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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Corpo e Sangue del Signore – anno B 2021

Es 24,3-8; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26

“Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole”. Nel rito che celebra l’alleanza Mosè compie un gesto ricco di significati: versa infatti il sangue di animali in parte sul popolo, in parte sull’altare. E’ un gesto compiuto insieme alla lettura del libro e accompagnato dalle parole. Il rito con l’uso del sangue, simbolo di vita, intende esprimere che un unico dono di vita unisce l’esistenza del popolo con Dio ed è dono di alleanza. Le dieci parole costituiscono lo sviluppo dell’unica parola che esprime l’amore e la relazione tra Dio e il popolo. Il rito esprime la consapevolezza che Dio è fedele al suo dono di amore ed Israele è chiamato a rimanere in ascolto, nel lasciarsi trasformare da quella parola. Ne nasce un impegno e una scelta in cui attuare un ascolto che sorge dal coinvolgimento nella vita: ‘Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto’.

Gesù visse la sua ultima cena con i discepoli nell’approssimarsi della festa della pasqua: l’uccisione degli agnelli al tempio era prima parte della festa a cui seguiva un momento familiare nella cena domestica. Pasqua reca la memoria del passaggio dell’angelo di Dio nella notte per aprire la via della liberazione agli israeliti oppressi in Egitto. E’ festa di inizi da ripetere e attualizzare sempre in un partire sempre nuovo: uscita dalla schiavitù e nuova vita nella libertà. Quella cena celebrata annualmente nel plenilunio della primavera, divenne memoriale,  momento in cui gli eventi dell’esodo venivano rivissuti in prima persona e riattualizzati. Chi celebra è coinvolto in una storia di alleanza e di promessa.

Gesù, durante una cena vissuta nei giorni della Pasqua presenta il pane e il vino rendendoli simboli di tutto il suo cammino. Le parole dell’ultima cena vengono ad indicare il senso di tutta la sua vita e della morte stessa: Gesù è stato uomo per gli altri, ed ha inteso la sua esistenza come servizio e dono libero di sé. La sua fedeltà all’annuncio del regno ha provocato nei suoi confronti ostilità e rifiuto da parte del potere religioso e di quello politico. Nelle parole dell’ultima cena si ritrova il senso profondo della sua vita consegnata al Padre e consegnata per le moltitudini ossia per tutta l’umanità. Le parole sul calice rinviano all’alleanza del Sinai, simboleggiata nel ‘versare il sangue’. Gesù indica un’alleanza nuova nel suo corpo. La sua morte si attua manifesta il grande amore con cui il Padre ci ha amato.

Alla vigilia della sua morte Gesù conferma la sua speranza e il suo affidamento alla causa del regno: la sua fiducia è annuncio della vittoria dell’amore sulla morte stessa e rinvia i suoi a seguirlo sulla sua strada, ad intendere la vita come esistenza eucaristica, pane spezzato per gli altri.

Alessandro Cortesi op

Corpo

La memoria del gesto di Gesù nell’ultima cena conduce a pensare al significato del corpo nella vita umana. In questo tempo in particolare il pensiero va ai corpi di tutti coloro che hanno trovato morte nel mare Mediterraneo dove continuano i naufragi di barche di migranti alla ricerca di vita dignitosa e di futuro. Così pure ai corpi di tutte le vittime sul lavoro di cui quasi ogni giorno si ha notizia in un momento in cui le esigenze dell’efficienza, della velocità e della produzione portano a trascurare l’osservanza delle norme la sicurezza, a considerare il lavoro una merce da vendere e comprare a costo sempre più basso, a non intraprendere iniziative riguardo alla formazione e riqualificazione per il lavoro. Il ricordo va ai corpi di chi è torturato o in carcere.  Lo ricorda la poetessa Wislawa Szymborska in questa sua poesia:

Torture (Wislawa Szymborska)
Nulla è cambiato.
Il corpo prova dolore,
deve mangiare e respirare e dormire,
ha la pelle sottile, e subito sotto – sangue,
ha una buona scorta di denti e di unghie,
le ossa fragili, le giunture stirabili.
Nelle torture di tutto ciò si tiene conto.

Nulla è cambiato.

Il corpo trema, come tremava
 prima e dopo la fondazione di Roma,

nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,

le torture c’erano e ci sono, solo la Terra è più piccola

e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.

Nulla è cambiato.

C’è soltanto più gente,

alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,

reali, fittizie, temporanee e inesistenti,

ma il grido con cui il corpo
ne risponde
era, è
e sarà un grido di innocenza,

secondo un registro e una scala eterni.

Nulla è cambiato.

Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze.

Il gesto delle mani che proteggono il capo

è rimasto però lo stesso,

il corpo si torce, si dimena e si divincola,

fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,

illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.

Nulla è cambiato.
Tranne il corso dei fiumi,
la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.
Tra questi paesaggi l’anima vaga,
sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,
a se stessa estranea, inafferrabile,
ora certa, ora incerta della propria esistenza,
mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è
e non trova riparo.

(Da La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), trad. Pietro Marchesani, Adelphi 2009)

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