la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “giugno, 2021”

XIII domenica tempo ordinario – anno B -2021

Sap 1,13-15; 2,23-24; 2Cor 8,7.9.13-15; Mc 5,21-43

Nel vangelo di oggi Marco pone in risalto il potere di Gesù sulla morte e sulla malattia. I due episodi vedono protagoniste Giairo il capo della sinagoga – la sua figlia di dodici anni era morta – e la donna che soffriva da dodici anni di emorragie. Al centro sta la loro fede che apre ad una salvezza come dono di vita e guarigione dal male. I due incontri sono intersecati l’uno nell’altro facendo così scorgere i parallelismi e il messaggio centrale.

Giairo si getta ai piedi di Gesù e ‘lo pregava con insistenza’. L’invito, rivoltogli quando tutto sembra ormai finito, è ‘Non temere continua solo ad aver fede’.

Gesù comunica alla bambina esanime la sua forza di vita: ‘Talità kum, Io ti dico alzati’: è questo già annuncio della risurrezione. La risurrezione è infatti ‘alzarsi dalla morte’ ed in questi termini Marco nel suo vangelo la descrive. Tutti i parenti sono presi da stupore e proprio lo stupore è l’atteggiamento dei testimoni della risurrezione. Marco intende dirci che la forza della risurrezione è vittoria sul potere della morte ed è comunicata da Gesù a coloro che a lui si affidano con tutto il cuore.

In modo analogo Gesù accoglie il gesto della donna malata e impaurita che aveva cercato di toccare il suo mantello, e le dice ‘Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male’. Anche qui Marco pone in luce la fede di chi si accosta a Gesù, portando a lui ogni incapacità e dolore. E’ un affidamento senza riserve perché da lui ci si sa accolti: Gesù non  esclude nessuno. Mentre la folla attorno lo premeva da ogni lato Gesù si accorge che qualcuno lo aveva toccato e risponde a questo desiderio e attesa d’incontro. La fede – suggerisce Marco in questa narrazione – non è l’esaltazione della folla, ma è affidamento profondo, che attraversaincontro personale di chi cerca di toccare il lembo del mantello per venire a contatto con Gesù. Fede è ricerca sofferta, movimento del cuore di chi si consegna nella propria povertà. E Gesù riconosce la grandezza di questa fede che salva: “Figlia, la tua fede ti ha salvata”.

Alessandro Cortesi

Uguaglianza e doni

“Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza”. L’appello di Paolo alle comunità in vista di una colletta è paradigmatico di una attitudine concreta in vista di scelte che traducano nella vita l’orientamento della fede in Cristo. La scoperta insita nel venir incontro all’indigenza di chi ha bisogno è sorprendente perché apre a scorgere che mai la direzione dell’aiuto e del dono è unica e univoca. Un dono raccolto e dato genera una circolarità inattesa, conduce a scoprire che nella relazione aperta si attua uno scambio e il dono portato si incontra a questo punto con un dono ricevuto. Tale orizzonte può essere considerato in rapporto alla situazione mondiale di fronte alla crisi sanitaria in atto.

Per giungere a stroncare la diffusione della pandemia si dovrebbe poter vaccinare almeno il 70% della popolazione mondiale (7,9 miliardi di persone). Al momento attuale tuttavia solamente il 10,5 % circa di essa è stato vaccinato e si tratta per la stragrande maggioranza della popolazione dei paesi più ricchi del pianeta. L’enorme sforzo della ricerca compiuto dallo scoppio della  pandemia nel predisporre vaccini in grado di limitare il contagio e le morti è stato in gran parte vanificato dal ritardo con cui la Banca Mondiale ha destinato fondi per poter provvedere dei vaccini i paesi meno sviluppati e più poveri del pianeta. Da qui lo sviluppo di varianti e di un contagio che si è diffuso soprattutto tra i non vaccinati. I paesi privi di scorte di vaccini costituiscono infatti anche i luoghi di sviluppo delle varianti che certamente non rimangono chiuse entro ambiti regionali e risultano essere nuovi fonti di pericolo a livello mondiale.

“Mentre i paesi ricchi, con ampio accesso ai vaccini, seguono con inquietudine i segni del suo inevitabile impatto, sperando che l’immunizzazione possa rallentarne l’ascesa, la grande minaccia arriva dal divario globale di accesso ai vaccini, rivelatore della crescita di iniquità nel livello di salute” (E.Tognotti, L’egoismo suicida sul piano vaccini, La Stampa 25 giugno 2021).

L’esperienza della pandemia dovrebbe spingere ad uscire da visioni egoistiche e miopi, nella considerazione di una immunizzazione valida solo per alcuni quando si nutre disinteresse per gran parte della popolazione povera mondiale. La salute costituisce non solo un bene di vita in termini anche economici ma potrebbe essere scoperta come l’autentico bene comune in cui attuare quella uguaglianza che genera possibilità di vita buona per tutti. Non a caso i gesti di Gesù erano così attenti alla salute delle persone, e l’invito di Paolo apre anche nuovi orizzonti. Laddove facendo uguaglianza si pensa di arrecare un dono, si apre la scoperta di un passaggio di doni che aprono la vita stessa al suo senso profondo nella relazione e nel farsi carico dell’altro.  

Alessandro Cortesi op

Qualcosa da ri-dire

Al seguente link si può scaricare gratuitamente un e-book di riflessioni su questo tempo di cambiamento possibile dopo le fasi più critiche della pandemia. anch’io vi ho collaborato e lo segnalo come occasione di approfondimento. (ac)

https://www.queriniana.it/libro/qualcosa-da-ri-dire-4371

XII domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Jean Delacroix, Tempesta

Gb 38,1-8-11; 2Cor 5,14-17; Mc 4,35-40

Un breve brano del libro di Giobbe, testo difficile e scandaloso del Primo testamento, è tratto dal discorso di Dio a conclusione dei dibattiti di Giobbe con i suoi amici. Giobbe è giusto sofferente che ha il coraggio di alzare la sua protesta contro Dio sollevando domande difficili davanti al male e all’ingiustizia.  Suoi amici cercano di convincerlo che le sue proteste non sono valide ma devono riconoscere che tutto rientra in un quadro in cui il volto di Dio corrisponde alle costruzioni del pensiero umano. Ma Giobbe si ribella. Alla fine Dio interviene  riconoscendo a Giobbe la sua sincerità e accogliendo la sua sfida. Ma nello stesso tempo lo pone  davanti al limite anche del suo ragionare. Gli si presenta come creatore e gli pone davanti la sua grandezza che non può essere sondata dal pensiero umano:

Chi ha chiuso tra due porte il mare, / quando usciva impetuoso dal seno materno, / quando io lo vestivo di nubi / e lo fasciavo di una nuvola oscura…?     

Non dà risposte a Giobbe ma gli parla come Dio del bene e della vita e riconosce che Giobbe non si è accontentato di spiegazioni facili, ma ha veramente cercato il suo volto.

Il vangelo di Marco pone in luce in modo progressivo la domanda sull’identità di Gesù. A  Cafarnao quando, dopo la guarigione dell’indemoniato nella sinagoga, la gente dice: “Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono” (Mc 1,27). Poi al capitolo 4, Gesù è presentato nella sua capacità di dominare non solo gli spiriti immondi, ma le forze del vento e del mare.

Nella forza della tempesta in mare sta il simbolo di forze oscure di male non dominabili dall’uomo. Marco presenta Gesù come ‘il più forte’, anche della tempesta, e riporta ad obbedienza il vento ed dal mare. Nel racconto della tempesta calmata l’agire di Gesù richiama la potenza di Dio: “Egli parlò e scatenò un vento burrascoso che fece alzare le onde; salivano fino al cielo, scendevano negli abissi; si sentuvani venir meno nel pericolo…nell’angustia gridarono al Signore ed egli li fece uscire dalle loro angoscie. La tempesta fu ridotta al silenzio, tacquero le onde del mare” (Sal 107,25-29).

Ma Marco non solo sottolinea la potenza di un agire che vince le forze del male. Ricorda anche la debolezza e la fatica che lo opprime: il sonno profondo che lo prende sulla barca mentre si scatena la tempesta fa intuire il paradosso dell’identità di Cristo: debolezza e potenza sono in lui compresenti. Il Gesù sfinito è anche colui che ordina al mare di tacere. Proprio questo contrasto suscita ancora l’interrogativo: “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?” Nel vangelo questa domanda rimane aperta e si fa invito ai discepoli perché seguano Gesù.

Alessandro Cortesi op

Tempesta e fraternità

L’immagine della tempesta ci riporta a questo tempo di pandemia da leggere come un momento di tempesta. Questo periodo ha rivelato tante disfunzioni e malattie del nostro mondo e del sistema di vivere che ha  generato la devastazione ambientale e l’emergenza climatica che sperimentiamo. Una riflessione su tutto ciò dovrebbe condurre a pensare e ad agire in vista di un futuro diverso. E’ illusorio un ritorno alla normalità di prima pensado che non si debba cambiare stile di vita, scegliendo strade di attenzione nuova per la creazione, di giustizia sociale, di ascolto delle tante sofferenze ce sono emerse in modo particolare in questo periodo.

Dal consumismo alla fraternità: è questo il titolo del messaggio della Conferenza Episcopale Italiana per la giornata nazionale per la custodia del creato che si terrà il prossimo 1 settembre. https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/la-transizione-ecologica-chiede-un-nuovo-patto-sociale.

L’appello che i vescovi propongono vede al centro il motivo della transizione ecologica “una transizione che trasformi in profondità la nostra forma di vita, per realizzare a molti livelli quella conversione ecologica cui invita il VI capitolo dell’Enciclica Laudato si’ di papa Francesco. Si tratta di riprendere coraggiosamente il cammino, lasciandoci alle spalle una normalità con elementi contraddittori e insostenibili, per ricercare un diverso modo di essere, animato da amore per la terra e per le creature che la abitano. Con tale transizione diamo espressione alla cura per la casa comune e corrispondiamo così all’immagine del Dio che, come un Padre, si prende cura di ognuno/a”.

“Nella transizione ecologica, si deve abbandonare un modello di sviluppo consumistico che accresce le ingiustizie e le disuguaglianze, per adottarne uno incentrato sulla fraternità tra i popoli. Il grido della terra e il grido dei poveri ci interpellano, così come il grido di Israele schiavo in Egitto è salito fino al cielo (Es 3,9). La ricchezza che ha generato sprechi e scarti non deve far nascere nostalgie”.

Sono poi indicati vari ambiti in cui si rende necessario un cambiamento che deve trovare attuazioni pratiche. Soprattutto è sottolineato che si tratta di un processo che esige una nuova visione del ‘noi’ uscendo da orizzonti di individualismo: “Il cambiamento si attiva solo se sappiamo costruirlo nella speranza, se sappiamo ricercarlo assieme”. E’ infine ricordato di mantenere l’attenzione ecumenica. Trent’anni fa nel 1991 l’assemblea del Consiglio Ecumenico delle Chiese ebbe come titolo “Vieni Spirito Santo: rinnova tutta la creazione”. Successivamente nel 2001 fu sottoscritta in modo congiunto la Charta oecumenica con una presa di impegno condiviso per la custodia del creato insieme alla cura per la giustizia, quali luoghi in cui già sperimentare l’unità delle chiese per il bene della terra e la pace dei popoli.

Alessandro Cortesi op

XI domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

Ez 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

“Un ramoscello dalla cima del cedro… lo coglierò e lo pianterò sopra un monte alto imponente… metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno… Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore”.

Il profeta Ezechiele, nel tempo del disastro e della dispersione, cioè in quel passaggio devastante della storia d’Israele che fu l’esilio, indica con un’immagine vegetale la cura continua di Dio per il popolo dell’alleanza proprio nel momento in cui più si sperimenta la fragilità e la piccolezza. La dinastia di Davide è infatti il ramoscello di cedro che Dio stesso prenderà e pianterà sopra un monte alto. E l’agire del Dio che prende le parti di chi è piccolo e vittima genera una storia diversa, una crescita inaudita, una possibilità di accoglienza smisurata per tutti gli uccelli del cielo. Il messaggio che il profeta offre nella desolazione è in linea con l’intero percorso della storia della salvezza. Il Dio dell’alleanza è colui che ascolta il grido dell’oppresso, si è chinato su Israele non perché più forte o privilegiato tra i popoli, ma perché oppresso in Egitto, nella schiavitù, continua a prendersi cura scegliendo i piccoli e il suo rivelarsi è per un progetto di accoglienza e di vita. Così come l’immagine del ramoscello che diviene grande albero esprime. Mentre nessuna speranza appare dal punto di vista umano lo sguardo di Dio si posa sul più piccolo dei ramoscelli per aprire una storia nuova, dove sia possibile trovare dimora per tanti. E’ una promessa di una realtà nuova di ospitalità, di incontro, e in essa, di scoperta del volto di Dio che guarda non alle apparenze ma al cuore e sceglie i piccoli per accompagnare a scoprire che ‘Io sono il Signore’.

Anche Gesù usa riferimenti alla coltivazione per parlare del regno di Dio, cuore del suo annuncio. Le due parabole del vangelo offrono l’indicazione di immagini in cui scoprire da parte di chi ascolta che la propria vita è coinvolta. Innanzitutto l’immagine dell’uomo che getta un seme nel terreno. Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme… dorma o veglia, di notte o di giorno il seme germoglia e cresce”. Gesù esprime la forza dirompente di vita che sta dentro ad un piccolo seme: il gesto del seminare, ben conosciuto da chi l’ascoltava, indica innanzitutto che la presenza di Dio non è lontana ma vicina alla vita. In secondo luogo fa scorgere la sproporzione tra una piccolezza iniziale e l’ampiezza della mietitura. Quel gesto in perdita della semina si apre ad una crescita di vita che Gesù vede in atto nel suo annuncio, negli inizi di una fecondità di vita nuova.

La seconda parabola richiama l’immagine del granello di senapa, il più piccolo di tutti i semi. Questa estrema piccolezza fa da contrasto con ciò che diventa, “più grande di tutte le piante dell’orto”. E su questo albero ancora un’immagine di protezione e di accoglienza: gli uccelli del cielo possono fare il nodo alla sua ombra. Dal piccolo seme all’ombra del grande albero, dall’insignificanza di realtà trascurabile al dono di vita allargato. Con un particolare importante: Gesù indica l’albero che cresce dal granello di senapa come la pianta più grande dell’orto. Non si tratta di qualcosa di lontano ed estraneo alla vita, ma è lì, piccola cosa nell’orto di casa e può diventare grande: è l’appello al cuore della parabola. L’incontro con Dio vicino, la possibilità di entrare nel regno, il suo disegno di vita condivisa e nell’accoglienza ospitale non sta chissà dove, non è realtà di un aldilà che non ha che fare con la terra ma è alla portata di mano, nell’orto di casa, nella zolla di terra di un quotidiano in cui scoprire un dono che genera risposta e responsabilità.

Alessandro Cortesi op      

Foto Vatican Media/LaPresse03-02-2020 Città del Vaticano, VaticanoCronacaIl Papa ha ricevuto oggi in Udienza:- Em.mo Card. Reinhard Marx, Arcivescovo di München und Freising (Repubblica Federale di Germania), Coordinatore del Consiglio per l’economia.DISTRIBUTION FREE OF CHARGE – NOT FOR SALE

Crisi, catastrofe, riforma: alla ricerca del regno di Dio

La lettera di risposta del papa alle dimissioni presentate dal card. Reihnardt Marx è un testo di grande intensità umana e spirituale. Come del resto la lettera di presentazione di dimissioni di Marx costituisce un documento di grande rilevanza di sincerità, chiarezza e coraggio di fronte alla situazione della chiesa cattolica di questo tempo.

Riprendere alcuni passaggi di questo dialogo può essere importante per cogliere come la crisi che attraversa la chiesa è oggi luogo che interpella profondamente a ripensare modi di annuncio del vangelo, la strutturazione della vita comunitaria, itinerari di formazione personale e comunitaria. Più profondamente è provocazione a cambiare e ripensare la forma dell’essere chiesa quale testimonianza del vangelo in questo tempo, riconoscendo errori, autentici reati e scandali, complicità e connivienze con situazioni di peccato, ed anche scorgendo le vie per lasciar crescere la realtà del regno presente già e all’opera. Le scandalose contraddizioni vanno denunciate e si deve fare di tutto per eliminarle, aprendosi ad una storia di salvezza che non si esaurisce entro i confini  stabiliti delle istituzioni ecclesiali riconoscibili.

Si deve ricordare che il sinodo tedesco è stato indetto al seguito di una situazione di profonda crisi generata dallo scandalo degli abusi perpetrati da chierici nei confronti dei minori. Lo scandalo vide il suo momento eclatante nel 2010, e da qui è maturata l’idea della convocazione di un sinodo. La conferenza episcopale ha affidato a ricercatori di tre diverse università un’inchiesta sugli abusi perpetrati in ambienti ecclesiali ed essa ha avuto quale esito la rilevazione di 3677 vittime e di 1670 abusatori preti o religiosi tra il 1996 e il 2014 equivalenti al 4,4% dei chierici (Vatican insider, Germania, uno studio rivela: oltre 3mila casi di abusi nella Chiesa in settant’anni, 12 settembre 2018 in: https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2018/09/12/news/germania-uno-studio-rivela-oltre-3mila-casi-di-abusi-nella-chiesa-in-settant-anni-1.34044482).

Ludwig Schick, dal 2002 arcivescovo di Bamberga, relatore alla prima assemblea sinodale sul tema degli abusi ha delineato la situazione del presente in questi termini: “La differenza fondamentale è su quali siano le cause della crisi. Alcuni dicono che la radice è interna alla Chiesa: il celibato, il non accesso delle donne al diaconato e al sacerdozio, lo scandalo degli abusi sessuali e finanziari. Altri invece affermano: no, le cause sono la secolarizzazione, il consumismo, l’individualismo, le scienze che mettono in discussione la nostra dottrina. Gli esponenti di questa opinione sostengono che quindi è necessaria una nuova evangelizzazione, un nuovo modo di annunciare il Vangelo, un nuovo dialogo con il mondo scientifico, forse una differente forma della Chiesa, ma in senso tradizionale, ottimizzando le strutture che ci sono. Gli altri invece ritengono che per uscire dalla crisi va introdotta una nuova forma della Chiesa con, ad esempio, il sacerdozio femminile, la democrazia nel governo della Chiesa con un maggior controllo del potere dei sacerdoti. Ci sono poi posizioni più sfumate, ma sostanzialmente sono queste le due dominanti, che propongono soluzioni differenti. E al momento non so come possiamo uscire da questa situazione” (intervista a Avvenire del 2 febbraio 2020 https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/non-siamo-rivoluzionari-vogliamo-vincere-la-crisi).

Il periodo della pandemia ha costretto a far procedere i lavori a distanza nella struttura<ione di quattro Forum tematici (potere e divisione dei poteri nella Chiesa; la vita del prete oggi; le donne nei ministeri e nelle funzioni della Chiesa; vivere in relazioni riuscite: vivere l’amore nella sessualità e nella vita di coppia) e nell’Assemblea plenaria. Vi è stata possibilità per manifestare e dare rappresentanza ad espressioni diverse talvolta conflittuali sui temi oggetto di discussione. Tra i Forum quello sul potere e la divisione dei poteri nella Chiesa ha già presentato un testo durante la Conferenza online dei delegati al Cammino Sinodale tenutasi nel mese di febbraio 2021 in sostituzione della prevista Assemblea plenaria spostata all’autunno. Ogni gruppo per quella data dovrà presentare un testo base su cui prendere decisioni condivise. Nella conferenza vi è stata la possibilità di ascoltare la voce dei rappresentanti del Consiglio delle vittime che accompagna la Conferenza episcopale tedesca nell’elaborazione dei casi di violenza e abuso, un contributo molto forte che ha suscitato grande impressione. Uno dei nodi in discussione è la proposta di introdurre procedure democratiche per la gestione del potere nella chiesa locale: su questo osserva il teologo Marcello Neri “la riserva va piuttosto cercata nella crisi contemporanea della democrazia, ossia nei suoi stessi limiti procedurali mediante i quali essa può arrivare a negarsi. In questo momento la democrazia potrebbe ancora offrire forme e regole per un esercizio non abusivo del potere, ma non ha più la forza per garantire tutto ciò – o, almeno, non sembra di essere in grado di farlo da sé a prescindere dalle persone che ne fanno uso” (Il cammino sinodale della chiesa tedesca, “Settimananews” 9 febbraio 2021 http://www.settimananews.it/chiesa/il-cammino-sinodale-della-chiesa-tedesca/).

I temi che vedono una apertura ed un consenso vasto riguardano il sacerdozio femminile, la introduzione di maggiore democrazia nel governo della Chiesa con forme di controllo del potere dei preti, la questione delle benedizioni alle coppie omosessuali, l’ospitalità eucaristica.

In tale quadro interessante è lo scambio delle lettere tra il cardinale Reinhardt Marx del 21 maggio 2021 (https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/germania-cardinale-marx-presenta-le-dimissioni-al-papa) e papa Francesco: Reinhardt Marx rileva una situazione di crisi che interpella e non può essere nascosta e coperta, ma esige scelte di riforma: scrive Marx:  Mi pare – e questa è la mia impressione – di essere giunti ad un ‘punto morto’ che, però, potrebbe diventare anche un punto di svolta secondo la mia speranza pasquale” E ancora: Sostanzialmente per me si tratta di assumersi la corresponsabilità relativa alla catastrofe dell’abuso sessuale perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni. Le indagini e le perizie degli ultimi dieci anni mi dimostrano costantemente che ci sono sati sia dei fallimenti a livello personale che errori amministrativi, ma anche un fallimento istituzionale e ‘sistematico’. Le polemiche e discussioni più recenti hanno dimostrato che alcuni rappresentanti della Chiesa non vogliono accettare questa corresponsabilità e pertanto anche la co-colpa dell’Istituzione. Di conseguenza rifiutano qualsiasi tipo di riforma e innovazione per quanto riguarda la crisi legata all’abuso sessuale”.  Dopo aver detto che l’unica via per uscire dalla crisi è quella di tipo sinodale così scrive: “Personalmente avverto la mia colpa e la corresponsabilità anche attraverso il silenzio, le omissioni e al troppo peso dato al prestigio dell’Istituzione (…) A seguito del progetto scientifico (studio MHG) sull’abuso sessuale sui minori commissionato dalla Conferenza Episcopale Tedesca nel duomo di Monaco ho affermato che abbiamo fallito, ma chi è questo ‘noi’? Certamente vi faccio parte anch’io. E questo significa che devo trarre delle conseguenze personali”.

Nella sua risposta Francesco (testo della lettera in traduzione italiana in http://www.settimananews.it/chiesa/lettera-marx-dimissioni-rifiutate/) ha respinto questa rinuncia ma lo ha fatto con toni di profonda sintonia e percezione della crisi. Egli scrive: “grazie per il tuo coraggio. È un coraggio cristiano che non teme la croce (…) Sono d’accordo con te nel definire catastrofe la triste storia degli abusi sessuali e il modo di affrontarlo che ha adottato la Chiesa fino a poco tempo fa. Rendersi conto di questa ipocrisia nel modo di vivere la fede è una grazia, è un primo passo che dobbiamo compiere. Dobbiamo farci carico della storia, sia personalmente sia comunitariamente. Non si può rimanere indifferenti dinanzi a questo crimine. Accettarlo presuppone entrare in crisi”.

E continua richiamando al tema dell’esigenza ineludibile di una riforma e d’altra parte seguendo Gesù: “Ci viene chiesta una riforma, che – in questo caso – non consiste in parole, ma in atteggiamenti che abbiano il coraggio di entrare in crisi, di accettare la realtà qualunque sia la conseguenza. E ogni riforma comincia da sé stessi. La riforma nella Chiesa l’hanno fatto uomini e donne che non hanno avuto paura di entrare in crisi e lasciarsi riformare dal Signore. È l’unico cammino, altrimenti non saremo altro che “ideologi di riforme” che non mettono in gioco la propria carne. Il Signore non ha mai accettato di fare “la riforma” (mi si permetta l’espressione) né con il progetto fariseo, né con quello sadduceo o zelota o esseno. Ma l’ha fatta con la sua vita, con la sua storia, con la sua carne sulla croce. E questo è il cammino, quello che tu, caro fratello, accetti nel presentare la rinuncia”.

Nel testo originale in lingua spagnola (https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2021/06/10/0372/00815.html) la parola ‘riforma’ risulta sottolineata. La conclusione della lettera è un appello peno di affetto a continuare nella sua difficile missione: “se ti viene la tentazione di pensare che, nel confermare la tua missione e nel non accettare la tua rinuncia, questo vescovo di Roma (fratello tuo che ti vuole bene) non ti capisce, pensa a quello che sentì Pietro davanti al Signore quando, a modo suo, gli presentò la rinuncia: “allontanati da me che sono un peccatore”, e ascolta la risposta: “Pasci i miei agnelli”.

Alessandro Cortesi op

Corpo e Sangue del Signore – anno B 2021

Es 24,3-8; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26

“Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole”. Nel rito che celebra l’alleanza Mosè compie un gesto ricco di significati: versa infatti il sangue di animali in parte sul popolo, in parte sull’altare. E’ un gesto compiuto insieme alla lettura del libro e accompagnato dalle parole. Il rito con l’uso del sangue, simbolo di vita, intende esprimere che un unico dono di vita unisce l’esistenza del popolo con Dio ed è dono di alleanza. Le dieci parole costituiscono lo sviluppo dell’unica parola che esprime l’amore e la relazione tra Dio e il popolo. Il rito esprime la consapevolezza che Dio è fedele al suo dono di amore ed Israele è chiamato a rimanere in ascolto, nel lasciarsi trasformare da quella parola. Ne nasce un impegno e una scelta in cui attuare un ascolto che sorge dal coinvolgimento nella vita: ‘Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto’.

Gesù visse la sua ultima cena con i discepoli nell’approssimarsi della festa della pasqua: l’uccisione degli agnelli al tempio era prima parte della festa a cui seguiva un momento familiare nella cena domestica. Pasqua reca la memoria del passaggio dell’angelo di Dio nella notte per aprire la via della liberazione agli israeliti oppressi in Egitto. E’ festa di inizi da ripetere e attualizzare sempre in un partire sempre nuovo: uscita dalla schiavitù e nuova vita nella libertà. Quella cena celebrata annualmente nel plenilunio della primavera, divenne memoriale,  momento in cui gli eventi dell’esodo venivano rivissuti in prima persona e riattualizzati. Chi celebra è coinvolto in una storia di alleanza e di promessa.

Gesù, durante una cena vissuta nei giorni della Pasqua presenta il pane e il vino rendendoli simboli di tutto il suo cammino. Le parole dell’ultima cena vengono ad indicare il senso di tutta la sua vita e della morte stessa: Gesù è stato uomo per gli altri, ed ha inteso la sua esistenza come servizio e dono libero di sé. La sua fedeltà all’annuncio del regno ha provocato nei suoi confronti ostilità e rifiuto da parte del potere religioso e di quello politico. Nelle parole dell’ultima cena si ritrova il senso profondo della sua vita consegnata al Padre e consegnata per le moltitudini ossia per tutta l’umanità. Le parole sul calice rinviano all’alleanza del Sinai, simboleggiata nel ‘versare il sangue’. Gesù indica un’alleanza nuova nel suo corpo. La sua morte si attua manifesta il grande amore con cui il Padre ci ha amato.

Alla vigilia della sua morte Gesù conferma la sua speranza e il suo affidamento alla causa del regno: la sua fiducia è annuncio della vittoria dell’amore sulla morte stessa e rinvia i suoi a seguirlo sulla sua strada, ad intendere la vita come esistenza eucaristica, pane spezzato per gli altri.

Alessandro Cortesi op

Corpo

La memoria del gesto di Gesù nell’ultima cena conduce a pensare al significato del corpo nella vita umana. In questo tempo in particolare il pensiero va ai corpi di tutti coloro che hanno trovato morte nel mare Mediterraneo dove continuano i naufragi di barche di migranti alla ricerca di vita dignitosa e di futuro. Così pure ai corpi di tutte le vittime sul lavoro di cui quasi ogni giorno si ha notizia in un momento in cui le esigenze dell’efficienza, della velocità e della produzione portano a trascurare l’osservanza delle norme la sicurezza, a considerare il lavoro una merce da vendere e comprare a costo sempre più basso, a non intraprendere iniziative riguardo alla formazione e riqualificazione per il lavoro. Il ricordo va ai corpi di chi è torturato o in carcere.  Lo ricorda la poetessa Wislawa Szymborska in questa sua poesia:

Torture (Wislawa Szymborska)
Nulla è cambiato.
Il corpo prova dolore,
deve mangiare e respirare e dormire,
ha la pelle sottile, e subito sotto – sangue,
ha una buona scorta di denti e di unghie,
le ossa fragili, le giunture stirabili.
Nelle torture di tutto ciò si tiene conto.

Nulla è cambiato.

Il corpo trema, come tremava
 prima e dopo la fondazione di Roma,

nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,

le torture c’erano e ci sono, solo la Terra è più piccola

e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.

Nulla è cambiato.

C’è soltanto più gente,

alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,

reali, fittizie, temporanee e inesistenti,

ma il grido con cui il corpo
ne risponde
era, è
e sarà un grido di innocenza,

secondo un registro e una scala eterni.

Nulla è cambiato.

Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze.

Il gesto delle mani che proteggono il capo

è rimasto però lo stesso,

il corpo si torce, si dimena e si divincola,

fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,

illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.

Nulla è cambiato.
Tranne il corso dei fiumi,
la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.
Tra questi paesaggi l’anima vaga,
sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,
a se stessa estranea, inafferrabile,
ora certa, ora incerta della propria esistenza,
mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è
e non trova riparo.

(Da La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), trad. Pietro Marchesani, Adelphi 2009)

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