la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “dicembre, 2021”

Domenica della santa Famiglia

1Sam 1,20-28; 1Gv 3,1-2-21-24; Lc 2,41-52

Si prova un certo disagio a celebrare la festa della santa famiglia in un tempo in cui il riferimento alla famiglia, unito spesso alla dizione ‘famiglia tradizionale’, è divenuto in tanti ambienti motivo di riduzione del messaggio cristiano ad un modello culturale e morale quando non moralistico e motivo di giudizio escludente e discriminante verso tutte le forme di comunità di affetti e verso le esperienze che vivono la complessità dell’esperienza affettiva e le diversità nell’attuare la realtà così umana e quindi varia, ricca, molteplice della famiglia.

Quando poi la ‘santa famiglia’ viene utilizzata quale modello teorico e idealizzato di una famiglia che s’identifica con la famiglia di tipo borghese il disagio si accresce ancora di più. Lo sguardo alle concrete vicende delle famiglie oggi porta a considerare come proprio l’ambito familiare sia luogo delle più diverse esperienze, della presenza di complessità difficili da ridurre ad un modello: le famiglie umane sono mosaico di meraviglie di amori vissuti nelle forme più diverse, nella autenticità, ed anche luoghi di sofferenze profonde per la difficoltà di comunicare, per le interruzioni, rotture e abbandoni, per conflitti diffusi, per le tante angustie presenti nei rapporti tra coniugi, con i figli, nel rapporto con gli anziani. Oggi non di famiglia si dovrebbe parlare ma di famiglie al plurale  nella grande diversità e complessità dei cammini affettivi e delle relazioni che coinvolgono generazioni diverse.

Ci sono due verbi del vangelo su cui poter sostare: lo cercavano… e si stupirono. Sono due chiavi per andare alla ricerca di come Gesù abbia inteso la sua famiglia, aprendosi a scoperte e che stupiscono e aprono nuovo cammino.

I vangeli innanzitutto attestano che Gesù è entrato nella storia di una serie di storie di famiglie che non racchiudono affatto storie esemplari e non sono narrate nella Bibbia, questo libro che riflette la storia umana, a scopo edificante. Possono essere lette come lo specchio della realtà umana della storia delle famiglie umane. Sono le vicende di generazioni in cui si sono intrecciati volti e nomi molteplici e diversi. In particolare è da notare come nella genealogia presentata da Matteo (Mt 1,1-17) compaiono alcune decisive figure di donne nella serie di generazioni declinate tutte al maschile di padre in figlio. E queste donne sono figure irregolari attraverso le quali Dio ha condotto avanti la sua storia di salvezza all’interno di questa vicenda di famiglie concrete. I nomi di Tamar la prostituta, di Racab anche lei prostituta di Gerico, di Rut la straniera di Moab, di Betsabea, la moglie di Uria, sedotta dal re Davide, fino a Maria che interrompe la discendenza tutta maschile di Gesù, sono significative di una storia di salvezza che si attua nel tessuto della vicenda umana per vie che Dio solo conosce e all’interno di vicende segnate dalla complessità e dal disordine della realtà umana.

Un secondo aspetto è sorprendente. Alla domanda “tua madre e i tuoi fratelli ti cercano” (Mc 3.31ss) Gesù risponde “chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” E afferma “mia madre e i miei fratelli sono coloro che fanno la volontà del Padre mio”. In tal modo Gesù rompe le barriere di una concezione del legame familiare ristretto alla cerchia dei propri parenti di sangue ed apre ad un nuovo modo di concepire la stessa famiglia. Madre, sorelle, fratelli sono da ritrovare non in cerchie ristrette di clan rinchiusi, ma nell’orizzonte di rapporti aperti a vivere una relazione che deborda da confini stabiliti e impermeabili agli altri. Gesù spalanca così le chiusure di una concezione di famiglia che vive un egoismo appartato e mette in cammino nello scoprire famiglia laddove c’è relazione di un amore aperto al servizio.

C’è una terza importante espressione di Gesù nei vangeli quando dice ai suoi “non chiamate nessuno padre sulla terra perché uno solo è il padre vostro quello del cielo” (Mt 23,9). In questo modo Gesù presenta una critica a tutte le forme patriarcali di pensare i rapporti e la stessa vita familiare, offrendo un orizzonte in cui impostare la vita insieme non sottomettendosi al dominio patriarcale ma vivendo nella logica della fraternità e sororità ospitale, riconoscendosi in una comunità di uguali e nel contempo accogliendo le diversità che sono proprie della vita di ciascuna e ciascuno.

Facendo riferimento al Padre del cielo Gesù inoltre non intende offrire una visione patriarcale di Dio stesso. Il volto del Padre è da lui proposto nel profilo di chi soffre con viscere di donna e che proprio per questa sua presenza scardina ogni pretesa di chi sulla terra si pone secondo la logica del dominio e dell’oppressione maschile.  

Il volto di Dio annunciato da Gesù è quello di un padre/madre che desidera ‘fare casa’ e va alla ricerca per creare fraternità tra i suoi figli, attendendo e ricercando il perduto per fargli sentire che quella casa è casa sua, e andando incontro e cercando di convincere quello che si sente a posto per fargli comprendere che un’osservanza fredda della legge è il senso della vita ma l’incontro con Dio stesso si attua nell’accogliere un dono di condivisione, di accoglienza, di fraternità nella medesima casa comune (Lc 15,11-32). E’ un Dio che inviata a far festa e rallegrarsi perché c’è posto nella casa per chi si era allontanato e per chi era rimasto, e per sapersi accolti nella diversità dei cammini, aprendosi ad un cambiamento di menatalità.     

Un quarto aspetto dell’insegnamento di Gesù sula comunità famiglia che egli voleva si può ritrovare nelle sue parole dedicate all’accoglienza dei piccoli: “chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome accoglie me” (Mc 9,37).  Accogliere i bambini nel mondo culturale di Gesù significava accogliere coloro che erano considerati senza diritti. Gesù richiama a questa attitudine fondamentale: la sua famiglia è una comunità in cui al centro sono posti i ‘senza diritti’, da accogliere e custodire. E ci si può chiedere oggi chi siano i tanti, i cui diritti fondamentali non sono riconosciuti…

Nella pagina del vangelo è possibile cogliere un’assenza – quella di Giuseppe – ed una presenza nominata – quella di Maria – di cui si sottolinea l’attitudine comune del ‘custodire’. Giuseppe è figura di chi ‘prende con sé’ qualcuno che gli è affidato, senza porre condizioni e nell’affidamento radicale a Dio – e in questa attitudine orienta tutto il suo cammino. Maria è indicata come colei che ‘tiene insieme’ e così custodisce nel cuore vivendo la stessa fede come ricerca e cammino. Sta forse qui la chiave per cogliere il messaggio evangelico che proviene dalla famiglia di Nazaret.

Innanzitutto un messaggio che parla della fiducia di vivere in una custodia da parte di Dio delle vite e dei cammini, nella loro complessità nelle diversità, nella difficoltà a comprendere e nelle contraddizioni della vita umana.

In secondo luogo un messaggio che rinvia alla custodia da attuare nei confronti di ogni percorso e di ogni persona nella sua originalità e irripetibilità. L’esperienza familiare nel suo essere intreccio di relazioni, luogo dello svolgersi degli affetti, porta a vivere la meraviglia dell’amore in tutte le sue armoniche e le sofferenze più profonde per l’incomprensione e le delusioni nella complessità dei cammini umani. Ma il messaggio di scoprirsi custoditi e dell’invio a farsi custodi dell’altro può essere oggi indicazione per coltivare speranza per sé e per tutti ritornando a Gesù e al suo vangelo che è annuncio di liberazione e di gioia nelle nostre vite, e nella vita delle famiglie nella molteplicità dei cammini.

Alessandro Cortesi op

Natale – Omelia messa della notte

Cerchiamo insieme il perché del nostro ritrovarci insieme a celebrare il Natale. Non è più abitudine partecipare alla messa della notte e lo spostamento ad un orario della sera ci aiuta a sostare.

Viviamo questo Natale nel tempo della pandemia: una situazione che coinvolge a livello globale tutti i popoli, tutti gli angoli della terra e che ha reso palpabile e concreta l’interconnessione delle nostre vite, delle vite di tutti.

E’ un tempo di buio che attraversa in tanti modi le nostre esistenze e soprattutto quelle dei più fragili, di chi non ha sostegni, di chi è solo, di chi vive in alcune regioni del mondo.

E questa sera accogliamo la Parola del profeta che è parola di speranza

“il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che camminavano in terra tenebrosa, una luce rifulse”. E poi: “hai aumentato la gioia, hai moltiplicato la letizia…”. Un invito paradossale che esige di essere approfondito.

Oggi le tenebre sono rinvio al buio, all’incertezza, a tutte le angustie e sofferenze che la pandemia che si prolunga – e che esigerebbe uno sforzo collettivo di responsabilità e solidarietà per superare l’emergenza sanitaria –  ha generato, ma anche del buio di una società malata di cui la pandemia ha svelato le grandi contraddizioni, le ottusità e gli egoismi. Ed è situazione che non sembra avere fine perché le situazioni che hanno causato la pandemia, la crisi ambientale, l’iniquità sociale, la scandalosa disuguaglianza che divide il mondo non sembra siano affrontate in radice. Ma siamo qui per scorgere una luce  e scoprire il messaggio di speranza del Natale. Sì, è la speranza il dono di questo Natale.

Il decreto di Cesare

La vicenda di Gesù si muove nel quadro di una storia segnata dai disegni dei grandi, dal dominio dell’impero, dalle ricadute sui piccoli delle decisioni del potere. Il censimento nella Bibbia è simbolo della pretesa dei grandi di misurare il proprio dominio. E’ il grande peccato di Davide quello di aver voluto il censimento del suo popolo (1Sam 24,1-4.10-18.24-25).

Il censimento è paradigma di quelle decisioni che ricadono sull’esistenza concreta dei poveri e che deriva da pretese di grandezza e dalla rincorsa ad accumulare ricchezza, a coltivare privilegi, ad assestare domini. Si potrebbe dire l’espressione simbolica di un sistema malato che opprime in modo violento fino a soffocare la vita dei poveri. Possiamo vedere questo anche oggi questo laddove le grandi decisioni dei poteri che detengono le leve dell’economia e della finanza generano le conseguenze che abbiamo sotto i nostri occhi: le delocalizzazioni che portano licenziamenti e  disperazione nelle famiglie, l’esigenza di ritmi di lavoro senza controlli e senza attenzione alla sicurezza che sono cause delle tanti morti sul lavoro, le scellerate scelte di chiusura dei confini e di respingimento dei poveri che lasciano morire uomini donne e bambini di fame e di freddo e di torture ai confini della ricca Europa.

Lo spostamento, l’uscita dalla propria casa di Giuseppe e Maria è provocata da questa decisione dei grandi ed è storia dei piccoli. In questo quadro di una vita di piccoli, ai margini dell’impero, si muove l’inizio della vita di Gesù. Anche se storicamente forse Luca confonde gli avvenimenti (è attestato un censimento nel 6 d.C.) il messaggio che proviene da questa pagina – che ritorna a pensare la nascita di Gesù dopo che tutta la sua vita si è conclusa – sta nella grande contrapposizione che presenta tra ingiustizia globale e vita dei piccoli e nel volto di Dio che ne emerge. Il Dio di Gesù non sta dalla parte dei dominatori, di chi usa la violenza, dei grandi manovratori del mondo. Sta dalla parte dei senza nome e senza volto, di coloro che sono considerate pedine insignificanti o soltanto numeri. Nella risacca della storia ci sono nomi che solo Dio conosce ed Egli prende con sé questa storia.

Nei suoi ‘auguri scomodi’ per Natale Tonno Bello scriveva: “Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita; il sorpasso, il progetto dei vostri giorni; la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate”.

Le fasce di Maria

C’è un particolare del racconto di Luca nel momento della nascita e sono le fasce del bambino, Gesù è posto da Maria nella mangiatoia perché non c’era posto per loro. Queste fasce sono un sottile rinvio alle fasce della sepoltura: quel bambino va seguito in tutta la sua vita. Questo è solo un inizio, sembra dirci Luca. La nascita rinvia all’intero suo cammino, alle sue parole, ai suoi gesti, al modo di intendere la vita fino alla fine. Ma in quelle fasce sta anche tutta la cura e l’attenzione. C’è il senso della sorpresa per la vita nella sua nudità. Per l’inermità che chiede delicatezza e tempo e sguardo premuroso. Le fasce svolte da Maria ci richiamano i gesti del quotidiano come luogo in cui scorgere una presenza inaudita e improvvisa. Quelle fasce e il deporlo nella mangiatoia fanno pensare ai gesti semplici, quelli del quotidiano. Chi lavora nella stalla lo sa: una poetessa di montagna Roberta Dapunt della val Badia, ha cantato la semplicità e lo spessore di questi gesti:

Di ritorno dalla stalla (Roberta Dapunt)

In questo buio compatto è perpetuo novembre.

Sei tu Dio? Onnipresente sconosciuto.

Perché io so che tu sei,

lo sanno i miei sensi,

quando tornano dalla stalla.

Tutto è qui nella riservatezza rurale che ripeto

mattina e sera, spesso unico sentiero

che pesto come a passeggio verso casa.

Tutto è qui. Qui è l’avvenire,

qui è il tempo che passa e la morte che viene,

in questo gesto comune è la mia alleanza

posta fieno su fieno,

letame dopo letame,

solitudine per solitudine,

nell’amore alla vita, perché vita è l’unico supporto,

qui su questo percorso, umile gioia dei giorni.

E’ la semplicità della vita, la nudità di un bambino che richiede cura il luogo in cui scorgere la apertura ad un incontro di un Dio sorprendente. Papa Francesco ricorda nella sua lettera sul presepio “Admirabile signum”: “…il presepe, mentre ci mostra Dio così come è entrato nel mondo, ci provoca a pensare alla nostra vita inserita in quella di Dio; invita a diventare suoi discepoli se si vuole raggiungere il senso ultimo della vita”

“I poveri e i semplici nel presepe ricordano che Dio si fa uomo per quelli che più sentono il bisogno del suo amore e chiedono la sua vicinanza. Gesù, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso. Dal presepe emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità. Il palazzo di Erode è sullo sfondo, chiuso, sordo all’annuncio di gioia. Nascendo nel presepe, Dio stesso inizia l’unica vera rivoluzione che dà speranza e dignità ai diseredati, agli emarginati: la rivoluzione dell’amore, la rivoluzione della tenerezza. Dal presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato”.

Pietro di Celle, nato attorno al 1147, divenuto monaco benedettino e vescovo, e morto a Chartres nel 1183, offre in un suo sermone una invocazione a Gesù che viene nella semplicità:  “Vieni Gesù, nell’umiltà delle fasce e non nella grandezza, nella mangiatoia e non sulle nubi del cielo, fra le braccia di tua madre e non sul trono della maestà, sull’asina e non sui cherubini. Vieni verso di noi e non contro di noi, per salvare e non per giudicare, per visitare nella pace e non per condannare nell’ira. Se vieni così, Gesù, invece di sfuggirti, noi fuggiremo verso di te”.

La luce dei pastori

Nella notte i pastori seguono una luce. Si lasciano interrogare da una ricerca e da una domanda aperta: sono ascoltatori di voci, cercatori di segni, bisognosi di luce…

E sono capaci di uscire, di lasciare le loro occupazioni per mettersi in cammino, per inseguire una luce che è fuori ma anche dentro loro: è luce di speranza. 

Anche noi questa sera siamo qui non per abitudine ma con un’inquietudine nel cuore, con una ricerca , colmi delle tante sofferenze che appaiono sovrastanti di questo tempo.

I pastori ci ricordano che nel buio si può accogliere una luce che rompe le tenebre: ci chiamano alla speranza che è attitudine dei poveri. Ce lo ha ricordato in questi  Timothy Radcliffe che è tornato a predicare dopo una grave malattia e ha detto: noi possiamo essere portatori di disperazione o di speranza nella nostra vita… non procrastiniamo la scelta di essere testimoni di speranza.

E’ una speranza che si aggrappa a questo dono di presenza e di luce. Ed è germoglio di risurrezione, di una fioritura possibile anche nell’inverno del nostro tempo segnato dalle paura dall’irrigidimento della paura e delle tristezze. Il dono di questo Natale è un messaggio di speranza: speranza che chiede di farsi storia, che si dica in piccoli gesti e in uno sguardo nuovo. “Riconosci cristiano la tua dignità” – richiamava Leone magno nelle sue omelie sul Natale – dignità di figlio e figlia, amato benvoluto, il cui nome è conosciuto e accolto da un Dio che si fa vicino nel bambino avvolto in fasce e  che non trova posto dove essere accolto. Questo invito può essere tradotto oggi nel riconoscere la dignità dei volti e nel portare speranza.

Verso la Messa di Mezzanotte

                                                     Natale 1977

Natale è un flauto d’alba, un fervore di radici
che in nome tuo sprigionano acuti di ultrasuono.
Anche le stelle ascoltano, gli azzurrognoli soli
in eterno ubriachi di pura solitudine.
Perché questo Tu sei, piccolo Dio che nasci
e muori e poi rinasci sul cielo delle foglie:
una voce che smuove e turba anche il cristallo,
il mare, il sasso, il nulla inconsapevole.
Invisibile aria: Tu impregni ciò che vive
e solo vive se di te si impregna.
Tu sei d’ogni radice l’alto mistero in musica
che innerva il tralcio – lazzaro e lo spinge a fiorire.

Maria Luisa Spaziani

Alessandro Cortesi op

Nuova pubblicazione

E’ appena uscito il volume dal titolo Gesù il Cristo fratello dell’umanità segreto della storia. Una introduzione alla cristologia ed. Nerbini, 624 pp. Gli autori sono A.Cortesi, F.Dipalma e F.Franchi. E’ un testo assai ampio, pensato per essere uno strumento di studio per studenti degli Istituti teologici, ma può essere utile per chi interessato. Chi desidera averne copia può richiederlo presso la Biblioteca dei domenicani di Pistoia info@bibliotecadeidomenicani.it.

Magnificat

Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore / e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva. / D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. / Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente / e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia / per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio, / ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni, / ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati, / ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo, / ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri, / per Abramo e la sua discendenza, per sempre»
(Lc 1,46-55)

Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore. L’inno di Maria nel suo incontro con Elisabetta è una preghiera di affidamento e di speranza. Al centro sta il riconoscimento della presenza di Dio, il Signore, colui che salva, il potente, colui il cui nome è Santo. E’ un inno di gioia che canta una presenza vicina di chi ‘ha posto il suo sguardo sulla piccolezza della sua serva’. Maria canta un avvicinamento inaudito e un capovolgimento. Lo sguardo di Dio si posa sulla sua vita che non ha particolare importanza e grandezza. E indica se stessa la ‘serva’ – con rinvio al cuore della vicenda stessa di Gesù che nel vangelo di Luca è delineato come il ‘servo’ e proprio nell’ultima cena dirà ‘Io sto in mezzo a  voi come colui che serve’ -.  Sta qui un primo significato della preghiera. Maria riconosce e canta la grandezza del volto di Dio come un Tu che non si pone secondo le logiche del dominio e della grandezza umana. Il suo sguardo è per i piccoli e senza nome, si sofferma sulla vita di chi non ha importanza agli occhi degli uomini, di chi è in condizione di povertà perché non ha possessi di ogni genere di cui vantarsi. E’ una preghiera che dà voce a tutti i dimenticati, a tutti coloro che sono esclusi nell’indifferenza. E’ riconoscimento di uno sguardo che si sofferma sui volti di coloro che non hanno appoggi e sicurezze umane, sulle masse degli impoveriti e degli scartati. Maria dice grande Dio perché e si fa interprete degli ‘anawim’, dei poveri di ogni tempo.

La lode di Maria sorge dall’esperienza delle grandi cose che il Potente ha fatto in lei: la giovane di Nazaret riconosce un’azione che ha il nome della misericordia: “di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono”. Rende lode alla parola di Dio che le è stata donata (e così poco prima era stata salutata da Elisabetta: “beata colei che creduto nell’adempimento delle parole del Signore”). Rende lode perché quanto in lei si compie, una nascita nuova, il venire su di lei dello Spirito, il coprirla dell’ombra dell’Altissimo (Lc 1,35) si collega all’azione del Dio dell’esodo e dell’alleanza: riprende così la preghiera dei salmi “con braccio potente hai disperso i tuoi nemici” (Sal 89,11)   “Il Signore sostiene i poveri, ma abbassa fino a terra i malvagi” (Sal 147,6). E indica il sovvertimento che il Dio dell’esodo e dell’alleanza attua nella storia: “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato  amni vuote i ricchi”. Dio guarda in modo diverso da come guarda l’uomo. Si apre una speranza per tutti, perché nessun nome è dimenticato agli occhi di Dio ed ogni vita può aprirsi ad una liberazione.

E’, il Magnificat, una preghiera di affidamento e di speranza: di affidamento perché  dice la gioia dell’affidarsi al Dio che viene a salvare i poveri. Di speranza perché indica che ogni gesto della vita che attua questo movimento di sovversione del Dio della promessa ad Abramo e della fedeltà è attuazione di questo incontro, è far parte del suo sguardo. In questo giorno (22 dicembre) ricordiamo l’approvazione dell’Ordine domenicano nel 1216 da parte di papa Onorio III. La data di nascita di un progetto di accoglienza della salvezza di Dio per esserne testimoni nell’incontro con l’umanità.  Mi piace legare questo ricordo e questa data al messaggio che il nostro confratello Timothy Radcliffe, dopo un periodo di grave malattia, ci ha ricordato tornando a predicare: «La speranza e la disperazione sono contagiose. E ognuno di noi sceglie se essere una fonte di speranza o una fonte di disperazione»…  sperare in Dio che in Gesù adempie le sue promesse, si deve attuare ora, concretamente: «Non procrastiniamo. Agiamo oggi». Il Magnificat di Maria è traccia per questo cammino di speranza.

Alessandro Cortesi op

Buon Natale!

IL PRESEPE A SAN DOMENICO – PISTOIA –

Un profilo di città, con i luoghi di vita, della casa, del lavoro, della cura, della scuola, della giustizia, del commercio, della preghiera, dell’incontro…

Materiali di scarto, ripresi e utilizzati per far emergere un messaggio di bellezza e di vita a partire da ciò che sembra non più utile e da buttare …

Architetture con stili diversi segnano il profilo di una città abitata da una pluralità di volti, culture, lingue e religioni…

Un’immagine di migranti di oggi, in fuga e in cammino verso un futuro di speranza e di vita…

Le luci che rompono il buio della violenza e dell’oppressione…

Il presepe ci ricorda che oggi il Signore Gesù si dà ad incontrare in tutti i bambini migranti che vengono rifiutati e respinti con le loro famiglie come Maria e Giuseppe …. perché non c’era posto per loro per accoglierli…

Ci parla del sogno di una città, comunità fatta di incontri e intrecci di diversi cammini, sogni, sofferenze e desideri.

Reca il messaggio di speranza del Natale. Ricorda una nascita che nella notte ha vinto il buio con gesti semplici: la bontà nel volto di un bambino, la solidarietà nelle relazioni, una luce che ha guidato persone diverse, re e pastori.  

Nel tempo buio della pandemia il presepe è invito a rinascere, a scoprire la luce dello stare accanto e dei gesti di solidarietà che ascoltano la sofferenza degli altri.

Il recupero di materiali usati richiama all’urgenza – nel tempo della crisi ambientale – di coltivare un rapporto diverso con le cose, non da consumatori ma da custodi della terra che ci è affidata. I volti di migranti in cerca di dignità e di pace ricordano i milioni di persone che fuggono da guerre e ingiustizie e cercano rifugio: e chiedono a noi di non perdere il senso di umanità in questo tempo.

Il presepe – ideato e realizzato da alcuni amici scout – sarà visitabile nella chiesa di san Domenico nel tempo di Natale 2021 e verrà successivamente collocato nella base AGESCI di Spianessa (Gavinana), luogo di incontro e formazione degli scout pistoiesi, in occasione del centenario dalla fondazione del primo gruppo scout a Pistoia (1922-2022).

IV domenica di Avvento anno C

Mi 5,1-4; Eb 10,5-10; Lc 1,39-48

L’immagine di un arrivo imminente, una nascita, di una figura portatrice di speranza, di salvezza, in modi diversi, è al cuore delle letture: «E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele… Dio li metterà in potere altrui, fino a quando partorirà colei che deve partorire; e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d’Israele”. Da uno sconosciuto villaggio di Giuda sta per nascere un nuovo re. Porterà la giustizia e la pace. E’ annuncio di una pace nuova, possibile, portata da qualcuno che avrà funzioni di guida e testimone. Non si attuerà con mezzi di potenza o con la forza, ma nella debolezza, a partire dai margini. Da Betlemme, la casa del pane, uscirà un ‘dominatore’ senz’armi e senza potere. Questo annuncio è speranza per i poveri e apertura ad un futuro nuovo.

Così due donne incinte sono al centro della pagina di Luca, fissate nel momento del loro incontrarsi gioioso: Maria porta in grembo Gesù e Elisabetta porta Giovanni. Nelle parole di Elisabetta a Maria si può trovare traccia di un antico inno di benedizione: “benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! …. Beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore”.

Maria è presentata come la ‘credente’: ha accolto la parola di Dio ed ha intrapreso nella sua esistenza il cammino che è il credere: è beata non solo perché reca in grembo Gesù, ma perché ha accolto nel suo cuore la Parola di Dio e segue Gesù: prima discepola, apre il cammino a tutti i discepoli e discepole che lo seguiranno. E’ figura di chi si affida: ‘Beato chi teme il Signore e cammina nella sue vie’ (Sal 128,1-2). Gesù, rispondendo a chi gli diceva: ‘Beato il grembo che ti ha portato’, risponde “beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,27-28). Maria ha ascoltato la Parola e ha inteso la sua esistenza in riferimento alla Parola accolta, attuandola nei passi del suo cammino.

Nelle parole di Elisabetta a Maria ‘a che debbo che la madre del mio Signore venga a me?’ è rievocato sottilmente l’episodio del trasporto dell’arca dell’alleanza: “Davide in quel giorno ebbe paura e disse: come potrà venire da me l’arca del Signore?” (2Sam 6,9). Al passaggio dell’arca, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, il re Davide danzò in modo sfrenato senza vergognarsi, colmo di gioia per tale vicinanza.

Nell’incontro tra Maria e Elisabetta quel ricordo ritorna ed ora è Maria la nuova ‘arca dell’alleanza’, luogo d’incontro tra Dio che visita e l’umanità abitata dalla sua presenza. Dio si rende vicino nel venire di Gesù. In questa visita che sta dentro e oltre l’incontro delle due donne una gioia nuova può sorgere. La storia umana è storia visitata, abitata da una presenza che reca futuro e salvezza: si apre una speranza nuova. E’ venuta dell’atteso, del messia che porta liberazione. Luca presenta nella danza di Giovanni nel grembo di Elisabetta l’espressione di questa gioia: “appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo”.

L’incontro di Maria e Elisabetta racconta una visita e la gioia di un riconoscimento di fede. Dio visita l’umanità e si rende vicino in una presenza vivente. Da qui la gioia: la vita umana e la storia sono visitate da Dio ed ogni incontro umano può essere spazio di questo venire che genera un nascere nuovo.

Alessandro Cortesi op

Natale: incontro e volti

“Dio che ci viene incontro, significa Dio che siamo chiamati a nostra volta ad incontrare, affinché anche di noi non si dica: “Egli era la luce, ma le tenebre non l’hanno accolta”. Perciò siamo chiamati alla vigilanza, a quella dei poveri e degli umili che stanno alla soglia aspettando chi li ama nonostante non siano sempre amabili. Non esiste alcun Natale dove non vi sia un incontro, e nessun incontro vive di un solo volto sempre i volti che si guardano sono almeno due. E uno dei due domanda all’altro qualcosa; e l’altro risponde donando e chiedendo a sua volta” Così scriveva Carlo Maria Martini in una meditazione in preparazione al Natale (Verso il Natale, san Paolo 2018, 57) ricordando che Natale rinvia all’incontro e ai volti.  E richiamando alla vigilanza.

In questo natale alcuni volti richiamano la vigilanza di tutti coloro che cerano di scorgere il farsi incontro di Dio che ascolta il grido del povero.

In questi giorni le prime pagine dei quotidiani pongono in risalto l’aumento del PIL nell’anno in corso e la diminuzione dei tassi di disoccupazione e di inattività nel nostro Paese. Tuttavia l’aumento dell’occupazione risulta assai limitato e si riferisce soprattutto a lavoro dipendente e con contratti a  termine, quindi forme di lavoro precario e senza prospettiva di continuità. E’ peraltro diminuito il lavoro autonomo. La crisi della pandemia ha accentuato un fenomeno in atto da tempo, ossia lo scollamento tra aumento del PIL e andamento della domanda lavoro che appare non offrire prospettive di durata e concentrarsi su forme di lavoro  dipendente e precario, spesso sottopagato. La cosiddetta ripresa dell’economia, da varie parti annunciata, appare segnata dall’aumento delle disuguaglianze e da un modello di lavoro basato sulla precarietà. (cfr. P.Raitano, La precarietà del lavoro non crea occupazione. Una ricerca sfata il mito della flessibilità, “Altreconomia” 8 giugno 2020).

La ‘ripresa’ reca con sé un altro fenomeno drammatico e sconcertante, quello delle morti sul lavoro, spesso causate dalla inosservanza delle misure di sicurezza, da mancanza di vigilanza e da irregolarità e attività in nero attuate da parte delle aziende. Non raramente sono conseguenza di sfruttamento dei lavoratori oltre che alla mancanza di controlli e ispezioni a causa dell’insufficienza di personale.

I volti a cui guardare in questo Natale sono tutti coloro che sono sottoposti ad accettare il lavoro peggiore  con salari bassi, ad impegno intermittente e dovendo soggiacere a part time non scelti.

In questi giorni è stata notizia della continuazione delle indagini sulle violenze attuate nel carcere di santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020: per venti agenti della Polizia penitenziaria è stata decisa la proroga del regime di custodia cautelare nel loro domicilio mentre per 108 indagati è stato richiesto dalla procura di santa Maria Capua Vetere (Caserta) il rinvio a giudizio. Le accuse nei loro confronti sono: tortura, lesioni, abuso di autorità e falso in atto pubblico. Vi è anche chi è indagato per l’omicidio colposo di Lakimi Hamine, detenuto algerino che morì in cella isolamento, lì trattenuto dopo le violenze.

A questa notizia si aggiunge il grido di sofferenza che proviene dai Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) – dieci in Italia con circa 1100 posti (fonte Buchi neri) – dove aumentano i casi di autolesionismo e di tentati suicidi di coloro che vi sono trattenuti. Nel CPR di corso Brunelleschi a Torino, area Ospedaletto, Mamadou Moussa Balde, di origini dalla Guinea, si è tolto la vita il 22 maggio 2021. Era stato trasferito in quel Centro dopo aver subito una aggressione di stampo razzista a Ventimiglia, ad opera di tre italiani. Atti di autolesionismo e tentativi di suicidio sono manifestazione di sofferenze e del percepirsi senza possibilità di appoggio e senza futuro in centri in cui nessun visita è permessa e nessun diritto garantito. E ciò è dovuto anche alle condizioni di effettiva carcerazione imposta a chi non ha compiuto reati  ma è privo di documenti validi per ingresso e soggiorno in Italia.  Negli ultimi giorni Wissem Ben Abdellatif, proveniente dalla Tunisia, è morto per infarto nell’Ospedale San Camillo di Roma dopo essere stato sottoposto a misure di contenimento nel CPR di Ponte Galeria. Ed è del 7 dicembre la notizia che nel CPR di Gradisca d’Isonzo un giovane di origini marocchine di cui non è noto il nome, si è suicidato. Sono questi i volti, con i loro nomi, a cui dare attenzione e per cui essere vigilanti in questo Natale.

Alessandro Cortesi op

Iohannes: poesia e storia intorno al Battista

Iohannes di Francesco Bargellini a san Domenico di Pistoia

Giovanni il battezzatore è figura che  ha attraversato la storia. La sua proposta e testimonianza ha certamente attratto Gesù di Nazaret. La sua parola esigente per un cambiamento di vita radicale, il gesto da lui indicato di immersione nelle acque del fiume Giordano, la sua coerenza incrollabile fino alla morte nel resistere all’ipocrisia dei poteri hanno fatto di lui un volto che ha ispirato grandi esperienze del deserto e del monachesimo, ma anche la storia dell’arte, la musica e la letteratura.

Figura interpretata nella tradizione cristiana come il precursore, senza il quale è impossibile comprendere Gesù stesso, la parola e l’agire del Battista, racchiusi nella simbologia dell’acqua e del fuoco, costituiscono una provocazione che non lascia indifferenti credenti e non credenti, e tutti coloro che insieme desiderano confrontarsi sulle grandi domande umane sull’amore, sul vivere insieme, sul nonsenso dell’ingiustizia e di un’esistenza ferita.

Francesco Bargellini, con la sensibilità del filologo e del poeta, ed insieme nell’interrogarsi sulla gioia e sul dolore, sulla vita collettiva e sulla storia, ha redatto un componimento sotto forma di dialogo, non filosofico, ma poetico, che insieme evoca i tratti della tragedia greca, con Giovanni al centro – Iohannes – e accanto a lui diversi interlocutori e un coro che si fa interprete dei sentimenti degli astanti.

La serata proposta dalla Biblioteca dei domenicani di Pistoia e dal Centro Espaces Giorgio La Pira intende essere un momento di ascolto e di riflessione attorno a quella parola che fu la vita del Battista – e di questo parlerà lo studioso di ebraismo Giovanni Ibba dal punto di vista storico – e della parola poetica di Bargellini che si fa eco dell’ esperienza di Iohannes nel nostro tempo, nella vita di tutti noi. L’interpretazione del componimento sarà dell’attore Alberto Galligani con la presenza di giovani attori studenti del liceo Lorenzini di Pescia.

L’ingresso sarà libero con richiesta di green pass in osservanza delle precauzioni anti-covid19. La serata si terrà presso l’antico refettorio del convento san Domenico domenica 12 dicembre 2021 alle ore 16 con ingresso da piazza san  Domenico 1. (ac)

III domenica di Avvento anno C

Sof 3,14-18; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

Inviti alla gioia attraversano le letture e rinviano alle radici della fede come affidamento a Dio che non dimentica e si prende cura dei suoi figli.

Gerusalemme, città situata sul monte Sion, è presentata quasi come figura personalizzata insieme ai suoi abitanti: ‘la figlia di Sion’ termine collettivo evoca un intero popolo. Il profeta vede la presenza del Signore in mezzo al suo popolo che prende con sé i giusti e porta serenità e pace. La sua presenza risponde ad attese profonde e la gioia umana diviene riflesso della gioia stessa di Dio che viene per i poveri. La sua presenza scaccia il male e la sventura e genera nuova accoglienza. L’annuncio del profeta riguarda così ‘Dio che viene’ non con tratti minacciosi ma arrecando gioia. Il suo venire suscita rapporti nuovi. “Gioisci figlia di Sion… non temere Sion, non lasciarti cadere le braccia!…”.

Paolo riprende questo invito ed indica uno stile di vita da coltivare alla comunità a cui è profondamente legato: ‘Siate sempre lieti perché appartenete al Signore’. Essere nel Signore significa poter vivere nella certezza che Lui si prende cura di noi, anche nel dolore e nella crisi. “rallegratevi nel Signore, sempre: ve lo ripeto, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Non angustiatevi per nulla” (Fil 4,4)

Giovanni Battista, il profeta del deserto, interrogato dalle folle che gli chiedono ‘Che cosa dobbiamo fare?’ indica un cambiamento da attuare. Pone l’esigenza e l’urgenza di una assunzione di  responsabilità. Nella vita è in atto un grande giudizio: tutto ciò che non ha valore verrà disperso come il grano quando è separato dalla pula. Le sue parole sono radicali nel presentare esigenze concrete per una prassi rinnovata. Indica una direzione chiara su cui impostare in modi nuovi l’esistenza: si tratta di operare scelte di condivisione e di giustizia. In tale prassi di giustizia si esprime la fede nel Dio liberatore dell’esodo. Giovanni richiama a scelte che coinvolgano l’esistenza e indica orizzonti concreti: rifuggire dall’idolatria del denaro, dell’orgoglio, del dominio, da ogni comportamento che opprime ed esclude. Denuncia così la vacuità di ciò che deve essere tralasciato per ricercare nella vita l’essenziale. La pula è immagine concreta che rinvia a tutto quello che è privo di consistenza, non ha capacità di nutrire la vita e dev’essere eliminato: indica così tutti gli idoli (cf. Os 13,3) e il comportamento ingiusto (Sal 1,4). La sua testimonianza non è finalizzata ad attirare su di sé ma è rivolta ad altro: Giovanni così indica la presenza di ‘uno più forte’ che sta per venire e allude a Gesù.

C’è una spiritualità della gioia da coltivare nel quotidiano. In tempi di angustia e crisi la speranza gioiosa è espressione di una fede che si radica nella promessa del Dio fedele e si traduce nell’orientamento ad un impegno che coinvolge la vita e la orienta secondo scelte di giustizia.

Alessandro Cortesi op

Lesbo 2021

Richiami insistenti: Francesco in Grecia

Nel recente viaggio in Grecia papa Francesco ha sollevato alcuni temi fondamentali per il presente  e il futuro dell’Europa e non solo. In alcuni intensi discorsi ha indicato ambiti su cui è urgente intraprendere un impegno comune in direzione diversa e rinnovata rispetto a quella in atto. Ha infatti indicato gli ambiti della migrazione come questione globale, strutturale e su cui si verifica la possibilità di futuro di una civiltà; in secondo luogo ha parlato della crisi della democrazia e dell’importanza oggi di indicare vie di rinnovamento per una prospettiva di convivere solidale a partire dall’ascolto dei più deboli nella società; in terzo luogo ha posto la questione della responsabilità dell’Unione europea e dell’occidente nel suo insieme nel contesto mondiale parlando di naufragio di civiltà. L’Unione europea è progetto che ha visto il suo nascere a partire dall’affermazione di diritti inalienabili e dello stato di diritto e che oggi vive incertezze, inadempienza ed un autentico naufragio di civiltà. Sono questioni che sono state presenti in diversi modi negli interventi di cui si richiamano qui di seguito alcuni passaggi fondamentali.    

A Cipro il 2 dicembre nel discorso di saluto alle autorità ha detto:

“Proprio i tempi che non paiono propizi e nei quali il dialogo langue sono quelli che possono preparare la pace. Ce lo ricorda ancora la perla, che diventa tale nella pazienza oscura di tessere sostanze nuove insieme all’agente che l’ha ferita. In questi frangenti non si lasci prevalere l’odio, non si rinunci a curare le ferite, non si dimentichi la situazione delle persone scomparse. E quando viene la tentazione di scoraggiarsi, si pensi alle generazioni future, che desiderano ereditare un mondo pacificato, collaborativo, coeso, non abitato da rivalità perenni e inquinato da contese irrisolte. A questo serve il dialogo, senza il quale crescono sospetto e risentimento. Ci sia di riferimento il Mediterraneo, ora purtroppo luogo di conflitti e di tragedie umanitarie; nella sua bellezza profonda è il mare nostrum, il mare di tutti i popoli che vi si affacciano per essere collegati, non divisi. Cipro, crocevia geografico, storico, culturale e religioso, ha questa posizione per attuare un’azione di pace. Sia un cantiere aperto di pace nel Mediterraneo”.

Rivolgendosi alle autorità al palazzo presidenziale di Atene il 4 dicembre ha detto:

“…in questa città lo sguardo, oltre che verso l’Alto, viene sospinto anche verso l’altro. Ce lo ricorda il mare, su cui Atene si affaccia e che orienta la vocazione di questa terra, posta nel cuore del Mediterraneo per essere ponte tra le genti. Qui grandi storici si sono appassionati nel raccontare le storie dei popoli vicini e lontani. Qui, secondo la nota affermazione di Socrate, si è iniziato a sentirsi cittadini non solo della propria patria, ma del mondo intero. Cittadini: qui l’uomo ha preso coscienza di essere “un animale politico” (cfr Aristotele, Politica, I, 2) e, in quanto parte di una comunità, ha visto negli altri non dei sudditi, ma dei cittadini, con i quali organizzare insieme la polis. Qui è nata la democrazia. La culla, millenni dopo, è diventata una casa, una grande casa di popoli democratici: mi riferisco all’Unione Europea e al sogno di pace e fraternità che rappresenta per tanti popoli.

Non si può, tuttavia, che constatare con preoccupazione come oggi, non solo nel Continente europeo, si registri un arretramento della democrazia. Essa richiede la partecipazione e il coinvolgimento di tutti e dunque domanda fatica e pazienza. È complessa, mentre l’autoritarismo è sbrigativo e le facili rassicurazioni proposte dai populismi appaiono allettanti. In diverse società, preoccupate della sicurezza e anestetizzate dal consumismo, stanchezza e malcontento portano a una sorta di “scetticismo democratico”. Ma la partecipazione di tutti è un’esigenza fondamentale; non solo per raggiungere obiettivi comuni, ma perché risponde a quello che siamo: esseri sociali, irripetibili e al tempo stesso interdipendenti.

Ma c’è pure uno scetticismo nei confronti della democrazia provocato dalla distanza delle istituzioni, dal timore della perdita di identità, dalla burocrazia. Il rimedio a ciò non sta nella ricerca ossessiva di popolarità, nella sete di visibilità, nella proclamazione di promesse impossibili o nell’adesione ad astratte colonizzazioni ideologiche, ma sta nella buona politica. Perché la politica è cosa buona e tale deve essere nella pratica, in quanto responsabilità somma del cittadino, in quanto arte del bene comune. Affinché il bene sia davvero partecipato, un’attenzione particolare, direi prioritaria, va rivolta alle fasce più deboli. (…)

Guardando ancora al Mediterraneo, mare che ci apre all’altro, penso alle sue rive fertili e all’albero che potrebbe assurgerne a simbolo: l’ulivo, di cui si sono appena raccolti i frutti e che accomuna terre diverse che si affacciano sull’unico mare. È triste vedere come negli ultimi anni molti ulivi secolari siano bruciati, consumati da incendi spesso causati da condizioni metereologiche avverse, a loro volta provocate dai cambiamenti climatici. Di fronte al paesaggio ferito di questo meraviglioso Paese, l’albero di ulivo può simboleggiare la volontà di contrastare la crisi climatica e le sue devastazioni.   (…)

L’ulivo, nella Scrittura, rappresenta anche un invito a essere solidali, in particolare nei riguardi di quanti non appartengono al proprio popolo. «Quando bacchierai i tuoi ulivi, non tornare a ripassare i rami. Sarà per il forestiero», dice la Bibbia (Dt 24,20). Questo Paese, improntato all’accoglienza, ha visto in alcune sue isole approdare un numero di fratelli e sorelle migranti superiore agli abitanti stessi, accrescendo così i disagi, che ancora risentono delle fatiche della crisi economica. Ma anche il temporeggiare europeo perdura: la Comunità europea, lacerata da egoismi nazionalistici, anziché essere traino di solidarietà, alcune volte appare bloccata e scoordinata. Se un tempo i contrasti ideologici impedivano la costruzione di ponti tra l’est e l’ovest del continente, oggi la questione migratoria ha aperto falle anche tra il sud e il nord. Vorrei esortare nuovamente a una visione d’insieme, comunitaria, di fronte alla questione migratoria, e incoraggiare a rivolgere attenzione ai più bisognosi perché, secondo le possibilità di ciascun Paese, siano accolti, protetti, promossi e integrati nel pieno rispetto dei loro diritti umani e della loro dignità. Più che un ostacolo per il presente, ciò rappresenta una garanzia per il futuro, perché sia nel segno di una convivenza pacifica con quanti sempre di più sono costretti a fuggire in cerca di casa e di speranza. Loro sono i protagonisti di una terribile moderna odissea. Mi piace ricordare che quando Ulisse approdò a Itaca non fu riconosciuto dai signori del luogo, che gli avevano usurpato casa e beni, ma da chi si era preso cura di lui. La sua nutrice capì che era lui vedendo le sue cicatrici. Le sofferenze ci accomunano e riconoscere l’appartenenza alla stessa fragile umanità sarà di aiuto per costruire un futuro più integrato e pacifico. Trasformiamo in audace opportunità ciò che sembra solo una malcapitata avversità!. La pandemia è invece la grande avversità. Ci ha fatti riscoprire fragili, bisognosi degli altri”.

Particolarmente intenso e toccante il dialogo avuto il 3 dicembre a Nicosia nella preghiera ecumenica con i migranti:

Un grande “grazie” dal cuore desidero dire a voi, giovani migranti, che avete dato le vostre testimonianze. (…) Dopo aver ascoltato voi, comprendiamo meglio tutta la forza profetica della Parola di Dio che, attraverso l’apostolo Paolo, dice: «Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi, familiari di Dio» (Ef 2,19). Parole scritte ai cristiani di Efeso – non lontano da qui! –; molto distanti nel tempo, ma parole vicinissime, più attuali che mai, come scritte oggi per noi: “Voi non siete stranieri, ma concittadini”. Questa è la profezia della Chiesa: una comunità che – con tutti i limiti umani – incarna il sogno di Dio. Perché anche Dio sogna, come te, Mariamie, che vieni dalla Repubblica Democratica del Congo e ti sei definita “piena di sogni”. Come te Dio sogna un mondo di pace, in cui i suoi figli vivono come fratelli e sorelle. Dio vuole questo, Dio sogna questo. Siamo noi a non volerlo.

La vostra presenza, fratelli e sorelle migranti, è molto significativa per questa celebrazione. Le vostre testimonianze sono come uno “specchio” per noi, comunità cristiane. Quando tu, Thamara, che vieni dallo Sri Lanka, dici: “Spesso mi viene chiesto chi sono”: la brutalità della migrazione mette in gioco la propria identità. (…) Quando tu, Maccolins, che vieni dal Camerun, dici che nel corso della tua vita sei stato “ferito dall’odio”, tu stai parlando di questo, di queste ferite degli interessi; e ci ricordi che l’odio ha inquinato anche le nostre relazioni tra cristiani. (…) Quando tu, Rozh, che vieni dall’Iraq, dici che sei “una persona in viaggio”, ci ricordi che anche noi siamo comunità in viaggio, siamo in cammino dal conflitto alla comunione. Su questa strada, che è lunga ed è fatta di salite e discese, non devono farci paura le differenze tra noi, ma piuttosto sì, devono farci paura le nostre chiusure, i nostri pregiudizi, che ci impediscono di incontrarci veramente e di camminare insieme. (…)

E così Dio ci parla attraverso i vostri sogni. Il pericolo è che tante volte non lasciamo entrare i sogni, in noi, e preferiamo dormire e non sognare. È tanto facile guardare da un’altra parte. E in questo mondo ci siamo abituati a quella cultura dell’indifferenza, a quella cultura del guardare da un’altra parte, e addormentarci così, tranquilli. Ma per questa strada mai si può sognare. È duro. Dio parla attraverso i vostri sogni. Dio non parla attraverso le persone che non possono sognare niente, perché hanno tutto o perché il loro cuore si è indurito. Dio chiama anche noi a non rassegnarci a un mondo diviso, a non rassegnarci a comunità cristiane divise, ma a camminare nella storia attratti dal sogno di Dio, cioè un’umanità senza muri di separazione, liberata dall’inimicizia, senza più stranieri ma solo concittadini, (…)

Possa quest’isola, segnata da una dolorosa divisione – sto guardando il muro, lì [attraverso il portale aperto della chiesa] – possa diventare con la grazia di Dio laboratorio di fraternità. (…)

è possibile che il sogno si traduca in un viaggio quotidiano, fatto di passi concreti dal conflitto alla comunione, dall’odio all’amore, dalla fuga all’incontro. Un cammino paziente che, giorno dopo giorno, ci fa entrare nella terra che Dio ha preparato per noi, la terra dove, se ti domandano: “Chi sei?”, puoi rispondere a viso aperto: “Guarda, sono tuo fratello: non mi conosci?”. E andare così, lentamente.

Ascoltando voi, guardandovi in faccia, la memoria va oltre, va alle sofferenze. Voi siete arrivati qui: ma quanti dei vostri fratelli e delle vostre sorelle sono rimasti per strada? Quanti disperati iniziano il cammino in condizioni molto difficili, anche precarie, e non sono potuti arrivare? Possiamo parlare di questo mare che è diventato un grande cimitero. Guardando voi, guardo le sofferenze del cammino, tanti che sono stati rapiti, venduti, sfruttati…, ancora sono in cammino, non sappiamo dove. È la storia di una schiavitù, una schiavitù universale. Noi guardiamo cosa succede, e il peggio è che ci stiamo abituando a questo. “Ah, sì, oggi è affondato un barcone, lì… tanti dispersi…”. Ma guarda che questo abituarsi è una malattia grave, è una malattia molto grave e non c’è antibiotico per questa malattia! Dobbiamo andare contro questo vizio dell’abituarsi a leggere queste tragedie nei giornali o sentirli in altri media. Guardando voi, penso a tanti che sono dovuti tornare indietro perché li hanno respinti e sono finiti nei lager, veri lager, dove le donne sono vendute, gli uomini torturati, schiavizzati… Noi ci lamentiamo quando leggiamo le storie dei lager del secolo scorso, quelli dei nazisti, quelli di Stalin, ci lamentiamo quando vediamo questo e diciamo: “ma come mai è successo questo?”. Fratelli e sorelle: sta succedendo oggi, nelle coste vicine! Posti di schiavitù. Ho guardato alcune testimonianze filmate di questo: posti di tortura, di vendita di gente. Questo lo dico perché è responsabilità mia aiutare ad aprire gli occhi. La migrazione forzata non è un’abitudine quasi turistica: per favore! E il peccato che abbiamo dentro ci spinge a pensarla così: “Mah, povera gente, povera gente!”. E con quel “povera gente” cancelliamo tutto. È la guerra di questo momento, è la sofferenza di fratelli e sorelle che noi non possiamo tacere. Coloro che hanno dato tutto quello che avevano per salire su un barcone, di notte, e poi… senza sapere se arriveranno… E poi, tanti respinti per finire nei lager, veri posti di confinamento e di tortura e di schiavitù.

Questa è la storia di questa civiltà sviluppata, che noi chiamiamo Occidente. E poi – scusatemi, ma vorrei dire quello che ho nel cuore, almeno per pregare l’uno per l’altro e fare qualcosa – poi, i fili spinati. Uno lo vedo qui: questa è una guerra di odio che divide un Paese. Ma i fili spinati, in altre parti dove ci sono, si mettono per non lasciare entrare il rifugiato, quello che viene a chiedere libertà, pane, aiuto, fratellanza, gioia, che sta fuggendo dall’odio e si trova davanti a un odio che si chiama filo spinato. Che il Signore risvegli la coscienza di tutti noi davanti a queste cose”.

Durante la visita ai migranti al “Reception and Identification Centre” a Mytilene domenica, 5 dicembre 2021 ha rivolto loro queste parole: “Sono qui per dirvi che vi sono vicino, e dirlo col cuore. Sono qui per vedere i vostri volti, per guardarvi negli occhi. Occhi carichi di paura e di attesa, occhi che hanno visto violenza e povertà, occhi solcati da troppe lacrime. (…)

quando i poveri vengono respinti si respinge la pace. Chiusure e nazionalismi – la storia lo insegna – portano a conseguenze disastrose. Infatti, come ha ricordato il Concilio Vaticano II, «la ferma volontà di rispettare gli altri uomini e gli altri popoli e la loro dignità, e l’assidua pratica della fratellanza umana sono assolutamente necessarie per la costruzione della pace» (Gaudium et spes, 78). È un’illusione pensare che basti salvaguardare se stessi, difendendosi dai più deboli che bussano alla porta. Il futuro ci metterà ancora più a contatto gli uni con gli altri. Per volgerlo al bene non servono azioni unilaterali, ma politiche di ampio respiro. La storia, ripeto, lo insegna, ma non lo abbiamo ancora imparato. Non si voltino le spalle alla realtà, finisca il continuo rimbalzo di responsabilità, non si deleghi sempre ad altri la questione migratoria, come se a nessuno importasse e fosse solo un inutile peso che qualcuno è costretto a sobbarcarsi!

Sorelle, fratelli, i vostri volti, i vostri occhi ci chiedono di non girarci dall’altra parte, di non rinnegare l’umanità che ci accomuna, di fare nostre le vostre storie e di non dimenticare i vostri drammi. Ha scritto Elie Wiesel, testimone della più grande tragedia del secolo passato: «È perché ricordo la nostra comune origine che mi avvicino agli uomini miei fratelli. È perché mi rifiuto di dimenticare che il loro futuro è importante quanto il mio» (From the Kingdom of Memory, Reminiscences, New York, 1990, 10). In questa domenica, prego Dio di ridestarci dalla dimenticanza per chi soffre, di scuoterci dall’individualismo che esclude, di svegliare i cuori sordi ai bisogni del prossimo. E prego anche l’uomo, ogni uomo: superiamo la paralisi della paura, l’indifferenza che uccide, il cinico disinteresse che con guanti di velluto condanna a morte chi sta ai margini! Contrastiamo alla radice il pensiero dominante, quello che ruota attorno al proprio io, ai propri egoismi personali e nazionali, che diventano misura e criterio di ogni cosa. (…)

In diverse società si stanno opponendo in modo ideologico sicurezza e solidarietà, locale e universale, tradizione e apertura. Piuttosto che parteggiare sulle idee, può essere d’aiuto partire dalla realtà: fermarsi, dilatare lo sguardo, immergerlo nei problemi della maggioranza dell’umanità, di tante popolazioni vittime di emergenze umanitarie che non hanno creato ma soltanto subito, spesso dopo lunghe storie di sfruttamento ancora in corso. È facile trascinare l’opinione pubblica istillando la paura dell’altro; perché invece, con lo stesso piglio, non si parla dello sfruttamento dei poveri, delle guerre dimenticate e spesso lautamente finanziate, degli accordi economici fatti sulla pelle della gente, delle manovre occulte per trafficare armi e farne proliferare il commercio? Perché non si parla di questo? Vanno affrontate le cause remote, non le povere persone che ne pagano le conseguenze, venendo pure usate per propaganda politica! Per rimuovere le cause profonde, non si possono solo tamponare le emergenze. Occorrono azioni concertate. Occorre approcciare i cambiamenti epocali con grandezza di visione. Perché non ci sono risposte facili a problemi complessi; c’è invece la necessità di accompagnare i processi dal di dentro, per superare le ghettizzazioni e favorire una lenta e indispensabile integrazione, per accogliere in modo fraterno e responsabile le culture e le tradizioni altrui.

Soprattutto, se vogliamo ripartire, guardiamo i volti dei bambini. Troviamo il coraggio di vergognarci davanti a loro, che sono innocenti e sono il futuro. Interpellano le nostre coscienze e ci chiedono: “Quale mondo volete darci?” Non scappiamo via frettolosamente dalle crude immagini dei loro piccoli corpi stesi inerti sulle spiagge. Il Mediterraneo, che per millenni ha unito popoli diversi e terre distanti, sta diventando un freddo cimitero senza lapidi. Questo grande bacino d’acqua, culla di tante civiltà, sembra ora uno specchio di morte. Non lasciamo che il mare nostrum si tramuti in un desolante mare mortuum, che questo luogo di incontro diventi teatro di scontro!Non permettiamo chequesto “mare dei ricordi” si trasformi nel “mare della dimenticanza”. Fratelli e sorelle, vi prego, fermiamo questo naufragio di civiltà!”.

Ha richiamato quanto il Patriarca Bartolomeo, cinque anni fa aveva detto su quest’isola: «Chi ha paura di voi non vi ha guardato negli occhi. Chi ha paura di voi non ha visto i vostri volti. Chi ha paura di voi non vede i vostri figli. Dimentica che la dignità e la libertà trascendono paura e divisione. Dimentica che la migrazione non è un problema del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, dell’Europa e della Grecia. È un problema del mondo» (Discorso, 16 aprile 2016).

La forte provocazione a “mettere la realtà dell’uomo prima delle idee e delle ideologie, e a muovere passi svelti incontro a chi soffre” è uno dei forti messaggi di questo viaggio.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Avvento – anno C – 2021

Bar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

Luca inizia il suo scritto con la presentazione della genealogia di Gesù che riporta le sue radici fino ad Adamo. Matteo presenta in parallelo una genealogia che giunge ad Abramo: appare da questo raffronto l’interesse di Luca nel considerare la storia di Gesù all’interno della storia di tutta l’umanità. Gesù è così presentato come partecipe di una vicenda che riguarda non solo il popolo d’Israele ma l’intero cammino umano. Luca intende offrire un messaggio di relazione e di vicinanza: la vita di Gesù si rapporta a quella di ogni uomo e donna nel tempo. In questa genealogia è anche sottolineata la concretezza storica  dell’esperienza di Gesù: la sua vicenda si situa in un tempo e in un luogo, è partecipe della storia che vede in Adamo, colui che è ‘tratto dalla terra’ (adamah) il suo inizio.

Luca è poi attento ad indicare tempi e luoghi di una esistenza concreta: Gesù compare nella storia nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. Gesù quindi nasce in una storia segnata dal dominio dell’impero romano, nella Palestina, territorio di conquista ai margini dell’impero. Non è un personaggio mitico, ma una persona reale, condivide un contesto storico. Luca nomina il governatore romano Pilato, in carica dal 26 al 36, e i vari re: Erode Antipa, il suo fratellastro Filippo e Lisania. Poi presenta le due più alte cariche dell’autorità religiosa giudaica, il sommo sacerdote Anna, deposto dai romani nel 15 d.C. e Caifa (che fu sommo sacerdote dal 15 al 36). Questi nomi torneranno alla conclusione del vangelo nella condanna di Gesù.

Luca si dimostra quindi attento alla storia. Presenta anche la figura di Giovanni Battista con tratti ripresi dal Secondo Isaia: “Una voce grida: ‘Nel deserto preparate la via al Signore…” (Is 40,3-4). Queste parole rinviano all’esperienza del ritorno dall’esilio: i monti abbassati e le valli riempite indicano la predisposizione di una strada da poter percorrere. Anche il salmo 125 canta questa situazione del ritorno. “Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare… Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmato di gioia. Riconduci, Signore, i nostri prigionieri! Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo” (Sal 125)

Giovanni Battista è presentato come ‘voce’ di uno che nel deserto richiama a preparare vie nuove per nuovi cammini. Il Battista propone un rito di immersione (battesimo) nell’acqua del fiume Giordano: un tempo nuovo sta per iniziare e ciò richiede una preparazione ed un cambiamento che coinvolga la vita. L’immersione è per il perdono. Appello alla conversione e annuncio del perdono sono i due tratti principali della predicazione del Battista. E’ richiesto un diverso orientamento delle scelte, del modo di pensare, del modo di vedere il mondo e la storia.

Giovanni Battista è uomo di scelte radicali, profeta che scorge una novità da lasciar entrare nella vita in rapporto ad una venuta imminente di Dio. Si pone in polemica con un sistema religioso che opprime e non conduce all’autenticità. Invita a scorgere – con annuncio minaccioso e urgente e con la coerenza del suo coinvolgimento personale – il senso profondo della propria esistenza nel rapporto con Dio e in una relazione nuova con gli altri. Il suo è annuncio di preparazione per accogliere una salvezza che ha i tratti del dono di Dio rivolto a tutti: ‘Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio’.

Alessandro Cortesi op

Preparare vie per camminare insieme

Preparare vie per camminare insieme: è questo l’impegno che si è aperto nel percorso sinodale che impegna la chiesa a livello mondiale dal 2021 al 2023. E’ un’occasione di conversione pastorale, di rinnovamento personale e comunitario, di riforma di strutture e di stili da attuare nella vita della chiesa.

«Far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani» (Documento preparatorio del sinodo, 9 settembre 2021, 32).

In questa parole, riprese da papa Francesco, sta l’indicazione di un cammino da svolgere insieme che trova il suo primo momento nell’ascolto della situazione del tempo e delle persone e non solo di coloro che sono vicini, ma anche di coloro che non sono ai ascoltati e le cui voci possono creare difficoltà e destabilizzare.

“Chiediamoci, con sincerità, in questo itinerario sinodale: come stiamo con l’ascolto? Come va “l’udito” del nostro cuore? Permettiamo alle persone di esprimersi, di camminare nella fede anche se hanno percorsi di vita difficili, di contribuire alla vita della comunità senza essere ostacolate, rifiutate o giudicate? Fare Sinodo è porsi sulla stessa via del Verbo fatto uomo: è seguire le sue tracce, ascoltando la sua Parola insieme alle parole degli altri. È scoprire con stupore che lo Spirito Santo soffia in modo sempre sorprendente, per suggerire percorsi e linguaggi nuovi. È un esercizio lento, forse faticoso, per imparare ad ascoltarci a vicenda – vescovi, preti, religiosi e laici, tutti, tutti i battezzati – evitando risposte artificiali e superficiali, risposte prêt-à-porter, no. Lo Spirito ci chiede di metterci in ascolto delle domande, degli affanni, delle speranze di ogni Chiesa, di ogni popolo e nazione. E anche in ascolto del mondo, delle sfide e dei cambiamenti che ci mette davanti. Non insonorizziamo il cuore, non blindiamoci dentro le nostre certezze. Le certezze tante volte ci chiudono. Ascoltiamoci” (papa Francesco, omelia all’apertura del sinodo, 10 ottobre 2021).

Il grande problema che pone il camminare insieme è uscire da logiche di clericalismo e di dominio che impediscono l’ascolto condiviso delle chiamate del Signore nel tempo e costituiscono ostacolo alla creatività di tradurre l’ispirazione evangelica in gesti e scelte nella vita. Per questo è necessario «trasformare certe visioni verticiste, distorte e parziali sulla Chiesa, sul ministero presbiterale, sul ruolo dei laici, sulle responsabilità ecclesiali, sui ruoli di governo e così via» (papa Francesco, Momento di riflessione per l’inizio del percorso sinodale 9 ottobre 2021).

In una meditazione del 2013 Francesco individuava nel clericalismo il grande ostacolo alla profezia, ad essa contrapposto. Commentando l’episodio della chiamata di Samuele (1Sam3,1) e Mt 21,23-27) osservava:

«quando nel popolo di Dio non c’è profezia, il vuoto che lascia viene occupato dal clericalismo. E proprio questo clericalismo che chiede a Gesù: con quale autorità fai queste cose, con quale legalità?» (…) «Quando non c’è profezia la forza cade sulla legalità. E questi sacerdoti sono andati da Gesù a chiedere la cartella di legalità: Con quale autorità fai queste cose?». È come se avessero detto: «Noi siamo i padroni del tempio; tu con quale autorità fai queste cose?». In realtà «non capivano le profezie, avevano dimenticato la promessa. Non sapevano leggere i segni del momento, non avevano né occhi penetranti né udito della parola di Dio. Soltanto avevano l’autorità»

E propose «una preghiera in questi giorni nei quali ci prepariamo al Natale del Signore:… non manchino profeti nel tuo popolo. Tutti noi battezzati siamo profeti. Signore, che non dimentichiamo la tua promessa; che non ci stanchiamo di andare avanti; che non ci chiudiamo nelle legalità che chiudono le porte. Signore, libera il tuo popolo dallo spirito del clericalismo e aiutalo con lo spirito di profezia».

Alessandro Cortesi op

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