la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “luglio, 2021”

XVIII domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Es 16,2-15; Sal 77; Ef 4,17-24; Gv 6,24-35

‘E’ il pane che il Signore vi ha dato in cibo’. Mosè riconosce nel segno della manna un intervento del Signore. La manna è la risposta da parte di Dio al lamento del popolo, deluso e stanco nel cammino del deserto. La fame spinge a rimpiangere addirittura la situazione della schiavitù, purché il cibo sia assicurato. Così il popolo ‘mormora’, vive ribellione e sospetto contro un Dio che l’ha condotto nella condizione insopportabile del deserto. E’ disposto a rinunciare la libertà per saziare la fame. Le quaglie  e la manna provengono dall’iniziativa di Dio: sono sì un dono, ma anche una sfida per riconoscerlo come unico Signore. La mormorazione è espressione dell’idolatria che dimentica la signoria di Dio e l’orizzonte dell’alleanza: è rinuncia ad affidarsi e anziché riconoscere il Dio vicino, cercare altre fonti di sicurezza. La manna è offerta quale segno di fronte alla ribellione, un segno che indica di scorgere la provvidenza di Dio che non dimentica il suo popolo: potrà essere raccolta solamente per la razione di un giorno. E la manna è cibo per camminare, per continuare un viaggio che è iniziato come dono di liberazione e continua. Il cammino potrà aprirsi unicamente nell’affidamento al Dio vicino sorgente di ogni bene.

Il capitolo 6 del IV vangelo riprende il segno dei pani. Gesù osserva: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,26-27) E’ un invito ad interrogarsi sulla ricerca: Gesù critica una ricerca finalizzata ai propri bisogni e orienta a superare le attese immediate per aprirsi ad una ricerca più profonda: il segno dei pani distribuiti rinvia alla sua stessa vita. E per questo chiede di affidarsi a lui. “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?’ Gesù rispose: ‘Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato’” (Gv 6,28-29).

Il segno del pane ricorda il dono della manna nel deserto.  “In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6,2-33)

La vita intera di Gesù si riassume nel ‘darsi’. Viene così suggerito un cammino del credere: è innanzitutto accogliere Gesù e riconoscere in lui l’inviato del Padre. La manna è segno per indicare un percorso di fede. Gesù ora presenta se stesso come pane, nutrimento che dona senso all’esistenza ed apre a nuovo cammino.

Alessandro Cortesi op

Contro la fame

Il segno dei pani ricorda come Gesù sia attento alle esigenze concrete delle persone, come il suo agire sappia essere ascolto del grido di sofferenza che sorge dalla ferita che trafigge l’esistenza. Il suo sguardo non si posa su casi da affrontare con distacco, ma si lascia toccare dall’unicità delle persone, con le loro fatiche, le loro attese e speranze. Si lascia interrogare dai volti. Alla fame e al bisogno di pane Gesù risponde facendo in modo che vi sia pane per tutti e suggerisce come nel distribuire, nel condividere quel poco che c’è, si può attuare un processo nuovo, che conduce ad una sovrabbondanza inattesa.

Ma anche il suo ritrarsi e il suo fuggire perché volevano farlo re indica qualcosa d’importante: Gesù non vuole assecondare una ricerca che rinserra la vita nell’interesse immediato. Contrasta tutto ciò che rinchiude la vita entro gabbie che non le consentono apertura a dimensioni profonde. C’è la fame di pane, ma ci sono anche altre fami a cui dare ascolto. C’è la fame di nutrimento ma la vita non può essere nutrita solo di cibi o di cose. C’è un vuoto che va accolto e rinvia alla fame di libertà, di amore, di relazioni autentiche, di bellezza, di rapporti di giustizia tra le persone e i popoli, di pace.

La pretesa di una felicità che sta solamente nell’avere e nel consumare è grande illusione. Lo ricordava Herbert Marcuse – di cui ricorre in questi giorni il 40 anniversario dalla morte – nella sua opera “L’uomo a una dimensione”, del 1964. Il modello sociale prodotto dall’industrializzazione che pretende di assorbire ogni aspetto della vita umana la riduce al solo bisogno di avere e di consumare senza alcuna apertura ad una libertà che è il l’anelito più profondo del cammino umano. Si acconsente così a divenire vittime di una repressione che mantiene la vita nell’unica dimensione del consumo e della sola possibilità di scegliere oggetti doversi da consumare.

L’attenzione alla fame che ancora segna la vita di gran parte dell’umanità e l’impegno a ricordare le tante dimensioni della vita umana con tante attese e fami apre all’esigenza di un cambiamento radicale del modo di vivere.

Ricorda papa Francesco: “Questa pandemia ci ha posti di fronte alle ingiustizie sistemiche che minano la nostra unità come famiglia umana. I nostri fratelli e sorelle più poveri, e la Terra, la nostra Casa Comune che «protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei», esigono un cambiamento radicale. Sviluppiamo nuove tecnologie con le quali possiamo accrescere la capacità del pianeta di dare frutti, e tuttavia continuiamo a sfruttare la natura al punto di renderla sterile, ampliando così non solo i deserti esteriori ma anche i deserti spirituali interiori. Produciamo alimenti sufficienti per tutte le persone, ma molte restano senza il loro pane quotidiano. Ciò «costituisce un vero scandalo», un crimine che viola diritti umani fondamentali. Pertanto, è dovere di tutti estirpare questa ingiustizia mediante azioni concrete e buone pratiche, e attraverso politiche locali e internazionali audaci” (messaggio al pre-summit sul Food System Summit 2021, 26 luglio 2021.

Alessandro Cortesi op

XVII domenica tempo ordinario – anno B – 2021

2Re 4,42-44; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

Il profeta Eliseo di fronte  ad una offerta di primizie recate a lui come uomo di Dio invita a compiere una distribuzione nel dare pani alla gente. «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”». I venti pani d’orzo e grano novello, cibo dei poveri, sono distribuiti ad un gran numero di persone e per tutti ce n’è a sufficienza: non solo tutti poterono mangiare ma i pani distribuiti sono sovrabbondanti e ne avanzano, secondo la promessa del Signore. La parola del profeta lascia spazio al compiersi di quello che vuole il Signore: pochi pani sono poca cosa eppure il dono, il metterli a disposizione sfama tanta gente. Quel poco rivela nell’essere distribuito una sorprendente abbondanza.

L’intero capitolo 6 del IV vangelo si svolge attorno al segno dei pani. Gesù compie segni sugli infermi, segni che indicano un mondo nuovo, la cura perché chi soffre abbia vita. E c’è una gran folla. Gesù è preoccupato di dare da mangiare: è attenzione concreta, immediata, risonde ad una attea e ad una fame che sa leggere in quei volti davanti a lui. «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» Filippo si fa portavoce del dubbio di poter sfamare tante persone anche andando a comprare il pane:  la folla è immensa – sono indicate cinquemila persone – e il denaro non basta. Ma c’è un piccolo gesto che interrompe una situazione senza speranza. E’ la disponibilità di un ragazzo: cinque pani e due peci che vengono messi a disposizione. “Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Andrea scorge l’insignificanza e la pochezza di quei pani e dei pesci. Ma quel gesto di donoè accolto e continuato da Gesù che apre spazio ad una distribuzione senza limiti. “Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano”. Lui stesso comincia a distribuirli. Attorno ai tre gesti del prendere, ringraziare, dare si genera l’impossibile, l’inatteso. Quel poco diviene corrente inestinguibile che viene incontro alla fame di tutti. Dall’accoglienza, nel ringraziamento, nella condivisione di un dare senza riserve e senza trattenere sorge una realtà nuova. 

Il racconto di questa distribuzione porta a scorgere quell’esperienza così presente nella vita di Gesù, il mangiare insieme con gli altri: un pasto comune diviene oggetto di una lettura che lo rende un racconto di segno con riferimenti rilevanti alla cena eucaristica, e ai gesti di Elia e di Eliseo.

Il IV vangelo presenta infatti l’episodio dei pani in un luogo distante dai centri abitati e lo colloca temporalmente in riferimento alla Pasqua vicina.  Sono allusioni all’episodio della manna e delle quaglie nel deserto (Es 16; Num 11) e alla figura del profeta atteso come Mosé che avrebbe rinnovato il miracolo della manna.

Gesù stesso distribuisce il pane ed invita a raccogliere quanto è avanzato perché nulla vada perduto. I canestri in cui vengono raccolti i pani avanzati sono dodici, un numero che si riferisce alle dodici tribù del popolo d’Israele orientato a comprendere  l’intera umanità.

Di fronte al segno dei pani però da parte della folla sorge un’incomprensione: riconoscono in Gesù un profeta e vogliono prenderlo per farlo re: “Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò sulla montagna tutto solo”. Gesù prende le distanze da una ricerca di un messia che corrisponde ai bisogni ed è visto come soluzione ai problemi immediati.

Il segno dei pani è richiamo esigente ad un modo nuovo di vivere nella linea della condivisone della distribuzione. Gesù stesso nel gesto di distribuire i pani manifesta il suo volto. E’ lui stesso pane della vita (Gv 6,35): “Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”.

Alessandro Cortesi op

Pane e fame

Un recente rapporto di Oxfam riporta i dati sulla fame nel mondo in questo nostro tempo. A distanza di un anno mezzo dall’inizio della pandemia emerge da questo dossier come si sia verificata una crescita sorprendente del numero di persone che nel mondo vivono nel rischio di una carestia. Sono 155 milioni di persone sulla terra che non hanno una situazione alimentare sicura. Il loro numero è cresciuto di 20 milioni rispetto al 2020.

Il rapporto indica come “il virus della fame” si stia moltiplicando perché le persone che rischiano di morire per la fame sono quasi il doppio di quelle che sono vittime del contagio della pandemia Covid.

Le cause della condizione di fame nel mondo sono sintetizzate in tre ‘C’. La prima è infatti quella dei conflitti. Quasi 100 milioni di persone in 23 paesi della terra si trovano a vivere in regioni in cui sono in atto  conflitti armati e violenza.

Le guerre non sono solo causa della fame ma tra guerra e fame è presente un rapporto di relazione, perché in molti paesi in cui sono presenti conflitti la mancanza di cibo viene utilizzata come un’arma: vengono lasciate popolazioni senza accesso all’acqua e a beni di prima necessità e vengono impediti gli accessi degli aiuti umanitari. 

La seconda causa è la diffusione del Covid-19 e la crisi economica aggravata dalla situazione della pandemia. In molti paesi del mondo è stato interrotto il ciclo della produzione di alimenti tra il 2020 e gli inizi del 2021 e contemporaneamente si è verificato un aumento della disoccupazione a livello globale. Ma anche le disuguaglianze nel poter accedere ai vaccini a causa degli interessi economici delle aziende farmaceutiche e delle politiche egoiste dei Paesi ricchi, sono un fattore che impedisce i processi di uscita dalla miseria per moltissimi.

Una terza causa è la situazione di emergenza climatica in atto alle varie latitudini, che costituisce una tra le principali ragioni che spinge le persone a lasciare la propria terra e la propria casa, costringendole nella condizione di sfollati interni o di rifugiati. Le situazioni di conflitto e di crisi climatiche hanno costretto 48 milioni di persone a fine 2020 a trovarsi nella condizione di sfollati interni. Nel rapporto si legge: “I disastri climatici sono stati i principali responsabili del fatto che quasi 16 milioni di persone in 15 Paesi hanno raggiunto livelli critici di fame” (p.8). Nel cosiddetto “corridoio arido” centroamericano (Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua) è registrato un rapporto tra aumento delle vittime per fame e delle situazioni di emergenza alimentare e disastri climatici. Nel 2020 vi sono stati 30 uragani climatici, con un incremento di circa il doppio di fenomeni rispetto all’anno precedente.

Ciononostante le spese militari sono aumentate e a livello globale ha registro un incremento di 51 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra esorbitante, che grida scandalo al solo pensiero che equivale a sei volte e mezzo rispetto a quanto richiesto dalle Nazioni Unite per la lotta alla fame a livello globale.

Nel rapporto sono tristemente evidenziate ed elencate le regini della fame più terribile: sono innanzitutto lo Yemen, in cui è in atto da sei anni  un conflitto che ha conseguenze devastanti soprattutto sui bambini che muoiono per  malnutrizione e malattie. Nel Paese oltre 4 milioni di persone sono sfollati interni e vivono nella insicurezza alimentare. Una condizione aggravata da inondazioni e disastri climatici.

In Afghanistan vi è stato un aumento della fame estrema: “Non vi è esempio migliore di un Paese colpito dalle tre C letali: Covid-19, conflitto e crisi climatica. In Afghanistan la seconda ondata del virus, aggravata da un’impennata di violenza a seguito del ritiro delle truppe statunitensi, ha provocato forti perdite economiche, occupazione irregolare, massicci movimenti di sfollati e un forte calo delle rimesse” (p.11).

Vi è poi il Sud Sudan, un paese con età media della popolazione giovanissima, dove l’82 % degli abitanti vive tuttavia in una condizione di estrema povertà e circa 7,2 milioni di persone a rischio di fame. “Nella regione del Sahel Occidentale, comprendente Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal, la curva della fame evidenzia un’impressionante impennata del 67%” (p.12).

In America del Sud è il Venezuela il paese in cui più del 90 % della popolazione non può accedere ad una alimentazione sufficiente. La situazione di crisi economica e l’inflazione crescente hanno generato nel Paese una crisi umanitaria.

Ma accanto a questi Paesi in cui sono in atto situazioni e sofferenze drammatiche di uomini donne e bambini che muoiono per fame, altre regioni si affacciano nella condizione di crisi alimentare: tra di esse il Brasile in cui la pandemia ha avuto diffusione devastante anche per le responsabilità del governo che non ha posto in atto strumenti per fronteggiarla. Da qui la interruzione di attività economiche ed altre disastrose conseguenze per la popolazione.

Anche l’India ha visto milioni di persone dover fronteggiare una drammatica mancanza di cibo e si è registrata la necessità di ridurre l’apporto di cibo per la maggior parte della popolazione. Anche la chiusura delle scuole  in cui milioni di bambini potevano ricevere un pasto quotidiano ha avuto come conseguenza il non poter sfamare questi piccoli.

Così pure il Sudafrica, benché fosse un Paese considerato sicuro inizia ad essere una regione in cui più di 24 milioni di persone soffrono l’insufficienza di cibo.

Lo sguardo a questa realtà nel mondo non può non richiamare ad un’impostazione diversa nelle politiche di produzione e distribuzione del cibo e soprattutto è un richiamo per un radicale cambiamento di stili di vita. In un mondo dove vi sarebbe il cibo per tutti, il fatto che innumerevoli persone soffrono per fame suscita una domanda che dovrebbe condurre ad una lotta innanzitutto contro l’industria e il commercio delle armi che alimentano i conflitti, ad un impegno per promuovere rapporti di solidarietà con i paesi vittime di politiche inique e ingiuste – con abolizione dei brevetti dei vaccini mentre la pandemia continua a diffondersi – e per contrastare i cambiamenti climatici che sono una delle cause di tale situazione. 

Alessandro Cortesi op

XVI domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Ger 23,1-6; Ef 2,13-18; Mc 6,30-34

“Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”. E’ l’invito di Gesù agli apostoli “che si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato”.

L’esito di tutto questo ‘fare e insegnare’, sembra dire Marco, e con esso il senso di tutta l’attività degli apostoli, sta nel riposo, a cui Gesù li invita, in disparte.

Sta qui racchiuso un importante elemento del seguire Gesù e dello stare con lui. Gesù, nei momenti in cui veniva cercato e quando le folle lo circondavano, si ritirava tutto solo, in un luogo solitario (cfr. Mc 1,35; 6,46). In questi momenti Gesù viene ritratto da Marco nella sua preghiera, che è innanzitutto distanza dalla visibilità, allontanamento da modi sbagliati di cercarlo, generate da attese di gesti eccezionali, dalla ricerca di un capo da  esaltare. Gesù vivve invece silenzio e nella intimità lasciando spazio alla relazione che è radice della sua vita, l’incontro con l’‘Abbà’.

In questi passaggi di distanza e ascolto Gesù chiama anche i suoi accanto a sé, a condividere la sua scelta di chi non è venuto per farsi servire, ma per servire e quindi scendere, farsi piccolo. Li chiama non all’azione ma al riposo, in  disparte. Non si tratta solamente di un invito al riposo dopo la fatica, ma più profondamente l’aprire loro lo sguardo su ciò che costituisce la radice e la sorgente di ogni loro fare e insegnare, quella relazione viva personale ed intima con il Padre.

In questo si può cogliere il senso profondo della preghiera che Gesù desidera trasmettere ai suoi: la sua preghiera è un tempo di incontro, fatto non di parole, di rituali, di particolari attività, ma un tempo donato, segnato dal riposarsi, dall’attitudine a ricevere, dalla gratuità che sorge dal riconoscimento che ogni cosa viene dal Padre e dalla consapevolezza che l’unica cosa richiesta è l’abbandono fiducioso a lui. Il ‘luogo solitario’ evoca il deserto, luogo biblico della prova, ma anche luogo in cui, senza orpelli e difese, si può vivere l’incontro con Dio nell’amore. E’ lo spazio del fidanzamento tra Dio e il suo popolo e di cambiamento nell’accogliere il dono di un rapporto con lui non più da servi, ma da amici con il Dio dell’amore.

In questo brano compare anche un’espressione assi significativa: “(Gesù) vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise ad insegnare molte cose”. Lo stringersi delle viscere è sentimento propriamente femminile nel ‘sentire’ dentro di sé sofferenze e angustie dei figli. La compassione di Gesù nei confronti delle folle reca i tratti del coinvolgimento profondo. Non è sguardo paternalistico di assistenza. Gesù è coinvolto nella condizione di coloro in cui egli si identifica. E’ espressione che nella Bibbia è riferita alle ‘viscere di misericordia’ del Padre: “Non è forse Efraim un figlio caro per me, un mio fanciullo prediletto? Infatti, dopo averlo minacciato me ne ricordo sempre più vivamente. Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza” (Ger 31,20)

E’ questa l’attitudine del pastore che accompagna , si fa solidale perché conosce le sue pecore e condivide con loro l’esistenza e si prende cura di ognuna di esse: è Dio che “come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna, porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri” (Is 4,11; cfr Dt 32,11). L’autentico pastore di un gregge disperso e senza guida è Jahwè. Gesù guarda alle folle che lo cercano come gregge disperso e in attesa di guida e cura.  Nel suo sguardo si rende presente quanto la prima comunità  ha colto dello stile di Gesù. Nella sua vita attua quanto era stato promesso: “Il Signore, il Dio della vita in ogni essere vivente, metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell’uscire e nel tornare, perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore” (cfr. Num 27,16-17). Il suo andare e insegnare è per un grande raduno di affaticati e  oppressi perché trovino in lui la serenità del riposo. Nell’incontro con lui si incontra la cura e tenerezza del Dio della compassione.

Alessandro Cortesi op

Compassione e tre situazioni del presente

Tre notizie di oggi possono essere motivo di riflessione per ascoltare il vangelo come lampada ai nostri passi in questo tempo.

A vent’anni di distanza dai terribili fatti di Genova del luglio 2001, momento di sospensione della democrazia e di azioni di tortura e di violenza sistematica e indiscriminata, abbiamo visto scorrere davanti ai nostri occhi gesti orrendi di disumanità nelle carceri italiane nelle registrazioni filmate di violenze e torture procurate contro carcerati da interi reparti di polizia muniti di casco e manganelli a santa Maria Capua Vetere. In tante altre carceri si sono attuate situazioni analoghe attestate da testimonianze dirette, in particolare nel tempo della pandemia. Ma questa volta le immagini hanno reso evidente quanto avrebbe dovuto risultare manifesto anche prima ed era stato tenuto nascosto anche con tentativi di oscurare prove e depistare le indagini intraprese.

Sono violazioni sconcertanti della carta costituzionale, sono episodi che dovrebbero suscitare non tanto un moto di odio e rivalsa generalizzata nei confronti della polizia penitenziaria, ma una profonda indignazione per le responsabilità dei vertici – a tutti i livelli politici e di comando -che hanno promosso e consentito tale situazione generalizzata di violazione di diritti umani e di violenza pari a quella dei regimi dittatoriali. Un profondo sconcerto deriva anche dal pensare che nessuno di coloro che hanno perpetrato tali azioni di violenza su persone che dovevano difendere abbiano pensato di rifiutarsi ad ordini anticostituzionali e disumani. A fronte di questo indegno spettacolo appare urgente riscoprire che la pena e il carcere non debbono essere intesi quale ambito di castigo e repressione, di violenza e vendetta, ma luoghi della possibile maturazione del consapevolezza  degli atti ingiusti compiuti, occasione di riabilitazione e di apertura anche alla speranza. La distanza e la non conoscenza delle situazioni genera indifferenza, durezza, insensibilità, cioè il contrario della compassione che è attitudine radicata profondamente nel cuore e richiede di essere coltivata e curata. C’è un grande lavoro da compiere nella maturazione culturale, negli ambiti educativi, nella realizzazione di politiche concrete per evitare che la deriva giustizialista che ha preso piede in Italia abbia ancora sviluppo.

Una seconda notizia proviene dalla prossima votazione in aula del Parlamento del finanziamento da parte dell’Italia alla Libia perché gestisca il controllo delle migrazioni. La questione è posta nei termini di rifinanziamento degli accordi di cooperazione ma di fatto questi accordi sono un modo per esternalizzare il compito di mantenere con tutti i mezzi i migranti al di fuori dei confini europei. Ormai innumerevoli sono le denunce sulle condizioni disumane in cui sono costretti i migranti nei centri di detenzione in Libia, fatti oggetto di orribili crimini. Altrettante sono le denunce sui respingimenti illegali e sulle violazioni ai trattati internazionali ed alla convenzione di Ginevra da parte della cosiddetta guardia costiera libica che è composta di milizie violente e senza regole a cui è stata data copertura istituzionale. Nel giorni scorsi è stato sconcertante vedere le immagini di una motovedetta libica giunta a sparare contro una barca di migranti e ad inseguirla al fine di farla naufragare. Ricorrono anche le notizie verificate di omissioni di soccorso in mare.

Si avverte anche a tal riguardo l’urgenza di un soprassalto di umanità nel riconoscere la dignità inviolabile di migranti che cercano un futuro fuggendo situazioni di miseria, di guerra, di crisi climatiche. E ciò implicherebbe una chiara scelta di rifiuto del finanziamento alla Libia, senza tentennamenti e proposte svianti tese ad evitare una assunzione di responsabilità nella direzione di politiche nuove e diverse miranti non al respingimento ma all’accoglienza e integrazione dei migranti. Provare compassione non è un sentimento di anime belle ma è base della possibilità di vivere insieme riconoscendo l’esistenza dell’altro. Si avverte l’urgenza di politiche di migrazione lungimiranti, che prevedano possibilità di ingressi regolari, programmazione nell’ambito del lavoro in cui vi sarebbe tanta necessità di manodopera e di diverse presenze che certamente esigono anche una equa retribuzione. Al momento attuale risulta innanzitutto fondamentale porre una fine alla orrenda pagina di storia che segna questi decenni in cui nel Mediterraneo è stata compiuta e continua ad essere in atto una strage di uomini donne e bambini, lasciati annegare nell’indifferenza e nella complicità con i torturatori e i trafficanti di essere umani. E sarebbero da ricordare le parole di papa Francesco pronunciate nel suo viaggio di ritorno dal recente viaggio in Irak (11 marzo 2021): “La migrazione è un diritto doppio: diritto a non migrare, diritto a migrare. Questa gente non ha nessuno dei due, perché non possono non migrare, non sanno come farlo. E non possono migrare perché il mondo ancora non ha preso coscienza che la migrazione è un diritto umano”.

Una terza notizia riguarda la questione della discussione al Senato del ddl Zan che prevede  misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità. Certamente ogni legge potrebbe esigere miglioramenti ma è da scorgere come questa iniziativa sorga dal fatto che in Italia si è registrata negli ultimi anni una preoccupante crescita di episodi di violenza indirizzata contro persone LGBTI e disabili.  E’ questo un segnale della deriva di barbarie in atto nel cuore della vita quotidiana e che causa sofferenze e drammi nella vita di tante persone. A tutto questo è importante e urgente reagire con una azione educativa e formativa innanzitutto.

C’è chi ha sollevato la questione sull’identità di genere ritenendola portatrice di una sorta di ideologia che si imporrebbe per autorità statale. Tale nozione peraltro è presente nei trattati europei da tempo ed è anche nozione utilizzata sin dal 1998 in una norma nazionale come lo «Statuto delle studentesse e degli studenti della scuola secondaria» (Dpr 249/1998) che richiama all’ “educazione alla consapevolezza e alla valorizzazione dell’identità di genere” insieme alla maturazione da parte degli studenti del “senso di responsabilità e della loro autonomia individuale”.

Ma al di là di considerazioni che potrebbero aprire approfondimenti su tanti aspetti specifici dei temi in gioco appare sconcertante scorgere come questo decreto, già approvato alla Camera, divenga occasione di basse strategie di affermazione e luogo di contrattazione tra forze politiche alla ricerca di consenso, strumentalizzando un passaggio di discussione parlamentare e conducendo così a trascurare l’attenzione ai diritti, all’esistenza, al terribile carico di sofferenze che segnano la vita delle persone. Una approvazione di questo decreto costituirebbe una chiara affermazione di difesa di diritti e una occasione per contrastare l’atmosfera di intolleranza, di violenza e di rifiuto dell’altro che ammorba l’atmosfera del nostro Paese in questo triste momento storico. Anche a questo proposito compatire significa non attitudine paternalistica ma riconoscimento di dignità e agire concreto per la giustizia.   

Alessandro Cortesi op 

XV domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Am 7,12-15; Ef 1,3-14; Mc 6,7-13

“Ed essi partiti … ungevano di olio molti infermi e li guarivano”

I dodici sono convocati insieme innanzitutto per ‘stare con Gesù’: “ne costituì dodici che stessero con lui”. Marco nel suo vangelo indica così il primo ed essenziale momento di un’esistenza di chi è inviato: è scoperta che tutto nasce dalla sua chiamata, da un incontro. Stare con lui è la prima missione a cui Gesù chiama i dodici, un passaggio non del fare ma del lasciarsi prendere da un dono di presenza e di comunità. Nello stare con lui i suoi amici scoprono poi quale è la strada su cui Gesù li precede e sono provocati a cambiare il loro modo di pensare. I dodici rinviano al numero delle tribù del popolo d’Israele. E’ il numero simbolo di una comunità che si allarga a comprendere un popolo vasto, il popolo di Dio aperto a tutti i popoli della terra. Soprattutto rinvia a scorgere la continuità con la vicenda del popolo d’Israele. Gesù non costituisce un gruppo che sostituisce il popolo d’Israele, popolo della chiamata e della promessa di Dio che permangono. Il grande raduno, sognato dai profeti, di cui il popolo d’Israele è primizia, è aperto a coinvolgere tutti i popoli della terra.

C’è poi un secondo movimento della vita degli apostoli: ‘chiamati per stare con Gesù’ ma anche “prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri”. La parola e l’operare per portare vita, liberazione, per vincere il male sono i due ambiti di azione degli inviati.

‘Stare per andare’. Tale invio è per tutti nella comunità che Gesù voleva: non ha un termine, non trova conclusione e lo stile della missione è la povertà. “ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche”. Non è solo richiamo a comportamenti sobri, più in radice esprime la scelta di seguire Cristo che si è fatto povero per noi.  Gesù richiama ad affidarsi al Padre che non fa mancare ai suoi figli la sua cura.

Al cuore dell’esistenza nel seguire Gesù sta non un progetto di dominio, ma un movimento di lasciare spazio all’altro, di spogliarsi di tutto ciò che appesantisce e non apre ad accogliere la cura del Padre. L’invio di Gesù non è per una conquista ma per una testimonianza del suo vangelo, bella notizia che libera e guarisce l’esistenza per ogni uomo e donna.

Alessandro Cortesi op

Direzioni della missione

Un breve testo tratto dall’opera di David Bosch, Transforming mission:

“La proclamazione del regno di Dio è il centro di tutto il ministero di Gesù. Nel suo tempo, periodo di dominazione straniera, prevaleva la concezione del Regno di Dio come una realtà totalmente futura, che avrebbe capovolto la situazione e dato il dominio a Israele. Gesù, invece, sottolinea due elementi. Primo, il Regno di Dio riguardava non solo il futuro, ma anche già il presente, si era reso vicino; qualcosa di totalmente nuovo stava avvenendo; la speranza di liberazione si faceva vicina, il futuro era già entrato nel presente. Secondo, il Regno di Dio giungeva dovunque Gesù vinceva il potere del male. Siccome il male assume forme diverse – malattia, morte, possesso del demonio, peccato, privilegi dei gruppi, emarginazioni, vendette – anche il potere di Dio assume forme diverse.

Non si comprende l’azione di Gesù verso gli emarginati se non si coglie ciò che per Gesù è il Regno di Dio. È soprattutto a quanti sono messi ai margini della società che Gesù offre la possibilità di una nuova vita, basata sulla realtà dell’amore di Dio: possono stare a testa alta, sono figli del suo Regno, Dio si prende cura di loro. Agli occhi dei contemporanei di Gesù, Satana mostrava sugli impossessati la sua capacità di spadroneggiare. L’attacco del Regno di Dio contro il male si manifesta, allora, particolarmente con le guarigioni e la cacciata dei demoni: se Gesù caccia i demoni “con il dito di Dio”, “è segno che il Regno di Dio vi ha raggiunti” (Lc 11,20).

Va notata la natura inglobante del Regno di Dio: Gesù tocca tutte le forme di alienazione e tutti i muri dell’inimicizia e dell’esclusione. Per lui non c’è opposizione tra salvare dal peccato e salvare da una malattia fisica: per noi salvare è diventato un termine esclusivamente religioso, mentre nei Vangeli è usato almeno 18 volte nel caso di guarigione delle malattie. Anche il termine perdono comporta significati che vanno dalla liberazione degli schiavi al condono dei debiti, alla liberazione escatologica e alla remissione dei peccati.

La manifestazione del Regno di Dio nell’azione di Gesù è politica, anche se non nel senso moderno del termine. Dichiarare “figli del Regno di Dio” i poveri, era esprimere un profondo scontento della situazione e un forte desiderio di cambiamento. Per le vittime della società, la fede nella realtà del Regno di Dio risultava come un movimento di resistenza al fatalismo e all’emarginazione. Il venga il tuo Regno doveva suonare alle autorità come un proclama chiaramente politico. Hanno, infatti, ritenuto sovversiva l’azione di Gesù e l’hanno eliminato”.

XIV domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

miniatura inglese sec XIV – British Museum Londra

Ez 2,2-5; 2Cor 12,7-10; Mc 6,1-6

Nella pagina di Ezechiele è tratteggiato il profilo del profeta. “uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava”. La vita del profeta è spinta dalla presenza dello spirito del Signore che lo rende uomo dell’ascolto e della testimonianza. Il profeta è quindi in primo luogo l’uomo della Parola, chiamato a stare in ascolto e a ridire con la sua vita la parola ascoltata davanti (pro-) agli altri.

La vicenda del profeta è poi segnata da un invio: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele”. Se la forza di Dio è irresistibile, la missione tuttavia è segnata da difficoltà e ostacoli, soprattutto il rifiuto e l’ostilità che il profeta incontra nel suo annuncio. Il profeta infatti reca una parola esigente di orientamento nella fede a Dio e si scontra con tute le forme di riduzione della fede ad una costruzione umana e religiosa preoccupata del potere e dei privilegi, generatrice di ingiustizia, insensibile al cambiamento. Ezechiele si scontra così con il cuore indurito: in questa espressione è indicato l’atteggiamento della chiusura e del rifiuto a mettersi in discussione, la pretesa di autosufficienza che rimane chiusa in una vita autocentrata. Nella storia d’Israele emerge questo dato evidente, la tensione che si crea tra i profeti e le istituzioni, regale e sacerdotale, nelle differenti forme di potere costituito. Alla vicenda dei profeti si contrappone l’atteggiamento che viene descritto come incredulità e  durezza di cuore.

Gesù si presentò ai suoi contemporanei come profeta. nell’incontro con lui sorge una domanda: “si chiedevano a vicenda: ‘che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità?’ (Mc 1,27) e più ancora sorge la sorpresa perché questa autorevolezza e libertà sia di uno del paese di Nazaret: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo” (Mc 6,3). Gesù è partecipe pienamente della vita e delle relazioni che fanno la vita umana: i suoi genitori sono parte di quel mondo di Nazaret che l’ha visto crescere, lavorare condividere la vita con gli altri. I suoi fratelli e le sorelle sono la sua famiglia. Gesù è inserito nel tessuto di relazioni come ogni famiglia umana. 

Gesù incontra il rifiuto ad accogliere nelle sue parole e nei suoi gesti l’invito a cambiare vita ad orientarsi al Dio delle promesse; si scontra con il cuore indurito, l’incredulità di fondo, la non disponibilità a cambiare, e condivide così l’esperienza dolorosa dei profeti rifiutati perché il loro parlare mette in crisi:  “disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità”. (Mc 6,5-6)

Al termine di una sezione del suo vangelo in cui Gesù è stato presentato nel suo insegnare e nel compiere segni di liberazione (Mc 3,7-6,6), Marco indica l’approfondirsi di un rifiuto che coinvolge anche i compaesani di Gesù e si allarga progressivamente. E’ un rifiuto generato dall’incredulità, dalla chiusura del cuore. E’ preferire la religiosità del miracolo e dell’interesse all’affidamento nel cambiare vita nel senso della fraternità e del servizio. 

Ma Gesù non si lascia vincere da questa chiusura. Marco osserva che “Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando”. E’ venuto per andare oltre, oltre le frontiere che dividono le persone tra giusti e ingiusti, oltre i confini dell’esclusione, oltre anche le barriere del rifiuto. Gesù percorreva i villaggi, il suo camminare passa attraverso i percorsi della vita ordinaria sempre al di là di ogni chiusura.

Alessandro Cortesi op 

Rev. Pastora Sonia Hicks neopresidente Chiesa metodista inglese

Ignavia, disumanità e profezia

Ci sono notizie che colpiscono per il livello di inciviltà che rivelano e per la superficialità con cui vengono accolte nella confusione della comunicazione mediatica senza suscitare quella sana indignazione che dovrebbe sorgere in chi ha un minimo senso di coerenza e considera i diritti fondamentali di ogni persona.

E’ notizia degli ultimi giorni che a fronte della scelta di alcune squadre del campionato europeo di compiere prima della partita il gesto di inginocchiarsi riconoscendo l’urgenza di offrire un chiaro messaggio contro il razzismo che sta dilagando e a sostegno della campagna  ‘black lives matter’ (le vite dei neri contano), la squadra dell’Italia prima ha manifestato un comportamento di indifferenza – i giocatori infatti non si sono inginocchiati prima della partita con l’Austria – e successivamente è stato emesso un comunicato della Federazione Italiana Gioco Calcio che di fatto non prende posizione sul tema. I calciatori si inginocchieranno prima della prossima partita dei quarti contro il Belgio, non per adesione alla campagna ma per solidarietà con gli avversari (sic!).

Dante nella Divina Commedia ha posto gli ignavi nella zona antistante l’inferno parlandone nel canto III dell’Inferno: sono coloro che nella vita non hanno mai scelto tra bene e male. E forse più grave è l’ignavia di chi non sceglie ma si adegua al vento dominante per essere sempre sul carro del vincitore, oppure lo fa per dissimulare l’indicibile.

E’ piccola notizia, di cronaca minuta, ma che può essere rivelatrice della deriva di un Paese in cui ben altri movimenti più profondi sono in atto e sono perpetrate palesi violazioni di diritti umani fondamentali: sono i respingimenti illegali e a catena ai confini della Slovenia, il sostegno economico e organizzativo alla cosiddetta Guardia costiera libica che compie respingimenti illegali inseguendo e riportando nei centri di detenzione libici luoghi di tortura i migranti che cercano di attraversare il Mediterraneo. E ancora il nostro Paese è luogo di atroci violazioni della carta costituzionale nella pratica di violenza inaudita in carcere come i video sulle torture esercitate sui detenuti del carcere di s.Maria Capua Vetere  il 6 aprile dell’anno scorso hanno mostrato.

Sono segnali inquietanti di derive in atto e di cui emergono alla conoscenza pubblica talvolta solo le punte dell’iceberg, che non si limitano a comportamenti da derubricare come bagatelle o azioni di mele marce, ma coinvolgono i più alti livelli delle responsabilità politiche, del passato e del presente.

A fronte di queste notizie che fanno percepire il continuo riemergere di atteggiamenti fascisti e razzisti una notizia marginale apre al respiro. La chiesa metodista inglese ha eletto in questi giorni la sua prima presidente donna nera: è la pastora Sonia Hicks, metodista da generazioni, il cui bisnonno è stato un predicatore metodista in Giamaica.

Nel suo discorso di insediamento davanti alla Conferenza metodista ha ricordato la sua vicenda personale e quella della sua famiglia segnata dalla sofferenza per aver subito discriminazioni di tipo razzista quando giunsero dalla Giamaica in Gran Bretagna: la sua prozia Lize fu allontanata da una locale chiesa metodista perché nera, benché avesse con sé il documento di appartenenza alla comunità stessa. La pastora Hicks ha detto: «In un mondo in cui le persone sono escluse a causa della loro origine etnica, del loro orientamento sessuale, del loro genere o semplicemente perché, come me, sono cresciute in case popolari, credo che siamo chiamati a mostrare l’amore di Dio per tutte le persone” E ancora: «È una chiamata con cui i cristiani hanno sempre lottato, ma possiamo e dobbiamo in maniera più efficace rendere l’amore di Dio una realtà nella Chiesa metodista britannica, superando la discriminazione sistemica che esiste (…) Come cristiani – ha continuato – dobbiamo rispecchiare la grazia e la misericordia di Dio. Dobbiamo trovare modi per rivolgere l’invito di Dio all’accoglienza a coloro che incontriamo quotidianamente. Senza se e senza ma. Credo che ci sia un posto per tutti alla presenza di Dio, alla mensa di Dio. E, poiché riconosciamo che tutti hanno un posto, dobbiamo anche riconoscere che vivremo la tensione di non pensare tutti allo stesso modo, e che vivere con una tale tensione non è mai un’opzione facile». (Notizia tratta da https://riforma.it).

In questi segni, piccoli e deboli, è da scorgere oggi l’annuncio di una profezia che si concretizza nelle esistenze di persone che sanno prendere posizione e denunciare ogni deriva disumanizzante e nel contempo offrire il loro impegno per un cambiamento da attuare nella società e nelle chiese.

Alessandro Cortesi op

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