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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XVIII domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Es 16,2-15; Sal 77; Ef 4,17-24; Gv 6,24-35

‘E’ il pane che il Signore vi ha dato in cibo’. Mosè riconosce nel segno della manna un intervento del Signore. La manna è la risposta da parte di Dio al lamento del popolo, deluso e stanco nel cammino del deserto. La fame spinge a rimpiangere addirittura la situazione della schiavitù, purché il cibo sia assicurato. Così il popolo ‘mormora’, vive ribellione e sospetto contro un Dio che l’ha condotto nella condizione insopportabile del deserto. E’ disposto a rinunciare la libertà per saziare la fame. Le quaglie  e la manna provengono dall’iniziativa di Dio: sono sì un dono, ma anche una sfida per riconoscerlo come unico Signore. La mormorazione è espressione dell’idolatria che dimentica la signoria di Dio e l’orizzonte dell’alleanza: è rinuncia ad affidarsi e anziché riconoscere il Dio vicino, cercare altre fonti di sicurezza. La manna è offerta quale segno di fronte alla ribellione, un segno che indica di scorgere la provvidenza di Dio che non dimentica il suo popolo: potrà essere raccolta solamente per la razione di un giorno. E la manna è cibo per camminare, per continuare un viaggio che è iniziato come dono di liberazione e continua. Il cammino potrà aprirsi unicamente nell’affidamento al Dio vicino sorgente di ogni bene.

Il capitolo 6 del IV vangelo riprende il segno dei pani. Gesù osserva: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,26-27) E’ un invito ad interrogarsi sulla ricerca: Gesù critica una ricerca finalizzata ai propri bisogni e orienta a superare le attese immediate per aprirsi ad una ricerca più profonda: il segno dei pani distribuiti rinvia alla sua stessa vita. E per questo chiede di affidarsi a lui. “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?’ Gesù rispose: ‘Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato’” (Gv 6,28-29).

Il segno del pane ricorda il dono della manna nel deserto.  “In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6,2-33)

La vita intera di Gesù si riassume nel ‘darsi’. Viene così suggerito un cammino del credere: è innanzitutto accogliere Gesù e riconoscere in lui l’inviato del Padre. La manna è segno per indicare un percorso di fede. Gesù ora presenta se stesso come pane, nutrimento che dona senso all’esistenza ed apre a nuovo cammino.

Alessandro Cortesi op

Contro la fame

Il segno dei pani ricorda come Gesù sia attento alle esigenze concrete delle persone, come il suo agire sappia essere ascolto del grido di sofferenza che sorge dalla ferita che trafigge l’esistenza. Il suo sguardo non si posa su casi da affrontare con distacco, ma si lascia toccare dall’unicità delle persone, con le loro fatiche, le loro attese e speranze. Si lascia interrogare dai volti. Alla fame e al bisogno di pane Gesù risponde facendo in modo che vi sia pane per tutti e suggerisce come nel distribuire, nel condividere quel poco che c’è, si può attuare un processo nuovo, che conduce ad una sovrabbondanza inattesa.

Ma anche il suo ritrarsi e il suo fuggire perché volevano farlo re indica qualcosa d’importante: Gesù non vuole assecondare una ricerca che rinserra la vita nell’interesse immediato. Contrasta tutto ciò che rinchiude la vita entro gabbie che non le consentono apertura a dimensioni profonde. C’è la fame di pane, ma ci sono anche altre fami a cui dare ascolto. C’è la fame di nutrimento ma la vita non può essere nutrita solo di cibi o di cose. C’è un vuoto che va accolto e rinvia alla fame di libertà, di amore, di relazioni autentiche, di bellezza, di rapporti di giustizia tra le persone e i popoli, di pace.

La pretesa di una felicità che sta solamente nell’avere e nel consumare è grande illusione. Lo ricordava Herbert Marcuse – di cui ricorre in questi giorni il 40 anniversario dalla morte – nella sua opera “L’uomo a una dimensione”, del 1964. Il modello sociale prodotto dall’industrializzazione che pretende di assorbire ogni aspetto della vita umana la riduce al solo bisogno di avere e di consumare senza alcuna apertura ad una libertà che è il l’anelito più profondo del cammino umano. Si acconsente così a divenire vittime di una repressione che mantiene la vita nell’unica dimensione del consumo e della sola possibilità di scegliere oggetti doversi da consumare.

L’attenzione alla fame che ancora segna la vita di gran parte dell’umanità e l’impegno a ricordare le tante dimensioni della vita umana con tante attese e fami apre all’esigenza di un cambiamento radicale del modo di vivere.

Ricorda papa Francesco: “Questa pandemia ci ha posti di fronte alle ingiustizie sistemiche che minano la nostra unità come famiglia umana. I nostri fratelli e sorelle più poveri, e la Terra, la nostra Casa Comune che «protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei», esigono un cambiamento radicale. Sviluppiamo nuove tecnologie con le quali possiamo accrescere la capacità del pianeta di dare frutti, e tuttavia continuiamo a sfruttare la natura al punto di renderla sterile, ampliando così non solo i deserti esteriori ma anche i deserti spirituali interiori. Produciamo alimenti sufficienti per tutte le persone, ma molte restano senza il loro pane quotidiano. Ciò «costituisce un vero scandalo», un crimine che viola diritti umani fondamentali. Pertanto, è dovere di tutti estirpare questa ingiustizia mediante azioni concrete e buone pratiche, e attraverso politiche locali e internazionali audaci” (messaggio al pre-summit sul Food System Summit 2021, 26 luglio 2021.

Alessandro Cortesi op

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