la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “febbraio, 2022”

VIII domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Sir 27,4-7; 1Cor 15,54-58; Lc 6,39-45

“Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore. Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini”. Tra le indicazioni di sapienza del libro del Siracide appare questa massima che rinvia all’importanza della parola. La parola infatti rivela i pensieri del cuore: viene evidenziato un rapporto tra la parola pronunciata e la fonte del pensiero e delle scelte umane che nel linguaggio biblico è il cuore. Oggi indicheremmo cuore con il termine ‘coscienza’ che indica il centro interiore della vita in cui vengono prese le decisioni e gli orientamenti di quell’agire che poi si esprime in gesti e parole. La parola è così presentata come un frutto che proviene dalla linfa e dalle radici di un albero. La parola può così manifestare la bontà e la dirittura del cuore, così come la radice buona produce un frutto buono oppure essere diversamente. Le parole manifestano anche un’opera di coltivazione, come è coltivato l’albero. Gli avvertimenti del sapiente intendono far aprire gli occhi sullo spessore delle parole, sul loro peso e rilevanza nella vita. La parola reca in sé una valenza di azione e di rapporto con gli altri: non è riducibile ad un soffio d’aria ma è molto di più. L’importanza delle parole è connessa al cuore, centro della vita, ed esse rinviano ad una coltivazione del cuore vista in parallelo alla coltivazione degli alberi. La parola è frutto delicato e importante.

“Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né v’è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto… L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene”.

Anche Gesù, come i sapienti d’Israele ricorda la centralità del cuore. Lì nell’intimo della coscienza sorgono le parole e le scelte come frutti che nascono da un albero buono. Per questo la sua preoccupazione non è indirizzata ad un’educazione morale attenta all’esteriorità, fatta di norme e direttive, ma è preoccupato della libertà del cuore. Gesù richiama ad una all’interiorità, al profondo là dove solo può sorgere la consapevolezza di un tesoro e il germogliare della vita. Il cuore come tesoro è luogo in cui avviene quell’incontro intimo e radicale con Dio che parla nel profondo. E solamente da un cuore coltivato all’ascolto possono nascere parole buone e scelte di vita. Il bene nasce solamente da un cuore nuovo, coltivato alla parola.

Gesù non si lascia impigliare in una prospettiva di moralismo fatto di timore e di ingiunzioni e non è attratto dagli elenchi di norme e comportamenti che divengono pesi insopportabili. Sa che fiorire alla vita è percorso faticoso, come la coltivazione, che sorge solo da scelte libere e nella responsabilità personale. La sua attenzione sta nel richiamare al cuore, alla coscienza di chi lo ascolta. E non a caso la similitudine che usa è quella dell’albero. Negli alberi scorre la vita, sono parte della vegetazione che vive nel respiro di tutta la creazione: hanno bisogno di luce, di acqua, di coltivazione e i frutti sono espressione di un intreccio di elementi di vita e di agire umano.

Gesù guarda alla natura quale ambiente in cui è già presente una parola di Dio stesso. E’ una parola di vita, che evoca il dinamismo, la crescita, le interruzioni, le fatiche proprie della vita nelle sue diverse forme. Il bene come frutto di un cuore buono, tesoro da custodire e da coltivare, è non solo evocazione poetica ma indicazione di un modo di intendere la vita umana, e di come accompagnare nei cammini dell’esistenza.

L’ascolto del cuore, il rinvio all’interiorità in cui Dio è presene con la sua vita e la sua parola, il richiamo all’inscindibile legame tra il frutto e la vita intima dell’albero, infine la ripresa del riferimento alla parola – “la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda” – … sono tutti elementi che indicano uno sguardo puntato al cuore, una profonda fiducia che sia possibile coltivare nel profondo le radici del bene che poi diventano parole e gesti, l’apertura ai percorsi di crescita possibile nella vita di ognuno, in ogni tempo della vita, la grande attenzione alla vita della natura quale luogo di un insegnamento di Dio che coinvolge nel profondo.

Gesù in questo senso è poeta: perché capace di scorgere il ‘fare’ (poiein) di Dio nella realtà, nella vita, perché pieno di fiducia nella parola e nel bene che la parola/azione arreca, perché capace di generare con la sua parola fascino e coinvolgimento, perché ispiratore di parole che recano in se stesse un cambiamento della vita ed un dono di vita per gli altri. Parole di bene, parole buone, che operano e sono generative di cambiamento, derivanti da un cuore buono.

Alessandro Cortesi op

Parola che può salvare

“Nella poesia è scritta l’umanità. La poesia ci sarà finché nell’uomo ci sarà humanitas perché il senso della poesia è di richiamare l’umano. Attingendo alla lingua profonda dell’uomo ha questo ufficio di perpetuare l’umano e di proiettarlo nelle eventuali evoluzioni ma sempre nella continuità del principio. Non solo per la poesia in sé, ma come concezione fondante del parlare e dell’ascoltare. La poesia non solo come atto creativo, ma anche come dimensione dell’umano che si esprime per qualcuno che ascolta. Questa dimensione è in pericolo, ma se la poesia resiste, e se resiste l’umano, allora ci potrà essere salvezza. Almeno lo spero”. In un’intervista a Daniele Rocchetti delle Acli nel 2005 il poeta Mario Luzi ebbe ad esprimersi così relativamente al senso profondo della poesia.

Una sua poesia intitolata Vola alta parola, (appartenente al libro Per il battesimo dei nostri frammenti, del 1985 (ora nel Meridiano curato da Stefano Verdino, 1998) evoca il volo della parola stessa come luce, trasparenza che reca presenza, portatrice di un interiorità da cui proviene per un viaggio che si apre a dimensioni sconfinate:

Vola alta, parola, cresci in profondità, 

tocca nadir e zenith della tua significazione,

giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami

nel buio della mente –

però non separarti da me, non arrivare,

ti prego, a quel celestiale appuntamento

da sola, senza il caldo di me

o almeno il mio ricordo, sii

luce, non disabitata trasparenza …

La cosa e la sua anima? O la mia e la sua sofferenza?

David Maria Turoldo – di cui quest’anno ricorre l’anniversario della morte 6 febbraio 1992 – assimilava poesia e profezia e a questo rapporto dedica il suo componimento Poesia e profezia – Ballata della disperazione (O sensi miei, 440-443) in cui compare tale commento: «La lucidità poetica non è del mondo logico. E, quando è vera poesia, è un dovere chiedersi in cosa consista la sua diversità dalla profezia»

In un altro suo testo la poesia stessa prende parola dicendo: “Io sono” è il mio nome: / oltre il dubbio e la fede / oltre le stesse immagini / oltre ogni previsione, / sono la voce di cieli nuovi e di terre nuove. // E il silenzio / e il canto dentro il silenzio. E così il poeta invoca l’invio di profeti: Signore, ancora profeti, / uomini certi di Dio, / uomini dal cuore in fiamme. // E tu a parlare dai loro roveti / sulle macerie delle nostre parole, / dentro il deserto dei templi: / a dire ai poveri / di sperare ancora (O sensi miei, 570).

Biagio Marin, poeta che scrive nel dialetto di Grado nella sua poesia Sed tantum dic verbum in pochi versi delinea un silenzio ovvero la mancanza di una parola che può salvare la vita e che non è stata pronunciata e ha lasciato aperta la strada alla morte.

La parola che non xe stagia dita / E no l’ha t’ha salvao: / e cussì a la morte tu son ‘ndao / per la strada più drita. // Una parola sola / Te varave salvao la vita; / ma quela boca la xe stagia sita, / e la morte la svola.»

La parola che non è stata detta /e non ti ha salvato: / e così sei andato alla morte / per la strada più dritta. // Una parola sola / ti avrebbe salvato la vita; / ma quella bocca è stata zitta: / la morte svola. (traduzione a cura di Giovanni Battista Pighi e da Edda Serra in: Biagio Marin, Nel silenzio più teso, Milano, Rizzoli, 1980).

Marin evoca il dramma di una parola che può salvare e che tuttavia non giunge. E’ quella parola di pace che può cambiare una situazione. Il suo non essere pronunciata arreca conseguenza nella vita di chi da quella parola avrebbe potuto essere salvato.

In questi giorni in cui si addensano nuvole di guerra e il mondo sembra ancora rotare affascinato dietro ai fantasmi della rincorsa agli armamenti, alla follia della guerra, alla sete del potere mentre i poveri ne subiscono le conseguenze con l’aggravarsi di crisi economiche, di violenze, di deportazioni sentiamo la mancanza di quella parola di pace che non viene pronunciata, di quella parola buona, che realizza l’impossibile e potrebbe salvare aprendo direzioni di vita e non di morte e ricordare le dimensioni più profonde della vita …

E come ricorda Nelly Sachs, premio nobel per la letteratura nel 1966, si apre la domanda sulla capacità di ascolto di parole che irrompono nella notte:

Se i profeti irrompessero / per le porte della notte, / incidendo ferite di parole / nei campi della consuetudine / … / Se i profeti irrompessero / per le porte della notte / e cercassero un orecchio come patria – // Orecchio degli uomini / ostruito d’ortica / sapresti ascoltare?

Alessandro Cortesi op

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VII domenica del tempo ordinario – anno C – 2022

1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23; 1Cor 15,45-49; Lc 6,27-38

I libri di Samuele, parte dei libri storici della Bibbia, ripercorrendo le storie dei re, scorgono la presenza di un disegno divino nella storia e che procede attraverso il coinvolgimento di chi, pur tra limiti e contraddizioni, accoglie la Parola di Dio nella sua vita. La storia di Davide è un esempio di questa vicenda. 

Davide, inseguito da Saul nel deserto, anziché scegliere la via della vendetta decide di non mettere le mani sul re, consacrato del Signore. La situazione gli consentirebbe facilmente di vendicarsi di Saul e di ucciderlo, ma si affaccia al suo cuore una scelta diversa: «Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?… oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore». Davide diviene così esempio del non cedere alla logica della vendetta e del rispondere al male con il male.

Tale episodio evoca la cosiddetta regola d’oro presente in tante tradizioni religiose sia in formulazione al positivo, ad es in Lao-T’zu “Considera il guadagno del tuo vicino come il tuo e la sua perdita come la tua stessa perdita” (Lao T’zu, T’ai Shang Kan Ying P’ien, 213-218) sia al negativo ad es. nell’insegnamento induista “Questa è la sintesi del dovere: non fare agli altri ciò che sarebbe causa di dolore” (Mahabharata 5: 1517) e islamico “Nessuno di voi è credente se non desidera per il fratello ciò che desidera per se stesso” (13° delle 40 hadith di Nawawi) e presente anche nella tradizione ebraica “Non fare a nessuno ciò che non piace a te” (Tb 4,15).

Nel vangelo di Luca questa medesima indicazione è posta da Gesù al centro del suo discorso subito dopo le beatitudini in una particolare formulazione al positivo: “Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro” (Lc 6,31). Il discorso offre anche altri elementi precisando che lo sguardo nei confronti dell’altro va allargato oltre ogni confine. Non solo i vicini o coloro da cui si riceve del bene devono essere destinatari di questo ‘fare’ di attenzione e cura, ma anche chi è oppositore, chi ha offeso, chi è nemico: “A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male”. Fare del bene senza sperarne nulla è umanamente difficile e impossibile, ma sorge dall’accoglienza di un amore che si dà in questi termini. Gesù ha espresso questo insegnamento che corrisponde al suo agire, nel silenzio di resistenza davanti ai suoi persecutori e nella scelta di non usare violenza.

Seguono tre esempi: lo schiaffo, il mantello e il prestito: “A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.” Emerge qui la richiesta di una opzione radicale per un orientamento di non violenza attiva, nella fiducia che solamente il bene offerto è efficace nel disarmare chi fa il male e diviene fecondo di bene.

Il prestito senza esigere interessi era una prescrizione prevista nell’Esodo e nel Deuteronomio, anche se ristretta a colui che apparteneva al popolo d’Israele (Es 22,24; cfr. Deut 15,7-11; 23,20-21). E’ una tra le caratteristiche del comportamento del giusto presentata nei salmi: “presta denaro senza fare usura e non accetta doni contro l’innocente” (Sal 15,5; Sal 112,5). Gesù estende la richiesta a tutti infrangendo confini di esclusione. Apre a orizzonti universali ed approfondisce e interiorizza le indicazioni della legge. Indica uno stile di vita caratterizzato dalla scelta di fondo del dono, senza calcoli, senza riserve. In gioco c’è una ricompensa che non è ‘qualche cosa’ ma è accogliere e generare in sé l’amore di misericordia: è vivere della stessa vita di Dio misericordioso.

“Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto”. L’insistita ripetizione che delinea un amare rivolto solamente a chi dà gratitudine e  ricambia smaschera la ricerca di interesse e il desiderio nascosto di ricevere. Il richiamo alla gratuità nel dare senza fare conti mette in crisi e l’assimilazione ai peccatori indica che comportarsi così non attua la profonda chiamata al cuore della vita. “Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”. Gesù non evoca vantaggi per chi si comporta con gratuità, sfida ad amare anche il nemico; richiama alla sorgente generativa di questo tipo di vita che non è nelle forze umane ma nella vicinanza del Dio misericordioso. Luca sottolinea l’attitudine dell’ascolto che sola permette di accogliere l’amore di misericordia di Dio: il Padre non solo è modello, ma è fonte e principio da cui è possibile trarre linfa di vita per agire secondo questo stile.

Nel vangelo di Matteo, nel discorso della montagna compare l’espressione: “Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). Luca, modificando un termine, evidenzia nell’amore di misericordia la caratteristica propria di Dio. Seguire Gesù allora significa lasciarsi coinvolgere in tale dono di amore con i tratti della gratuità, della cura e attenzione.

Alessandro Cortesi op

Preghiera di un povero

Il salmo 102 è una preghiera di lamento, una supplica nella prova e nella sua articolazione presenta insieme riferimenti ad una esperienza personale e ad una realtà vissuta da una comunità. Dal verso 2 al 12 è presentato il quadro di una sofferenza personale che richiama la condizione del giusto che soffre come Giobbe è paradigma nella Bibbia; segue poi una lamentazione per la sofferenza che coinvolge non unicamente un individuo ma racconta la vicenda d’Israele nell’esperienza dell’esilio. Viene così evocata la desolazione e la rovina di Gerusalemme in seguito alla conquista dei babilonesi (vv. 13-23). Si passa ancora alla dimensione personale nei versi 24-28 e il salmo si conclude aprendo la preghiera ad una speranza perché coloro che verranno potranno vivere nella pace alla presenza del Signore (v. 29): “I figli dei tuoi servi avranno una dimora, / la loro stirpe vivrà sicura alla tua presenza”.

La preghiera dei salmi è dialogo talvolta teso con Dio e il salmo presenta in termini molto vivi e pregnanti l’invocazione di colui che prega e il suo desiderio di essere guardato e ascoltato da Dio nell’esperienza della prova esprimendo l’urgenza di un soccorso come chi avverte di essere al limite delle forze e della capacità di sopportazione: “Non nascondermi il tuo volto / nel giorno in cui sono nell’angoscia. / Tendi verso di me l’orecchio, / quando t’invoco, presto, rispondimi!” (v. 3). Dall’altra parte la preghiera dà parole alla condizione di aridità del cuore e il senso di fragilità e debolezza con immagini poetiche intense (vv.4-10). E’ così richiamata l’inconsistenza del tempo che passa come fumo e il dolore che brucia le ossa come fuoco. Il riferimento ad un campo falciato è immagine usata ad esprimere la condizione di un cuore inaridito che come erba tagliata dopo la falciatura è seccato dal calore. “Svaniscono in fumo i miei giorni / e come brace ardono le mie ossa. Falciato come erba, inaridisce il mio cuore” (vv.4-5).

Si delinea poi la situazione del sofferente che non prova alcun appetito e si dimentica anche di mangiare il pane mentre si riduce a pelle e ossa gridando il suo lamento: l’accostamento alla civetta nel deserto, che si muove in una condizione di  desolazione e solitudine e al gufo, un altro animale notturno, tra le rovine, contiene l’accenno ad una situazione di rovina non solo individuale ma anche del popolo nell’esilio. Così il passero che veglia nella solitudine presenta anche un’attesa. “A forza di gridare il mio lamento / mi si attacca la pelle alle ossa. / Sono come la civetta del deserto, / sono come il gufo delle rovine. / Resto a vegliare: / sono come un passero / solitario sopra il tetto” (vv. 6-8).

Ad una realtà di sofferenza si aggiunge la presenza di nemici che insultano e aggravano tale condizione: “Tutto il giorno mi insultano i miei nemici,/ furenti imprecano contro di me. / Cenere mangio come fosse pane, / alla mia bevanda mescolo il pianto” (vv. 9-10). Particolare attenzione si può dare al v.11 perché tale implorazione esprime un sentimento diffuso nella preghiera dei salmi, ossia la percezione che la condizione di dolore costituisca una sorta di punizione di Dio. Un commento ed esplicitazione di tale consapevolezza può essere ritrovata anche in altri salmi in particolare ad esempio nel salmo 90: “Sì, siamo distrutti dalla tua ira, / atterriti dal tuo furore! / Davanti a te poni le nostre colpe, / i nostri segreti alla luce del tuo volto. / Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua collera, / consumiamo i nostri anni come un soffio” (vv. 7-9). E’ la percezione che l’esperienza dell’esilio per Israele contenga un richiamo da prte di Dio a causa dell’infedeltà del popolo.

L’immagine dell’ira di Dio costituisce un riferimento al modo di comportarsi umano, in cui collera  e ira sono sentimenti della distanza, della violenza e della rottura ed è un modo per esprimere da un lato tutto il carico di sofferenza che implica un senso di lontananza da Dio. Peraltro anche con Dio nel suo furore l’orante si pone in termini di stare davanti a Lui, di mantenere una interlocuzione aperta. Il suo parlare è quasi una provocazione e richiamo ad essere ascoltati nella prova da Dio perché il suo sguardo possa rinnovare e cambiare la situazione. E’ questo il significato racchiuso nelle espressioni confidenti dei versi successivi, soprattutto nell’affermazione che il Signore rimane saldo, non viene meno alle sue promesse e non è preda di cambiamenti come gli uomini. Sulla sua collera prevale la fedeltà nell’amore e il non venir meno alle sue promesse.

La sua fedeltà è fedeltà nell’amore: “Ma tu, Signore, rimani in eterno, / il tuo ricordo di generazione in generazione. / Ti alzerai e avrai compassione di Sion: / è tempo di averne pietà, l’ora è venuta!” (vv. 13-14). C’è in queste parole una invocazione alla compassione, che richiama il movimento da cui parte tutta la storia d’Israele: Dio ha ascoltato il grido dell’oppresso e si è preso carico della sofferenza del popolo oppresso per liberarlo: “Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero” (Es 2,25). Il lamento riguardante la collera di Dio si apre a parole di confidenza e di richiamo basate sulla consapevolezza che l’amore di Dio è per sempre e  non viene meno – come il salmo 136 ricorda in un martellante ritornello “perché il suo amore è per sempre” -.

Si tratta di una fedeltà che offre ascolto alla sofferenza personale ma guarda anche a quella di tutto un popolo, di una comunità che si allarga a comprendere anche le generazioni che verranno a cui si dovrà comunicare l’esperienza di incontro e di salvezza: “Egli si volge alla preghiera dei derelitti, / non disprezza la loro preghiera. / Questo si scriva per la generazione futura / e un popolo, da lui creato, darà lode al Signore” (vv. 18-19).

Con un’altra immagine di sapore poetico, in cui si raffigura l’affacciarsi dall’alto di chi vede una situazione di bisogno e se ne prende cura il salmo esprime il volgersi e chinarsi di Dio per attuare una liberazione ed una apertura ad un futuro nuovo. Ed è movimento che si allarga a coinvolgere non solo Israele ma tutti i popoli chiamati a servire il Signore, compresi in questo disegno di pace: “Il Signore si è affacciato dall’alto del suo santuario,/ dal cielo ha guardato la terra,  / per ascoltare il sospiro del prigioniero, / per liberare i condannati a morte, / perché si proclami in Sion il nome del Signore / e la sua lode in Gerusalemme, / quando si raduneranno insieme i popoli / e i regni per servire il Signore” (vv. 20-23).

Il salmo continua accompagnando a posare lo sguardo alla differenza tra la condizione precaria della vita umana con i suoi giorni limitati e della stessa creazione che ha avuto inizio e si consuma come il tessuto di una veste che si sfilaccia e il permanere di Dio che non viene meno al suo amore. Si proclama l’opera della creazione come uscita dalle mani di Dio e che Dio non può dimenticare e nel contempo la preghiera si apre alla proclamazione ‘tu rimani’ che dice la saldezza e il non venir meno nel dono di comunione con l’evocazione di anni senza limite: “In principio tu hai fondato la terra, / i cieli sono opera delle tue mani. / Essi periranno, tu rimani; / si logorano tutti come un vestito, / come un abito tu li muterai ed essi svaniranno. / Ma tu sei sempre lo stesso / e i tuoi anni non hanno fine”. (vv. 26-28).

E l’ultima parola del salmo è una affermazione di speranza nel dimorare in una presenza che coinvolge i figli di oggi e quelli che verranno: “I figli dei tuoi servi avranno una dimora, / la loro stirpe vivrà sicura alla tua presenza” (v. 29).

Alessandro Cortesi op

VI domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Ger 17,5-8; 1Cor 15,12.16-20; Lc 6,17.20-26

Mentre Matteo colloca il grande discorso di Gesù sul monte agli inizi del suo vangelo, Luca riporta il discorso di Gesù sulla pianura: Gesù lo pronuncia dopo una notte in preghiera, dopo esser disceso dalla montagna e aver chiamato a sé i dodici apostoli (Lc 6,12-16).

A differenza delle otto beatitudini di Matteo Luca ne presenta solamente quattro, seguite da quattro ‘guai’: una contrapposizione tipica della letteratura semitica per evidenziare la distanza tra la via del bene e quella del male. E’ un linguaggio usato dai profeti per rimproverare l’indifferenza chiuso al dolore dei poveri. Ad esempio Isaia “Guai a voi che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio e così restate soli ad abitare nella terra…” (Is 5,8).

A differenza di Matteo, le beatitudini di Luca sono rivolte direttamente agli uditori: beati voi… Chi vive la condizione della povertà, della fame, del dolore e della persecuzione. L’espressione ‘beati’ è per loro. E’ annuncio di una felicità paradossale: felici sono indicati coloro che sperimentano situazioni di fallimento, dolore e sofferenza. Gesù non intende con ciò giustificare una condizione di male e di ingiustizia o confermare realtà di oppressione.

Il suo agire è stato sempre di denuncia dell’ingiustizia e di liberazione per i sofferenti. I suoi gesti e parole sono testimonianza di apertura, di restituzione della persona a se stessa, di liberazione da gioghi interiore o esteriori.

Al cuore delle beatitudini sta l’annuncio che il regno è giunto e Dio prende le parti di chi è povero, di chi ha fame, di chi piange di chi è odiato e insultato. Solamente chi vive da povero, da affamato, da sofferente e perseguitato è in grado di poter accogliere la salvezza come dono e non quale esito delle proprie forze e della propria capacità. Al contrario chi è appesantito dalle cose, chi vive nella spensieratezza e nell’abbondanza non può lasciare spazio ad accogliere l’amore di Dio. Chi vive così ha già le sue sicurezze e vive sazio e soddisfatto, ma è occupato dagli idoli soprattutto dall’idolo del proprio ‘io’.

I ‘guai’ che vengono contrapposti alle beatitudini sono un rimprovero a chi vive tranquillo nel disinteresse e nell’indifferenza, chiuso nel proprio privilegio.

Gesù offre una via di felicità, nella giustizia che è compimento della fedeltà del Padre. Luca in particolare sottolinea l’atteggiamento della povertà quale dimensione fondamentale per poter accogliere regno di Dio. I poveri di Jahwè sono coloro che vivendo la mancanza di sostegni umani ripongono la loro fiducia nelle promesse di Dio e su di essa fondano la loro esistenza. Maria è modello di una vita da povera e nel cantico del Magnificat sono elencati gli atteggiamenti propri dei poveri. Le beatitudini e i guai di Luca riprendono fondamentalmente l’indicazione dei profeti “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno … Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia” (Ger 17,5.8). Luca insiste sulla attitudine della gioia: “beati voi quando gli uomini vi odieranno… Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli.” Le beatitudini sono un invito alla gioia: contengono la  proclamazione di una felicità nuova e inaudita perché Dio si prende cura del debole e del povero e ha scelto la via della povertà e dell’inermità per farsi vicino. In tal modo ha capovolto tutti i criteri umani di realizzazione e di affermazione. Le beatitudini sono una grande pagina che parla di Gesù, della sua identità in cui trovare speranza e possibilità di gioia, e forza per vivere secondo lo stile da lui testimoniato.

Alessandro Cortesi op

Gratitudine

Il giornalista Mario Calabresi nel suo profilo Instagram ha intervistato Mariangela Gualtieri autrice della poesia ‘Bello mondo’ letta da Jovanotti al festival di Sanremo. In questo testo ritorna l’invocazione ‘ringraziare desidero’:

“Io ringraziare desidero per le facce del mondo / che sono varie e molte sono adorabili / per quando la notte / si dorme abbracciati / per quando siamo attenti e innamorati / per l’attenzione / che è la preghiera spontanea dell’anima” (Bello mondo dalla raccolta Le giovani parole)

Le domande dell’intervista si accentrano sulla gratitudine, che apre al sentimento della gioia per tutto ciò che si riceve – le parole della Gualtieri invitano a soffermarsi e sostare sulla natura, sui gesti quotidiani – e fa aprire gli occhi sulla gratuità. E’ un atteggiamento possibile in un tempo come quello presente che apre a nuova consapevolezza sul senso della vita personale e insieme. La gratitudine richiede di essere coltivata in momenti difficili e complessi, come quelli attuali, in cui altri sentimenti, come l’aggressività nel pretendere e nel conquistare, insieme alle parole della conquista, della compravendita, dell’efficienza e della funzionalità sembrano prevalere. 

“E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano. / Forse ci sono doni, /Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo / C’è un molto forte richiamo / della specie ora e come specie adesso / deve pensarsi ognuno. Un comune destino / ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene / O tutti quanti o nessuno” (Nove marzo duemilaventi).

Qui di seguito alcune risposte alle domande di Mario Calabresi:

“Come si può provare gratitudine per la vita in un tempo complicato come quello che stiamo vivendo?
«Per provare gratitudine occorre uscire da sé, fare meno di un passo ma verso fuori, alzare gli occhi al cielo, o giù, intorno, riavvicinarsi al selvatico del mondo, o guardare bene la faccia che ci sta davanti. Alla gratitudine ci si educa e questo verbo, educare, è proprio perfetto perché contiene l’idea di essere condotti fuori, fuori appunto dal proprio angusto pollaio, dal proprio piccolo nome e cognome, dall’assillante pensiero entro cui siamo blindati».

Quanto è importante saper dire grazie e ringraziare per ciò che abbiamo ogni giorno?
«La gratitudine è legata alla gioia. Non ha il peso di un debito, c’entra con il riconoscimento di un godimento. È importante essere grati perché è il primo passo per godere di ciò che è – e per averne cura. Siamo grati al sole, cioè felici, lieti e capaci di riconoscere quanto conti nelle nostre vite. Forse al sole non importa che noi siamo grati o meno, ma noi, nel momento in cui ne siamo consapevoli, diveniamo quasi parte di quella sua bellezza, quasi ne veniamo fecondati».

La parola stessa diviene per la poetessa luogo della gratitudine: “il meglio della poesia, almeno per me, arriva quando mollo la presa, quando non prendo la parola ma lascio che sia lei ad abitarmi, a spodestarmi”.

Alessandro Cortesi op

V domenica del tempo ordinario – anno C – 2022

Is 6,1-2.3-8; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11

Il tema della chiamata ritorna nella prima lettura e nel vangelo. La vocazione del profeta Isaia e la vocazione di Simone sono paradigma della vocazione di ogni credente.

La chiamata di Isaia è posta in un contesto liturgico e solenne, nell’anno 740 a.C. Isaia è un sacerdote di Gerusalemme, e vive un’esperienza particolare di vicinanza di Dio proprio mentre sta per svolgere il culto. Tra le volute dell’incenso nello spazio sacro percepisce la gloria di Dio: Dio che si manifesta a lui rimane tuttavia inaccessibile. Il racconto esprime questo presentando la reazione di Isaia che dice la sua piccolezza di fronte alla santità di Dio. E subito dopo il segno delle labbra toccate dal carbone dell’altare racchiude un’investitura ad essere portatore di una parola proveniente da Dio che è come fuoco che purifica e consuma. “Chi manderò e chi andrà per noi?”. Isaia risponde “Eccomi, manda me”. Due movimenti compaiono in questo racconto di chiamata: da un lato l’irrompere di una iniziativa inattesa, sorprendente da parte di Dio, che si rende vicino in modo irresistibile.  La sua vicinanza trasforma non lascia indifferenti. D’altro lato la disponibilità ad un coinvolgimento per una missione: ‘eccomi manda me’. Accettando la chiamata Isaia sceglie di entrare nel rischio della fede. Così sarà il suo annuncio tutto centrato su di un richiamo al credere come unica esperienza per trovare stabilità e senso (Is 7,9b). Nelle sue parole proporrà la fiducia nel Dio dell’alleanza in contrasto alla ricerca d sicurezza nell’uso delle armi e per via di alleanze con gli imperi del tempo. Isaia si farà portatore del sogno messianico, di un tempo nuovo di pace e gioia in cui le spade saranno trasformate in vomeri e le lance in falci, un tempo di giustizia in cui un bambino sarà principe della pace (Is 9,5; 11,6).

Luca presenta la chiamata di Simone in un contesto diverso, di lavoro, di quotidianità, sulle rive del lago. Dopo una notte di fatica Simone, pescatore esperto e conoscitore dei segreti del lago, rientrava a riva con la sua barca vuota. Segno di un fallimento e di delusione. La parola di Gesù raggiunge questi pescatori sfiduciati che gli dicono “abbiamo faticato … non abbiamo preso nulla”. Gesù invita Pietro a prendere il largo e a gettare le reti ancora. Da questo invito accolto prende le mosse un nuovo partire: “Sulla tua parola getterò le mie reti”. La pesca è abbondante oltre ogni attesa e misura. E’ un esito che supera ogni previsione umana. Il racconto indica così la fecondità nuova che è generata nella vita dalla parola di Gesù accolta. Pietro avverte così la sua condizione di peccatore davanti alla forza della parola di Gesù. E rimane cambiato dalla forza della sua parola. C’è una insistenza propria di Luca sulla parola di Gesù che genera cose nuove nella vita di chi l’accoglie. Lo stupore è il sentimento che permea il racconto. Pietro anziché essere allontanato, viene chiamato da Gesù ad essere pescatore in modo nuovo. Sarà chiamato ancora a gettare reti nuove sulla parola di Gesù: ‘pescatore di uomini’ indica un modo di orientare l’esistenza a servizio degli altri. Luca sottolinea anche un altro aspetto della chiamata, la disponibilità nello scegliere una nuova gerarchia delle cose importanti nella vita. Tutto il resto vale meno rispetto al seguire Gesù e la sua parola. Si tratta di una scelta di povertà, propria dei discepoli, che diviene via di libertà da quanto può essere di peso e far perdere l’essenziale. ‘Non temere’… La vita al seguito di Gesù non è esperienza di paura ma di gioia nuova.

Alessandro Cortesi op

Pescare, insieme

Un mosaico del sec XIV della Basilica di San Marco a Venezia – situato nella volta nord della Cappella di sant’Isidoro – riprende l’episodio della pesca miracolosa. Nell’immagine si possono individuare vari elementi. Il lago e la barca sono raffigurati al centro. Sono posti nell’immagine in rapporto ad un gruppo di persone sulla sinistra, riferimento alle folle a cui si rivolge l’insegnamento di Gesù, e ad un profilo di città che appare sulla destra.

Il lago al centro è simboleggiato dalle onde tra le quali sta navigando la barca. In questa sono presentati i profili non solo degli apostoli ma anche di Gesù insieme con loro contornato da un’aureola nimbata. I particolare è riferiemnto al testo di Lc 5,3 in cui viene indicato che Gesù seduto sulla barca ammaestrava le folle dopo che la barca si era un po’ scostata da terra. Gesù seduto sulla prua si rivolge quindi alle folle. Nel mosaico si unisce quasi in un’unica narrazione anche la scena successiva. Gesù invita Simone a prendere il largo e calare le reti (Lc 5,4). Sulla barca sono presenti sette discepoli di cui due sono impegnati nello stendere le reti. In questo particolare si può ritrovare un rinvio all’episodio narrato nel IV vangelo: al momento della manifestazione di Gesù risorto sul lago sette sono i discepoli indicati per nome che seguono Pietro (Gv 21,2-3). Nella scritta al di sopra del mosaico si fa poi riferimento al conteggio pesci, “IUSSIT PISHANTUR CAPIUNTUR VEL NUMERANTUR” (Comandò di pescare. I pesci sono presi e vengono contati). E’ questo un particolare che riporta al IV vangelo in cui sono indica 153 grossi pesci quale esito della sorprendente pesca (Gv 21,11).

Nella raffigurazione del mosaico è da rilevare da un lato l’atteggiamento di Gesù che parla con la folla: viene quindi posto in rilievo il suo insegnamento dalla barca in cui è seduto. D’altra parte la sua presenza sulla barca mentre i discepoli stanno tirando su le reti si apre ad un’ulteriore interpretazione. Ora la pesca avviene con lui. Quella fatica che costituiva la quotidianità dei suoi discepoli assume una profondità ed un significato nuovo.  Gesù chiede loro di prendere il largo e gettare le reti: si tratta del loro lavoro e il rinvio va al fallimento della pesca di quella notte in cui avevano faticato ma non avevano preso niente. Ma ora Gesù li invita ad agire insieme a lui, con quella parola che racchiudeva l’orientamento della sua vita e la sua chiamata. E’ quanto Simone esprime dicendo “sulla tua parola getterò le mie reti”. La presenza di Gesù sulla barca simboleggia questa pesca compiuta sulla sua parola.

Si può cogliere come il mosaico, con linguaggio visivo, indichi vari aspetti dell’incontro con Gesù: in primo luogo evidenzia l’importanza del suo insegnamento, del suo parlare alla folla; esprime poi la risposta ad una chiamata nel compiere quanto Gesù aveva indicato, nel vivere l’impegno quotidiano, nel compiere l’operare della pesca insieme a lui, basandosi sulla sua parola. Infine esprime la sorpresa della fecondità inattesa: il gran numero di pesci che vengono pescati e contati. Il numero dei discepoli nella barca racchiude anch’esso un simbolismo: sono infatti raffigurati in numero di sette e accanto a loro Gesù. Si indica così una pienezza di vita racchiuso nel numero sette a cui si aggiunge la presenza di Gesù che si apre all’incontro con Dio stesso – otto è numero che si riferisce all’ottavo giorno compimento della vita umana ed alla risurrezione -. Nel gesto di gettare le reti si può scorgere l’importanza dell’operare quotidiano che compiuto insieme a Gesù trova fecondità nuova. Nel contempo in questo agire si apre la chiamata ad essere portatori di una vita (pescatori di uomini) che è già partecipazione ala risurrezione di Cristo e trova in lui salvezza.

Alessandro Cortesi op

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