la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXXI domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Dt. 6,2-6; Eb 7,23-28; Mc 12,28-34

 “Qual è il primo di tutti i comandamenti?” Gesù risponde richiamandosi alla Torah e rinviando a due passi della Scrittura. Il primo testo è dal Deuteronomio: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore” (Dt 6,4-9)

Questo testo sta all’origine della preghiera che nella tradizione ebraica è ripetuta al mattino e alla sera, scandendo la giornata. E queste parole sono riportate su rotoli contenuti in piccole teche di cuoio da legare alla fronte e al braccio per la preghiera, segno di un fissare nel cuore l’ascolto a cui esse richiamano. Invitano infatti a porre Dio al primo posto nella vita come spesso i profeti ricordano: “poiché voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti.” (Os 6,6).

E’ un appello all’importanza essenziale dell’ascolto per sfuggire al grande peccato dell’idolatria che è inseguire riferimenti vani, scambiati per assoluti ma che non hanno consistenza. Ascoltare significa porsi in relazione con Dio che si rende vicino e chiama Israele ad incontrarlo nella vita: ‘Io sarò colui che sarò… sarò con te’ (cfr. Es 3,14) è il nome consegnato a Mosè e indica un cammino in cui accogliere una presenza vicina. Ascoltare è attitudine del cuore, che  nel linguaggio biblico costituisce il centro della sensibilità ma anche dell’intelligenza e delle decisioni-. Ascoltare genera un affidamento ed implica riconoscere Dio come unico riferimento assoluto nell’esistenza. Per questo la preghiera dello Shemà è sintesi della spiritualità dell’esodo: il Dio che ha liberato Israele non prende il posto del faraone, paradigma di ogni potere che genera oppressione e ingiustizia, ma dona liberazione e vita anche nel deserto e chiama a rimanere nell’ascolto per rispondere  alla sua Parola.

Gesù poi riprende un secondo testo, tratto dal libro Levitico, dal codice di santità: “Parla a tutta la comunità degli Israeliti dicendo loro: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo” (Lev 19,2; cfr. Lev 20,8). “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore” (Lev 19,18).

Gesù richiama così il cuore della legge e accompagna a recuperarne le radici: non entra nel dibattito di scuola sulla questione di quale precetto sia il più importante che conduce alla fine a svuotare il richiamo di fondo di questi testi e a perdere di vista il centro. Gesù non rinvia ad una serie di norme o di espressioni cultuali. Richiama all’esperienza dell’Esodo. Ascolto di Dio e amore per l’altro costituiscono il cardine della legge.

Proprio in questi giorni papa Francesco durante l’udienza del 27 ottobre us ha ricordato: “Ancora oggi, molti sono alla ricerca di sicurezze religiose prima che del Dio vivo e vero, concentrandosi su rituali e precetti piuttosto che abbracciare con tutto sé stessi il Dio dell’amore. E questa è la tentazione dei nuovi fondamentalisti, di coloro ai quali sembra la strada da percorrere faccia paura e non vanno avanti ma indietro perché si sentono più sicuri: cercano la sicurezza di Dio e non il Dio della sicurezza”.

Alle parole di Gesù lo scriba reagisce dicendo che questo vale più di tutte le pratiche religiose. E Gesù gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”. L’esperienza dell’ascolto e dell’amore per Dio nella proposta di Gesù si attua solamente nell’apertura all’incontro con gli altri. Mettendo insieme queste due parole della Legge Gesù richiama ad un incontro di Dio da vivere nelle relazioni concrete con gli altri. L’altro è prossimo da riconoscere come tale, da vedere e da incontrare. La vita di chi segue Gesù deve essere intesa ‘mai senza l’altro’.

Alessandro Cortesi op

Tutti i santi – anno B – 2021

Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a

“Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello”

Apocalisse non è ‘fine del mondo’ ma rivelazione: l’ultimo libro del Nuovo testamento è un testo profetico, lettura della storia alla luce del vangelo. Nelle prove del presente viene indicato il cammino orientato ad un incontro con Dio che salva. Gesù Cristo è presentato con l’immagine dell’agnello ferito, ma che sta in piedi. Ferito perché reca i segni della passione ed è il Gesù crocifisso. In piedi perché è risorto e ha vinto la morte. Così la sua comunità nel tempo vive la prova e la sofferenza ma sa anche che Gesù Cristo è colui che può sciogliere i nodi che tengono chiuso il libro della vita e della storia.

Apocalisse presenta una grande liturgia in cui chi partecipa è coinvolto con gioia e non c’è solitudine. E’ così vista una moltitudine immensa oltre ogni possibilità di misurazione (nessuno la poteva contare). E’ la moltitudine di tanti testimoni del vangelo. La palma è simbolo della testimonianza in rapporto al dono della fede e del battesimo: chi ha cercato di vivere la sua fede fino alla fine è testimone: tutta la sua vita è stata orientata all’incontro con Dio e ha percorso la strada di Gesù.

“noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui”

La prima lettera di Giovanni richiama l’itinerario della fede, tra un ‘già’ che sperimentiamo nel presente e un ‘non ancora’ da attendere ma anche da affrettare. Sin d’ora siamo figli di Dio, partecipi di una relazione di vita. Siamo chiamati con il nome unico che Dio ha pronunciato chiamando alla vita. Ma questo nome è anche un seme che per crescere richiede cura, nutrimento, luce e spazio: è chiamata perché possa svilupparsi una crescita. Una chiamata fondamentale è per tutti e si differenzia nelle varie tappe e circostanze della vita: diventare simili al volto di Gesù stesso che ha fatto della sua vita un dono. Nell’incontro con lui si attua una somiglianza. La vita dei cristiani si colloca in una attesa in cui sono presenti fatica e dolore, ma anche speranza e responsabilità. Appoggiandoci sui segni dell’amore di Dio possiamo aprirci alla speranza: la nostra vita va verso una comunione tra di noi e con Lui. Lo vedremo così come egli è, ma questo incontro è già iniziato in quel vedere che è lo sguardo del credere che si lascia formare nell’affidamento.

“Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”.

I poveri in spirito, quelli che sono nel pianto, i miti, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia, tutti voi quando vi insulteranno… sono chiamati a rallegrarsi. Ma di che cosa ci si deve rallegrare? Gesù non vuole per i suoi la povertà, la persecuzione, l’ingiustizia. Piuttosto annuncia che Dio sta dalla parte di tutti coloro che vivono in queste situazioni, e si fa loro vicino, per liberarli, prende le loro parti. Dio ‘ha guardato alla condizione umile dei suoi servi’, di tutti coloro che si affidano a lui e non hanno potenza e ricchezza e strumenti di affermazione umani. Questa è la ragione del rallegrarsi: chi vive questo stile anche se non occupa i primi posti, anche se ritenuto fallito o perdente, anche se l’impegno per la giustizia e per il riconoscimento dei diritti dei più fragili è denigrato, è sulla strada di Gesù. Gesù nella sua vita è stato povero, mite, puro di cuore. In lui e nel suo stile si può trovare il senso della propria esistenza quale vita bella: una vita non da schiavi sotto i ‘comandamenti’ ma da persone libere secondo la libertà gioiosa delle beatitudini.

Alessandro Cortesi op

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