la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “novembre, 2021”

I domenica di avvento – anno C – 2021

Ger 33,14-16; 1 Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36

Inizia un nuovo anno liturgico, un tempo nuovo, nel segno dell’attesa di una venuta. Il Dio di Israele e il Dio di Gesù è presenza che viene incontro. Il primo movimento della fede parte dal Dio che sta in ricerca dell’uomo. E’ Lui per primo che rivolge la sua parola e invita ad incontrarlo. L’avvento richiama ad una promessa e ad un’attesa. C’è un disegno di Dio sulla storia che è disegno di bene. “realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda”. Questa promessa di bene trova concretizzazione in una presenza: “in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra”.

Geremia vede lo sbocciare di un germoglio dall’albero della famiglia di Davide, il re della pace. Il germoglio porterà un tempo nuovo segnato non solo dall’assenza di guerra ma da una condizione di benessere globale che viene indicato come pace. E’ un tempo che vedrà l’intervento di una figura portatrice di giustizia, un messia. Nel linguaggio biblico giustizia è sinonimo di fedeltà. Dio è giusto perché fedele alla sua promessa di vicinanza e di cura. Il Dio fedele viene a prendere la difesa di chi non ha altri sostegni, di chi è lasciato escluso e dimenticato.

“Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia”. Gerusalemme reca in sé la promessa di essere luogo in cui si compie la fedeltà di Dio e l’orizzonte che reca nel suo nome, città della pace, è legato al venire di Dio che compie la sua fedeltà di amore. 

“il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi”.  La preghiera dell’autore della prima lettera di Giovanni è un’invocazione a crescere e sovrabbondare nell’amore.

L’indicazione della venuta di Cristo sta al cuore della fede delle prime comunità cristiane. Nella sua prima lettera Giovanni parla di una crescita da coltivare nella vita: un amore interno alla comunità dei discepoli e aperto a tutti. Il cammino dei cristiani si pone nella attesa della venuta del Signore. Non è un tempo vuoto ma luogo di un crescere e sovrabbondare nell’amore. La santità è accoglienza del dono di Dio e del suo amore che si è manifestato e donato in Cristo e si esprime in un agire che rifletta le scelte di Gesù. L’orizzonte finale è quello di una comunione con Gesù e con tutti coloro che hanno vissuto l’amore come lui ha indicato.   

Luca nel cap. 21 del suo vangelo riprende elementi dello stile apocalittico, un genere letterario per noi difficile da comprendere ricco di simbolismi. Le immagini molto forti intendono indicare l’intervento di Dio che si comunica nella nostra storia (apocalisse significa infatti rivelazione): “State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso…”. ‘Quel giorno’ è inteso il ‘giorno del Signore’, giorno del venire di Dio, momento ultimo della storia. L’invito diviene allora: “Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.  Il discepolo è presentato come persona del giorno, non prigioniero della notte e del buio. L’invito è a stare in piedi, con attenzione vivendo il presente in modo attivo, con impegno. Sin da ora è iniziato l’Ultimo: nell’oggi si realizza la visita di Dio. Nel presente viviamo l’attesa di Qualcuno che viene.

Alessandro Cortesi op

Segni del tempo

La parola di Dio ci raggiunge in un presente da ascoltare, in cui rimanere attenti e svegli e in cui esser presenti con impegno responsabile.

In una lettera al Congresso degli USA Amir Khan Muttaqi, ministro degli esteri taleban ha richiesto che i beni della Banca centrale afghana siano sbloccati e le sanzioni contro le banche afghane siano revocate. Tutto questo per fronteggiare una crisi umanitaria che sta già diffondendosi nel Paese. A circa tre mesi dall’abbandono dell’Afghanistan da parte degli Stat Uniti e dei Paesi occidentali il Paese sta precipitando nella fame e nelal mancanza di servizi essenziali: “Secondo l’ultimo rapporto della Croce Rossa, tra novembre e marzo 2022 più di 22 milioni di afghani dovranno affrontare livelli di crisi o emergenza di fame acuta. La disperazione è plastica nelle immagini delle code davanti alle banche alle 5 del mattino nella speranza di poter prelevare un po’ di contanti. E in quelle, assai più tragiche, degli ospedali” (Francesca Mannocchi, Afghanistan, la fame o la fuga, La Stampa 25 novembre 2021)

La malnutrizione dei bambini si è accresciuta nell’ultimo periodo superando abbondantemente il limite dell’emergenza. La gente in Afghanistan muore di fame e la richiesta del primo ministro di un governo talebano che costringe ad un’osservanza rigorosa della legge religiosa, che ha escluso le donne dalla vita pubblica, delinea un sottile ricatto: se non si sbloccheranno gli aiuti si aprirà una crisi migratoria di massa che coinvolgerà non solo la regione ma il mondo.

Osserva Francesca Mannocchi: “E quando le guerre finiscono non si abbandonano i vinti, ma non si abbandonano nemmeno i vincitori se stanno patendo la fame. Anche se non ci piacciono. Soprattutto se il sistema economico che oggi è bloccato dalle sanzioni, e si sosteneva su un sistema assistenziale che aveva reso il Paese dipendente dagli aiuti internazionali l’avevamo costruito noi, cioè gli sconfitti”.

Il 25 novembre è giornata dedicata all’eliminazione della violenza sulle donne, un fnomen che registra numeri sconcertanti: solamente nell’anno in corso in Italia sono state 103 le donne uccise e l’uccisione di donne rappresenta il 40 % degli omicidi. La maggiro parte sono state uccise nell’ambito familiare o affettivo. Ma la violenza sule donne è ben più estesa dei casi di uccisione e costituisce un’attitudine che è accettata e non posta in discussione da una parte rilevante degli uomini. Una ricerca condotta su un campione di 800 italiani a fine settembre 2021 e riportata su ‘Domani’ manifesta una attitudine diffusa in modo minoritario ma rilevante tra gli uomini che giustifica la violenza sulle donne nelle forme della violenza fisica e sessuale e una visione di prevaricazione emerge anche nel modo di valutare comportamenti e pratiche che limitano la libertà e autonomia delle donne. La ricerca evidenzia il permanere nel nostro paese di una subcultura machista e patriarcale.
“Emergono i tratti di una società in cui la mercificazione del corpo della donna e il suo essere considerato un oggetto nelle disponibilità dell’uomo, impregnano parte dell’humus relazionale tra i sessi, generando un brodo di cultura pernicioso in cui affondano le radici e di cui si alimentano le espressioni comportamentali violente e i femminicidi” (Enzo Risso, Femminicidi, troppi uomini giustificano le violenze e così le donne muoiono, “Domani” 25 novembre 2021)

Alberto Leiss così scrive su Il manifesto: “Intorno al 25 novembre i media si riempiono di notizie, servizi, interventi che riguardano lo scandalo sempre più insopportabile della violenza agita contro le donne. Rimbalzano i numeri sui femminicidi, le persecuzioni sotto casa, le botte, la violenza psicologica e economica. La furia omicida che si abbatte anche sui figli. La cronaca alimenta questo museo di orrori perpetrati per lo più da mariti, compagni, padri, fratelli, amici di famiglia, e da qualche sconosciuto per la strada… E poi i buoni propositi delle istituzioni, della politica…(…) La violenza contro le donne sarà vinta, o almeno ridotta, solo quando cambierà sul serio la mentalità e la cultura maschile che la produce. Ogni tanto si affaccia la domanda: ma gli uomini dove sono? Che cosa dicono, fanno, pensano a proposito della violenza che agiscono?… «La giornata internazionale contro la violenza sulle donne, afferma il testo (integrale sul sito di Maschile plurale) ci riguarda non solo perché siamo noi maschi a esercitare queste aggressioni – e tutti in qualche modo siamo attraversati dalla cultura patriarcale che produce la violenza – ma perché mettere in discussione questa cultura sarebbe un grande vantaggio per noi stessi e le nostre vite»” (Alberto Leiss, La libertà femminile è un’occasione anche per gli uomini, “Il Manifesto” 25 novembre 2021).

A Trieste Gian Andrea Franchi e la moglie Lorena Fornasir erano accusati di far parte di una rete di trafficanti per aver svolto attività di assistenza e aiuto ai migranti che raggiungevano la città dopo aver superato i rischi del respingimento e le violenze di forze di polizia alla frontiera (Nello Scavo, Archiviate le accuse per i ‘samaritani’ di Trieste, “Avvenire” 23 novembre 2021). L’inchiesta, trasferita a Bologna, in quanto Lorena Fornasir, giudice onorario, doveva essere giudicata lontano dal proprio distretto, è stata sottoposta all’esame del giudice delle indagini preliminari, che è giunto alla decisione di non chiedere il rinvio a giudizio per i due volontari.  Il sospetto che aveva generato l’accusa era di aver costruito una rete di “accoglienza a pagamento” per i profughi in arrivo dalla rotta balcanica. Accuse infondate finalizzate a diffondere l’idea che la solidarietà sia reato. Il caso, chiuso con l’archiviazione, ha mostrato che “nonno Andrea” di 81 anni e sua moglie Lorena Fornasir hanno operato solamente per portare solidarietà con bende, farmaci, medicinali e scarpe a coloro che, giunti esausti dalla rotta balcanica, non riescono nemmeno più a camminare. La solidarietà non è reato.

Di fronte a queste notizie che ci parlano di violenza, di ingiustizia, è presente, proprio nella contraddizione, una promessa da accogliere per fare spazio e coltivare i semi di un mondo nuovo.

Alessandro Cortesi op

XXXIV domenica tempo ordinario – Cristo re – anno B – 2021

Dn 7,13-14; Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37

Tra Gesù e Pilato si svolge un drammatico dibattito attorno alla questione del regno e della verità.

La domanda del prefetto romano: ‘Tu sei il re dei Giudei?’ rivela l’inquietudine del potere politico di fronte all’agire di Gesù che aveva suscitato il risvegliarsi di attese di liberazione. Il suo messaggio e la sua pratica erano una sfida all’ordine costituito: la sua predicazione dava risonanza alle attese di spiritualità della gente e il suo agire indicava un nuovo modo di pensare i rapporti sociali con profonde conseguenze sul piano politico. Nel dialogo con Pilato emerge quindi l’importanza della questione del ‘regnare’.

Nelle risposte a Pilato il IV vangelo evidenzia un crescendo di tensione nella contrapposizione tra i regni di questo mondo e un regno altro, diverso: ‘il mio regno non è di questo mondo, se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei’. Gesù accetta di essere indicato come re da Pilato, che è rappresentante del potere politico romano, ma orienta in un’altra direzione: il suo regno viene da altrove, non può essere interpretato con le categorie proprie dei regni umani perché non è questione di dominio e sfruttamento, ma orizzonte di fraternità e di cura. Proprio perché re di tipo diverso non ha messo in campo la spada per difendersi  ma si è liberamente consegnato. Gesù è quindi re sì, ma in modo paradossale, indica la via della nonviolenza attiva, contesta alla radice un potere che si connota come dominio.

“Dunque tu sei re? – Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Gesù unisce il suo essere re alla missione di testimone della verità. Riprende così la linea dei profeti. Non ripropone il modo di essere che i profeti contestavano ma parla di se stesso come testimone. Verità è sinonimo di fedeltà dell’amore: è questo il tratto principale del Dio di Israele: in lui si ritrova l’amore fedele, che è roccia in cui trovare riparo. Colui che crede trova appiglio nella roccia della sua stabilità di vicinanza: è il Dio che ha ascoltato il grido del suo popolo ed è sceso a liberarlo.

A Pilato Gesù indica la sua vita e la sua originale regalità quale testimonianza della presenza di Dio. Il regno per lui la possibilità di un nuovo rapporto con Dio, Padre fedele a cui affidare tutta la propria esistenza, e nuovo modo di vivere ai rapporti con gli altri: se Dio è il fedele e verità, roccia, della vita umana, allora i rapporti con gli altri vanno impostati in modo nuovo nella responsabilità reciproca, nel farsi carico gli uni degli altri. Il regno che Gesù annuncia non è percorso di singoli ma ha una valenza comunitaria e universale.

Pilato è il rappresentante dell’imperatore, che sta giudicando Gesù: ma il IV vangelo presenta in filigrana un altro giudizio che si sta compiendo di fronte a Gesù. Davanti a lui coloro che ascoltano sono provocati a prendere posizione. Nei tratti di quest’uomo umiliato e offeso sta la salvezza e il senso della vita umana, sta la verità di ogni donna e uomo. Gesù è re proprio mentre appare come il giudicato e il condannato. Il suo regno è dono di speranza e di pace per tutti coloro che sono affaticati e oppressi. D’ora in poi sarà possibile incontrarlo tra i volti delle vittime e dei condannati della storia, perché lì si manifesta la vicinanza del Padre che prende le loro difese per inaugurare una nuova storia.

Alessandro Cortesi op

Georges Rouault Cristo davanti a Pilato

Pilato e Gesù

Gustavo Zagrebelski, in una sua lettura – dal punto di vista di giurista e costituzionalista – del dialogo tra Pilato e Gesù (Il crucifige e la democrazia, Einaudi 2011), scorge in questa pagina del IV vangelo un confronto drammatico che vede incrociarsi diversi soggetti e istituzioni: c’è un uomo con le mani legate innanzitutto condotto in giudizio, e davanti a lui un uomo della legge, delegato dell’imperatore nella regione di Giudea. Anche se assente dalla scena, vi è tuttavia, silenziosa e sottesa, anche la presenza del sinedrio e del sommo sacerdote, rappresentanti di un potere di tipo religioso. Pilato si trova di fronte alla sottile crinale di una scelta, di un giudizio.

In questa dinamica Zagrebelski pone in risalto l’emergere un primo esempio di dialogo che deve tenere conto delle ragioni del diritto, assumendo il rischio della scelta che si trova a valutare motivi da ascoltare e non si pone come giudizio oracolare o strumento divino. E’ quindi ravvisabile per certi aspetti l’esempio del confrontarsi di forme diverse e modi di intendere la democrazia. Caifa e il Sinedrio sono i portavoce di una ‘democrazia’ dogmatica che si comprende come detentrice di una verità che non ammette obiezioni. Pilato, per contro, delinea nel suo agire il profilo di una ‘democrazia’ scettica: è unicamente preoccupato del mantenimento del potere, bloccato nella paura nel suo essere esecutore dei voleri dell’imperatore, e si pone con indifferenza di fronte all’uomo che sta davanti a lui. Il popolo, strumentalizzato dai capi religiosi, che grida la richiesta di crocifiggere quell’uomo, è raffigurazione plastica della massa che viene utilizzata e si lascia strumentalizzare dai detentori del potere: è una massa acritica, che si muove confondendosi senza che i volti siano distinguibili. Zagrebelski nella sua analisi scorge nel confronto tra Pilato e Gesù l’inizio della modernità del giudizio. Pilato si appella al popolo per  pronunciare un giudizio. Ma in questo rivolgersi al popolo si evidenziano anche le derive di una consultazione – oggi si direbbe la dinamica del sondaggio – che coinvolge un popolo manipolato e  strumentalizzato da chi lo tiene sotto il proprio potere, lo blandisce o convince di falsità, e lo solleva a suo piacimento. Pilato non cerca quindi un ascolto ma cerca di disfarsi di una responsabilità. Sta qui uno dei drammi che pervadono questo dialogo tra Pilato e Gesù. E in esso il contrapporsi di due modi di intendere il potere. Tra Pilato che giudica e Cristo, che non giudica e perdona, si pone una alternativa decisiva. Emerge forse per un attimo l’umanità di Pilato sovrastata immediatamente dal suo essere succube delle logiche della Realpolitik. Zagrebelski tra le alternative della democrazia dogmatica e scettica che si evidenziano in questo dramma che egli legge tra il Crucifige e la democrazia, suggerisce le vie da perseguire della democrazia critica che attua una assunzione di responsabilità senza piegarsi alle forme dogmatiche e senza venire asservita a logiche di pura conservazione del potere.

Al di là e oltre la lettura di questo fine studioso giurista, ciò che permane come domanda dal dialogo tra Pilato e Gesù è il diverso rapporto con il popolo. Esso può essere una massa uniforme, che viene utilizzata quale strumento per mantenere il potere imperiale o l’istituzione irrigidita di un sistema religioso oppure può essere un popolo di volti e di sofferenti a cui l’uomo con le mani legate offre non un giudizio ma una consegna di sé nell’accoglienza e nell’inermità.

Alessandro Cortesi op

XXXIII domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

Dn 12,1-3; Eb 10,11-14; Mc 13,24-32

Daniele, in un tempo di prova e persecuzione utilizza un linguaggio particolare, lo stile dell’apocalittica, per indicare che anche nelle difficoltà è presente una speranza e chi vive in fedeltà a Dio non rimarrà deluso: “Sarà un tempo di angoscia, come non c’era stata mai dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro”. In questo libro si ha anche la presentazione di una situazione oltre la morte che si connota per i giusti come vita nell’incontro con Dio e esperienza di luce: “I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre”.

Nel tempo della persecuzione Daniele offre un messaggio di speranza per chi deve resistere vivendo una faticosa fedeltà. L’ultima parola sulla storia  è quella di Dio che affida il potere di giudizio alla figura del ‘figlio dell’uomo’. Le caratteristiche di questo ‘figlio dell’uomo’ sono molteplici: potrebbe essere indicazione di una figura personale, oppure anche di una figura collettiva, quasi il capo di una moltitudine che a lui si riferisce e da lui prende vita. Il suo apparire è situato nei tempi ultimi, ed egli ha un potere eterno che gli viene conferito dalla figura di un ‘vecchio’ (Dan 7,22). Dalla prima comunità cristiana questa immagine fu presa per descrivere Gesù Cristo, cogliendo in questa immagine due aspetti fondamentali: nella sua persona è presente il mistero di un ‘oltre’ da cui egli veniva e la sua vita costituisce l’irrompere nella storia dei tempi ultimi. “In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”.

Anche Marco nel suo vangelo riporta un lungo discorso di Gesù a conclusione della narrazione prima dei giorni di Gerusalemme segnato dai tratti del linguaggio apocalittico. E’ una parola sui tempi ultimi ed un invito a vivere il presente in modo nuovo. “Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte”. Gesù innanzitutto ricorda che la storia non è un vagare senza orizzonte ma è indirizzata verso un futuro di speranza. Il tempo ultimo non sarà solamente la fine di tutto, ma assume i tratti di un evento di incontro con qualcuno che viene. Gesù annuncia ai suoi il ritorno del Figlio dell’uomo: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo”. La figura del Figlio dell’uomo è uno dei modi con cui la prima comunità indica Gesù stesso. La novità inaugurata con la risurrezione troverà la sua piena manifestazione in questo ritorno.

“sappiate che egli è vicino, è alle porte”: il futuro, per chi accoglie la promessa di Gesù, assume i contorni di un av-venire in cui al centro sta una Presenza che si fa incontro. Gesù ai suoi lascia anche un’altra importante indicazione: lo sguardo a questo orizzonte finale del tempo apre a vivere il presente in modo diverso: sin da ora si possono scorgere i segni disseminati nella storia di un venire di vita e di salvezza. L’esempio del fico è indicativo di questo: ” quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina….”.

Nel presente Gesù chiama i suoi a farsi cercatori di segni e a scrutare questi segni con l’atteggiamento di chi dà loro spazio e ne coglie la direzione indicata. Il tempo che viviamo è già un tempo salvato e all’interno di esso sta crescendo come seme il ‘regno’. Gesù quindi chiama i suoi ad una responsabilità di leggere i segni come  promessa e non perdere la speranza nel cammino.

Alessandro Cortesi op

Nella crisi climatica

“Ormai il surriscaldamento è sotto gli occhi di tutti, anche dei politici che non mostrano però segni di conversione”. Così richiama Alex Zanotelli in un recente intervento. E ricorda gli avvertimenti di Amitav Ghosh: «Negli ultimi 60 anni abbiamo percorso la strada sbagliata, dell’illimitata crescita capitalista… Le emissioni sono solo sintomi di una malattia ben più grave che è una malattia dell’anima… Viviamo una crisi di valori (…) Quello che oggi chiamiamo ‘sviluppo’ è solo un Sistema per spingere la gente a desiderare sempre di più e cosi rendendola scontenta. Il Capitalismo è una macchina che produce scontento da colmare con il desiderio che si nutre di consumismo». Zanotelli richiama a non aspettarsi gran che dai governi che costituiscono parte integrante di questo sistema malato. “Ognuno di noi dovrà prendere coscienza della realtà, unirsi agli altri e formare lentamente grandi movimenti popolari per scardinare questo «Sistema di morte». Dal basso, insieme possiamo fare molto.. E dato che il cuore del problema sono le banche che investono in fossili, dobbiamo avere il coraggio del disinvestimento , cioè di togliere i nostri soldi da quelle banche che pagano per i fossili”. (Alex Zanotelli, E la chiamano transizione ecologica, “Il manifesto” 13 ottobre 2021)

A Glasgow negli ultimi giorni si è tenuto il Cop26, conferenza ONU sul clima, ma proprio in questi giorni è stato pubblicato un Report di una agenzia indipendente  InfluenceMap dal titolo “Climate Policy Footprint 2021”. In questa indagine si pone in evidenza come “la transizione è difficile finché i governi non intraprenderanno azioni significative per affrontare l’ostruzionismo e la retorica anti-scienza da parte del settore dei combustibili fossili”.

Nel Report si elencano le principali aziende che hanno influenza su chi decide a livello politico: le aziende che più resistono ai tentativi della amministrazione Biden negli Usa per allontanare l’economia Usa dai combustibili fossili si trovano ai primi posti di una classifica che vede  la compagnia petrolifera ExxonMobil con sede a Irving in Texas e la Chevron con sede in California. Tra i primi 25 posti vi sono altre quattro aziende petrolifere: la ConocoPhilips, la Pillips 66, la Valero Energy e la Occidental Petroleum. Così pure nei primi 25 posti si possono ritrovare anche alcune case automobilistiche che si oppongono alla transizione energetica: tra esse Toyota, Bmw, General Motors, Daimler, e Hyundai.  Tra i primi dieci posti è situata la società mineraria Glencore, con sede a Baar in Svizzera: difende politiche climatiche connesse all’uso del carbone termico per produrre energia elettrica e calore con altissimi livelli di emissioni di CO2. Vi sono anche associazioni industriali  che fanno ostruzione alle politiche climatiche a livello globale Tra di esse in particolare l’American Petroleum Institute e l’American Fuel & Petrochemical Manufacturers. Non mancano organizzazioni europee rappresentanti dell’industria pesante e dei trasporti. Come pure associazioni del settore dell’aviazione che si oppongono a regolamenti regionali sul clima riguardanti il proprio ambito. Il direttore della agenzia InfluenceMap, Ed Collins, riferendosi ai lavori della Cop 26 nota come sia in atto una ostruzione da parte di aziende e associazioni industriali  per bloccare politiche e decisioni su normative e proprio queste cerchino di influenzare con il loro peso economico le decisioni. (cfr. L.Rondi, Le “mani” delle lobby su Cop26 per fermare la transizione, “Altreconomia” 4 novembre 2021).

Recentemente sono aumentati i costi delle bollette di elettricità (29,8%) e gas (14,4%). Matteo Leonardi, co-fondatore del think tank ECCO sulla giustizia climatica, ritiene che ciò non sia dovuto al processo di decarbonizzazione, come spesso affermato, ma ad un assestamento del mercato con la ripartenza a seguito della pandemia. “L’aumento del prezzo del gas non è imputabile alla transizione ecologica ma a un assestamento del mercato con la ripartenza post-Covid-19. È un problema di domanda e offerta causato da un picco del consumo di alcuni Paesi asiatici e da una ridotta fornitura da parte della Russia. Il prezzo quindi è aumentato a causa di una minore disponibilità in Europa a fronte di una domanda che è risalita velocemente”. E ancora “La vera alternativa alla crescita dei prezzi sarebbe stata una corsa alla sostenibilità” (A.Siccardo, “La transizione ecologica è l’unica strada per evitare il caro bolletta”, “Altreconomia” 5 novembre 2021).

Ancora Alex Zanotelli ammonisce: “Le conseguenze di tutto questo scempio di beni sono ora sotto i nostri occhi, ma rifiutiamo di leggere la realtà e di fare una inversione di marcia. «Questo comportamento evasivo – ci ammonisce Papa Francesco nella Laudato Si’ – ci serve per mantenere i nostri stili di vita, di produzione e di consumo. E’ il modo in cui l’essere umano si arrangia ad alimentare tutti i vizi autodistruttivi: cercando di non vederli, rimandando le decisioni importanti, facendo tutto come se nulla fosse» (LS 59). Ecco perché i paesi benestanti continuano a rimandare le decisioni di uscire dai fossili e da uno stile di vita insostenibile. Noi dobbiamo capire che solo uno stile di vita più sobrio, più essenziale, più umano può salvarci”.

Le parole della liturgia di oggi sono un richiamo a concretizzare in scelte di vita un orientamento di vigilanza e di cura: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”.

Alessandro Cortesi op

XXXII domenica tempo ordinario – anno B – 2021

1Re 17,10-16; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

In Israele la condizione di essere vedova era indicata come una delle realtà più fragili insieme a quella dello straniero e dell’orfano. Ma proprio questi tre gruppi sono nominati insieme nel Primo Testamento quando si parla dell’agire di Dio, perché Dio si preoccupa del forestiero, dell’orfano e della vedova e si prende cura di loro: “il Signore protegge lo straniero, egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie degli empi” (Sal 136,9).  Nel simbolismo del primo Testamento la vedova racchiude anche un rinvio al popolo che è senza il suo sposo, Dio stesso, a causa della scelta idolatrica dei suoi capi. 

La vedova del racconto di 1Re 17 vive nei pressi di Sidone, terra a Nord d’Israele, territorio di confini e terra dei pagani: è ritratta nell’offrire, lei povera, un delicato gesto di ospitalità in un momento drammatico per la sua vita. Elia, il profeta, le chiede un po’ d’acqua per bere e lei risponde subito affrettandosi; Elia allora le chiede anche un pezzo di pane e lei risponde di avere solamente “solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio… andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo”. In questi rapidi accenni sta il riferimento ad una situazione di carestia che seguì la divisione dei regni di Giuda e di Israele (2Re 6,25-29).  Ma Elia le disse “La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà”.

Il racconto accompagna a scorgere che vi è un protagonista nascosto in questa scena: è la Parola del Signore. Il profeta e la vedova, in modi diversi si pongono in ascolto della Parola di Dio. La narrazione evidenzia la certezza che ‘il Signore parla’ nella vita dei suoi servi, è presente e guida anche nelle situazioni in cui sembra che egli sia lontano. Elia è uomo della parola (profeta) che si rende disponibile a questo ascolto. Ma anche la vedova, rispondendo alla richiesta che proviene da uno straniero compie la Parola del Signore. Lei stessa è una straniera, non appartenente al popolo d’Israele, una pagana. Eppure nel suo gesto di ospitalità, nei gesti del dare da bere e da mangiare, nella farina e nell’olio, si rende vicino l’agire di Dio nei confronti di Elia. Dio comunica ad Elia la sua vicinanza a lui nel momento della prova per mezzo dei gesti di questa vedova.

Elia è lì giunto nella sua fuga: è un profeta perseguitato. Aveva contestato l’idolatria fino a scontrarsi con il re. E’ profeta che si oppone al disegno dei potenti e smaschera l’idolatria. Non è disposto a venir meno alle esigenze della Parola di Dio e per questo deve subire l’ira del potente e si trova solo e in fuga. E seguendo la ‘parola del Signore’ scopre una vicinanza inattesa di Dio proprio quando sperimenta la fragilità, l’abbandono, la fame e sete. Il gesto di ospitalità della vedova è segno di una presenza di Dio e della sua Parola oltre ogni confine culturale e religioso. “La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia.” (1Re 17,16). Il gesto dell’ospitalità è epifania del Dio vicino che accoglie e si prende cura.

Un’altra vedova è descritta nelle lettura di oggi, nel vangelo di Marco. Gesù indica una vedova povera che getta nel tesoro del tempio due monetine, tutto quello che aveva, non tenendosene nemmeno una per sé. Il racconto implica una denuncia radicale al sistema del tempio e di coloro che sono a capo di un sistema religioso che opprime i più poveri: la casta dei sacerdoti. La vedova non ricerca come tanti un riconoscimento e non vive l’offerta al tempio come offerta del superfluo. Gesù riconosce in questo gesto che “questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. Come la vedova di Zarepta affida la sua vita, ciò che aveva per vivere offrendola gratuitamente in una ospitalità aperta. Con questo gesto dice la fiducia nel Dio della vita e l’affidamento totale della fede. Gesù vede in questo gesto, che poteva passare inosservato, perché nascosto, di poco conto, insignificante nella sua piccolezza, qualcosa di grande. L’autentica fede è nascosta nel cuore dei poveri; Gesù sa leggere i gesti della quotidianità come cose grandi a cui fare attenzione per aprirci ad un incontro autentico con il Dio dei piccoli e dei poveri.

Alessandro Cortesi op

Ospitalità

Ospitalità è termine chiave di questa domenica: ospitalità è il movimento che guida i gesti di una  vedova che offre da bere e da mangiare all’ospite inatteso. Ospitalità è il gesto della povera vedova additata da Gesù che nel suo gettare due monetine si contrappone ad un modo di intendere la religione nei termini dell’esclusione, della discriminazione, del comportamento inospitale proprio delle gerarchie religiose.

Ospitalità è sfida quotidiana a concepire la vita non nei termini di possesso e di essere padroni a casa propria ma nell’orizzonte della condivisione. Solo nella visione ospitale si può pensare ad altri  perché in primo luogo ci si scopre ospitati e accolti.

Siamo accolti e ospitati in un mondo che non è nostro: alla Cop 26 a Glasgow è questo il grave problema alla radice di scelte che dovrebbero generare cambiamenti radicali nel modo di vivere collettivo dei popoli che – nel tempo della pandemia e della crisi climatica – si scoprono unica famiglia in un mondo interrelato. E’ la grande questione se vivere nella logica ospitale di una terra in cui siamo ospiti e che siamo chiamati a custodire per un’ospitalità aperta ad altri oppure ripiegarsi in una pretesa di possesso e nell’esclusione dei più fragili. L’ospitalità della terra si affianca alla questione dell’ospitalità dei poveri, di chi subisce le conseguenze più pesanti delle ingiustizie e dei disastri ecologici generati da scelte di ricerca di profitto e di sfruttamento dei beni. C’è urgenza di generare nuova ospitalità della terra e dei poveri perché tutti siamo ospiti dell’unica terra e siamo ospitati nel cammino della vita.

Forse proprio dalla scoperta di essere innanzitutto esseri ospitati può sorgere la apertura a trovare modi creativi per promuovere ospitalità: è il tema di un’ospitalità da scoprire al cuore dell’esistenza e che potrebbe generare un modo nuovo di vivere i rapporti tra i popoli non come nemici e concorrenti ma come partecipi di una unica comunità di destino capace di individare modalità concrete di tradurre la solidarietà: nella tassazione dei grandi patrimoni, nella scelta di un salario minimo per tutti, nella riduzione della giornata lavorativa per consentire ad un maggior numero di persone di lavorare (su queste due ultime proposte cfr. il videomessaggio di Franesco ai movimenti popolari del 16 ottobre 2021 in https://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2021/documents/20211016-videomessaggio-movimentipopolari.html). Ospitalità è anche l’orizzonte in cui scorgere un modo nuovo di essere comunità di sequela di Gesù che ha vissuto uno stile di convivialità e condivisione ospitale nella sua vita, manifestando lui che nona aveva una casa propria, gli spazi aperti e ospitali di un cuore accogliente di ogni sofferenza e angustia. Ospitali perché ospitati. Ma anche capaci di ospitalità perché cambiati da scelte e gesti dell’incontro.

Ospitalità parla anche di un primato dei gesti, della prassi che sola può aprire una comprensione nuova del rapporto con gli altri. Nel gesto dell’accoglienza offerta e ricevuta si genera una comprensione nuova di se stessi, dell’altro, ed anche del volto di Dio, mistero di relazioni ospitali e aperte. Ospiti in cammino, con lo sguardo in avanti, sempre a ciò che è Ultimo, ma proprio per questo attenti a tutti i passi di questo penutlimo, ai momenti, ai volti, in cui scorgere l’inizio di una ospitalità senza limite.

“Sono un ospite sulla terra. Con questa affermazione riconosco di non potervi rimanere, riconosco che il mio tempo ha una durata breve. Inoltre che non ho alcun diritto a un possesso o a una casa. Ogni bene che mi capita devo riceverlo con gratitudine, e per l’ingiustizia e la violenza devo soffrire senza che alcuno si muova in mia difesa. Non ho un solido appoggio né negli uomini né nelle cose.

Come ospite sono sottoposto alle leggi del luogo che mi dà alloggio. La terra che mi nutre avanza un diritto sul mio lavoro e sulle mie energie. Non spetta a me disprezzare la terra sulla quale ho la possibilità di vivere. Le devo fedeltà e gratitudine. Non posso sottrarmi alla mia sorte, per cui sono necessariamente ospite e straniero, né all’appello di Dio che mi raggiunge in questa posizione di straniero, con il vivere trasognato in questa vita, pensando al cielo. C’è un tipo di nostalgia dell’altro mondo che è molto empio: a esso certamente non è concesso alcun ritorno alla patria. Devo essere ospite con tutto ciò che questo implica. Non devo chiudere il mio cuore alla partecipazione ai compiti, ai dolori e alle gioie della terra, e devo aspettare pazientemente l’adempiersi della promessa di Dio, ma aspettare effettivamente e non appropriarmene in anticipo nel desiderio e nel sogno.

Nella promessa non si dice neppure una parola sulla patria stessa. So che non può essere questa terra, ma so anche che la terra è di Dio, e che già su questa terra io non sono soltanto un ospite della terra, ma un pellegrino e ospite di Dio (cf. Sal 39,13). Ma poiché sulla terra non sono che un ospite, senza diritto, senza appoggio, senza sicurezza, poiché Dio stesso mi ha fatto così debole e limitato, per questo stesso motivo egli mi ha dato un unico, solido pegno per il mio scopo: la sua Parola. Egli non mi sottrarrà quest’unica certezza, manterrà per me questa Parola e in essa mi farà intravedere la sua forza. Se la Parola mi è intimamente vicina, allora anche nel paese straniero posso trovare la mia strada, nell’ingiustizia il mio diritto, nell’incertezza il mio appoggio, nel lavoro la mia forza, nel dolore la pazienza” (D.Bonhoeffer, Fedeltà al mondo: meditazioni, Queriniana, Brescia 1995, 14-15)

Alessandro Cortesi op

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