la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Domenica delle Palme – anno C – 2022

Icona russa – collezione – Palazzo Leoni Montanari – Vicenza

Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Lc 22,14-23,56

Il racconto della passione secondo Luca è una rilettura degli eventi storici degli ultimi giorni di Gesù, profeta della Galilea, compiuta alla luce dell’incontro con il Risorto, in cui traspaiono elementi propri della sensibilità di Luca e della sua comunità. Si può quindi leggere la lunga narrazione della passione, comune a tutti i vangeli, tentando di cogliere i tratti propri della versione lucana.

Il primo elemento caro a Luca è quello della via: la via della croce percorsa da Gesù fino a Gerusalemme è la medesima via che anche il discepolo è chiamato a percorrere nel seguire l’esempio di Gesù: lo stesso Gesù è infatti presentato come il ‘grande testimone’. Sulla via, verso il luogo della crocifissione, Simone di Cirene viene richiesto di prendere la croce di Gesù ed egli si trova a portarla dietro a lui (23,26): è questa una sottolineatura tipicamente lucana sul cammino di chi  segue Gesù. Luca infatti sottolinea l’aspetto della quotidianità nella sequela: ‘Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua’ (9,23). La croce non racchiude un significato di sofferenza, tanto meno di sofferenza ricercata, ma è indicazione della scelta maturata da Gesù di vivere fino infondo la sua vita per annunciare la bella notizia per i poveri, come servo di tutti.

Luca insiste poi particolarmente sui tratti di mitezza e fedeltà di Gesù: è infatti ritratto nel suo rifuggire dalla violenza mentre attorno a lui si addensano scelte di ingiustizia e di violenza. Gesù è presentato nei tratti del ‘servo di Jahwè’ perseguitato ingiustamente e fino alla fine mantiene la solidarietà con tutti, donando il perdono anche nel momento estremo della sua vita (23,34).

Gesù comunica l’abbraccio di misericordia del Padre anche quando, guardando Pietro, lo accompagna a ‘ricordare le parole’ da lui dette (22,54-61): gli apre un futuro di perdono e gli dà coraggio rinviandolo alle sue parole.

L’intera narrazione è situata nel contesto della Pasqua: “Si avvicinava la festa degli azzimi, chiamata Pasqua…” (22,1.7). La festa di Pasqua non è importante solamente per la cronologia, ma quale grande riferimento che aiuta a comprendere il senso degli avvenimenti: l’agnello era elemento centrale della celebrazione ebraica di Pesah. Luca pone al centro la presenza di Gesù con rinvio all’agnello. Pesah recava inoltre il significato memoriale di liberazione che portava a rivivere il passaggio di Dio e il passaggio del popolo dalla schiavitù alla libertà (cfr. 22,15-20).

Anche il complotto per uccidere Gesù è letto da Luca secondo un’interpretazione teologica: potere religioso e potere politico si accordano per eliminare Gesù. E’ un complotto che usa un tradimento: “…egli (Giuda) andò a discutere con i sommi sacerdoti e i capi delle guardie sul modo di consegnarlo nelle loro mani” (22,4). Luca legge questi eventi cogliendo come l’intera passione di Gesù è una consegna libera agli uomini. E nel contempo è consegna fiduciosa nelle mani del Padre proprio nel momento della condanna e della morte: “questo è il mio corpo dato per voi” (22,19), “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (23,46).

Gli eventi dell’arresto, il processo davanti al sinedrio, a Erode e a Pilato, sono proposti come rinnovato scontro tra Gesù e le forze del male: ‘colui che separa’, satana, ritorna nel ‘tempo stabilito’ per lo scontro definitivo (cfr. 4,11). L’intera esistenza di Gesù è vista quindi da Luca come una lotta del servo mandato per rimettere in libertà gli oppressi e per inaugurare un tempo di liberazione da ogni male (cfr. 4,18-19).

Davanti al sinedrio le accuse sono di tipo religioso e compare il titolo dato a Gesù di ‘Figlio dell’uomo’, titolo riferito al messia, con la citazione del salmo 110. Davanti ai capi del sinedrio Gesù si presenta con i tratti del Messia fedele alla sua missione: già in questo momento si sta compiendo una ‘salita’ continuazione del viaggio di Gesù verso Gerusalemme: “da questo momento sarà innalzato il figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio” (22,69).

Nell’interrogatorio davanti a Pilato la questione posta riguarda la pretesa di Gesù di essere re: il gesto del suo ingresso a Gerusalemme aveva i tratti di un corteo regale (19,20-40), accompagnato dal saluto dei presenti: “benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore! Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli” (19,40).

Gesù di fronte alla domanda di Pilato racchiude nel silenzio della sua risposta una distanza profonda: il suo essere re è di tipo diverso dal potere di chi lo accusa. Così pure sta in silenzio davanti a Erode.

Gesù è re che non salva se stesso ma è venuto per dare la sua vita: al momento della crocifissione si compie l‘oggi’ di salvezza che attraversa l’intero vangelo. Le ultime parole sulla croce sono di accoglienza e salvezza: “Oggi sarai con me in paradiso” (23,43). Sono ripresa di parole che attraversano il vangelo: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato…” (4,21)… “Oggi la salvezza è entrata in questa casa” (19,9).

“Stare nelle cose del Padre” (2,49)  è la prima parola posta in bocca a Gesù nel vangelo ed è anche l’ultima prima della morte: essa racchiude l’abbandono fiducioso al padre di misericordia che ha compassione e va in cerca di ciò che è perduto (Lc 15). Sulla croce Luca scorge sul volto di Gesù il profilo del giusto che dona salvezza, non cerca di salvare se stesso, ma offre vita per tutti. I testimoni davanti al sepolcro vuoto nel mattino di Pasqua di lui diranno: “Non è qui” perché è il Vivente. Questo l’annuncio accolto dalle donne al sepolcro nel mattino del primo giorno dopo il sabato (24,5; cfr 24,23).

Ma di fronte alla morte di Gesù tutti i personaggi che Luca presenta stanno pensosi, osservando (23,35) e per tutti c’è possibilità di una storia nuova di fronte a lui: è questa l’attitudine richiesta anche a noi in questi giorni verso la Pasqua.

Alessandro Cortesi op

La fatica della responsabilità in un tempo difficile

Oggi 9 aprile è anniversario dell’uccisione di Dietrich Bonhoeffer, cristiano contemporaneo, pastore della chiesa confessante, teologo, testimone, nel lager di Flossenbürg (9 aprile 1945), pochi giorni prima della liberazione. La sua testimonianza e le sue parole sono guida in questo tempo oscuro:

“L’essenza dell’ottimismo non è guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale, la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tener alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, ma lo rivendica per sé.
Esiste certamente anche un ottimismo stupido, vile, che deve essere bandito. Ma nessuno deve disprezzare l’ottimismo inteso come volontà di futuro, anche quando dovesse condurre cento volte all’errore; perché esso è la salute della vita, che non deve essere compromessa da chi è malato.
Ci sono uomini che ritengono poco serio, e cristiani che ritengono poco pio, sperare in un futuro terreno migliore e prepararsi ad esso. Essi credono che il senso dei presenti accadimenti sia il caos, il disordine, la catastrofe, e si sottraggono, nella rassegnazione o in una pia fuga dal mondo, alla responsabilità per la continuazione della vita, per la ricostruzione, per le generazioni future. Può darsi che domani spunti l’alba dell’ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore”
.

(Dietrich Bonhoeffer, Bilancio sulla soglia del 1943. Dieci anni dopo, in Id., Resistenza e resa, OBD 8, 38).

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