la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

V domenica di Pasqua anno C – 2022

At 14,21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-35

“In quei giorni, Paolo e Bàrnaba ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni»”.  Restare saldi nella fede: è la fatica della prima comunità e delle comunità di ogni tempo. C’è una difficoltà da affrontare: nella prova, nello sperimentare senso di inutilità, nel fallimento, nelle ingiuste opposizioni e incomprensioni. Paolo e Barnaba confermano i discepoli. Ricordano loro che il cammino nel seguire Gesù non toglie dalla tribolazione. Il percorso della fede non è garanzia di tranquillità, ma passa per l’esperienza della prova. Nel racconto del viaggio è marcata l’insistenza sull’affidamento alla grazia di Dio, sul senso di fiducia nel Signore. “di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto”.  La grazia dono del Risorto apre nuove strade e chiede una disponibilità coraggiosa e libera a percorsi inediti, ad aperture che sono risposta alle continue chiamate del Signore, ad andare oltre. L’agire di Dio per mezzo loro si manifesta laddove le porte vengono aperte, laddove si lascia spazio al correre della Parola: “Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede”.

La pagina dell’Apocalisse guida lo sguardo ad una visione di città: verso la nuova Gerusalemme. La città della pace è al centro di quadro segnato da un nuovo cielo e una nuova terra. Il mare – simbolo di ogni forza del male – non c’è più, dice la voce guida di questo testo che non è una fantasia sul futuro ma un testo profetico per vivere con responsabilità nel presente. La città assume i tratti di un volto di donna, gioiosa e sorridente nella festa delle sue nozze. Gerusalemme, la città, appare come donna che va incontro al suo compagno. E’ la gioia dell’alleanza. Tale visione indica un orizzonte finale. E’ lì il punto verso cui la storia tende. Gerusalemme come città è spazio d’incontro e di vita insieme condivisa. La visione profetica  suggerisce che percorso della storia è orientato ad una comunione che è incontro con Dio e con gli altri. Così la città che risplende di luce diviene  immagine di una comunità aperta. Al centro della città, chiamata ‘dimora di Dio con gli uomini’ sta la presenza  del Dio-con-noi. E’ il nome dell’Emmanuele (Mt 1,23; Is 7,14) che richiama la promessa del Risorto, ‘ecco io sono-con-voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20).

Le cose di prima sono passate: non c’è più la morte né lutto né lamento né affanno, un nuovo mondo iniziato. Tutto ciò che arreca la guerra, dolore, morte, distruzione è lasciato alle spalle. Gerusalemme è città di pace: l’orizzonte ultimo della storia è incontro nella pace, nella comunione. Gerusalemme è grande metafora della città quale punto finale della storia. Ma è anche riferimento che deve guidare la fedeltà nella prova e nelle contraddizioni del presente, laddove le città sono distrutte dalla violenza della guerra e delle armi, per operare ad aprire i sentieri della pace.

Alla vigilia della sua morte sulla croce Gesù lascia ai suoi il comandamento nuovo: manifesta la gloria di Dio in modo paradossale sulla croce. In quel luogo di dolore, segno della condanna e dell’infamia si manifesta un amore con tratti unici: ‘avendo amato i suoi … li amò sino alla fine’.  Gesù lascia ai suoi il comandamento che riassume e compie ogni altro, nuovo perché sempre da porre in atto nuovamente: ‘amate come io vi ho amati’. Non chiede di seguire un esempio, ma di trovare in lui la forza di vivere il servizio e la cura con gratuità e di assumere il suo stile. Sarà proprio questo stile, di semplicità e di accoglienza, la tessera di riconoscimento dei discepoli, non altre forme identitarie, abiti particolari o distintivi : ‘da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’. Vivere così è porre i passi sulle tracce di Gesù, è vivere nel tempo l’esperienza dell’incontro con Dio. Siamo chiamati ad affidarci a lui, ad accogliere innanzitutto questo amore che non tiene per sé ma si spende per gli altri.

Alessandro Cortesi op

L’appello della fraternità in un tempo di guerra

Domenica 15 maggio si terrà a Roma la canonizzazione di Charles De Foucauld (1858-1916). La sua vita e la sua testimonianza cristiana indicano percorsi quanto mai attuali che andrebbero ascoltati e ripresi in questo tempo.

In particolare tre aspetti del suo stile potrebbero essere evidenziati: innanzitutto la dimensione contemplativa della sua vita. E’ una contemplazione del mistero di Dio da cui si è sentito cercato e afferrato e che vedono un passaggio decisivo nella conversione nel 1886. Da quel momento egli comprese di non poter “fare altro che vivere per Dio”. Percepisce quale orientamento decisivo della sua esistenza il dedicarsi a conoscere e imitare il suo “beneamato fratello e Signore Gesù”.

Nel 1902 rivolgendosi all’amico Gabriel Tourdes così scriveva: “Ho passato quattro anni come eremita in Terrasanta, vivendo del lavoro delle mie mani come GESÙ sotto il nome di “fratel Carlo”, sconosciuto da tutti e povero e godendo profondamente dell’oscurità, del silenzio, della povertà, dell’imitazione di GESÙ – l’imitazione è inseparabile dall’amore, tu lo sai, chiunque ama vuole imitare: è il segreto della mia vita: ho perduto il cuore per questo GESÙ di Nazareth crocifisso 1900 anni fa e passo la mia vita a cercare di imitarlo per quanto possa la mia debolezza».

Si tratta di una contemplazione che nell’esigenza di ritiro e silenzio non distoglie il suo sguardo dalla vita ma lo porta a leggere l’esistenza delle persone anonime e umili che incontra nell’ambiente dei paesi musulmani in cui vive.

Così scriveva a suor Saint-Jean du S.Coeur da Beni-Abbès il 13 maggio del 1903: “A tutte queste cose che si fanno, dicono, pensano, dirsi: Gesù mi vede, Egli mi vedeva in questo istante durante la Sua vita mortale; come faceva Lui, diceva Lui, pensava Lui, in simili circostanze cosa farebbe Lui, direbbe Lui, penserebbe Lui al mio posto? GuardarLo e imitarLo. Gesù stesso ha indicato ai suoi apostoli questo metodo così semplice d’unione con Lui e di perfezione: è persino la prima parola che ha detto loro, sulla riva del Giordano, quando Andrea e Giovanni vennero a Lui: “Venite e vedete”, dice loro: Venite, ossia “Seguitemi, venite con me, seguite i miei passi; imitatemi, fate come me”; vedete, ossia guardatemi, tenetevi in mia presenza, contemplatemi”.

Un secondo orientamento della sua vita è proprio la scelta del deserto: è il deserto di Nazareth che egli condusse negli intensi anni lavorando, pregando, immergendosi nella vita ordinaria e nascosta di Gesù nella casa di Nazareth. Nazareth per Charles significa vivere pienamente la quotidianità, i gesti semplici e ordinari come esperienza di condivisione della vita di Gesù. Negli appunti del suo primo ritiro nella capanna dell’orto delle Clarisse di Nazaret nel novembre 1897, scrive: “Scese con loro, e andò a Nazaret, ed era loro sottomesso”. Scese, sprofondò, si umiliò… fu una vita di umiltà: Dio, apparivi uomo; uomo, costituivi l’ultimo degli uomini: fu una vita di abiezione, scendesti fino all’ultimo tra gli ultimi posti; scendesti con loro, per vivervi la loro vita, la vita dei poveri operai, vivendo del loro lavoro; la tua vita fu come la loro povertà e la loro fatica; erano oscuri, vivesti nell’ombra della loro oscurità; andasti a Nazaret piccola città sperduta, nascosta nella montagna, da cui “niente usciva di buono” dicevano” (6 novembre 1897). E’ scelta di Nazareth ed è contemporaneamente scelta di condividere la vita dei poveri.

Una terza grande intuizione che guidò la vita di Charles ed è importante eredità oggi è la scelta di essere fratello, la decisione di orientare la sua vita nello stare con l’altro liberandosi da ogni pretesa di egemonia, assumendo lo stile di Gesù. Nel suo addentrarsi nel deserto ha testimoniato una disponibilità all’incontro che gli veniva dall’esperienza di Dio buono che ci chiede di vivere la fraternità. Il 30 giugno 1903 in una lettera a padre Charles Guérin da Beni Abbès, scrisse: “Non posso far meglio per questa salvezza delle anime che è la nostra vita quaggiù, come fu la vita di GESÙ “Salvatore”, che andare a portare altrove, a quanti è possibile, la semenza della divina dottrina – senza predicare ma conversando – e soprattutto d’andare a preparare, cominciare l’evangelizzazione dei Tuareg, stabilendomi tra loro, apprendendo la loro lingua, traducendo il santo Vangelo, mettendomi in relazioni il più possibile amichevoli con loro…”.

Il messaggio di una fraternità che si costruisce imparando la lingua dell’altro, vivendo insieme, offrendo gesti di amicizia e facendo crescere ascolto e incontro, è uno stile ben diverso dai progetti e dalle organizzazioni di evangelizzazione e rimane oggi una limpida indicazione per un modo di vivere il vangelo.

Charles intende essere fratello universale e su questo desiderio fonda il luogo dove vive come casa di fraternità. Alla cugina Marie de Bondy da Beni-Abbès, il 7 gennaio 1902 scriveva: “la mia piccola dimora si chiama “la  fraternità del Sacro Cuore di Gesù”… Voglio abituare tutti gli abitanti, cristiani, musulmani e ebrei e idolatri a guardarmi come loro fratello – il fratello universale… Cominciano a chiamare la casa “la fraternità” (la khaoua in arabo), e questo mi è dolce…”.

Essere fratello universale, costruire case di fraternità, vivere l’apostolato del dialogo e della vicinanza, del contatto a tu per tu, coltivare l’amicizia e la bontà accogliente come Aquila e Priscilla (era l’esempio a cui si riferiva), sono sentieri aperti tutti da percorrere in questo tempo.

Alessandro Cortesi op

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