la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “Maggio, 2022”

Ascensione del Signore – 2022

ms Egerton 608; XI sec. f.134r.

At 1,1-11; Eb 9,24-28; 10,19-23; Lc 24,46-53

Il cammino di Gesù è una salita verso Gerusalemme. Così Luca indica un movimento che segna la vicenda di Gesù: Gerusalemme sorge sull’altura  di Sion, ad essa i pellegrini si recavano provenendo da lontano, da terre di deserto e scorgendola da lontano sul monte, cantavano i salmi delle salite: ”Alzo gli occhi verso i monti, da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore”.

Gesù in un passaggio decisivo della sua esistenza “si diresse decisamente verso Gerusalemme” (Lc 9,51). E Luca osserva che ciò avvenne: “Mentre stavano per compiersi i giorni della sua ascensione…”. Gesù sale alla città santa e da lì al Calvario e poi fin sulla croce. Tutto è salita. Luca legge questo movimento come un esodo: nel dialogo tra Mosè e Elia sul monte della trasfigurazione si dice che “parlavano dell’esodo che Gesù avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (9,31).

Dopo la sua morte il suo ‘alzarsi’ – la risurrezione – è ancora presentato come salita, questa volta alla destra del Padre: “li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo” (Lc 24,52).

Ascendere è movimento di salita, simbolo che racchiude l’intera vita di Cristo. Dalle strade della Palestina Gesù sale fino a stare accanto al Padre. Dalla terra, luogo della condivisione con la vita di chi cammina al cielo luogo di Dio che non dimentica la terra: Gesù è il ‘vivente’ che ha vinto la morte. Il suo ‘salire’ è percorso di tutta la sua esistenza e trova compimento nel portare tutto il suo cammino al Padre, tutta la terra al cielo. Nel suo salire Gesù benedice. D’ora in poi la sua assenza apre alla missione di coloro che sono investiti della forza dello Spirito Santo e sono chiamati a vivere in un’attesa colma di impegno: è la speranza del ritorno di Gesù.

La vita di Gesù è nella comunione con il Padre e la forza che viene dall’alto è il dono dello Spirito che accompagna ad incontrarlo in modo nuovo, a seguire le sue tracce, a percorrere la storia come cammino di ascolto verso la comunione con Lui.

Il cielo in cui Gesù sta alla destra del Padre è orizzonte ultimo di questa terra ma non toglie l’attenzione a questa terra in cui percorrere i passi che Gesù ha percorso. Passi di pace, passi di ospitalità, passi di cura, passi di affidamento e di consegna al Padre e agli altri.

La vita dei discepoli di Gesù trova il suo orientamento nella responsabilità a saldare insieme la terra con il cielo e a vivere la gioia del cammino: nella durezza di ogni salita c’è la vicinanza di Gesù e il soffio dello Spirito.

Alessandro Cortesi op

Sulle strade…

Nei giorni scorsi ci ha lasciati fr. Giacomo Grasso, domenicano della Provincia san Domenico in Italia. Docente di teologia sacramentaria, attento ai rapporti tra teologia e architettura (oltre ad altri suo è il testo Come costruire una chiesa. Teologia, metodo, architettura, Borla 2000), vivace predicatore, dinamico ed estroverso nel suo viaggiare attraverso l’Italia facendo sempre riferimento alla sua Genova. Infaticabile assistente nelle tante routes e campi a cui partecipava, è stato una figura di rilievo nella storia dello scoutismo in Italia. Univa fermezza e stabilità di pensiero con sincera apertura all’incontro e all’ascolto. E’ stato primo Baloo d’Italia dell’AGESCI, assistente della Branca RS dal 1974 al 1980 e della formazione capi dal 1979 fino al 1981. E’ stato poi Assistente nazionale del Movimento Adulti Scout Italiani (MASCI) dal 1980 al 1992. Cappellano CICS dal 1977 al 1981 per il suo servizio internazionale è stato insignito dell’onorificenza della “Fraternità internazionale” nel 1992. Autore di tanti saggi di spiritualità scout (da ricordare Sulle strade. Spiritualità per chi cammina, Gribaudi 1988) ha collaborato a lungo con la redazione della rivista “R/S Servire”, rivista di formazione e di approfondimento su temi educativi e culturali.

In un suo articolo su Note di pastorale giovanile del 1978 in cui sintetizzava gli aspetti principali della spiritualità scout così scriveva sottolineando l’aspetto della strada, strumento fondamentale del metodo educativo scout insieme alla comunità e al servizio in vista di quella finalità che egli indicava come “la costruzione di una persona che sappia, come dice Baden-Powell, condurre da sé la propria barca. Con l’aiuto di Dio”:

“Con questa espressione si indica genericamente la vita all’aria aperta, e più propriamente il «far strada» a piedi (una eccezione è data unicamente dall’impresa in bicicletta, ma qui privilegio la strada a piedi). È la strada dei pellegrini, è la strada di chi si sa in Cristo (Gesù ha detto di sé: «Io sono la strada», Gv 14,6), è la strada che da Abramo all’ultimo dei credenti esprime un itinerario di fede, dall’esilio alla patria.
Far strada, da soli: sono momenti rari ma privilegiati, tecnicamente vengono chiamati «hyke», permettono il deserto, e in esso il silenzioso contemplare di quanto ci circonda, partendo dalla personale solitudine, dalla propria piccolezza, per arrivare alla grandezza e all’amore di chi ha immerso l’uomo in un clima di salvezza (la Creazione vista alla luce dell’Alleanza), fanno constatare tutti i limiti di cui uno è portatore: la stanchezza, il sonno, anche la paura; e i limiti della società che ci circonda: la diffidenza (non è facile trovare una casa nella quale essere ospitati per passare la notte), lo scherno. Ma anche la ricchezza che dà una situazione di povertà, di libertà; e gli incontri insospettati con gente semplice, piena di disponibilità. Far strada con la propria comunità: l’esempio più classico è la «route» che richiede una buona preparazione, e poi, nella fatica di un percorso, fa cadere le maschere, evidenzia le solidarietà, ma anche gli egoismi, permette il confronto reciproco e la lettura, fatta insieme, delle piccole e grandi realtà che uno, insieme agli altri, incontra. Un fiore al quale si riesce dare un nome, un paese da conoscere, una famiglia con la quale spartire la cena e la gioia che ne segue, un fuoco attorno al quale ritrovare il calore dell’amicizia e la profondità del silenzio. Un cielo stellato da contemplare durante una «veglia alle stelle» (si tratta di una lunga veglia, dal tramonto all’alba, durante la quale alla lettura – sia della Bibbia che di altri testi – si alternano i silenzi e la presentazione delle costellazioni, ciascuna delle quali assume un volto e un nome, permettendo ancora una volta la lode di Dio).
Tutti possono far strada (è abbastanza abituale per le comunità accogliere anche handicappati). Ma è indispensabile una preparazione talora minuziosa. Anche questa preparazione è momento di spiritualità, perché la vita in Cristo non s’improvvisa. Richiede, anche se è strada, anzi proprio perché è strada, «stabilità» e «fermezza»”.

E così concludeva: “La spiritualità scout, spiritualità da «monaci delle cose», da «contemplativi della realtà», passa attraverso il vissuto che diventa «segno», in qualche modo sacramento, della salvezza compiutasi in Gesù Cristo. La Parola annunciata, e poi concretizzata nella vita – e nei sacramenti –, rappresenta il riferimento indispensabile perché, nella Fede, il vissuto divenuto «segno», rimandi al suo significato profondo” (…) Ancora una volta non può che nascere l’invito. «Vieni con me, fratello». Solo così, dall’intreccio sperimentato di strada, comunità, servizio, può derivare un quadro vivo della spiritualità scout che, come si dice tra noi, «entra dagli scarponi»”.

Alessandro Cortesi op

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Domenica VI tempo di Pasqua – anno C – 2022

At 15,1-2.22-29; Apoc 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29

«Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati». E’ questa la sintesi della questione che investe la prima comunità. Per seguire Gesù è necessario osservare le prescrizioni della legge giudaica? In radice il problema riguarda il rapporto con Gesù: il suo annuncio deve essere posto nelle forme religiose di una legge? Esigere la circoncisione per i pagani che si accostavano alla comunità cristiana era visto da Paolo come uno svuotamento del messaggio stesso di Cristo. La salvezza è radicalmente dono, aperto per tutti e non prevede né privilegi di appartenenza né l’osservanza di una legge. E’ evento della grazia di Dio che suscita la fede.

Paolo e Barnaba sono preoccupati innanzitutto di affermare che la salvezza non dipende da movimenti umani, dall’osservanza di una legge sia pure religiosa, ma è dono gratuito. Non richiede alcuna condizione. Essi richiamano alla gratuità dell’agire di Dio in Cristo, il suo primato su ogni tipo di costruzione umana, anche religiosa. E’ polemica non contro la fede ebraica a cui Paolo rimane legato e fedele, ma contro ogni forma religiosa che esaurisce la fede ad un sistema di prescrizioni.

Nella problematica emerge un’altra questione. Gesù nella sua esperienza storica era rimasto all’interno della tradizione ebraica. Non si era posto per lui il problema del venir meno alle prescrizioni della legge ebraica. Gesù riprende la protesta dei profeti riguardo all’importanza della vita, al fatto che l’uomo è più importante del sabato, la polemica contro un’osservanza che svuota il senso profondo della legge (Mc 7,8-13.20-21). Incontrando alcuni pagani Gesù risponde alle loro richieste e riconosce una fede che salva come nell’incontro con la donna sirofenicia (Mc 7,24-30).

Nel periodo successivo alla Pasqua si pongono alle prime comunità questioni nuove proprio nell’incontro con i pagani. Dal confronto con gli ‘altri’ sorge una domanda inedita che conduce ad aperture e cambiamenti. Nell’incontro è presente lo Spirito che spinge ad una comprensione delle esigenze del vangelo nelle nuove situazioni. Gli apostoli sono rinviati ad ascoltare nuovamente l’annuncio di Gesù: il regno di Dio, in atto già nella storia, non è legato ad un tempio, ad una classe di sacerdoti, ad una terra particolare, ma è apertura all’Alterità di Dio, al suo amore per tutti, alla convivialità ospitale testimoniata da Gesù nel suo passare facendo il bene e annunciando relazioni di fraternità e sorellanza. In base a tale ascolto, nel dibattito, la comunità a Gerusalemme sceglie come orientarsi: era una rinuncia rispetto a ciò che sembrava essenziale – l’osservanza della legge giudaica – ma che essenziale non era rispetto alla gratuità della salvezza. E ciò si fa strada nell’incontro nelle case dei pagani (cfr. At 8; 10) e nell’esperienza dell’agire dello Spirito oltre i confini.

A Gerusalemme, in quello che viene indicato come primo ‘concilio’ avviene un passaggio decisivo per l’esperienza cristiana e si evidenzia uno stile di ascolto del vangelo in rapporto alla storia. Cresce la comprensione della Parola di Dio, la tradizione progredisce nell’esperienza di una ricerca che si lascia illuminare dagli incontri.

Anche oggi di fronte a questioni nuove e ad una situazione culturale che pone sfide e interrogativi dovrebbe continuare ad attuarsi questo coraggio di accogliere il messaggio liberante del vangelo e tradurlo in nuovi linguaggi con fiducia nella promessa di Gesù: “il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”. Ricordare e insegnare sono i doni dello Spirito che aprono a camminare in fedeltà al vangelo come bella notizia di vita e di salvezza per tutti.

Alessandro Cortesi op

Fuori dal tempio

E’ morto nei giorni scorsi Pierluigi Di Piazza, un testimone di accoglienza, di riflessione, un uomo segnato dalla tensione di ricerca del vangelo e di solidarietà.

Era nato a Tualis di Comeglians (Udine) il 20 novembre del 1947. Era entrato nel Seminario di Udine, e ha poi proseguito gli sudi a Roma all’Università San Tommaso d’Aquino nel 1973. Ordinato presbitero nel 1975, ha insegnato religione nella scuola dal 1973 al 2004. Nel 1994 ha ottenuto il dottorato con la tesi “Morire nella città secolare: riflessioni teologiche in prospettiva pastorale”, avendo fr. Dalmazio Mongillo come relatore. Il suo impegno è stato indirizzato alla cultura della pace, della nonviolenza e della solidarietà. Parroco nel paese di Zugliano, ha fondato nel 1989, un Centro di accoglienza per immigrati, profughi e rifugiati politici intitolato a padre Ernesto Balducci. La Parola del Vangelo e l’Eucarestia sono stati i suoi riferimenti insieme all’incontro con le persone e presso il Centro “E. Balducci” ha promosso negli anni ospitalità a moltissime persone insieme ad attività di ricerca e promozione culturale.

La sua testimonianza è una luce in questo nostro tempo. Raccolgo alcune briciole dei suoi scritti in cui traspare la sua profondità umana e spirituale – come lui precisava tale termine in una sua lettera a Margherita Hack “intendendo questo termine in modo laico, come profondità dell’essere, dell’animo, dell’anima, a seconda della sfumatura e sottolineatura che si attribuiscono al termine” (Io credo. Dialogo tra un’atea e un prete, Nuovadimensione 2013,169).

“L’accoglienza più difficile è stata e continua ad essere quella del dolore delle persone a motivo delle difficoltà e delle tribolazioni personali e soprattutto della morte di persone care, in particolare di quelle improvvise, traumatiche, ad esempio per incidenti stradali o per suicidi, in modo particolare dei figli. La difficoltà consiste nell’accogliere e partecipare con sincerità al dolore; sarebbe infatti imperdonabile registrarlo senza il coinvolgimento del cuore e dell’animo; nell’esprimere poche parole che non devono ripetere frasi confezionate, luoghi comuni; nel contribuire nel modo più umile e imbarazzato a favorire una celebrazione religiosa di saluto il più umana possibile, nella quale Dio non sia forzatamente evocato, ma invece a Lui, al Dio umanissimo di Gesù, ci si possa riferire in mood difficile e sommesso come a Colui che partecipa al dolore e come presenza accogliente di una fede dell’affidamento espressa spesso nel silenzio, con le lacrime, con tanti interrogativi senza la risposta che si vorrebbe. Non ci può essere accoglienza del dolore senza condivisione, senza lasciarsene attraversare e abitare” (Non girarti dall’altra parte, Nuovadimensione 2019,19-20)

La sua accoglienza si  lasciata interrogare dalla presenza dei migranti  e il suo Centro di Zugliano è divenuto spazio di ospitalità e di domande.

Così scriveva: “I migranti sono infati una grande esplicita rivelazione. Ci rivelano prima di tutto come sta il mondo, le sue situazioni drammatiche … Accogliendo una persona, guardando con umanità il suo volto, la domanda è immediata: perché sei qui, da dove vieni, da quali condizioni di vita? E insieme ci rivelano chi sono provocando in noi incertezza, disagio, timore, curiosità, esigenza di conoscenza  delle loro differenze. La lor presenza diventa per noi una provocazione ad uscire da quel modo di pensare che ha pesantemente conformato il nostro mondo: la convinzione errata che il mondo ci appartenga  e che il mondi degli altri siano sempre inferiori al nostro (…) Ci raccontano di povertà, violazione dei diritti umani, guerre, di viaggi incredibili per cercare  possibilità di vita dignitosa (…) Gli arrivi e le presenza dei migranti ci rivelano chi siamo noi…”  (ibid. 47-48).

Ai suoi studenti nel momento in cui lasciava la scuola dopo trent’anni di insegnamento scriveva:

“Mi permetto di esortarvi, perché ogni giorno esorto me stesso, a essere e diventare giovani, donne e uomini sensibili, profondi e intelligenti; a liberarvi dalla logica dell’avere, dell’apparire, della superficialità e della futilità. A non essere fatalisti, conformisti, pigri. A impegnarvi nello studio e un domani nel lavoro; a scegliere di vivere relazioni profonde e significative; a non chiudervi in forme di egoismo, ma a essere disponibili e generosi; a non avere paura dei grandi ideali e neanche dell’apparente piccolezza di presenza, parole e gesti che sono invece importantissimi perché esprimono sensibilità, orientamento, collocazione, senso del vivere…” (ibid. 31)

Nel suo libro Fuori dal tempio. La Chiesa al servizio dell’umanità (Laterza, 2011) Così parlava di se stesso: “un prete schierato e non neutrale, perché la neutralità, anche quella della Chiesa e dei preti è una finzione (…) Sono dalla parte di chi nella vita fatica, soffre, è povero, è spogliato di diritti e di dignità”. “Mi sento laico, umile credente sempre in ricerca, prete per un servizio disponibile, disinteressato, gratuito nella comunità cristiana e nella società; anticlericale, cioè non appartenente ad una categoria; non funzionario della religione”.

Così pure rifletteva: «Spesso rifletto con inquietudine, sofferenza, interrogandomi su come sia stato possibile a partire da Gesù di Nazareth costruire nella storia un apparato religioso di potere e di sacralità che solo in modo vago, intermittente, sfuocato e distorto si riferisce a lui, di fatto oscurando e tradendo la sua persona e il suo messaggio rivoluzionario, nel senso più profondo e completo della parola».

Ogni anno a Natale scriveva con una ventina di altri preti del Friuli “La lettera di Natale” in cui affrontava le questioni e le situazioni del presente. Suoi riferimenti sono stati il Vangelo e la Costituzione con tre parole a guida del cammino: pace, giustizia, accoglienza.

Così l’ha salutato don Luigi Ciotti: “abbiamo condiviso dei cammini importanti, e sapevamo di camminare affiancati anche quando per lungo tempo non era possibile incontrarsi. Ci legavano le assonanze nel modo di leggere il Vangelo come Parola spirituale ma anche discorso civile, capace di pungolarci all’impegno per costruire giustizia già qui sulla terra. Quante volte mi è capitato, girando per l’Italia e in particolare nella sua amata terra friulana, di imbattermi nelle “orme” di Pierluigi! Tracce di umanità e saggezza, di relazioni fertili, di confronti dai quali scaturivano sempre nuovi percorsi di responsabilità”. “Non cercate Pierluigi sotto la terra, sotto la pietra, tra i morti. Vi prego, continuate a cercarlo tra i vivi, tra le persone che ha amato, che ha accolto”.  Mandi, Pierluigi, graciis di dut.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Pasqua anno C – 2022

At 14,21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-35

“In quei giorni, Paolo e Bàrnaba ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni»”.  Restare saldi nella fede: è la fatica della prima comunità e delle comunità di ogni tempo. C’è una difficoltà da affrontare: nella prova, nello sperimentare senso di inutilità, nel fallimento, nelle ingiuste opposizioni e incomprensioni. Paolo e Barnaba confermano i discepoli. Ricordano loro che il cammino nel seguire Gesù non toglie dalla tribolazione. Il percorso della fede non è garanzia di tranquillità, ma passa per l’esperienza della prova. Nel racconto del viaggio è marcata l’insistenza sull’affidamento alla grazia di Dio, sul senso di fiducia nel Signore. “di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto”.  La grazia dono del Risorto apre nuove strade e chiede una disponibilità coraggiosa e libera a percorsi inediti, ad aperture che sono risposta alle continue chiamate del Signore, ad andare oltre. L’agire di Dio per mezzo loro si manifesta laddove le porte vengono aperte, laddove si lascia spazio al correre della Parola: “Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede”.

La pagina dell’Apocalisse guida lo sguardo ad una visione di città: verso la nuova Gerusalemme. La città della pace è al centro di quadro segnato da un nuovo cielo e una nuova terra. Il mare – simbolo di ogni forza del male – non c’è più, dice la voce guida di questo testo che non è una fantasia sul futuro ma un testo profetico per vivere con responsabilità nel presente. La città assume i tratti di un volto di donna, gioiosa e sorridente nella festa delle sue nozze. Gerusalemme, la città, appare come donna che va incontro al suo compagno. E’ la gioia dell’alleanza. Tale visione indica un orizzonte finale. E’ lì il punto verso cui la storia tende. Gerusalemme come città è spazio d’incontro e di vita insieme condivisa. La visione profetica  suggerisce che percorso della storia è orientato ad una comunione che è incontro con Dio e con gli altri. Così la città che risplende di luce diviene  immagine di una comunità aperta. Al centro della città, chiamata ‘dimora di Dio con gli uomini’ sta la presenza  del Dio-con-noi. E’ il nome dell’Emmanuele (Mt 1,23; Is 7,14) che richiama la promessa del Risorto, ‘ecco io sono-con-voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20).

Le cose di prima sono passate: non c’è più la morte né lutto né lamento né affanno, un nuovo mondo iniziato. Tutto ciò che arreca la guerra, dolore, morte, distruzione è lasciato alle spalle. Gerusalemme è città di pace: l’orizzonte ultimo della storia è incontro nella pace, nella comunione. Gerusalemme è grande metafora della città quale punto finale della storia. Ma è anche riferimento che deve guidare la fedeltà nella prova e nelle contraddizioni del presente, laddove le città sono distrutte dalla violenza della guerra e delle armi, per operare ad aprire i sentieri della pace.

Alla vigilia della sua morte sulla croce Gesù lascia ai suoi il comandamento nuovo: manifesta la gloria di Dio in modo paradossale sulla croce. In quel luogo di dolore, segno della condanna e dell’infamia si manifesta un amore con tratti unici: ‘avendo amato i suoi … li amò sino alla fine’.  Gesù lascia ai suoi il comandamento che riassume e compie ogni altro, nuovo perché sempre da porre in atto nuovamente: ‘amate come io vi ho amati’. Non chiede di seguire un esempio, ma di trovare in lui la forza di vivere il servizio e la cura con gratuità e di assumere il suo stile. Sarà proprio questo stile, di semplicità e di accoglienza, la tessera di riconoscimento dei discepoli, non altre forme identitarie, abiti particolari o distintivi : ‘da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’. Vivere così è porre i passi sulle tracce di Gesù, è vivere nel tempo l’esperienza dell’incontro con Dio. Siamo chiamati ad affidarci a lui, ad accogliere innanzitutto questo amore che non tiene per sé ma si spende per gli altri.

Alessandro Cortesi op

L’appello della fraternità in un tempo di guerra

Domenica 15 maggio si terrà a Roma la canonizzazione di Charles De Foucauld (1858-1916). La sua vita e la sua testimonianza cristiana indicano percorsi quanto mai attuali che andrebbero ascoltati e ripresi in questo tempo.

In particolare tre aspetti del suo stile potrebbero essere evidenziati: innanzitutto la dimensione contemplativa della sua vita. E’ una contemplazione del mistero di Dio da cui si è sentito cercato e afferrato e che vedono un passaggio decisivo nella conversione nel 1886. Da quel momento egli comprese di non poter “fare altro che vivere per Dio”. Percepisce quale orientamento decisivo della sua esistenza il dedicarsi a conoscere e imitare il suo “beneamato fratello e Signore Gesù”.

Nel 1902 rivolgendosi all’amico Gabriel Tourdes così scriveva: “Ho passato quattro anni come eremita in Terrasanta, vivendo del lavoro delle mie mani come GESÙ sotto il nome di “fratel Carlo”, sconosciuto da tutti e povero e godendo profondamente dell’oscurità, del silenzio, della povertà, dell’imitazione di GESÙ – l’imitazione è inseparabile dall’amore, tu lo sai, chiunque ama vuole imitare: è il segreto della mia vita: ho perduto il cuore per questo GESÙ di Nazareth crocifisso 1900 anni fa e passo la mia vita a cercare di imitarlo per quanto possa la mia debolezza».

Si tratta di una contemplazione che nell’esigenza di ritiro e silenzio non distoglie il suo sguardo dalla vita ma lo porta a leggere l’esistenza delle persone anonime e umili che incontra nell’ambiente dei paesi musulmani in cui vive.

Così scriveva a suor Saint-Jean du S.Coeur da Beni-Abbès il 13 maggio del 1903: “A tutte queste cose che si fanno, dicono, pensano, dirsi: Gesù mi vede, Egli mi vedeva in questo istante durante la Sua vita mortale; come faceva Lui, diceva Lui, pensava Lui, in simili circostanze cosa farebbe Lui, direbbe Lui, penserebbe Lui al mio posto? GuardarLo e imitarLo. Gesù stesso ha indicato ai suoi apostoli questo metodo così semplice d’unione con Lui e di perfezione: è persino la prima parola che ha detto loro, sulla riva del Giordano, quando Andrea e Giovanni vennero a Lui: “Venite e vedete”, dice loro: Venite, ossia “Seguitemi, venite con me, seguite i miei passi; imitatemi, fate come me”; vedete, ossia guardatemi, tenetevi in mia presenza, contemplatemi”.

Un secondo orientamento della sua vita è proprio la scelta del deserto: è il deserto di Nazareth che egli condusse negli intensi anni lavorando, pregando, immergendosi nella vita ordinaria e nascosta di Gesù nella casa di Nazareth. Nazareth per Charles significa vivere pienamente la quotidianità, i gesti semplici e ordinari come esperienza di condivisione della vita di Gesù. Negli appunti del suo primo ritiro nella capanna dell’orto delle Clarisse di Nazaret nel novembre 1897, scrive: “Scese con loro, e andò a Nazaret, ed era loro sottomesso”. Scese, sprofondò, si umiliò… fu una vita di umiltà: Dio, apparivi uomo; uomo, costituivi l’ultimo degli uomini: fu una vita di abiezione, scendesti fino all’ultimo tra gli ultimi posti; scendesti con loro, per vivervi la loro vita, la vita dei poveri operai, vivendo del loro lavoro; la tua vita fu come la loro povertà e la loro fatica; erano oscuri, vivesti nell’ombra della loro oscurità; andasti a Nazaret piccola città sperduta, nascosta nella montagna, da cui “niente usciva di buono” dicevano” (6 novembre 1897). E’ scelta di Nazareth ed è contemporaneamente scelta di condividere la vita dei poveri.

Una terza grande intuizione che guidò la vita di Charles ed è importante eredità oggi è la scelta di essere fratello, la decisione di orientare la sua vita nello stare con l’altro liberandosi da ogni pretesa di egemonia, assumendo lo stile di Gesù. Nel suo addentrarsi nel deserto ha testimoniato una disponibilità all’incontro che gli veniva dall’esperienza di Dio buono che ci chiede di vivere la fraternità. Il 30 giugno 1903 in una lettera a padre Charles Guérin da Beni Abbès, scrisse: “Non posso far meglio per questa salvezza delle anime che è la nostra vita quaggiù, come fu la vita di GESÙ “Salvatore”, che andare a portare altrove, a quanti è possibile, la semenza della divina dottrina – senza predicare ma conversando – e soprattutto d’andare a preparare, cominciare l’evangelizzazione dei Tuareg, stabilendomi tra loro, apprendendo la loro lingua, traducendo il santo Vangelo, mettendomi in relazioni il più possibile amichevoli con loro…”.

Il messaggio di una fraternità che si costruisce imparando la lingua dell’altro, vivendo insieme, offrendo gesti di amicizia e facendo crescere ascolto e incontro, è uno stile ben diverso dai progetti e dalle organizzazioni di evangelizzazione e rimane oggi una limpida indicazione per un modo di vivere il vangelo.

Charles intende essere fratello universale e su questo desiderio fonda il luogo dove vive come casa di fraternità. Alla cugina Marie de Bondy da Beni-Abbès, il 7 gennaio 1902 scriveva: “la mia piccola dimora si chiama “la  fraternità del Sacro Cuore di Gesù”… Voglio abituare tutti gli abitanti, cristiani, musulmani e ebrei e idolatri a guardarmi come loro fratello – il fratello universale… Cominciano a chiamare la casa “la fraternità” (la khaoua in arabo), e questo mi è dolce…”.

Essere fratello universale, costruire case di fraternità, vivere l’apostolato del dialogo e della vicinanza, del contatto a tu per tu, coltivare l’amicizia e la bontà accogliente come Aquila e Priscilla (era l’esempio a cui si riferiva), sono sentieri aperti tutti da percorrere in questo tempo.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua – anno C – 2022

At 13,14.43-52; Ap 7,9.14b-17; Gv 10,27-30

Ad Antiochia di Pisidia Paolo e Barnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. ». La scelta di Paolo e Barnaba è in continuità con la fede ebraica ed approfondimento di essa: è ispirata dal coraggio che la Parola di Dio suscita e sorge da tale fedeltà. L’annuncio della Parola si apre così al mondo dei pagani. E’ un decisivo punto di svolta. Ad Antiochia tale passaggio trova il suo fondamento nell’annuncio profetico: Così infatti ci ha ordinato il Signore: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra” (Is 49,6). Il servo di Jahwè è presenza di luce che porta la salvezza oltre i limiti dell’appartenenza ad un popolo o ad una religione. Le parole di Paolo e Barnaba sono dono di un messaggio di salvezza ed insieme critica a tutte le religioni che rinchiudono e non accolgono il disegno di Dio che va oltre le costruzioni e strutture religiose umane. Indicano così l’orizzonte della fede nella promessa di Dio. La scelta di universalità affonda le sue radici nelle benedizioni di Dio per Israele e per tutte le nazioni. Paolo e Barnaba ad Antiochia sperimentano che la parola di Dio è fonte di gioia e di forza. Le loro scelte sono condotte con il coraggio, la franchezza che deriva dalla fede. Pur tra le difficoltà “i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito santo”. L’apertura dell’annuncio ai pagani è opera dello Spirito che conduce a vivere la gioia e la serenità profonda anche nel momento della prova.

L’immagine del gregge e del pastore al cuore della pagina del vangelo offre una declinazione di questo messaggio di apertura. Gesù parla di coloro a cui è inviato con l’immagine delle pecore. C’è un rapporto di ascolto e di intimità unico: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”. Ma l’orizzonte a cui Gesù guarda è sempre più vasto e va oltre ogni chiusura. Queste parole vanno intatti accostate alla parte iniziale della similitudine del pastore: “E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore” (Gv 10,16-17)

La cura del pastore sta nel poter dare loro la vita eterna: nel linguaggio giovanneo ‘vita eterna’ non è qualcosa di fumoso ed estraneo all’esistenza ma indica la risposta alla sete più profonda di vita che ogni persona porta nel cuore. Vita eterna significa essere accolti e amati, sperimentare la comunicazione e la pace nell’incontro con Dio – fonte della vita -. Nell’incontro con Gesù questo dono fa sorgere possibilità di rapporti nuovi con gli altri. Per questo la vita eterna inizia sin dal presente di color che accolgono la parola di Gesù, ed accolgono il dono dell’incontro con lui che si attua nel conoscerlo.

La pagina dell’Apocalisse testo profetico di annuncio della fede in un tempo di prova e persecuzione presenta la visione di una moltitudine immensa. Il dono di salvezza abbraccia ogni popolo. “Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani”. E’ questa la moltitudine di coloro che hanno vissuto la prova, provengono da ogni dove e hanno tra le mani i segni della vittoria sul male. Sono volti di una moltitudine che ha sofferto ed è stata vittima della violenza. Segue una reinterpretazione del salmo 23, rivolto a Dio come pastore d’Israele. La visione termina con una parola di speranza e di consolazione: “Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”.

La presenza di Cristo risorto, indicato nella figura dell’agnello ferito e in piedi, è al centro di una comunione che si estende a comprendere tutta l’umanità condotta alle sorgenti della vita, quando Dio stesso asciugherà ogni larcima. La sua presenza apre speranza di vita per tutti.

Alessandro Cortesi op

Ascolto dello Spirito

“La chiesa sinodale è chiesa dell’ascolto”. Si tratta di prestare un ascolto aperto a quello che lo Spirito Santo sta suggerendo alle chiese in questo momento.

In un orizzonte di ascolto la sinodalità non è frutto di una invenzione ma accoglienza di un dono e della dimensione della chiesa come popolo di Dio che proprio lo Spirito fa riscoprire. Ed è popolo di Dio in cammino verso il regno. “La forma e lo stile snodale della chiesa scaturiscono da questo ascolto dello Spirito che passa attraverso l’ascolto reciproco di tutti” (M.Grech, Momento di riflessione per l’inizio del percorso sinodale 9 ottobre 2021). Queste indicazioni sono state presentate da Mario Grech, segretario generale del sinodo, quando ha sottolineato che la fase cosiddetta preparatoria è parte integrante del processo sinodale e non è solo una parte decorativa e accessoria.

Ascoltare lo Spirito: questa è stata l’attitudine dei primi discepoli, capaci di accogliere aperture inedite a fronte di un ascolto dello Spirito nella vicenda storica e umana. 

Dopo secoli di cristianesimo la fatica da intraprendere nuovamente consiste nel lasciare spazio a tale ascolto. Ben altre direzioni hanno segnato i percorsi delle chiese. Ha per lo più dominato l’indirizzo di inseguire le logiche del potere politico e culturale: la sua affermazione con un ruolo di potere ha condotto a privilegiare gli aspetti di stabilizzazione, di strutturarsi quale istituzione guida della società, tralasciando la fatica di un ascolto che sempre pone in movimento, apre all’inquietudine, fa accogliere chi è ai margini, spinge a nuovi passaggi. Si è perduta la consapevolezza e l’esperienza della provvisorietà insieme alla disponbilità a rispondere ad un’azione che viene da Dio stesso:

«Solo Dio può generare qualcuno che possa partecipare alla sua vita. Allora la domanda che dobbiamo farci non è: come farà la Chiesa a suscitare nuovi cristiani? Quali strategie pastorali dovrà essa adottare per diventare più efficace? […] Dobbiamo invece porci su un altro piano: cosa accade fra Dio egli uomini e le donne che vivono all’alba di questo secolo? Quali percorsi prende Dio per incontrarsi con essi e farli nascere alla sua vita? E quindi cosa chiede alla Chiesa di cambiare, trasformare nella sua maniera tradizionale di credere e vivere, per assecondare quell’incontro?» (Henri Derroitte, Iniziazione e rinnovamento catechetico. Criteri per una rifondazione della catechesi parrocchiale, in ID. (ed.), Catechesi e iniziazione cristiana, Elledici, Torino 2006, 53).

Questo passaggio è particolarmente difficile oggi perché siamo eredi di una storia in cui la chiesa è stata portatrice di una situazione del cristianesimo divenuto religione culturale: la condizione di cristianità ha segnato molti secoli in cui  il cristianesimo costituiva il quadro di riferimento universale e la chiesa si identificava con l’istituzione alla guida di un mondo culturale religioso e cristiano.

Una religione culturale si connota come unica opzione culturale per una società e non può ammettere la presenza di altre religioni o di altre convinzioni: da qui gli atteggiamenti di discriminazione e persecuzione delle minoranze e delle altre tradizioni religiose.

Tale orientamento ha trovato un primo passaggio di crisi nella rottura della cristianità dopo la riforma protestante: si è manifestata una divisione che poneva diversi riferimenti secondo il principio del cuius regio eius et religio.

Ma soprattutto dopo la rivoluzione francese con la rivendicazione della libertà e la progressiva secolarizzazione della cultura emerge un nuovo tipo di società in cui il cristianesimo non costituisce più la religione culturale ma si delinea un modo di vivere in cui convivono diversi orientamenti religiosi e non, con la presenza di convinzioni non religiosamente ispirate. In Europa particolarmente. Noi siamo posti nel tempo di questa transizione che attraversa i secoli nella storia dell’occidente ed già era stato intravisto nella riflessione dei padri al Concilio Vaticano II quale passaggio storico decisivo da una cultura religiosa ad una cultura secolarizzata.    

Come osserva Joseph De Kesel cardinale di Bruxelles nel suo libro Foi et religion dans une société moderne (Salvator, Paris 2021,49): “la cultura moderna offre un quadro che ci consente di vivere insieme nel rispetto della libertà di ciascuno. Se la libertà appartiene ai diritti fondamentali di ogni essere umano e di ogni cittadino, questo diritto vale anche per il mio prossimo e concittadino che è differente da me. In una società moderna e democratica, i poteri pubblici garantiscono questa libertà ad ogni cittadino e ad ogni minoranza. Tutti devono rispettare queste regole. Non sono i precetti religiosi a garantire la vita nella società”.

Benché questa situazione di secolarizzazione non possa divenire una sorta di religione alternativa – che sostituisce e riempie il vuoto del venir meno delle religioni – tuttavia è un quadro culturale nuovo e diverso rispetto a secoli passati. E’ bene infatti a tal proposito distinguere secolarizzazione da secolarismo. La fede cristiana non è più l’opzione della cultura stessa e si pone accento sull’importanza della libertà che è fondamentale anche per l’atto stesso della fede. La condizione di secolarizzazione diviene così occasione per vivere pienamente questa situazione di libertà del credere di uscire dalla condizione in cui la fede veniva identificata con il riferimento culturale unico di una società.

La domanda che si pone quale sfida rilevante oggi è come imparare ad essere chiesa in questa situazione che implica un cambiamento profondo di mentalità ed insieme una riforma che investa i modi di vivere e trasmettere la fede ed anche le strutture di chiesa.

Alessandro Cortesi op

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