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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

VII domenica del tempo ordinario – anno C – 2022

1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23; 1Cor 15,45-49; Lc 6,27-38

I libri di Samuele, parte dei libri storici della Bibbia, ripercorrendo le storie dei re, scorgono la presenza di un disegno divino nella storia e che procede attraverso il coinvolgimento di chi, pur tra limiti e contraddizioni, accoglie la Parola di Dio nella sua vita. La storia di Davide è un esempio di questa vicenda. 

Davide, inseguito da Saul nel deserto, anziché scegliere la via della vendetta decide di non mettere le mani sul re, consacrato del Signore. La situazione gli consentirebbe facilmente di vendicarsi di Saul e di ucciderlo, ma si affaccia al suo cuore una scelta diversa: «Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?… oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore». Davide diviene così esempio del non cedere alla logica della vendetta e del rispondere al male con il male.

Tale episodio evoca la cosiddetta regola d’oro presente in tante tradizioni religiose sia in formulazione al positivo, ad es in Lao-T’zu “Considera il guadagno del tuo vicino come il tuo e la sua perdita come la tua stessa perdita” (Lao T’zu, T’ai Shang Kan Ying P’ien, 213-218) sia al negativo ad es. nell’insegnamento induista “Questa è la sintesi del dovere: non fare agli altri ciò che sarebbe causa di dolore” (Mahabharata 5: 1517) e islamico “Nessuno di voi è credente se non desidera per il fratello ciò che desidera per se stesso” (13° delle 40 hadith di Nawawi) e presente anche nella tradizione ebraica “Non fare a nessuno ciò che non piace a te” (Tb 4,15).

Nel vangelo di Luca questa medesima indicazione è posta da Gesù al centro del suo discorso subito dopo le beatitudini in una particolare formulazione al positivo: “Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro” (Lc 6,31). Il discorso offre anche altri elementi precisando che lo sguardo nei confronti dell’altro va allargato oltre ogni confine. Non solo i vicini o coloro da cui si riceve del bene devono essere destinatari di questo ‘fare’ di attenzione e cura, ma anche chi è oppositore, chi ha offeso, chi è nemico: “A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male”. Fare del bene senza sperarne nulla è umanamente difficile e impossibile, ma sorge dall’accoglienza di un amore che si dà in questi termini. Gesù ha espresso questo insegnamento che corrisponde al suo agire, nel silenzio di resistenza davanti ai suoi persecutori e nella scelta di non usare violenza.

Seguono tre esempi: lo schiaffo, il mantello e il prestito: “A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.” Emerge qui la richiesta di una opzione radicale per un orientamento di non violenza attiva, nella fiducia che solamente il bene offerto è efficace nel disarmare chi fa il male e diviene fecondo di bene.

Il prestito senza esigere interessi era una prescrizione prevista nell’Esodo e nel Deuteronomio, anche se ristretta a colui che apparteneva al popolo d’Israele (Es 22,24; cfr. Deut 15,7-11; 23,20-21). E’ una tra le caratteristiche del comportamento del giusto presentata nei salmi: “presta denaro senza fare usura e non accetta doni contro l’innocente” (Sal 15,5; Sal 112,5). Gesù estende la richiesta a tutti infrangendo confini di esclusione. Apre a orizzonti universali ed approfondisce e interiorizza le indicazioni della legge. Indica uno stile di vita caratterizzato dalla scelta di fondo del dono, senza calcoli, senza riserve. In gioco c’è una ricompensa che non è ‘qualche cosa’ ma è accogliere e generare in sé l’amore di misericordia: è vivere della stessa vita di Dio misericordioso.

“Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto”. L’insistita ripetizione che delinea un amare rivolto solamente a chi dà gratitudine e  ricambia smaschera la ricerca di interesse e il desiderio nascosto di ricevere. Il richiamo alla gratuità nel dare senza fare conti mette in crisi e l’assimilazione ai peccatori indica che comportarsi così non attua la profonda chiamata al cuore della vita. “Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”. Gesù non evoca vantaggi per chi si comporta con gratuità, sfida ad amare anche il nemico; richiama alla sorgente generativa di questo tipo di vita che non è nelle forze umane ma nella vicinanza del Dio misericordioso. Luca sottolinea l’attitudine dell’ascolto che sola permette di accogliere l’amore di misericordia di Dio: il Padre non solo è modello, ma è fonte e principio da cui è possibile trarre linfa di vita per agire secondo questo stile.

Nel vangelo di Matteo, nel discorso della montagna compare l’espressione: “Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). Luca, modificando un termine, evidenzia nell’amore di misericordia la caratteristica propria di Dio. Seguire Gesù allora significa lasciarsi coinvolgere in tale dono di amore con i tratti della gratuità, della cura e attenzione.

Alessandro Cortesi op

Preghiera di un povero

Il salmo 102 è una preghiera di lamento, una supplica nella prova e nella sua articolazione presenta insieme riferimenti ad una esperienza personale e ad una realtà vissuta da una comunità. Dal verso 2 al 12 è presentato il quadro di una sofferenza personale che richiama la condizione del giusto che soffre come Giobbe è paradigma nella Bibbia; segue poi una lamentazione per la sofferenza che coinvolge non unicamente un individuo ma racconta la vicenda d’Israele nell’esperienza dell’esilio. Viene così evocata la desolazione e la rovina di Gerusalemme in seguito alla conquista dei babilonesi (vv. 13-23). Si passa ancora alla dimensione personale nei versi 24-28 e il salmo si conclude aprendo la preghiera ad una speranza perché coloro che verranno potranno vivere nella pace alla presenza del Signore (v. 29): “I figli dei tuoi servi avranno una dimora, / la loro stirpe vivrà sicura alla tua presenza”.

La preghiera dei salmi è dialogo talvolta teso con Dio e il salmo presenta in termini molto vivi e pregnanti l’invocazione di colui che prega e il suo desiderio di essere guardato e ascoltato da Dio nell’esperienza della prova esprimendo l’urgenza di un soccorso come chi avverte di essere al limite delle forze e della capacità di sopportazione: “Non nascondermi il tuo volto / nel giorno in cui sono nell’angoscia. / Tendi verso di me l’orecchio, / quando t’invoco, presto, rispondimi!” (v. 3). Dall’altra parte la preghiera dà parole alla condizione di aridità del cuore e il senso di fragilità e debolezza con immagini poetiche intense (vv.4-10). E’ così richiamata l’inconsistenza del tempo che passa come fumo e il dolore che brucia le ossa come fuoco. Il riferimento ad un campo falciato è immagine usata ad esprimere la condizione di un cuore inaridito che come erba tagliata dopo la falciatura è seccato dal calore. “Svaniscono in fumo i miei giorni / e come brace ardono le mie ossa. Falciato come erba, inaridisce il mio cuore” (vv.4-5).

Si delinea poi la situazione del sofferente che non prova alcun appetito e si dimentica anche di mangiare il pane mentre si riduce a pelle e ossa gridando il suo lamento: l’accostamento alla civetta nel deserto, che si muove in una condizione di  desolazione e solitudine e al gufo, un altro animale notturno, tra le rovine, contiene l’accenno ad una situazione di rovina non solo individuale ma anche del popolo nell’esilio. Così il passero che veglia nella solitudine presenta anche un’attesa. “A forza di gridare il mio lamento / mi si attacca la pelle alle ossa. / Sono come la civetta del deserto, / sono come il gufo delle rovine. / Resto a vegliare: / sono come un passero / solitario sopra il tetto” (vv. 6-8).

Ad una realtà di sofferenza si aggiunge la presenza di nemici che insultano e aggravano tale condizione: “Tutto il giorno mi insultano i miei nemici,/ furenti imprecano contro di me. / Cenere mangio come fosse pane, / alla mia bevanda mescolo il pianto” (vv. 9-10). Particolare attenzione si può dare al v.11 perché tale implorazione esprime un sentimento diffuso nella preghiera dei salmi, ossia la percezione che la condizione di dolore costituisca una sorta di punizione di Dio. Un commento ed esplicitazione di tale consapevolezza può essere ritrovata anche in altri salmi in particolare ad esempio nel salmo 90: “Sì, siamo distrutti dalla tua ira, / atterriti dal tuo furore! / Davanti a te poni le nostre colpe, / i nostri segreti alla luce del tuo volto. / Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua collera, / consumiamo i nostri anni come un soffio” (vv. 7-9). E’ la percezione che l’esperienza dell’esilio per Israele contenga un richiamo da prte di Dio a causa dell’infedeltà del popolo.

L’immagine dell’ira di Dio costituisce un riferimento al modo di comportarsi umano, in cui collera  e ira sono sentimenti della distanza, della violenza e della rottura ed è un modo per esprimere da un lato tutto il carico di sofferenza che implica un senso di lontananza da Dio. Peraltro anche con Dio nel suo furore l’orante si pone in termini di stare davanti a Lui, di mantenere una interlocuzione aperta. Il suo parlare è quasi una provocazione e richiamo ad essere ascoltati nella prova da Dio perché il suo sguardo possa rinnovare e cambiare la situazione. E’ questo il significato racchiuso nelle espressioni confidenti dei versi successivi, soprattutto nell’affermazione che il Signore rimane saldo, non viene meno alle sue promesse e non è preda di cambiamenti come gli uomini. Sulla sua collera prevale la fedeltà nell’amore e il non venir meno alle sue promesse.

La sua fedeltà è fedeltà nell’amore: “Ma tu, Signore, rimani in eterno, / il tuo ricordo di generazione in generazione. / Ti alzerai e avrai compassione di Sion: / è tempo di averne pietà, l’ora è venuta!” (vv. 13-14). C’è in queste parole una invocazione alla compassione, che richiama il movimento da cui parte tutta la storia d’Israele: Dio ha ascoltato il grido dell’oppresso e si è preso carico della sofferenza del popolo oppresso per liberarlo: “Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero” (Es 2,25). Il lamento riguardante la collera di Dio si apre a parole di confidenza e di richiamo basate sulla consapevolezza che l’amore di Dio è per sempre e  non viene meno – come il salmo 136 ricorda in un martellante ritornello “perché il suo amore è per sempre” -.

Si tratta di una fedeltà che offre ascolto alla sofferenza personale ma guarda anche a quella di tutto un popolo, di una comunità che si allarga a comprendere anche le generazioni che verranno a cui si dovrà comunicare l’esperienza di incontro e di salvezza: “Egli si volge alla preghiera dei derelitti, / non disprezza la loro preghiera. / Questo si scriva per la generazione futura / e un popolo, da lui creato, darà lode al Signore” (vv. 18-19).

Con un’altra immagine di sapore poetico, in cui si raffigura l’affacciarsi dall’alto di chi vede una situazione di bisogno e se ne prende cura il salmo esprime il volgersi e chinarsi di Dio per attuare una liberazione ed una apertura ad un futuro nuovo. Ed è movimento che si allarga a coinvolgere non solo Israele ma tutti i popoli chiamati a servire il Signore, compresi in questo disegno di pace: “Il Signore si è affacciato dall’alto del suo santuario,/ dal cielo ha guardato la terra,  / per ascoltare il sospiro del prigioniero, / per liberare i condannati a morte, / perché si proclami in Sion il nome del Signore / e la sua lode in Gerusalemme, / quando si raduneranno insieme i popoli / e i regni per servire il Signore” (vv. 20-23).

Il salmo continua accompagnando a posare lo sguardo alla differenza tra la condizione precaria della vita umana con i suoi giorni limitati e della stessa creazione che ha avuto inizio e si consuma come il tessuto di una veste che si sfilaccia e il permanere di Dio che non viene meno al suo amore. Si proclama l’opera della creazione come uscita dalle mani di Dio e che Dio non può dimenticare e nel contempo la preghiera si apre alla proclamazione ‘tu rimani’ che dice la saldezza e il non venir meno nel dono di comunione con l’evocazione di anni senza limite: “In principio tu hai fondato la terra, / i cieli sono opera delle tue mani. / Essi periranno, tu rimani; / si logorano tutti come un vestito, / come un abito tu li muterai ed essi svaniranno. / Ma tu sei sempre lo stesso / e i tuoi anni non hanno fine”. (vv. 26-28).

E l’ultima parola del salmo è una affermazione di speranza nel dimorare in una presenza che coinvolge i figli di oggi e quelli che verranno: “I figli dei tuoi servi avranno una dimora, / la loro stirpe vivrà sicura alla tua presenza” (v. 29).

Alessandro Cortesi op

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