la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “agosto, 2021”

XXII domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

Dt 4,1-2.6-8; Gc 1,17-18.21-22.27; Mc 7,1-8.14-15.21-23

I farisei criticano Gesù perché i suoi discepoli prendono cibo con mani immonde, cioè non lavate: li accusano di non osservare le prescrizioni della legge, la tradizione degli antichi. Dal punto di vista storico c’è una presentazione parziale dei farisei che al tempo di Gesù coltivavano una profonda tensione spirituale ed erano vicini a quanto Gesù diceva. Tuttavia nei vangeli i farisei sono presentati come paradigma di una religiosità costruita sull’esteriorità e nutrita di ipocrisia: la polemica con loro non è da leggere come un rifiuto di una spiritualità fondata sull’alleanza e sulla predicazione profetica ma va contro una attitudine universale che rinchiude la fede entro un sistema religioso. Il fariseismo è quindi atteggiamento presente in ogni tradizione e in ogni tempo. E’ questo il problema che viene posto a Gesù: l’osservanza di prescrizioni del rito e di norme è un fine o un mezzo?   

Nel rispondere Gesù porta la questione al suo centro: pone la domanda sul rapporto con Dio e  le tradizioni frutto di elaborazione umana, e apre la questione dell’obbedire a ciò che Dio chiede e di non seguire precetti di uomini.

Gesù si schiera contro l’ipocrisia, atteggiamento raffinato che porta a scambiare i fini con i mezzi, e porta a dare un primato alla preoccupazione scrupolosa di osservanze al posto di un ascolto di Dio nel percorrere un cammino di fedeltà.

E’ questa la linea costante nei profeti nel loro richiamare ad un culto non esteriore, di gesti sacrali e di osservanze di precetti, ma attuato nella vita nel cambiamento del cuore. Per questo Gesù riprende il rimprovero di Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto insegnando dottrine che sono precetti di uomini (Is 29,13).

Se il cuore sta presso Dio praticare un autentico culto significa vivere relazioni nuove con gli altri, di giustizia, di cura, di ospitalità. Riferire la vita a Dio implica prendere le parti dei poveri: “Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me (…)  Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,13-17).

Gesù smaschera la pretesa presente in ogni tipo di fariseismo che esaurisce la fede (come incontro e coinvolgimento personale nell’affidamento a Dio) ad un sistema religioso controllato da istituzioni che pretendono di avere un controllo assoluto riguardo al rapporto con Dio: limitare il culto a Dio ad una questione di osservanze e precetti che non implicano un rapporto nuovo con gli altri. Il comandamento di Dio richiede un culto della vita ossia impegno in una prassi di giustizia e di custodia dell’altro.

Gesù suggerisce anche che la sede del bene e del male non sta nelle cose in se stesse, ma è nel cuore dell’uomo, là dove si decide per il bene o per il male. Questo dice lo sguardo positivo, ottimista e buono verso tutte le realtà della vita umana: tutto viene da Dio e non può esser cattivo o impuro in sè. Nello stesso tempo pone davanti ad una radicale esigenza di responsabilità. Puro e impuro derivano dalle scelte che hanno la loro sede nel ‘cuore’ e si concretizzano in azioni. Gesù riporta al profondo del cuore e pone ognuno ad interrogarsi in modo libero e responsabile.

Alessandro Cortesi op

Ipocrisia

Ipocrisia è termine che trae la sua radice etimologica nel saper giudicare in modo puntuale e con profondità (da krinein, giudicare). Ma il termine nella Grecia classica fu utilizzato nell’ambito teatrale per cui l’hypocrites è un attore che sa proporre in modo convincente il suo ruolo, attuando quindi una recitazione attraente. E’ quindi connesso alla capacità di immedesimazione in un personaggio e nel saperlo rendere credibile agli occhi degli spettatori. Da qui si è attuato uno spostamento di significato dall’ambito della recitazione fino a rendere la parola sinonimo di una capacità di finzione, quindi di simulazione e presentazione di un volto che non è il proprio autentico volto. Nel contesto contemporaneo che vede lo sviluppo di una società connessa alla rappresentazione alcuni sociologi hanno rilevato come sia in atto un processo diffuso di assunzione di ruolo da mantenere come una maschera nelle diverse situazioni della vita. Ognuno diviene così attore di una grande rappresentazione offrendo una o più maschere. Questo gioco di ruoli può corrispondere al consenso proveniente dagli altri vicini o lontani (si pensi ai social media), oppure può anche derivare dalla paura di assumere una responsabilità nel manifestare autenticamente la propria interiorità, le proprie incertezze e ricerche, il proprio volto con i suoi limiti, imperfezionie con le sue attese, aperture, speranze.

Proprio in questi giorni nell’udienza generale di mercoledì 25 agosto papa Francesco ha parlato dell’ipocrisia offrendone una breve descrizione ed affrontando la questione dell’ipocrisia nella chiesa: “Cosa è l’ipocrisia? Si può dire che è paura per la verità. L’ipocrita ha paura per la verità. Si preferisce fingere piuttosto che essere sé stessi. È come truccarsi l’anima, come truccarsi negli atteggiamenti, come truccarsi nel modo di procedere: non è la verità. “Ho paura di procedere come io sono e mi trucco con questi atteggiamenti”. E la finzione impedisce il coraggio di dire apertamente la verità e così ci si sottrae facilmente all’obbligo di dirla sempre, dovunque e nonostante tutto. La finzione ti porta a questo: alle mezze verità. E le mezze verità sono una finzione: perché la verità è verità o non è verità. Ma le mezze verità sono questo modo di agire non vero. Si preferisce, come ho detto, fingere piuttosto che essere sé stesso, e la finzione impedisce quel coraggio, di dire apertamente la verità. E così ci si sottrae all’obbligo – e questo è un comandamento – di dire sempre la verità, dirla dovunque e dirla nonostante tutto. E in un ambiente dove le relazioni interpersonali sono vissute all’insegna del formalismo, si diffonde facilmente il virus dell’ipocrisia. Quel sorriso che non viene dal cuore, quel cercare di stare bene con tutti, ma con nessuno…” Francesco, Udienza generale 25 agosto 2021)

“L’ipocrita è una persona che finge, lusinga e trae in inganno perché vive con una maschera sul volto, e non ha il coraggio di confrontarsi con la verità. Per questo, non è capace di amare veramente – un ipocrita non sa amare – si limita a vivere di egoismo e non ha la forza di mostrare con trasparenza il suo cuore. Ci sono molte situazioni in cui si può verificare l’ipocrisia. Spesso si nasconde nel luogo di lavoro, dove si cerca di apparire amici con i colleghi mentre la competizione porta a colpirli alle spalle. Nella politica non è inusuale trovare ipocriti che vivono uno sdoppiamento tra il pubblico e il privato. È particolarmente detestabile l’ipocrisia nella Chiesa, e purtroppo esiste l’ipocrisia nella Chiesa, e ci sono tanti cristiani e tanti ministri ipocriti. Non dovremmo mai dimenticare le parole del Signore: “Sia il vostro parlare sì sì, no no, il di più viene dal maligno” (Mt 5,37). Fratelli e sorelle, pensiamo oggi a ciò che Paolo condanna e che Gesù condanna: l’ipocrisia. E non abbiamo paura di essere veritieri, di dire la verità, di sentire la verità, di conformarci alla verità. Così potremo amare. Un ipocrita non sa amare. Agire altrimenti dalla verità significa mettere a repentaglio l’unità nella Chiesa, quella per la quale il Signore stesso ha pregato” (ibid.).

Alessandro Cortesi op

XXI domenica ordinario – anno B – 2021

Gs 24,1-2a.15-17.18b; Ef 5,21-32; Gv 6,60-69

A Sichem Giosuè chiede alle tribù che avevano compiuto l’esodo e a quelle ritrovate nella terra di Canaan, una radicale decisione. A chi riferirsi come senso della propria esistenza? «Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrèi, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore». E’ un passaggio decisivo che si pone continuamente nella storia biblica, di scelta di relazione con il Dio dell’alleanza oppure a favore di altri dèi a cui asservire la vita.

E’ domanda che conclude un lungo discorso in cui sono ricordate le tappe dl cammino nel deserto, gli interventi di Dio, la sua vicinanza. Giosuè chiede di scegliere chi servire e il popolo esprime la sua decisione: «Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i padri nostri dalla terra d’Egitto…”

La risposta non è di individui isolati ma di un popolo che dicendo ‘noi’ scopre che la sua identità trova radice in un rapporto vivente. Il Dio dell’esodo è presenza di ascolto, di vicinanza, di compassione, un Tu che ha camminato e accompagnato il faticoso cammino verso la libertà.  In questa storia di liberazione Dio è il primo protagonista. Conseguenza di servire a lui sarà anche quella di assumere una responsabilità di liberazione per tutti i popoli. Il passaggio dell’assemblea di Sichem è scelta di affidamento e di servire il Signore, il Dio santo, il Dio geloso. Egli è un Tu vivente, che ha manifestato la sua vicinanza nella storia.

La pagina del vangelo di Giovanni è conclusione del lungo capitolo 6 sul segno del pane. Le parole di Gesù lasciano interdetti, il suo linguaggio è duro. Il dono del pane se da un lato risponde alle attese e alla fame delle persone, d’altra parte rinvia anche ad un rapporto con lui che va oltre le attese, si fa esigenza di affidamento, di condivisione di vita, di seguirlo  attuando le scelte proprie del suo cammino. E Gesù si scontra con la durezza nell’aprirsi alla sua parola, con l’incredulità nei suoi confronti.

“È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita”. Gesù chiede ai suoi discepoli di passare ad un modo di conoscere nuovo affidandosi allo Spirito. Non è questione di capacità e di sforzo umano ma disponibilità ad accogliere un dono che viene da Dio, lo Spirito, che trasforma: significa rinascere dall’alto, lasciarsi cambiare per intendere le cose e la vita non secondo le forze e l’intelligenza umana, ma affidandosi alle parole di Gesù. Lo Spirito è dono per vivere in tale orizzonte: “lo Spirito santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che io vi ho detto” (Gv 14,26)

La parola di Gesù rinvia al segno del pane, come dono della sua vita donata per tutti. Di fronte a queste parole anche i suoi più vicini cambiano atteggiamento: “Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. Nelle parole di Pietro è racchiuso l’atteggiamento del credere come affidamento alle parole di Gesù, abbandono allo Spirito, e scorgono il tesoro della relazione con Gesù. Pietro si fa voce della scelta e dell’orientamento die discepoli: “noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». Nell’incontro con lui si apre la luce di un orizzonte nuovo per la vita, un senso profondo che non è solo attesa di un aldilà futuro: le parole di vita eterna che Pietro riconosce a Gesù aprono un nuovo modo di vivere sin dal presente nel condividere i suoi passi.

Alessandro Cortesi op

Siate sottomessi gli uni agli altri

La coincidenza tra l’annuncio della morte di Gino Strada e le notizie che giungono dall’Afghanistan è un dato su cui sostare. Dopo vent’anni, l’esito fallimentare di una guerra che ha prodotto cinque milioni di sfollati nel Paese, 241 mila morti, di cui circa 29 mila bambini, con una spesa per le armi con cifre inimmaginabili appare davanti agli occhi del mondo. La pretesa di ‘esportare la democrazia’ con i mezzi delle armi, ma di fatto coltivando solamente i propri interessi si sta sgretolando come una enorme costruzione di sabbia. La fuga da Kabul degli americani è esito di accordi siglati da tempo con i talebani e condotti senza considerazione della vita della popolazione che dimostra un fallimento non solo della logica della guerra ma anche l’ipocrisia di progetti di dominio che si infrangono nel pantano della corruzione da essi stessi generata.

“Non mi sorprende questa situazione, come non dovrebbe sorprendere nessuno che abbia una discreta conoscenza dell’Afghanistan o almeno buona memoria. Mi sembra che manchino – meglio: che siano sempre mancate – entrambe” (Gino Strada, Così ho visto morire Kabul, La Stampa 13 agosto 2021).

L’ultimo articolo scritto da Gino Strada è una triste riflessione che si accompagna, con il suo stile, ad una lucida analisi nella memoria – e a tal proposito ricorda come “Il 7 novembre 2001, il 92 per cento circa dei parlamentari italiani approvò una risoluzione a favore della guerra. Chi allora si opponeva alla partecipazione dell’Italia alla missione militare, contraria alla Costituzione oltre che a qualunque logica, veniva accusato pubblicamente di essere un traditore dell’Occidente, un amico dei terroristi, un’anima bella nel migliore dei casi” – e nella denuncia: “Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra. Se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera. E peraltro, alla fine, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad averne così un qualche controllo, mentre ora sono costretti a fuggire con la coda fra le gambe” (Gino Strada, Così ho visto morire Kabul, La Stampa 13 agosto 2021).

E’ riflessione da parte di chi ha condotto fino in fondo la scelta di stare accanto alle vittime e di soccorrere chi ha bisogno di cura, contrastando con l’inermità delle cure mediche il dolore e le ferite portate dalle guerre.

La sua morte, proprio nei giorni in cui si assiste allo sfaldarsi di un progetto di guerra durato vent’anni, è segno di una testimonianza capace di guardare oltre e di suggerire altre vie, in deciso contrasto con la logica del dominio con mezzi militari e nella chiara determinazione a spendere la vita nel soccorrere le vittime della violenza umana. 

“Cosa ci ha trasmesso la luminosa vicenda terrena di Gino Strada? Una consapevolezza che ha nutrito il nostro rapporto facendoci vivere anche momenti d’intensa condivisione. La consapevolezza che il male e l’ingiustizia si nutrono di passività, indifferenza, irresponsabilità. Che il male prospera laddove le coscienze sono troppo quiete o distratte” (Luigi Ciotti, Da sempre contro ogni ingiustizia, La Stampa 14 agosto 2021).

Alessandro Cortesi op

Assunzione di Maria – anno B – 2021

Ap 11,19-; 12,1-6.10; 1Cor 15,20-26; Lc 1,39-56

“Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti”. Paolo richiama la bella notizia comunicata alla comunità. E’ il vangelo da lui stesso ricevuto, annuncio essenziale della fede cristiana: Il Cristo risorto è il medesimo Gesù che ha vissuto la passione ed è morto sulla croce. Credere è radicarsi nell’incontro con il profeta di Galilea passato in mezzo a noi, nella sua storia e sorge il mattino di Pasqua quando la testimonianza delle donne apre ad un orizzonte al di là della storia: credere in Gesù Cristo è vederlo in modo nuovo come il Vivente che ha vinto la morte. L’evento della risurrezione è inscindibilmente legato alla morte, e di qui a tutta la vita di Gesù, al suo progetto testimoniato fino alla fine.

La risurrezione non è ritorno alla vita di prima e coinvolge ogni donna e uomo (da Adamo). Paolo accosta Cristo ad Adamo e lo indica come ultimo Adamo, compimento del dono di vita nella creazione di Adamo. Tutti siamo simili ad Adamo, tratti dalla terra, fragili, esposti alla morte, e Gesù è ultimo Adamo, immagine più alta a Dio. Possiamo accogliere la somiglianza di Gesù: “Come siamo simili all’uomo tratto dalla terra, così allora saremo simili a colui che è venuto dal cielo” (1Cor 15,47-49)

Maria è partecipe dell’umanità che ha in Adamo la sua origine ed è assunta nella vita della risurrezione, segno di consolazione e di speranza per tutti. Cristo è come la primizia nella primavera della storia, inizio di un grande raccolto e la sua risurrezione coinvolgerà tutta l’umanità: “come tutti gli uomini muoiono per la loro unione con Adamo, così tutti risusciteranno per la loro unione a Cristo. Ma ciascuno nel suo ordine. Prima Cristo che è la primizia, poi, quando Cristo tornerà, quelli che gli appartengono” (1Cor 15,23). Maria è, accanto a Cristo, primizia della nostra risurrezione.

Maria ha saputo leggere la presenza dell’azione di Dio nella sua storia. Ha risposto credendo alle chiamate di Dio nella sua vita. La sua esperienza ci dice che la vita nella condizione dei risorti inizia nell’ascolto che ci fa seguire la Parola di Dio ogni giorno nella vita. Tutta la sua esperienza è segnata da due dimensioni: la grazia che sperimenta come sguardo dell’amore di Dio per lei, e il servizio come risposta di donna coraggiosa e forte. E’ una dei poveri di Jahwè e guarda la storia dalla parte di chi è debole. Maria si è lasciata toccare dallo sguardo di amore di Dio per lei: “Ha guardato l’umiltà della sua serva” e ha vissuto la sua vita nella logica della risurrezione: “si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa in una città di Giuda”. In questo ‘alzarsi’ è racchiuso il senso profondo della sua vita’ ed è un alzarsi che la reca a rendersi disponibile nel servizio presso Elisabetta, la conduce a guardare il bisogno dell’altro e a mettersi in cammino, per scoprire nell’incontro la benedizione di Dio e la potenza dello Spirito. E’ una indicazione di come poter sperimentare sin d’ora come vivere nell’orizzonte della risurrezione.

Alessandro Cortesi op

In alto insieme

Citius, altius, fortius è il motto delle olimpiadi: avverbi che fanno cogliere il fascino della dimensione agonistica propria dello sport, la gara nel misurarsi con altri, la tensione a superare il proprio limite, la fatica nell’esprimere il gesto atletico più armonico o preciso, lo spirito di squadra che conduce a sopravanzare gli avversari. E’ un di più che orienta a vincere e primeggiare osservando le regole e i caratteri propri di ogni disciplina e tuttavia va tenuto insieme al primato del partecipare secondo l’ideale delle olimpiadi moderne affermato da De Coubertin. Ma è forse da ricordare come il motto possa essere capovolto con indicazione diversa: lentius, pofundius, suavius… Da pochi giorni si concluse le olimpiadi del Giappone segnate dalla pandemia e rinviate di un anno. Nei giochi di quest’anno si sono presentate alcune storie che hanno rivelato aspetti dell’umanità che ha popolato le gare e le sfide, storie che conducono a guardare le olimpiadi anche da altri punti di vista non solo secondo la logica della competizione, ma secondo la linea dell’attenzione a chi soffre e nell’orizzonte del vincere insieme.  

Yusra Mardini è atleta proveniente dalla Siria. E’ una degli 80 milioni di rifugiati nel mondo. Alle olimpiadi ha partecipato anche una delegazione di atleti rifugiati che con la loro presenza hanno ricordato al mondo la sofferenza di tanti. Nuotava in piscina a Damasco con la sua sorella più piccola e quando una bomba cadde nelle vicinanze. Maturò la decisione di lasciare il paese e si trovò ancora a nuotare per trascinare il gommone per 9 persone su cui nella notte erano saliti in venti. Yusra con la sorella Sara ora vive in Germania e non nuota più sotto le bombe ma è giunta a partecipare alle olimpiadi. Come lei la ciclista Masomah Ali Zada originaria dell’Afghanistan e rifugiata anche lei di etnia hazara a causa della persecuzione attuata dai talebani nel suo paese e costretta a vivere in esilio. 

Nel giorno in cui la staffetta italiana ha vinto on una corsa storica la 4×100 la mamma di Eseosa (Fausto) Desalu, uno dei quattro velocisti, invitata ad una trasmissione televisiva si è scusata di non poter partecipare dicendo: “Mi scuso per non poter essere in trasmissione ma io lavoro come badante e evo seguire una persona anziana. Ho cresciuto mio figlio da sola, venendo dalla Nigeria in Italia e non parlando una parola di italiano…”.

Quan Hongchan 14enne cinese ha vinto la medaglia d’oro nei tuffi: proviene da una famiglia di contadini  la madre è malata e necessita di cure continue. Proprio il desiderio di poter essere d’aiuto alla mamma malata è stata la molla che l’ha condotta a sostenere la fatica degli allenamenti e di emergere nei tuffi dalla piattaforma di 10 metri. Desiderava infatti poter sostenere gli ingenti costi delle cure della mamma.

Theodoros Iakovidis atleta greco al termine delle gare in cui è stato impegnato ha parlato delle condizioni di difficoltà in cui si trovano gli atleti greci che non possono nemmeno permettersi terapie dai fisioterapisti. Il 35 % della popolazione in Grecia è sulla soglia della povertà e questo atleta ha reso visibile nelle sue lacrime le condizioni di indigenza di questo paese.

Toccante è anche la vicenda di due atleti campioni nella lotta libera, tra cui Arthur Naifonov, uno dei settecento bambini che furono ostaggio nell’azione terroristica nella scuola di Beslan tra il 1 e il 3 settembre 2004. In quell’occasione sua madre morì per difendere il figlio. Sopravvissuto alla strage ha saputo porre impegno sino a divenire campioni nella lotta libera a partire dall’orrore di quell’evento sanguinoso. Un altro bambino della scuola, Zaurbek Sidakov, che quel giorno si salvò perché era rimasto a casa è un altro campione della lotta alle olimpiadi. Egli ha dichiarato i suoi pensieri negli anni: “se mai dovessi ottenere una grande vittoria, la dedicherò a tutti coloro che hanno sofferto a Beslan”

Trovo infine una tra le immagini più emblematiche e cariche di significato di queste olimpiadi nell’abbraccio che ha visto insieme Gianmarco Tamberi e il qatariota Mutaz Essa Barshim, atleti del salto in alto. Al termine di una intensa gara conclusa in parità, al giudice che stava proponendo ai due atleti di procedere ad una ulteriore sfida per determinare il vincitore, Mutaz Essa Barshim, campione del Qatar, ha chiesto: ‘è possibile avere due ori?’ ed alla risposta positiva del giudice è scoppiata la gioia incontenibile di entrambi. Così sulla pedana della premiazione, al suono degli inni nazionali si è assistito allo scambio delle medaglie tra i due, insieme campioni, non l’uno senza l’altro, insieme premiati con l’oro dell’amicizia.

Nel programma ‘Notti magiche’ in collegamento con il TG3 la giornalista Giovanna Botteri ha espresso forse meglio di altri alcune chiavi di lettura che aiutano a leggere ciò che sta dietro ai risultati di tanti atleti italiani: ““È bellissima soprattutto l’immagine degli atleti Italiani che vincono. L’Italia che ha vinto è un’Italia che rimanda un’immagine di lavoro, di lacrime, di sofferenza, di fatica. (…) In questo momento in cui l’Italia si affaccia in un periodo difficile, la pandemia non è finita, bisogna ricostruire il Paese, questo è un grande messaggio che arriva: possiamo farcela, abbiamo tutto per farcela, nonostante tutte le lacrime e i sacrifici. Perché l’Italia che vince non è quella degli splendidi e dei meravigliosi, è l’Italia dei figli delle badanti, di quello che si ammala di Covid e di quella che continua nel garage a fare le prove. L’Italia quella vera, che magari si vede di meno ma nelle occasioni che contano”.

Il messaggio di Maria che si alza per andare incontro ad Elisabetta, che scopre il volto di Dio come colui che ‘ha guardato l’umiltà della sua serva’, che abbassa i potenti dai troni e innalza gli umili è in certo modo il messaggio che si è reso presente in alcune storie di queste olimpiadi, storie di una umanità plurale tesa a vivere non solo la competizione che fa andare più veloce e più in alto, ma che sperimenta la nostalgia di salvarsi insieme agli altri.

Alessandro Cortesi op

XIX domenica tempo ordinario – anno B – 2021

1 Re 19,4-8; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51

“Elia, impaurito … si inoltrò nel deserto per una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire disse: ‘ora basta, Signore! Prendi la mia vita…”

Elia è profeta che ha risposto alla chiamata di Dio e per questo si è scontrato non solo con i poteri religiosi, i profeti di Baal (1Re 18,40) ma anche con il potere politico: la regina Gezabele infatti lo fa ricercare per ucciderlo.

In fuga nel deserto Elia vive la solitudine fino a dire ‘basta Signore, ora è troppo’: in lui si riflette  l’esperienza di chi ha posto la sua vita nelle mani di Dio e si scontra con le difficoltà e le persecuzioni. Il cammino di Elia ripercorre quello di Mosè che aveva vissuto nel deserto n solitudine nella sua fuga , poi alla guida del popolo aveva attraversato ancora un altro deserto. Ora Elia, nel deserto e nella solitudine, ripercorre i passi di quel cammino.

Proprio in questo momento scopre che un messaggero, un angelo, lo invita a prendere e mangiare: pane e acqua. Sono i segni di una vicinanza di Dio che non abbandona mai i suoi servi. Ed è nutrimento che permette di andare avanti. E’ così accompagnato, lui profeta, a scoprire la presenza di Dio vicino in modo nuovo. Elia potrà fare questo cammino solamente con la forza di quel pane e acqua, doni inattesi.

Nel capitolo 6 del IV vangelo strutturato attorno al segno del pane sono descritte due reazioni. I ‘giudei’ (nel IV vangelo figura simbolica di chi si pone di fronte a Gesù nel rifiuto) mormorano perché conoscono Gesù e la sua provenienza e così dicono la loro ostilità perché ha detto  “io sono il pane disceso dal cielo”.

L’atteggiamento di Gesù è diverso, parla del Padre ed invita a credere. I giudei  non accettano che Dio possa esser vicino. Gesù propone loro di lasciarsi attirare dal Padre e di aprirsi ad accogliere un volto di Dio sorprendente, che scardina i nostri schemi. L’incontro con Dio si rende possibile nell’incontro con lui, nel lasciarsi nutrire da lui: “Io sono il pane vivo”. Pane vivente è un’esistenza spezzata e condivisa che esprime la vita di Dio. Gesù propone non un nutrimento materiale ma il pane quale segno della sua stessa vita per la vita di tutti. “I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

E’ qui utilizzato il termine ‘carne’ (sarx) che faceva riferimento alla carne degli animali macellati, alla dimensione più fragile del corpo umano. Nel IV vangelo questo termine è presente nel prologo: ‘e il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi’. Indica la presenza di Dio vicino, capace di condividere la totalità della vita in tutte le sue dimensioni. Gesù rivela il volto di un Dio che prende su di sé tutto l’umano. Il dono del pane, carne di Cristo consegnata per la vita del mondo,  è continuazione del mistero dell’incontro tra Dio e l’uomo (l’incarnazione) ed è vita donata di Gesù, uomo per gli altri.

Alessandro Cortesi op

Un pane per vivere

C’è una contrapposizione tra il mangiare la manna e poi morire e mangiare il pane della vita per vivere. Il messaggio di Gesù e la sua vita sono per la vita di tutti.

In tempo di pandemia si è sviluppato un dibattito che vede poste a tema le questioni della libertà, della vita, della responsabilità verso se stessi e verso gli altri. C’è chi ha sottovalutato e addirittura negato la letalità del virus che dal dicembre 2019 si è peraltro diffuso in tutta la popolazione mondiale producendo sofferenze e morti, impoverimento e difficoltà economiche ed in certe aree del mondo situazioni disastrose per la mancanza di adeguata assistenza sanitaria e per decisioni politiche che non hanno provveduto a misure di contenimento del contagio ed hanno causato milioni di morti: si pensi al caso dell’Amazzonia e del Brasile e dell’India.

In particolare da quando sono stati resi possibili i vaccini un dibattito si è acceso tra coloro che nutrono opposizioni e dubbi sull’obbligo di vaccinarsi e coloro che per contro ritengono sia grave responsabilità comune assumere il vaccino in vista di difendere la salute propria e quella degli altri.

Un autorevole filosofo italiano Giorgio Agamben da quando è scoppiata la pandemia ha espresso una riflessione che egli collega al suo approfondimento sulla nuda vita:

in un intervento del 16 aprile 2021 (nel suo blog Quodlibet) scriveva: “Più volte nei miei interventi precedenti ho evocato la figura della nuda vita. Mi sembra infatti che l’epidemia mostri al di là di ogni possibile dubbio che l’umanità non crede più in nulla se non nella nuda esistenza da preservare come tale a qualsiasi prezzo. La religione cristiana con le sue opere di amore e di misericordia e con la sua fede fino al martirio, l’ideologia politica con la sua incondizionata solidarietà, perfino la fiducia nel lavoro e nel denaro sembrano passare in second’ordine non appena la nuda vita viene minacciata, seppure nella forma di un rischio la cui entità statistica è labile e volutamente indeterminata”. Tali valutazioni basate su un giudizio di un rischio labile e indeterminato si sono rivelate assai deboli. Più recentemente ha espresso posizioni estremamente critiche sull’obbligo di vaccinare le persone delineando il rischio di una dittatura sanitaria: egli scorge come lo stato d’eccezione con cui è stata affrontata dai governi la pandemia ha costituito il momento di privazione di libertà fondamentali e quindi di sospensione della vita democratica (A che punto siamo? Pandemia e politica, Quodlibet 2020). A queste tesi ha manifestato il suo assenso Massimo Cacciari in recenti interventi sottoscrivendo un comune appello dal titolo A proposito del decreto sul green pass in cui criticando l’introduzione del certificato di vaccinazione per consentire l’accesso ad ambienti di vita pubblica e ai luoghi di lavoro scrivono: “Guai se il vaccino si trasforma in una sorta di simbolo politico-religioso. Ciò non solo rappresenterebbe una deriva anti-democratica intollerabile, ma contrasterebbe con la stessa evidenza scientifica”.

La preoccupazione alla base di tali posizioni – che pur risentono di una insufficiente considerazione di quanto proviene da una verifica della comunità scientifica – sta nel venir meno di garanzie democratiche e di non discriminazione dei cittadini che sono proprie dei sistemi democratici: la loro presa di parola è orientata a contrastare fenomeni di tipo dittatoriale nella realtà attuale.

Queste prese di posizione hanno suscitato un dibattito in cui anche altri filosofi sono intervenuti in modo critico e con tesi diverse: ricordo la lucida sottolineatura di Donatella Di Cesare su L’Espresso di domenica 1 agosto (Cari Agamben e Cacciari pensiamo a chi non è protetto, “L’Espresso”, 1 agosto 2021): “Dove sarebbe la discriminazione? In che modo si produrrebbero cittadini di seconda classe? Lo spazio pubblico è attraversato oggi da gravi discriminazioni; sono molte e molti coloro che, condannati a non avere voce, a restare ai margini, sono consegnati all’invisibilità. Verso questi ultimi, senza protezione, esposti a tutto, privi di vaccino, dovrebbe rivolgersi la nostra attenzione. Non a chi dallo spazio pubblico si autoesclude rispondendo con un “no” riottoso a quel richiamo alla responsabilità che è il green pass”.

Nel suo intervento in un rapido accenno pone a confronto le due posizioni che oggi si confrontano spesso senza assumere un atteggiamento di ricerca e di consapevolezza della complessità, ma nell’opposizione di tesi avverse e contraddittorie: “sono deleterie le due derive opposte: quella del complottista credulone che scorge ovunque il piano di Bigpharma, e quella dello scientista saccente e altezzoso, convinto di avere in tasca la verità assoluta”.

E’ deleteria questa contrapposizione tra una concezione positivista della scienza che non tiene conto del limite e dell’incertezza, e per contro di chi non da alcun credito alla competenza ed ai processi di verifica nella comunità scientifica e della comunità civile. Tale attitudine di tifoserie da stadio è un elemento da superare nel contesto attuale ma soprattutto penso sia indebita l’affermazione di una discriminazione nei confronti di chi non intende assumere responsabilità nei confronti della vita degli altri. Oggi sarebbe da porre peraltro attenzione a quelle derive in atto della tenuta democratica del Paese che sono presenti in modo assai evidente nella discriminazione nei confronti di tutti gli invisibili (migranti, lavoratori sfruttati, emarginati delle città…).

Peraltro la decisione di assumere il vaccino può essere vista come assunzione di responsabilità che tiene insieme esigenza di affermazione di una libertà che richiede di tener conto dell’esistenza degli altri  e quindi si attua nei termini di responsabilità. E’ questa forse una delle lezioni da accogliere dalla pandemia quale evento che ha coinvolto l’intera popolazione mondiale. E peraltro ritengo che le energie della società civile potrebbero e dovrebbero essere indirizzate in questo momento non tanto per rivendicare una libertà senza limiti, ma in una lotta di solidarietà perché siano tolti i brevetti dei vaccini da parte delle multinazionali farmaceutiche e siano forniti i vaccini soprattutto ai paesi poveri che non hanno ancora potuto fornire vaccinazioni a livello diffuso. 

In tal senso trovo puntuali le sottolineature di Nadia Urbinati (La nostra libertà non è assoluta: per avere senso ha bisogno degli altri, “Domani” 31 luglio 2021) che leggendo lo sviluppo di quella che è stata indicata come la civiltà dei diritti, in cui noi ci troviamo a vivere godendo di conquiste dovute alle sofferenze di tanti, evidenzia come la conquista progressiva di diritti ha aperto l’orizzonte di consapevolezza degli obblighi relativi alla pratica di ogni diritto e ha ricordato come in particolare la Costituzione italiana tenga ben presente nella sua articolazione tale dinamismo che pone limite al ‘fare quello che mi piace’:    “Coloro che identificano il green pass con il dispotismo securitario e la discriminazione nei confronti di coloro che sono contrari alla vaccinazione ci hanno come svegliato da un sonno dogmatico. Ci han fatto vedere quel che in condizione di ordinaria vita civile non vediamo: che la libertà non è mai una dichiarazione di assolutezza, anche quando proclamata nel nome di diritti fondamentali; che, infine, i diritti hanno un necessario contraltare di obblighi legali e di doveri morali. Riposano per la loro efficacia sulla nostra individuale responsabilità, per cui averli proclamati nei codici non è bastante a renderli forti ed efficaci.La pandemia ci fa comprendere quel che tendiamo a dimenticare: che chi sta fuori da ogni relazione umana non è né libero né non libero (non è giudicabile moralmente) e non ha quindi bisogno di diritti. La libertà vuole gli altri per essere e avere un senso”.

Il richiamo a alcuni principi costituzionali può essere occasione di riscoperta di quanto Dante esprimeva ponendo in bocca di Marco Lombardo l’espressione ‘Liberi soggiacete” (Purg XIII).  Non esiste una libertà illimitata e priva della considerazione del riferimento ad un’alterità che si fa sempre appello che chiede risposta e assunzione di un peso. Sarebbe un mangiare per morire, quando invece siamo chiamati a mangiare per vivere e vivere insieme. Ancora Nadia Urbinati:  

“Riandare ai principi ci aiuta a criticare atteggiamenti e idee a sostegno di una libertà assoluta e indifferente a quel che sta oltre il desiderio e il volere del singolo, secondo l’assunto che “fare quel che ci piace” sia un fare senza limiti. Ma la libertà assoluta è un ossimoro e il diritto che la protegge ne è la conferma. Il diritto si cura di dirci se e quando le nostre scelte sono dannose agli altri, e legittima lo stato a intervenire. Il green pass è questo intervento. Non discrimina, ma indica una condizione grazie alla quale possiamo scegliere di fare o non fare qualcosa.”

 Alessandro Cortesi op

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