tempo. Inoltre, è emerso un bisogno pastorale. Di conseguenza, si deve rispondere come la chiesa possa portare i valori cristiani o l’importanza del matrimonio e della famiglia senza svalutare altri modi di vita o discriminare le persone. Si pone anche la questione dove la Scrittura, la tradizione e il senso della fede offrono la possibilità di comprendere la sessualità in tutta la sua ampiezza, “senza restringerla alla dimensione della trasmissione della vita, per quanto importante possa essere”. Inoltre si doveva discutere se anche gli orientamenti diversi da quello eterosessuale avessero un posto nella creazione di Dio fin dall’inizio, o se fossero interpretati in modo problematico come “disordinati” come conseguenza del peccato originale. (…) Si pone anche la questione come la chiesa intende i suoi sacramenti e sacramentali: “I sacramentali sono da interpretare principalmente come imitazioni dei sacramenti, o non rendono anch’essi, in virtù della preghiera di intercessione della chiesa, la grazia di Dio visibile a modo loro?”

Entrando nel dibattito aperto sulle pagine dell’Osservatore Romano, in dialogo con un contributo del prof Maurizio Cozzoli è intervenuto il prof Cosimo Scordato, docente di teologia sacramentaria a Palermo offrendo puntuali annotazioni scrivendo: “Il prof. Mauro Cozzoli nell’articolo pubblicato sull’OR analizza due serie di osservazioni critiche, che sono state rivolte al Responsum della Congregazione; la prima serie è relativa al tema dell’amore omosessuale, la seconda serie è relativa al tema della misericordia e della verità. Nel passaggio dall’una all’altra l’autore è disposto a recepire quanto segue. Egli riconosce a una coppia omosessuale la dimensione dell’amore; ma essa, caratterizzata dalla finalità puramente unitiva e dalla esclusione (almeno dalla impossibilità di inclusione) di quella generativa, risulta compromessa perché l’esercizio della sessualità è consentito solo all’interno della relazione matrimoniale. Leggiamo testualmente: “Non si può negare l’amore che può esserci nelle unioni omosessuali. Ma è un amore amicale non coniugale, è un amore – è anche il caso di aggiungere – unitivo non procreativo. È per questo che non si può benedire tutto: occorre che ciò che viene benedetto sia ordinato a ricevere e ad esprimere il bene che gli viene detto, la grazia che gli viene elargita”. Non ce ne voglia il professore Cozzoli se facciamo un osservazione ad hominem; infatti la Chiesa prevede la benedizione delle nozze tra due persone anziane, anche se ormai impossibilitate a procreare; in questo caso, l’unico amore possibile è quello unitivo e non quello procreativo; eppure, detto matrimonio viene considerato valido e quindi viene benedetto, anche se la finalità generativa non è possibile e neppure nel caso nel quale non fosse in alcun modo desiderata. Siamo dinanzi al caso, escluso dal prof. Cozzoli ma previsto dalla stessa tradizione ecclesiale, di un amore unitivo manon procreativo benedetto da un sacramento. Inoltre, venendo alle condizioni normali, sappiamo che tante volte la coppia, pur ponendo un atto coniugale potenzialmente generativo, si può augurare che non lo sia, limitandosi a gioire del suo aspetto unitivo. E se un partner (o tutti e due) dovesse scoprire di essere sterile l’aspetto unitivo perde il suo valore perché incapace di generatività? O, più radicalmente, l’unione di amore della coppia prende valore dal fatto che l’atto è generativo o, al contrario, è bello che l’atto sia generativo se, e solo se, la coppia è profondamente unita? A questo punto risulta chiaro che l’aspetto unitivo dell’atto coniugale è già un bene di per sé, che si può arricchire del suo valore generativo, ma non in maniera vincolante o necessitante. A questo punto, facciamo notare che non a caso abbiamo usato l’espressione “atto coniugale”; essa vuole sottolineare l’aspetto del coniugium, ovvero l’aspetto unitivo, che arricchisce la vita delle due persone, l’una dell’altra; cosa che, come prevedeva l’articolo in esame, può interessare anche la coppia omosessuale. A questo punto perché non bene-dire il bene che c’è, ossia l’unità della coppia realizzata dall’atto che la congiunge, lasciando aperta la possibilità che la generatività possa prendere anche altre strade? Si può essere generativi in tanti modi e, nell’ambito del volontariato, c’è l’imbarazzo della scelta; e ciò nell’attesa che si prenda in seria considerazione la possibilità dell’adozione di bambini, orfani o abbandonati, che hanno un bisogno estremo di persone che, anche se non li hanno generati fisicamente, sono interessati ad accoglierli e pronti a prendersene cura con tutto il cuore e tutto se stessi” (in “Come se non” http://www.cittadellaeditrice.com/munera/ – 2 maggio 2021).

Nell’incontro diretto, a tu per tu, con Cornelio, Pietro si apre a scorgere nuove dimensioni della sua fede stessa, del suo rapporto con Gesù. Passa dal considerare l’altro secondo i criteri di una teoria a scorgere che l’incontro vivente scombina le costruzioni teoriche ed anche i suoi schemi religiosi di appartenenza e di chiarezza.

Lo sguardo di Pietro passa dall’essere uno sguardo di sospetto e condanna dell’altro ad una attitudine di condivisione e benedizione. L’esperienza esistenziale con la sua ricchezza che va oltre ogni teoria e dottrina conduce ad accogliere dimensioni del medesimo vangelo inesplorate o ancora incomprese: l’ospitalità ricevuta e donata, la benedizione accolta e trasmessa divengono luoghi di approfondimento della fede stessa.

Alessandro Cortesi op

At 10,25-27.34-35.44-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17 ‘Alzati anch’io sono un uomo’. In queste parole Pietro racchiude una scoperta e l’apertura di un nuovo orizzonte di vita. Ha accolto l’ispirazione dello Spirito Santo ad uscire dalla sua casa per entrare in quella del pagano Cornelio per lui lontano e straniero. Vive innanzitutto un ascolto alle spinte […]

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