la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXXIV domenica tempo ordinario – Cristo re – anno B – 2021

Dn 7,13-14; Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37

Tra Gesù e Pilato si svolge un drammatico dibattito attorno alla questione del regno e della verità.

La domanda del prefetto romano: ‘Tu sei il re dei Giudei?’ rivela l’inquietudine del potere politico di fronte all’agire di Gesù che aveva suscitato il risvegliarsi di attese di liberazione. Il suo messaggio e la sua pratica erano una sfida all’ordine costituito: la sua predicazione dava risonanza alle attese di spiritualità della gente e il suo agire indicava un nuovo modo di pensare i rapporti sociali con profonde conseguenze sul piano politico. Nel dialogo con Pilato emerge quindi l’importanza della questione del ‘regnare’.

Nelle risposte a Pilato il IV vangelo evidenzia un crescendo di tensione nella contrapposizione tra i regni di questo mondo e un regno altro, diverso: ‘il mio regno non è di questo mondo, se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei’. Gesù accetta di essere indicato come re da Pilato, che è rappresentante del potere politico romano, ma orienta in un’altra direzione: il suo regno viene da altrove, non può essere interpretato con le categorie proprie dei regni umani perché non è questione di dominio e sfruttamento, ma orizzonte di fraternità e di cura. Proprio perché re di tipo diverso non ha messo in campo la spada per difendersi  ma si è liberamente consegnato. Gesù è quindi re sì, ma in modo paradossale, indica la via della nonviolenza attiva, contesta alla radice un potere che si connota come dominio.

“Dunque tu sei re? – Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Gesù unisce il suo essere re alla missione di testimone della verità. Riprende così la linea dei profeti. Non ripropone il modo di essere che i profeti contestavano ma parla di se stesso come testimone. Verità è sinonimo di fedeltà dell’amore: è questo il tratto principale del Dio di Israele: in lui si ritrova l’amore fedele, che è roccia in cui trovare riparo. Colui che crede trova appiglio nella roccia della sua stabilità di vicinanza: è il Dio che ha ascoltato il grido del suo popolo ed è sceso a liberarlo.

A Pilato Gesù indica la sua vita e la sua originale regalità quale testimonianza della presenza di Dio. Il regno per lui la possibilità di un nuovo rapporto con Dio, Padre fedele a cui affidare tutta la propria esistenza, e nuovo modo di vivere ai rapporti con gli altri: se Dio è il fedele e verità, roccia, della vita umana, allora i rapporti con gli altri vanno impostati in modo nuovo nella responsabilità reciproca, nel farsi carico gli uni degli altri. Il regno che Gesù annuncia non è percorso di singoli ma ha una valenza comunitaria e universale.

Pilato è il rappresentante dell’imperatore, che sta giudicando Gesù: ma il IV vangelo presenta in filigrana un altro giudizio che si sta compiendo di fronte a Gesù. Davanti a lui coloro che ascoltano sono provocati a prendere posizione. Nei tratti di quest’uomo umiliato e offeso sta la salvezza e il senso della vita umana, sta la verità di ogni donna e uomo. Gesù è re proprio mentre appare come il giudicato e il condannato. Il suo regno è dono di speranza e di pace per tutti coloro che sono affaticati e oppressi. D’ora in poi sarà possibile incontrarlo tra i volti delle vittime e dei condannati della storia, perché lì si manifesta la vicinanza del Padre che prende le loro difese per inaugurare una nuova storia.

Alessandro Cortesi op

Georges Rouault Cristo davanti a Pilato

Pilato e Gesù

Gustavo Zagrebelski, in una sua lettura – dal punto di vista di giurista e costituzionalista – del dialogo tra Pilato e Gesù (Il crucifige e la democrazia, Einaudi 2011), scorge in questa pagina del IV vangelo un confronto drammatico che vede incrociarsi diversi soggetti e istituzioni: c’è un uomo con le mani legate innanzitutto condotto in giudizio, e davanti a lui un uomo della legge, delegato dell’imperatore nella regione di Giudea. Anche se assente dalla scena, vi è tuttavia, silenziosa e sottesa, anche la presenza del sinedrio e del sommo sacerdote, rappresentanti di un potere di tipo religioso. Pilato si trova di fronte alla sottile crinale di una scelta, di un giudizio.

In questa dinamica Zagrebelski pone in risalto l’emergere un primo esempio di dialogo che deve tenere conto delle ragioni del diritto, assumendo il rischio della scelta che si trova a valutare motivi da ascoltare e non si pone come giudizio oracolare o strumento divino. E’ quindi ravvisabile per certi aspetti l’esempio del confrontarsi di forme diverse e modi di intendere la democrazia. Caifa e il Sinedrio sono i portavoce di una ‘democrazia’ dogmatica che si comprende come detentrice di una verità che non ammette obiezioni. Pilato, per contro, delinea nel suo agire il profilo di una ‘democrazia’ scettica: è unicamente preoccupato del mantenimento del potere, bloccato nella paura nel suo essere esecutore dei voleri dell’imperatore, e si pone con indifferenza di fronte all’uomo che sta davanti a lui. Il popolo, strumentalizzato dai capi religiosi, che grida la richiesta di crocifiggere quell’uomo, è raffigurazione plastica della massa che viene utilizzata e si lascia strumentalizzare dai detentori del potere: è una massa acritica, che si muove confondendosi senza che i volti siano distinguibili. Zagrebelski nella sua analisi scorge nel confronto tra Pilato e Gesù l’inizio della modernità del giudizio. Pilato si appella al popolo per  pronunciare un giudizio. Ma in questo rivolgersi al popolo si evidenziano anche le derive di una consultazione – oggi si direbbe la dinamica del sondaggio – che coinvolge un popolo manipolato e  strumentalizzato da chi lo tiene sotto il proprio potere, lo blandisce o convince di falsità, e lo solleva a suo piacimento. Pilato non cerca quindi un ascolto ma cerca di disfarsi di una responsabilità. Sta qui uno dei drammi che pervadono questo dialogo tra Pilato e Gesù. E in esso il contrapporsi di due modi di intendere il potere. Tra Pilato che giudica e Cristo, che non giudica e perdona, si pone una alternativa decisiva. Emerge forse per un attimo l’umanità di Pilato sovrastata immediatamente dal suo essere succube delle logiche della Realpolitik. Zagrebelski tra le alternative della democrazia dogmatica e scettica che si evidenziano in questo dramma che egli legge tra il Crucifige e la democrazia, suggerisce le vie da perseguire della democrazia critica che attua una assunzione di responsabilità senza piegarsi alle forme dogmatiche e senza venire asservita a logiche di pura conservazione del potere.

Al di là e oltre la lettura di questo fine studioso giurista, ciò che permane come domanda dal dialogo tra Pilato e Gesù è il diverso rapporto con il popolo. Esso può essere una massa uniforme, che viene utilizzata quale strumento per mantenere il potere imperiale o l’istituzione irrigidita di un sistema religioso oppure può essere un popolo di volti e di sofferenti a cui l’uomo con le mani legate offre non un giudizio ma una consegna di sé nell’accoglienza e nell’inermità.

Alessandro Cortesi op

Navigazione ad articolo singolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: