la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “aprile, 2022”

III domenica di Pasqua – anno C – 2022

Preparazione delle uova di Pasqua in un rifugio sotterraneo in Ucraina – foto ANSA

At 5,27-32.40-41; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

Pietro davanti al sommo sacerdote testimonia la fede pasquale: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono»

Pietro indica il Dio dei padri che ha risuscitato Gesù capo e salvatore: la risurrezione è continuità di vita. Colui che è stato incontrato vivente dopo la morte non è un fantasma ma è il medesimo Gesù che ha annunciato la venuta del regno. La sua missione è stata in fedeltà al disegno di salvezza del Dio dei padri per Israele e per tutti i popoli.

Pietro utilizza il linguaggio del ‘rialzarsi’ ma parla anche di innalzamento per indicare la vita di Cristo accanto al Padre. “Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore”. Si tratta di forme linguistiche diverse per indicare che Gesù Cristo è vivente in una dimensione ‘altra’ da quella terrena. I cieli in alto si contrappongono alla terra in basso e Cristo ora appartiene ad una sfera di vita nuova e diversa da quella sperimentabile sulla terra. Parlare dell’esperienza della risurrezione è arduo: non è esperienza deducibile dalla sfera delle esperienza umane. E’ irruzione dell’Ultimo di Dio nella storia. Per questo sono utilizzate immagini e metafore. Pietro indica come Gesù di Nazareth colui che è stato incontrato è ora innalzato, vive alla destra del Padre come l’erede al trono sedeva alla destra. La sua presenza può essere incontrata in modo nuovo, nell’esperienza del credere.

La pagina del quarto vangelo narra una delle apparizioni di Gesù dopo la Pasqua: la scena si svolge in tre momenti. All’inizio l’invito di Pietro ‘io vado a pescare’ seguito dagli altri discepoli La scena è posta in un’atmosfera quotidiana con la presenza di sette discepoli indicati uno ad uno con i loro nomi: Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due. Sono colti nel momento in cui salgono sulla barca e nella delusione per il fallimento della pesca di quella notte. A questo punto Gesù si manifesta. Gesù si presenta loro sulla riva e li invita a gettare le reti dalla parte destra ma la sua presenza non è riconosciuta. Di fronte alla meraviglia di una pesca abbondante il discepolo che Gesù amava, lui per primo, con quel vedere proprio dell’amore, riconosce la presenza del maestro: ‘E’ il Signore’. E Simon Pietro si getta in mare. Si attua un riconoscimento e sorge nei discepoli un modo diverso di vedere: Gesù ora va incontrato con gli occhi della fede e dell’amore. Così la barca e la rete che non si spezza sono simboli della chiesa che segue il suo Signore.

Il secondo momento del racconto è la condivisione: è il momento in cui mangiano insieme sulla riva richiama alla comunione. Gesù chiede che i pesci siano portati e posti insieme a quello già preparato insieme al pane sul fuoco. E ripete i gesti del dare e distribuire il pane, sintesi della sa esistenza: “Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce”. Gesù si fa vicino, e distribuisce i segni che racchiudono il senso profondo della sua vita.

Il terzo momento è costituito dal dialogo tra Gesù e Pietro. Per tre volte Gesù ripete la domanda “mi ami?”. E’ quasi un lento ritornare sul triplice rinnegamento di Pietro durante la passione. Pietro risponde “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. La missione di Pietro come guida sarà quella di seguire Gesù, accogliendo in dono del suo amore.

Alessandro Cortesi op

Anelare la pace in un mondo di guerre

L’Istituto Sipri di Stoccolma (Stockholm Internatinal Peace Research Institute) in un suo recente studio ha calcolato che l’investimento nel mondo durate il 2021 per le armi è ammontato a più di due  miliardi di dollari totali. Con una crescita dello 0,7% che conferma una linea in atto dal 2016.

Gli Stati hanno impiegato quasi il 6% dei propri bilanci destinandoli ad attività e strutture militari. Al primo posto gli stati Uniti con il 38 % mondiale, poi la Cina per il 14 %: Seguono  India Rgeno Unito e Russia. L’Italia ha investito 32 miliardi di dollari e  si colloca all’undicesimo posto di questa classifica. E le previsioni per il 2022 indicano una ulteriore crescita  di investimenti.

Nel 2021 la spesa per armi ed eserciti da parte della Nato in proporzione supera le diciassette volte e mezzo il bilancio della Russia che ha registrato continua crescita. I Paesi dell’Unione europea spendono tre volte e mezzo quanto spende la Russia.

Nel futuro, in considerazione della situazione di guerra in Ucraina e della realtà mondiale si prevedono aumenti ulteriori soprattutto per nuove armi. La Campagna Globale sulle spese Militari ha pubblicato un appello. In esso si ricorda  che «i Paesi che cercano di superarsi l’un l’altro comprando armi di tutte le dimensioni non stanno seguendo una corretta strategia di difesa e sicurezza. Non ha funzionato in passato e non funzionerà mai» ricordando inoltre che «la dipendenza globale dalla militarizzazione distrugge la fiducia tra popolazioni e mina gli sforzi di cooperazione tra i Paesi». Viene proposto quindi di «ridurre le spese militari impegnando i fondi per una sicurezza comune e umana, investendo nei veri bisogni delle persone e del pianeta al fine di costruire una pace giusta e sostenibile. Per darle una possibilità, dobbiamo dare fondi alla pace». Le proposte concrete sono tra altre quelle di una moratoria di almeno un anno sull’acquisto di sistemi d’arma, di spostare le risorse risparmiate su welfare, scuola, sanità e la costituzione e finanziamento del Dipartimento della Difesa Civile non armata.

E’ da ricordare che questa situazione di investimento per le armi si colloca in una situazione internazionale segnata dalla presenza di molteplici guerre: quella in Ucraina dimostra la barbarie che la devastazione che la guerra porta. Ma vi sono altre guerre dimenticate e che andrebbero ricordate. Un articolo di Emilio Drudi, Marco Omizzolo, Le guerre dimenticate, non meno feroci di quella in Ucraina, 26 Aprile 2022 nel sito di Euripes ce le ricorda.

Una è la guerra in Tigrai, scatenata da Addis Abeba contro il governo regionale di Macalle il conflitto iniziato nel novembre 2020, ha provocato morte e sofferenze: più di due milioni di sfollati (su una popolazione di 6 milioni), circa 75mila profughi fugiti in Sudan. Il numero dei morti considerando anche le vittime per mancanza di cibo, conseguenza dei combattimenti, giunge a ad almeno 400mila morti. La guerra ha distrutto ospedali e ambulatori di villaggio. Fame e carestia sono state usate come strumenti per piegare la popolazione.  E’ da poco in atto una tregua per motivi umanitari ma è fragilissima.

In Yemen la guerra è iniziata in modo palese nel 2015, ma sin dal 2011 il paese era piombato nel disordine quando il presidente Ali Abdullah Saleh fu costretto a lasciare il posto al suo vice, Mansour Hadi a seguito delle rivolte della primavere arabe. Da lì è iniziato un aggravarsi della situazione: i fenomeni della siccità e di una conseguente carestia sono sopraggiunti, una terribile epidemia di colera e una di difterite a cui è poi seguito il Covid. Per due anni l’invasione di locuste ha distrutto le piantagioni. Da sette anni la situazione ès egnata da questi disastri e la popolazione sta soffrendo le conseguenze. I morti sono circa 380mila: di essi 100mila a causa dei combattimenti, gli altri a causa della fame e delle malattie. Oltre 20 milioni di persone (due terzi della popolazione) non hanno possibilità di nutrimento a sufficienza. Alla vigilia del Ramadan, su proposta dell’Onu, le due parti in lotta hanno accettato una tregua di due mesi. Ma anche qui la tregua è un piccolo spiraglio di speranza in una situazione drammatica.

In Siria da undici anni continua una guerra che ha portato alla distruzione del Paese. Il movimento popolare sorto al tempo delle primavere è stato represso nel sangue con la ferocia delle uccisioni e della tortura, dal dittatore  Bashir Assad. La guerra civile sviluppata ha visto l’intervento delle potenze mondiali. In Siria è cresciuto e sviluppato l’Isis. Nel Paese si è generata una crisi umanitaria senza precedenti con un esodo di profughi drammatico. Si calcola che 13,5 milioni di persone su una popolazione di 21 milioni di abitanti siano state costrette alla fuga; 5,6 milioni sono le persone rifugiate al di fuori del Paese. Almeno 500mila sono le vittime di questa guerra che ancora continua mentre circa il 60% della popolazione soffre la fame.

Un’altra guerra dimenticata è quella in atto in Mali che vede i suoi inizi in un rivolta  nel febbraio 2012 che rivendicava una autonomia delle regioni sahariane del Nord con maggioranza di tuareg e berberi. Sulla ribellione si è innestata l’azione di gruppi jihadisti appartenenti ad Al Qaeda e all’Isis. Questa ha portato alla destituzione del governo e del presidente Amadou Toumani Touré, deposto dal suo stesso esercito. Nel 2013 la Francia ha intrapreso un intervento militare nella ex colonia per contrastare l’espansione dei gruppi jihadisti ed altre forze militari. da altri Paesi si sono aggiunte. Ma ciò ha generato una situazione di guerriglia su cui si sono innestate lotte di gruppi etnici. L’intervento francese è stato visto come tentativo di controllo dei propri interessi in quel territorio. La situazione di disordini ha favorito la crescita dell’Isis che ha costituito lo Stato islamico del Grande Sahel nella regione tra Mali, Ciad, Niger e Burkina Faso. Due colpi di stato si sono succeduti e oltre 2 milioni sono gli sfollati, con più di quindicimila morti, tra di essi 260 caschi blu dell’Onu. A seguito del colpo di stato del 2021 una giunta militare ha preso il potere: vi è stato un allontanamento dalla Francia che ha ritirato le sue truppe contemproaneamente al ritiro di altri contingenti europei. E’ subentrata poi la presenza russa del gruppo Wagner e si è accresciuta la minaccia dei gruppi terroristici.

“C’è da chiedersi come mai guerre atroci e lunghissime come quelle nel Tigrai, nello Yemen, in Siria, in Mali, non abbiano ascolto nella politica italiana ed europea e come mai trovino poco spazio nei media. Perché non sconvolgano la sensibilità delle persone. Lo stesso vale, del resto, per altre crisi estreme che provocano migliaia di morti e schiere enormi di profughi. In Afghanistan, ad esempio, dove la fuga precipitosa degli eserciti occidentali nello scorso agosto ha posto fine ad un conflitto durato vent’anni, ma dove non è certo finita la terribile emergenza umanitaria creata proprio dalla guerra” (Emilio Drudi, Marco Omizzolo, Le guerre dimenticate, non meno feroci di quella in Ucraina).

In questa situazione del mondo appare improtante richiamare le parole di papa Francesco – peraltro ignorate dai media – che recentemente in un indirizzo di saluto al CIF il 24 marzo us ha rinnovato il suo appello contro la follia del riarmo e della logica della guerra:

“La storia degli ultimi settant’anni lo dimostra: guerre regionali non sono mai mancate; per questo io ho detto che eravamo nella terza guerra mondiale a pezzetti, un po’ dappertutto; fino ad arrivare a questa, che ha una dimensione maggiore e minaccia il mondo intero. Ma il problema di base è lo stesso: si continua a governare il mondo come uno “scacchiere”, dove i potenti studiano le mosse per estendere il predominio a danno degli altri. La vera risposta dunque non sono altre armi, altre sanzioni. Io mi sono vergognato quando ho letto che non so, un gruppo di Stati si sono impegnati a spendere il due per cento, credo, o il due per mille del Pil nell’acquisto di armi, come risposta a questo che sta succedendo adesso. La pazzia! La vera risposta, come ho detto, non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato – non facendo vedere i denti, come adesso –, un modo diverso di impostare le relazioni internazionali. Il modello della cura è già in atto, grazie a Dio, ma purtroppo è ancora sottomesso a quello del potere economico-tecnocratico-militare”.

In spe contra spem.

Alessandro Cortesi op

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Comunicato Terra Aperta – Pistoia

Qui di seguito è possibile scaricare il comunicato di Terra Aperta Rete territoriale solidale per l’accoglienza pistoiese riguardo all’accoglienza dei profughi dall’Ucraina e le politiche di accoglienza. Testo inviato a Prefettura di Pistoia e Ministero degli Interni. Da diffondere.

Qui la versione breve per la stampa

Dal 24 febbraio, data d’inizio dell’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito della Federazione Russa, alla data odierna, secondo i dati diffusi dall’Alto Commissariato ONU per i rifugiati (UNHCR) il numero delle persone fuggite dal Paese è ad oggi circa 4,4 milioni (al 9 aprile 2022 4.441.663).

In tale situazione il Consiglio dell’Unione Europea, in base ad una proposta della Commissione, ha attivato per la prima volta la Direttiva 55/2001 sulla Protezione Temporanea. La Decisione del Consiglio 2022/382, entrata in vigore il 4 marzo us, consente che sia concessa la protezione temporanea per la durata di un anno rinnovabile per ulteriori periodi fino a tre anni. In Italia il 28 marzo 2022 il Governo italiano ha dato attuazione alla Decisione 2022/382 con un DPCM. Questo prevede il diritto dei profughi ucraini a richiedere la protezione internazionale.

Tale decisione ha reso evidente come scelte politiche di accoglienza siano possibili anche in tempi brevi e superando ostacoli e burocrazia.

Come Rete Terra Aperta segnaliamo l’importante svolta che tale Decisione ha dato alle politiche europee riguardanti il diritto d’asilo: ha infatti manifestato come, a fronte di fenomeni migratori, anche massicci, dovuti alle guerre e alle gravi violazioni di diritti umani fondamentali, vada affermato il diritto internazionale dei rifugiati.

Non possiamo, tuttavia, non rilevare una disparità di trattamento nei confronti di altri rifugiati che sono fuggiti da altre guerre ugualmente atroci e sanguinose come quella in corso in Ucraina.

Fa scalpore notare come la Polonia, che ha accolto più di un milione di profughi ucraini, stia attuando, da mesi, al confine con la Bielorussia, una illegale politica di respingimento di profughi provenienti da Afghanistan, Irak e Pakistan, costringendoli a vivere in condizioni disumane nei boschi.

Fa altresì scalpore pensare al grande movimento di solidarietà verso i profughi ucraini che si è attivato nel nostro Paese, mentre nel mar Mediterraneo continuano i respingimenti ad opera della Guardia costiera libica.

Senza dimenticare che nel nordest dell’Italia, nel 2020, sono stati persino messi in atto, dal nostro Paese, respingimenti illegali di migranti che cercavano di entrare nel nostro Paese dall’area balcanica.

Siamo preoccupati di questa situazione: se si attuano discriminazioni e si si pongono dei distinguo tra sfollati di serie A ed altri di serie B, ciò porta rapidamente alla fine del principio di uguaglianza e di parità di trattamento e ciò che è diritto universale degrada a semplice concessione elargita dal potere politico di turno.

Coloro che fuggono da guerre, violazioni dei diritti fondamentali, miseria e disastri climatici hanno il medesimo diritto di essere soccorsi, accolti, accompagnati verso un progressivo inserimento nella società, offrendo loro concrete opportunità di vivere una esistenza dignitosa.

Mentre mettiamo a disposizione le disponibilità e risorse della Rete per affiancare le istituzioni nell’accoglienza dei profughi dall’Ucraina, desideriamo manifestare queste nostre preoccupazioni insieme all’auspicio che la situazione che stiamo vivendo conduca a scelte politiche nella linea della accoglienza e dell’integrazione e nel rispetto dei diritti umani per tutti.

La Rete Terra Aperta è costituita da: AGESCI Zona di Pistoia, Arkè, Art.32-Ambulatorio Solidale Pistoia, Associazione Portaperta, Azione Cattolica di Pistoia, Caritas di Pescia, Caritas di Pistoia, CGIL, CISL, UIL, CNGEI Sez. Pistoia, Coop Gli Altri, Coop. Pantagruel, Coordinamento tutela legale dello straniero Avvocati di Pistoia, CO&SO, Gruppo Incontro, L’Acqua Cheta, Libera Pistoia, Parrocchia Santomato, San Martino De Porres.

Comunicato

II domenica di Pasqua – anno C – 2022

Apocalisse beato di Liébana VIII sec.

At 5,12-16; Ap 1,9-11.12-13.17-19; Gv 20,19-31

“Io sono il primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi”

Al cuore dell’annuncio del libro di Apocalisse sta una presenza, è il Risorto al centro dell’annuncio pasquale quale comunicazione di speranza e di vita. Il libro dell’Apocalisse testimonia una rivelazione: è proposta a cogliere il disegno di Dio nella storia a partire dalla chiave di lettura di tutta la storia: al centro sta Gesù Cristo presentato come colui che si è rialzato, il risorto. E’ lui il primo e l’ultimo, che non è stato tenuto prigioniero della condizione della morte ma è uscito dalla morte, ed ha ora potere su ogni potenza di morte e di male. E’ un potere per modo di dire perché è la critica ad ogni potere: è la debolezza dell’amore quella che si è rivelata sulla croce.

Questa parola di Cristo: ‘io sono il vivente’, una delle prime forme dell’annuncio pasquale con utilizzo della metafora della vita, apre una prospettiva di speranza per tutta la storia che va verso l’ultimo e in lui troverà compimento. Se lui, il crocifisso, l’umiliato del Golgota è il vivente, l’esito della storia e il futuro dell’umanità non stanno nella morte ma nella vita e in una vita che sconfigge tutte le forze che si oppongono, di morte e di male. E’ un messaggio carico di speranza per il nostro impegno nell’oggi a ricercare tutto ciò che prepara questo incontro con lui primo e ultimo.   

Nel vangelo compare una parola sul rapporto tra vedere e credere. Gesù aveva detto ‘ se non vedete segni e prodigi, voi proprio non credete’ (Gv 4,48) e Tommaso vive l’attitudine di chi dice ‘Se non vedo e non metto la mia mano… non crederò’.

Il racconto del venire di Gesù e del suo stare in mezzo dopo la sua morte è un lento e progressivo percorso del credere. In Tommaso è riassunto il cammino di ogni discepolo che vive la fatica di aprirsi ad un nuovo modo di incontrare Gesù. Non è facile il percorso della fede: questa passa per momenti di crisi e domande. E’ percorso di singoli e che coinvolge le comnità.  Nella comunità – ci dice questa pagina – c’è posto per chi vive il faticoso passaggio dal credere perché alla ricerca di segni, al credere ‘senza avere visto’.  

Contemporaneamente al credere c’è anche una insistenza sul vedere: ‘ i discepoli gioirono al vedere il Signore’ (v.20). Gli dissero allora gli altri discepoli ‘abbiamo visto il Signore’ (v.25) ma egli disse loro ‘ se non vedo…’. Il cammino di Tommaso è presentato come problematico proprio riguardo al ‘vedere’ Gesù. D’altra parte il vedere è rapportato al credere: ‘se non vedo… non crederò’. Le parole stesse del risorto sono tutte concentrate su questo rapporto tra il vedere e il credere: ‘guarda le mie mani…e non essere più incredulo ma credente’, fino all’espressione della beatitudine: ‘perché hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno’ (v.28).

Tommaso stesso si apre alla resa del credere di fronte a Gesù che gli pone davanti i segni della passione, le mani, il costato. Il percorso del credere ha bisogno di essere accompagnato da Gesù stesso che conduce a superare l’attesa di segni: non si sottrae a dare a vedere dei segni. Questi sono i segni della sofferenza, le ferite del crocifisso. E’ il crocifisso che è risorto, il medesimo … e i segni da rintracciare che a lui rinviano – nei quali fissare la propria sete di vedere – sono i segni della sofferenza di tutti i crocifissi della storia. Il quarto vangelo suggerisce non solo come Tommaso si apra ad un riconoscimento di fede – ‘Mio Signore e mio Dio’ – , ma anche come la beatitudine del credere senza vedere costituisca la felicità (beati significa felici) possibile per chi ora potrà incontrare Cristo risorto ‘vedendo’ in modo nuovo, in un ‘vedere’ che vada oltre i segni, nell’accogliere la testimonianza. Al termine di questo brano l’evangelista dice perché il vangelo stesso è stato scritto: ‘molti altri segni fece Gesù… ma non sono stati scritti: Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo, abbiate la vita nel suo nome’. Il vangelo è tutto riferito ad un percorso del credere che conduca a comprendere e accogliere la vita. Ed è anche questa comunicazione di vita a chi incontriamo, il dono e responsabilità che deriva dall’accogliere il vangelo.

Negli Atti degli apostoli Luca sintetizzano in brevi tratti le caratteristiche principali della vita della comunità cristiana dopo la Pasqua. La comunità (chiesa) è convocata dalla parola del Signore: importanza particolare è data allo stare insieme, e un senso di ammirazione e gioia pervade tale esperienza. ‘portavano gli ammalati nelle piazze… tutti venivano guariti’. Coloro che solitamente erano nascosti allo sguardo sono posti al centro: dalla vita della comunità sgorga una forza capace di aprire futuro e speranza, la guarigione per chi è malato. La sofferenza non è l’ultima parola della vita umana. Una forza nuova di salvezza spinge la comunità a farsi carico delle sofferenze, ad incontrare le persone vulnerabili e sofferenti che erano tenute in disparte e che ora vengono portate fuori: ora sono poste al centro e Luca vede nella guarigione i segni della salvezza proveniente da Cristo e dalla sua morte. E le folle accorrono da diverse direzioni e malati e sofferenti stanno al centro.

Alessandro Cortesi op

Ombra e luce

Nel ciclo di affreschi di Masaccio (che in toscano esprime il nome Tommaso con valenza vezzeggiativa) nella Cappella Brancacci a Firenze dipinti poco prima della morte del giovane  artista (1428), una scena riprende la pagina degli Atti. La scena è posta nel quadro della Firenze degli inizi del XV secolo: le prospettive dei palazzi, le architetture che si distinguono sullo sfondo della scena  così come gli abiti sono i panneggi della Firenze dell’epoca per veicolare il messaggio che quel passare di Pietro ha a che fare con la vita dei contemporanei e di chi osserva quela scena. Pietro e gli apostoli nel loro passare guariscono i malati e gli storpi che vengono loro portati. E’ un elemento proprio e sorprendente di questo affresco la presenza dell’ombra. Masaccio è l’artista che ha inventato l’ombra nell’umanesimo italiano.

Spesso all’ombra si attribuisce una connotazione negativa perché l’ombra è associata al buio e alle tenebre simbolo del male e di realtà negative. Eppure l’ombra costituisce il risvolto di un corpo illuminato e si rende presente solamente perché sta in rapporto con una luce che giunge ad incontrare un corpo. L‘ombra stessa è quindi indice di una luce che la genera e rinvia ad una luce. l’ombra non può esserci se non c’è luce. Nella scena della cappella Brancacci sembra quasi che Pietro passando non si accorga che la sua ombra è fonte di guarigione per quei paralitici che stanno accovacciati lungo la strada. E’ forse espressione di quanto accade quando la vita si fa espressione di un bene offerto in modo gratuito – leggero come lieve è il tocco di un’ombra – senza alcun interesse e senza alcuna pretesa di attirare su di sè l’attenzione degli altri nella ricerca di una qualche grandezza e riconoscimento. Pitero è raffigurato con uno sguardo fisso avanti, per certi aspetti severo e statico, ma quasi evocazione ad un vedere teso a scorgere l’invisibile e proteso in avanti. E biblicamente l’ombra è segno di una presenza di Dio che non è afferrabile e rimane non dicibile. E’ l’ombra della nube nell’esodo ma è anche l’ombra evocata al momento della nascita di Gesù: “«Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra” (Lc 1,35).

L’ombra di Pietro che passa, invenzione artistica di Masaccio, è una traccia da raccogliere per il nostro presente: di fronte al senso di inermità nelle vicende della guerra e delle ingiustizie che segnano questo momento del mondo siamo chiamati a passare, camminando per le strade, accogliendo di lasciare un’ombra che parli di luce che non viene da noi, ma è rinvio ad un segreto presente in ogni cuore e ad una presenza, il Risorto che è senso ultimo e segreto di tutta la storia.     

Alessandro Cortesi op

Riflessione pasquale

Al link indicato qui sotto è possibile seguire una riflessione sulla risurrezione preparato per una serie di incontri promossi dall’Ufficio catechistico di Pisa su ‘le domande nei vangeli’ – Centro pastorale evangelizzazione e catechesi – arcidiocesi di Pisa a cura di don Federico Franchi.

https://www.youtube.com/c/UfficioCatechisticoPisa

Io sono la risurrezione e la vita. Credi questo? (Gv 11,25-26) Alessandro Cortesi: consultabile in

Buona Pasqua!

La pace del Risorto: dono e promessa

Riporto qui di seguito il testo di una meditazione presentata ad un recente incontro del Segretariato Attività Ecumeniche lunedì 13 aprile us sul tema La pace del Risorto: dono e promessa.

Pasqua è mistero di passione morte e risurrezione. Al centro della Pasqua sta qualcuno, ed è presenza in modo nuovo e interiore del crocifisso incontrato come risorto, il Vivente. Al cuore dei nostri cammini è una presenza, una presenza comunicata, testimoniata: Gesù che ha vissuto la sua esistenza nel senso del servizio, della cura, dell’ospitalità. Ha annunciato un modo diverso di impostare i rapporti, condividendo i beni, accogliendo l’altro come fratello e sorella. Ha spiegato la sua vita nel gesto dello spezzare il pane e del lavare i piedi. Ha reagito alla violenza con il silenzio e nella attiva resistenza contro l’ingiustizia con l’amore e il perdono fino in fondo.

E’ lui che riconosciamo Risorto al centro delle nostre vite.

“La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». (Gv 20,19)

Pace è la prima parola del Risorto che viene in mezzo ai suoi. Ma questa parola è detta non in un quadro di luce dirompente o di manifestazione come in altri momenti. No. Il suo stare in mezzo – stette in mezzo – è nel quadro della paura e della chiusura. Le porte sono chiuse, i cuori sono serrati. La paura blocca e rinserra coloro che in quel luogo sono riuniti.

Porte chiuse, paura, aggiungerei anche buio – anche se non esplicitato: un buio dentro e un buio fuori.

E’ immediato collegare questi elementi alla nostra condizione di oggi, alla guerra in Ucraina. Porte chiuse di chi ha chiuso la porta alle sue spalle, fuggendo dai bombardamenti in una fuga colma di paura e angoscia. Porte chiuse di chi si è rifugiato in scantinati, sotterranei di scuole e condomini trascorrendo un tempo lunghissimo senza cibo sufficiente, senz’acqua e servizi igienici.

Paura e terrore dei bambini svegliati di notte dalle sirene, portati in braccio, avvolti da coperte da madri trovatesi improvvisamente sole, le famiglie spezzate, a lasciarsi condurre spinte dalla paura verso un futuro ignoto, nell’interruzione improvvisa e tragica di una vita normale. 

Ma anche porte chiuse delle menti di chi ha deciso la guerra, di chi l’ha preparata, di chi non ha lavorato per evitarla, di chi ha schierato le truppe, di chi punta le armi, di chi spinge innocenti a luoghi di tortura, di chi progetta piani per radere al suolo le città.

E la guerra in Ucraina così presente ai nostri occhi per le immagini terribili delle atrocità ci riconduce alle tante guerre, alle tante situazioni di violazioni di diritti umani, dimenticate o su cui è sceso negli anni il velo dell’abitudine e dell’indifferenza. Da otto anni perdurava un conflitto terribile e devastante guerra che ha fatto 15.000 morti nel Donbass: non era stato oggetto di attenzione, come cosa lontana. E abbiamo anche dimenticato che la guerra in Europa non si è ripresentata oggi dopo 80 anni, ma trent’anni fa ha devastato il cuore dei Balcani. E al di fuori dell’Europa la disseminazione delle atrocità delle guerre sono continuate…

Le porte chiuse sono anche tutta questa indifferenza e chiusura che attraversa anche i nostri cuori.

La reseda sa d’acqua, / e l’amore di mela, / ma noi abbiamo appreso per sempre / che il sangue sa solo di sangue…  (Anna Achmatova, Il giunco 1933)

Gesù stette in mezzo: il Risorto si pone nel mezzo, in questo contesto di paura e di chiusura. In mezzo perché al centro e raccoglie attorno a sé. Nonostante tutto la sua è presenza di chi raccoglie i frammenti, le vite spezzate, i sentieri segnati dalla paura e dall’abbandono. Stette in mezzo a coloro che poco prima l’avevano abbandonato fuggendo via tutti. Nel suo stare in mezzo raccoglie attorno a sé: è attorno a Lui che si può ritrovare il senso di un cammino, non per altri percorsi esito di strategie o di costruzioni nostre.

E nel mezzo dice ‘Pace a voi’. La pace è il primo dono del risorto. Non chiede nulla a coloro a cui avrebbe avuto molte cose da chiedere e chiarire. Non presenta a loro un rimprovero e non li fa sentire colpevoli e chiusi.  Offre la pace come dono, dice Pace a voi.

Ci possiamo chiedere cos’è pace. E questo termine ‘pace’ assume valenze nuove laddove vediamo la manifestazione della guerra nella sua dimensione così disumana di catastrofe, di devastazione, di lutto e dolore senza fine, che tocca la povera gente, gli innocenti, i bambini. Pace è dono del Risorto che offre una realtà nuova proprio nella chiusura e nella condizione di chi è bloccato dentro la propria paura. Paura che non permette di pensare, paura che immobilizza e rende aggressivi, paura che rende succubi e incapaci di scorgere una nuova logica della vita.

Il Risorto dona la pace e mostra le sue ferite. Dice ai suoi che solo toccando quelle ferite può venire pace. Sostare su quelle ferite, guardarle, toccarle: quelle ferite sono il segno che rimane della ingiusta condanna, della violenza subita. Sono rinvio a tutte le ferite delle vittime, le devastazioni dei corpi, ma anche le ferite interiori dei cuori, della psiche di chi ha vissuto la violenza (in modo diverso, ma ugualmente devastante di umanità, di aggrediti e aggressori: le ferite delle vittime innocenti, i loro cuori spezzati, e le ferite che segnano le vite di chi uccide e devasta.

Nella nostra preghiera non possiamo non lasciare spazio a sostare sulle ferite al grido silenzioso che da esse proviene. Il grido delle vittime: chi ha trovato la morte nei bombardamenti, nelle torture e nelle esecuzioni e i sopravvissuti che hanno visto l’orrore con i propri occhi.

Le ferite che segnano il corpo del Risorto rinviano all’intero percorso della vita di Gesù. Anche nel momento più buio della violenza e della solitudine ha continuato a porre gesti di fedeltà di dono e servizio. Le ferite sono l’esito di quel cammino.

Sono luoghi attraverso cui passa il dono della pace. In sé recano un annuncio: il volto di Dio che Gesù ha raccontato è Dio che accoglie le ferite: è un Dio ferito, dalla sofferenza umana, dal pianto e dalla desolazione. E quelle ferite recano anche un paradosso: indicano la croce come salvezza, parlano di una sofferenza che non è vinta dalla morte e dal buio ma è segnata dall’amore. In quelle ferite sta il segreto dell’ultima parola dell’amore presente anche nella morte, nell’assurdo, dell’amore che fende la malvagità umana e reca luce nuova. 

La pace che Gesù dona, la pace dono del Risorto è pace che proviene da quelle ferite, dall’aver condiviso la condizione delle vittime e rinvia a toccare le ferite per accoglierla. Nessuna pace è possibile se non a partire dall’ascolto, dal toccare le sofferenze delle vittime.

E’ una pace che parla di coinvolgimento nella propria vita. E’ benedizione di Dio, parola di bene che non viene meno, e che si ri-dice nella vita di coloro che erano confusi, delusi, incapaci forse di perdonarsi.

Gesù manda come lui è mandato: a dare vita, a ricevere quella vita e quel soffio che fa nuovi, che ri-crea, che apre a vedere la vita e la storia in modo nuovo. Il suo soffio, l’alito che è condiviso con quella comunità di impauriti è soffio di un’esperienza nuova. Ricevere vita per dare vita, per condividere vita. Questo è il mandato che essi ricevono, continuare l’invio di Gesù: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. 

E’ questo il passaggio che si apre nella Pasqua. Il risorto fa passare da immobilità, dal blocco ad un uscire per portare, per recare la pace ricevuta. Ma anche per scoprire che quel soffio di vita e di pace sta attraversando la storia, il cosmo e va inseguito, custodito nei piccoli segni in cui respira.

Un cammino nuovo si apre: è la promessa che ha segnato l’esistenza di chi ha accolto questo primo brusio della presenza del Risorto incontrato il primo giorno della settimana, in quella prima sera. Ed è un dono fragile, bisognoso di sempre nuova scoperta, accoglienza: incontra fatiche e chiusure, nuove durezze. Otto giorni dopo le porte sono ancora chiuse…

Ed è promessa anche per chi vive nel dubbio, nell’interrogarsi, nella fatica del credere: non viene escluso, ma accolto, con le sue domande, con la sua fatica, con le sue resistenze. La prima comunità raccolta è mandata fuori a portare la pace ricevuta: “in qualunque casa entriate prima dite ‘Pace’ a questa casa” (Lc 10,5). Da quella casa con le porte chiuse sono inviati ad uscire per dire pace nelle case.

Certo oggi, come sempre nella vita di chi segue Gesù siamo di fronte al dilemma di come costruire la pace nelle concrete situazioni di violenza, di guerra, di ingiuste aggressioni: è difficile tenere insieme riferimento alla Parola del Signore e senso della responsabilità storica e situata nell’assumere la fatica e il dubbio di scelte sempre limitate e parziali come ritroviamo nelle parole di Dietrich Bonhoeffer “Ci sono uomini che ritengono poco serio, e cristiani che ritengono poco pio, sperare in un futuro terreno migliore e prepararsi ad esso. Essi credono che il senso dei presenti accadimenti sia il caos, il disordine, la catastrofe, e si sottraggono, nella rassegnazione o in una pia fuga dal mondo, alla responsabilità per la continuazione della vita, per la ricostruzione, per le generazioni future. Può darsi che domani spunti l’alba dell’ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore”. (Dietrich Bonhoeffer, Bilancio sulla soglia del 1943. Dieci anni dopo, in Id., Resistenza e resa, OBD 8, 38).

Solo in questa cura possiamo ritrovare un inizio nuovo: una nuova creazione è sorta dalla Pasqua. proprio la grande tradizione della Chiese orientali ci ricorda la potenza trasfigurante della luce pasquale nel buio di una notte che avvolge il cosmo e l’umanità: Christos aneste… alethos aneste

Dalla casa con le porte chiuse la prima comunità che ha vissuto la sorpresa dello stare in mezzo del suo maestro e Signore si trova mandata fuori alle case, a quelle case che sono anche le macerie… da disorientati e stanchi con gli occhi appesantiti dal male e dalla morte uomini e donne di quella casa sono inviati a portare una promessa nel cuore accogliendola innanzitutto in se stessi per essere costruttori di case in rovina, riparatori di brecce… .

Non è vero che non possiamo fare nulla per costruire la pace anche quando tutto sembra dover inseguire le logiche della guerra nella rinuncia ad ogni ragionevolezza, nella rincorsa al riarmo.

Ognuna e ognuno nel suo piccolo può farsi artigiano di quella pace da accogliere come dono ma anche da vivere come promessa affidata alle nostre povere mani.

… Nel coltivare i gesti della cura e dell’accoglienza… Nel non lasciarsi condizionare da una mentalità di guerra che conduce a disumanizzare l’altro, anche chi sta compiendo il male in modo atroce, e impedisce così di individuare le vie per fermare la mano dell’aggressore e individuare la possibilità di una parola che ponga fine all’uso delle armi… Nell’opporsi all’uso del nome di Dio per giustificare la guerra per farla diventare guerra giusta e santa dopo che la storia ci ha dimostrato che nessuna guerra conduce alla giustizia e alla pace ma porta solo devastazione e odio, dolore e altra violenza… Nel continuare la scelta di Gesù di opporsi alla violenza con la scelta di fare della sua vita un pane spezzato. E il gesto dell’eucaristia proprio in questo momento appare come gesto sorgivo da condividere tra cristiani nel riconoscere che Gesù si dà ad incontrare nelle vittime e nei crocifissi della storia.

La promessa che viene dal Risorto è promessa di pace e nell’orrore si presenta come flebile luce. Le sue ferite sono dono e promessa che la pace passa attraverso un coinvolgimento personale ed un impegno ad attuare scelte e gesti che non cedano all’odio, alla logica della guerra.

Vorrei concludere con alcune parole della grande poetessa russa Olga Sedakova che nella grande domenica del perdono ha espresso la sua parola per “chiedere perdono a quelli che vengono bombardati, cacciati dalle loro case e dai loro luoghi natali, a quanti vengono diffamati e calunniati a morte. Chiedere perdono per quello che è impossibile perdonare”.

Il gelo del mondo
qualcuno lo riscalderà.
Il cuore ch’è spento,
qualcuno lo solleverà.
Questi mostri
li prenderà qualcuno per mano
come un bambino scatenato:
– Andiamo, ti mostrerò qualcosa
che non hai veduto mai! (Olga Sedakova, Il gelo del mondo)

La promessa di pace del Risorto sta nel cuore che ha accolto il suo soffio di vita e sa prendere per mano come un bambino verso una novità non ancora vista …

alessandro cortesi op

Per vivere il triduo pasquale

Il triduo pasquale

            I riti di queste giornate si compongono di due veglie (giovedì sera e sabato sera/domenica all’alba), della memoria della passione di venerdì, del silenzio del sabato.


È importante sapere una cosa, che rimane nascosta: sono tre giorni, anche se sembrano quattro. Bisogna contarli come facevano gli antichi, da tramonto a tramonto.

            1. Primo giorno del triduo (dal tramonto di giovedì al tramonto di venerdì): con due momenti di preghiera (giovedì sera e venerdì pomeriggio/sera). È la Pasqua rituale (giovedì) e la Pasqua storica (venerdì).

            2. Secondo giorno del triduo (dal tramonto del venerdì al tramonto del sabato): dove la Chiesa tace con il suo Signore che dorme. È la Pasqua escatologica.

            3. Terzo giorno del triduo (dal tramonto del sabato al tramonto della domenica): con la veglia pasquale che lo apre solennemente. È la Pasqua ecclesiale.

Ogni giorno del triduo è “festa di Pasqua”. Una festa in tre giorni, che poi diventa di 50 giorni, fino a Pentecoste.

            Fin dall’antichità nella notte di Pasqua si celebrano i sacramenti dell’iniziazione cristiana degli adulti, coloro che hanno vissuto un lungo cammino di catecumenato, di scoperta del volto di Dio rivelato in Gesù e di maturazione nella fede cristiana. Ma anche per coloro che sono stati battezzati nei primi giorni o mesi di vita, celebrare la pasqua è ritornare alla sorgente dell’identità: con il battesimo siamo stati “immersi” nel mistero pasquale di Gesù, sorgente per noi di vita nuova (Rom 6,1-11) siamo divenuti “nuove creature”.

            Nelle celebrazioni di questo triduo, siamo invitati a riscoprire le dimensioni della nostra identità cristiana e, in particolare, approfondire il senso del “sacerdozio comune”, che non riguarda prima di tutto i riti e il culto, ma è primariamente “sacerdozio dell’esistenza” (LG 10-11): desideriamo perciò assumere in libertà e responsabilità la missione messianica che abbiamo ricevuto, come cristiani e come chiesa.

            Per la partecipazione al sacerdozio di Cristo, propria di tutti i battezzati, celebriamo insieme nell’assemblea ecclesiale. Nella Parola ascoltata e nella preghiera, nei gesti che compiremo, riconsegniamo le nostre esistenze a colui che è il Signore della nostra vita, sapendo che la nostra vita – per il battesimo ricevuto in dono – è collocata in Dio, da lui custodita con amore, e che stiamo camminando verso un futuro di pienezza di vita, con tutta l’umanità.

            Il percorso orienta alla celebrazione della veglia pasquale, nella quale ascolteremo le parole della Lettera ai Romani (6,1-11) e proclameremo le promesse battesimali. Non ci soffermeremo sul gesto, sull’atto sacramentale del battesimo, ma penseremo alla nostra identità di battezzati/e: il battesimo è il principio e il dono di una partecipazione alla vita di Cristo che è seme che deve crescere, in realizzazione aperta; il battesimo è un dono a cui segue un’appropriazione, uno sviluppo, che avviene nella vita di tutti i giorni, in tutte le sue dimensioni, non solo in un contesto religioso o ecclesiale.

            In particolare nei giorni del triduo vivremo tre passaggi, che corrispondono ad altrettante dimensioni del battesimo: il giovedì santo ci soffermeremo sulla dimensione ecclesiale, il venerdì sulla dimensione cristologica, il sabato e la domenica sulla dimensione escatologica.

            Nel battesimo viene riplasmata la nostra identità a partire da un dono di vita in Cristo, con Cristo, per Cristo: il nostro nome, che è inizialmente pronunciato alle porte della chiesa davanti alla comunità riunita e che esprime la nostra assoluta singolarità, viene ripronunciato al momento dell’immersione nel fonte battesimale unito al nome del Dio Padre, Figlio, Spirito. La nostra identità è configurata e determinata dalla relazione con Gesù Cristo, il profeta del Regno di Dio, con la sua morte e la sua risurrezione, perché, immersi nel mistero della sua morte, rinasciamo a nuova vita (Rom 6,1-11).

            Battezzati nella fede della chiesa, diveniamo soggetti co-costituenti il corpo ecclesiale, portatori di una parola unica di esperienza, di vita, di fede;

la vocazione cristiana è sempre “con/vocazione”, perché Dio volle salvare e santificare non individualmente ma costituendo un popolo (LG 9): serviamo Dio e l’umanità non da soli, ma insieme.

            C’è infine, un’altra dimensione su cui poco riflettiamo: l’identità cristiana di coloro che sono rinati dal fonte è orientata e qualificata da un riferimento al “definitivo” di Dio ormai presente nella storia. In Cristo risuscitato la signoria del Dio della vita (il Regno di Dio, comunione con Dio e tra le persone e i popoli) segna già in modo iniziale la storia dell’umanità; nella fede in Gesù ne diveniamo partecipi in una forma nuova, consapevole e responsabile. Siamo uomini e donne a servizio del Regno di Dio, della sua forza che trasforma e umanizza. Il battezzato vede e vive il mondo «secondo la risurrezione del Crocifisso» (Gustavo Gutierrez).

            Abbiamo ricevuto un’identità aperta, tra il già del Regno, che riconosciamo per la fede in Gesù, e il compimento non ancora avvenuto, ma desiderato, sperato, servito da tutti noi; una identità per certi aspetti “completa”, ma “in/compiuta”. Abbiamo ricevuto la nostra identità in dono dai nostri genitori, dalle persone che ci amano e che amiamo, dal dono di grazia di Dio nel battesimo; siamo chiamati ad attuarla fino al compimento del regno di Dio: «così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rom 6,4).

            E’ una identità di risposta e responsabilità. In Cristo viviamo un “sacerdozio” che non è fatto di riti o di culto nei luoghi e nelle logiche del sacro, della religione, ma è sacerdozio dell’esistenza: diamo culto a Dio donando la nostra vita per amore di tutti, come Gesù «offrendo i nostri corpi come sacrificio santo, gradito a Dio» (Rom 12,1-2). Abbiamo ricevuto e accolto una identità in divenire, di anticipo del Regno e di tensione verso il Regno di Dio nella sua pienezza, che si gioca in quella concreta trama dei rapporti umani che è la nostra, nel tempo e nello spazio delle nostre esistenze, del nostro lavoro, delle nostre scelte economiche e politiche, dei nostri affetti, delle nostre fatiche, delle nostre gioie.

Il Triduo pasquale ci introduce al mistero del Corpo di Cristo che è la Chiesa, ci “inizia” alla Pasqua, che si celebra in tre giorni (triduo) e poi in sette volte sette giorni (cinquantina pasquale fino a Pentecoste).

            La coscienza della centralità del Triduo pasquale è gradualmente riemersa negli ultimi 70 anni. La Settimana santa per secoli non riconobbe la centralità del Triduo. Anche quando il Sacro Triduo venne valorizzato, come nel nuovo Ordo del 1955, esso appariva semplicemente equiparato agli «ultimi tre giorni della quaresima» ed era costituito dal giovedì, venerdì e sabato santo. Cominciava la mattina del giovedì e finiva con i Vespri del sabato, lasciando fuori la domenica di Risurrezione.

            Solo nel 1969 si giunge alla celebrazione attuale: il Triduo cambia nome (non più Sacro Triduo, ma Triduo pasquale), cambia “logica rituale” e cambia “interpretazione teologica”. La logica rituale considera il Triduo come tre giorni, contando da tramonto a tramonto: dalla Missa in Coena Domini del giovedì sera alla sepoltura la sera del venerdì (primo giorno); dal tramonto del venerdì a quello del sabato (secondo giorno), dalla Veglia pasquale ai Vespri della Domenica di Risurrezione (terzo giorno). Questo porta a una vera conversione sul piano teologico: il Triduo non riguarda più semplicemente la passione o la sepoltura del Signore, ma abbraccia passione morte e risurrezione: è insieme passione e passaggio (passio e transitus). E ogni giorno del triduo è Pasqua.    Si esce così dalla tradizione che celebrava “due tridui” – il triduo della Passione e quello della Risurrezione – e si recupera la tradizione antica, che unifica in un solo triduo passione, morte e resurrezione del Signore.

            Questa unità di struttura rituale e di interpretazione teologica rilegge il mistero pasquale, integrando la celebrazione ecclesiale nel mistero stesso. La pasqua rituale e la pasqua storica – ossia il rito della Cena e la morte in croce – con la pasqua escatologica del “sepolcro pieno” si compiono nella pasqua ecclesiale: come diceva s. Agostino il passaggio di Cristo (transitus Christi) si compie e si rinnova nel passaggio dei cristiani (transitus christianorum). La comunità celebrante è parte integrante del mistero celebrato: con il Signore risorge anche la sua Chiesa, che raccoglie il Triduo tra l’ultima cena con Gesù e la prima eucaristia con il Signore.

            Nello svolgimento dei riti deve emergere questa triplice dimensione: recupero rituale dell’evento storico della cena-croce, comunione con i defunti e con il Cristo morto che libera dalla morte, evento ecclesiale del sepolcro vuoto e della risurrezione – battesimo della Chiesa con il suo Signore. (ac)

Domenica delle Palme – anno C – 2022

Icona russa – collezione – Palazzo Leoni Montanari – Vicenza

Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Lc 22,14-23,56

Il racconto della passione secondo Luca è una rilettura degli eventi storici degli ultimi giorni di Gesù, profeta della Galilea, compiuta alla luce dell’incontro con il Risorto, in cui traspaiono elementi propri della sensibilità di Luca e della sua comunità. Si può quindi leggere la lunga narrazione della passione, comune a tutti i vangeli, tentando di cogliere i tratti propri della versione lucana.

Il primo elemento caro a Luca è quello della via: la via della croce percorsa da Gesù fino a Gerusalemme è la medesima via che anche il discepolo è chiamato a percorrere nel seguire l’esempio di Gesù: lo stesso Gesù è infatti presentato come il ‘grande testimone’. Sulla via, verso il luogo della crocifissione, Simone di Cirene viene richiesto di prendere la croce di Gesù ed egli si trova a portarla dietro a lui (23,26): è questa una sottolineatura tipicamente lucana sul cammino di chi  segue Gesù. Luca infatti sottolinea l’aspetto della quotidianità nella sequela: ‘Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua’ (9,23). La croce non racchiude un significato di sofferenza, tanto meno di sofferenza ricercata, ma è indicazione della scelta maturata da Gesù di vivere fino infondo la sua vita per annunciare la bella notizia per i poveri, come servo di tutti.

Luca insiste poi particolarmente sui tratti di mitezza e fedeltà di Gesù: è infatti ritratto nel suo rifuggire dalla violenza mentre attorno a lui si addensano scelte di ingiustizia e di violenza. Gesù è presentato nei tratti del ‘servo di Jahwè’ perseguitato ingiustamente e fino alla fine mantiene la solidarietà con tutti, donando il perdono anche nel momento estremo della sua vita (23,34).

Gesù comunica l’abbraccio di misericordia del Padre anche quando, guardando Pietro, lo accompagna a ‘ricordare le parole’ da lui dette (22,54-61): gli apre un futuro di perdono e gli dà coraggio rinviandolo alle sue parole.

L’intera narrazione è situata nel contesto della Pasqua: “Si avvicinava la festa degli azzimi, chiamata Pasqua…” (22,1.7). La festa di Pasqua non è importante solamente per la cronologia, ma quale grande riferimento che aiuta a comprendere il senso degli avvenimenti: l’agnello era elemento centrale della celebrazione ebraica di Pesah. Luca pone al centro la presenza di Gesù con rinvio all’agnello. Pesah recava inoltre il significato memoriale di liberazione che portava a rivivere il passaggio di Dio e il passaggio del popolo dalla schiavitù alla libertà (cfr. 22,15-20).

Anche il complotto per uccidere Gesù è letto da Luca secondo un’interpretazione teologica: potere religioso e potere politico si accordano per eliminare Gesù. E’ un complotto che usa un tradimento: “…egli (Giuda) andò a discutere con i sommi sacerdoti e i capi delle guardie sul modo di consegnarlo nelle loro mani” (22,4). Luca legge questi eventi cogliendo come l’intera passione di Gesù è una consegna libera agli uomini. E nel contempo è consegna fiduciosa nelle mani del Padre proprio nel momento della condanna e della morte: “questo è il mio corpo dato per voi” (22,19), “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (23,46).

Gli eventi dell’arresto, il processo davanti al sinedrio, a Erode e a Pilato, sono proposti come rinnovato scontro tra Gesù e le forze del male: ‘colui che separa’, satana, ritorna nel ‘tempo stabilito’ per lo scontro definitivo (cfr. 4,11). L’intera esistenza di Gesù è vista quindi da Luca come una lotta del servo mandato per rimettere in libertà gli oppressi e per inaugurare un tempo di liberazione da ogni male (cfr. 4,18-19).

Davanti al sinedrio le accuse sono di tipo religioso e compare il titolo dato a Gesù di ‘Figlio dell’uomo’, titolo riferito al messia, con la citazione del salmo 110. Davanti ai capi del sinedrio Gesù si presenta con i tratti del Messia fedele alla sua missione: già in questo momento si sta compiendo una ‘salita’ continuazione del viaggio di Gesù verso Gerusalemme: “da questo momento sarà innalzato il figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio” (22,69).

Nell’interrogatorio davanti a Pilato la questione posta riguarda la pretesa di Gesù di essere re: il gesto del suo ingresso a Gerusalemme aveva i tratti di un corteo regale (19,20-40), accompagnato dal saluto dei presenti: “benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore! Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli” (19,40).

Gesù di fronte alla domanda di Pilato racchiude nel silenzio della sua risposta una distanza profonda: il suo essere re è di tipo diverso dal potere di chi lo accusa. Così pure sta in silenzio davanti a Erode.

Gesù è re che non salva se stesso ma è venuto per dare la sua vita: al momento della crocifissione si compie l‘oggi’ di salvezza che attraversa l’intero vangelo. Le ultime parole sulla croce sono di accoglienza e salvezza: “Oggi sarai con me in paradiso” (23,43). Sono ripresa di parole che attraversano il vangelo: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato…” (4,21)… “Oggi la salvezza è entrata in questa casa” (19,9).

“Stare nelle cose del Padre” (2,49)  è la prima parola posta in bocca a Gesù nel vangelo ed è anche l’ultima prima della morte: essa racchiude l’abbandono fiducioso al padre di misericordia che ha compassione e va in cerca di ciò che è perduto (Lc 15). Sulla croce Luca scorge sul volto di Gesù il profilo del giusto che dona salvezza, non cerca di salvare se stesso, ma offre vita per tutti. I testimoni davanti al sepolcro vuoto nel mattino di Pasqua di lui diranno: “Non è qui” perché è il Vivente. Questo l’annuncio accolto dalle donne al sepolcro nel mattino del primo giorno dopo il sabato (24,5; cfr 24,23).

Ma di fronte alla morte di Gesù tutti i personaggi che Luca presenta stanno pensosi, osservando (23,35) e per tutti c’è possibilità di una storia nuova di fronte a lui: è questa l’attitudine richiesta anche a noi in questi giorni verso la Pasqua.

Alessandro Cortesi op

La fatica della responsabilità in un tempo difficile

Oggi 9 aprile è anniversario dell’uccisione di Dietrich Bonhoeffer, cristiano contemporaneo, pastore della chiesa confessante, teologo, testimone, nel lager di Flossenbürg (9 aprile 1945), pochi giorni prima della liberazione. La sua testimonianza e le sue parole sono guida in questo tempo oscuro:

“L’essenza dell’ottimismo non è guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale, la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tener alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, ma lo rivendica per sé.
Esiste certamente anche un ottimismo stupido, vile, che deve essere bandito. Ma nessuno deve disprezzare l’ottimismo inteso come volontà di futuro, anche quando dovesse condurre cento volte all’errore; perché esso è la salute della vita, che non deve essere compromessa da chi è malato.
Ci sono uomini che ritengono poco serio, e cristiani che ritengono poco pio, sperare in un futuro terreno migliore e prepararsi ad esso. Essi credono che il senso dei presenti accadimenti sia il caos, il disordine, la catastrofe, e si sottraggono, nella rassegnazione o in una pia fuga dal mondo, alla responsabilità per la continuazione della vita, per la ricostruzione, per le generazioni future. Può darsi che domani spunti l’alba dell’ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore”
.

(Dietrich Bonhoeffer, Bilancio sulla soglia del 1943. Dieci anni dopo, in Id., Resistenza e resa, OBD 8, 38).

Incontro sulla guerra in Ucraina

Incontro promosso da Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ e Giustizia e Pace – domenicani – provincia s.Caterina

SABATO 9 APRILE ORE 10-12.30

Link per collegarsi:

https://us02web.zoom.us/j/83238622784?pwd=anpxb3BzUHpqVGZ4NG9mS2M4azd5dz09

ID riunione: 832 3862 2784
Passcode: 885549

Nuova pubblicazione su Concilio Vaticano II

per informazioni: info@bibliotecadeidomenicani.it

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