la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “giugno, 2022”

Giustizia riparativa: un incontro

L’incontro sulla giustizia riparativa in programma il prossimo 1 luglio 2022 alle ore 15.30 presso l’Antico Refettorio del convento san Domenico a Pistoia si inserisce in una serie di proposte promosse in collaborazione dall’ Ordine degli Avvocati di Pistoia, Associazione Il Delfino e Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’. Si tratta di momenti di confronto e riflessione per sensibilizzare sui temi della giustizia, del carcere e delle pene alternative.

‘Giustizia riparativa’ – come indica il termine – suggerisce una modalità di orientare il ‘fare giustizia’ non nella linea della vendetta o della mera punizione di un reato. L’articolo 27 della Costituzione italiana, nell’affermare che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanita’ e devono tendere alla rieducazione del condannato” offre una chiara guida per orientare l’opera di giustizia.

L’espressione ‘giustizia riparativa’ sottolinea come sia possibile e doveroso ricercare modalità di restaurare la vita sia di chi ha compiuto un reato, sia di chi ha subito offesa e danno, ponendo attenzione al ristabilimento di relazioni e della vita sociale in termini di reintegrazione. Si tratta di restaurare rapporti nella società orientando l’attuazione della pena verso finalità di rieducazione e crescita. E’ processo complesso che esige attento accompagnamento ed il servizio di competenze diverse. Ciò implica anche una nuova comprensione del reato come offesa che ferisce le relazioni sociali e l’intera collettività e comporta, nei percorsi di attuazione della pena, un coinvolgimento dell’intera comunità nell’offrire opportunità di riabilitazione e umanizzazione. L’opera di faticosa tessitura e riparazione a livello sociale richiede l’indispensabile apporto di molti e diversi soggetti – non solo di quanti sono direttamente coinvolti – ed una sensibilità condivisa.

Nella tavola rotonda in programma il tema sarà quindi affrontato da diversi punti di vista. Vi sarà innanzitutto una considerazione della questione nel quadro della proposta di legge di riforma della giustizia a livello italiano. Sarà poi offerto uno sguardo più ampio a livello internazionale sulle esperienze di giustizia riparativa attuate nei processi di riconciliazione nazionale in diversi Paesi del mondo segnati da profondi conflitti. Alcune voci poi approfondiranno il tema con considerazioni di taglio giuridico e filosofico mentre in altri interventi saranno comunicate esperienze derivanti dal contatto diretto con il mondo del carcere. Infine sarà presentata una testimonianza particolarmente significativa di giustizia riparativa vissuta nel segno della riconciliazione e del perdono.

Nel volantino invito in filigrana è raffigurata l’immagine di un vaso rotto e riparato con la tecnica giapponese del kintsugi, tecnica che riesce a portare a nuova vita tazze da tè in ceramica frantumate e inservibili: i cocci vengono riuniti insieme con polvere dorata e le linee di rottura divengono intrecci di linee dorate che non solo riparano gli oggetti ma li rendono irripetibili opere d’arte dove le linee di rottura sono trasformate in linee di riparazione. La giustizia riparativa si delinea come orientamento ad attuare tale opera – tenendo conto di complessità e difficoltà – anche nelle relazioni umane e nella vita sociale.

L’auspicio degli organizzatori è che l’occasione di questo incontro, insieme agli altri già attuati e in programma, oltre ad essere momento di formazione per coloro che in vari modi operano nell’ambito della giustizia, possa suscitare un’attenzione nella cittadinanza per promuovere una responsabilità diffusa nel prendersi cura delle ferite e di tutti coloro che sono tenuti ai margini o esclusi dalla vita della città.

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Un appuntamento per pensare la pace

XIII domenica tempo ordinario – anno C

1 Re 19.16.19-21; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

Eliseo è chiamato in modo inatteso a seguire il profeta Elia che su di lui getta il mantello in segno di scelta e invio. La sua vita cambia, il mantello che lo avvolge segna l’inizio di un cammino nuovo: sarà uomo di Dio non impaurito di fronte ai potenti e la sua missione di profeta si manterrà sotto la parola di Dio. Il mantello indica così una chiamata ed un invio. D’ora in poi Eliseo lascia il suo lavoro, la cura dei buoi e si pone al servizio di Elia divenendone discepolo. Alla morte del maestro Eliseo raccoglierà il suo mantello (2Re 2,13-14) e con esso aprirà ancora le acque, segno che la parola di Dio è fonte di liberazione per tutti, per chi si sente estraneo e lontano, oltre i confini (2Re cap. 5; cfr. Lc 4,27). Eliseo fu ‘uomo di Dio’ perché con i suoi gesti testimoniò che Dio è liberatore e vicino, un Dio diverso dalle logiche del potere umano. Quel mantello accolto su di sé apre la strada a rivivere il percorso di liberazione dell’esodo, opera di Dio, un percorso che è personale ed insieme collettivo e deve allargarsi a tutti.

La fede biblica è segnata dal cammino, nel deserto. Lì avviene la scoperta della presenza di Dio vicino, pellegrino e nomade con il suo popolo. Nel cammino si incontra Dio che spinge ad andare sempre oltre, ad aprirsi al futuro come suo dono. Le prime testimonianze parlano di Gesù come “colui che è passato facendo del bene…” (cfr. At 10,38). Il suo cammino non è solo esteriore ma interiore: sulla strada Gesù incontra, dialoga, e coinvolge nel suo itinerario. La strada verso Gerusalemme è esperienza importante della vita di Gesù. Luca riporta che ad un certo punto Gesù ‘fece il viso duro’ e si diresse verso Gerusalemme: è un momento di scelta e di decisione non facile. Gesù si dirige verso la città del potere religioso dove incontrerà il rifiuto e l’ostilità nell’acuirsi del conflitto contro di lui. Si dirige verso la città sede del tempio e della classe sacerdotale: lì vivrà la passione e subirà l’ingiusta condanna. Gesù si dirige ad affrontare lo scontro con il potere politico e religioso che si sentono minacciati dalla sua predicazione inerme. Gerusalemme è tuttavia anche il luogo della risurrezione, del dono di vita nuova, dell’inizio del cammino della comunità. La strada indica la chiamata di Gesù e quella dei discepoli che lo seguono: sono chiamata a condividere la sua vita, a generare una convivenza di pace.

Sulla strada varie persone chiedono a Gesù di seguirlo ed egli stesso rivolge l’invito ad alcuni con la parola: ‘seguimi’. Nei brevi dialoghi di questo brano sta al centro la questione del seguire Gesù. L’intera esperienza dei cristiani può essere sintetizzata nel ‘seguire’. Non si tratta di un percorso di conoscenza e nemmeno di praticare una regola di comportamento: seguire è anche tutto ma ben di più e richiede disponibilità a lasciarsi coinvolgere in un incontro e a praticare scelte libere. Ad ogni passo incontra rischi, sfide, imprevisti, esige creatività, impegno e lotta per andare avanti. Seguire Gesù sulla sua strada implica soprattutto una condivisione di vita ed entrare in un rapporto personale. Gesù chiama a seguirlo con urgenza e con una sorprendente radicalità. Chi è chiamato è posto di fronte ad una urgenza: l’apertura al futuro non lascia spazio a nostalgie del passato. Si tratta di condividere la sua precarietà rinunciando a ‘tane sicure’ o nidi protetti. E’ chiamata ad una vita che non può lasciarsi imprigionare dalla morte: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”. E’ richiesta una dedizione senza riserve: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. L’immagine dell’aratro richiama a scelte orientate ad un futuro con dedizione e alla fiducia verso Gesù. L’aratro rivolge le pesanti zolle della terra; la sua opera sta nel rendere la terra accogliente per il seme del vangelo quale dono per la vita di tutti.

Alessandro Cortesi op

Lasciar pacificare il cuore

“si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio”.

“Si voltò e li rimproverò”. Dietro a questo rimprovero di Gesù non c’è solo una reazione ad una logica di violenza – quella del fuoco dal cielo invocata dai discepoli combattivi ‘figli del tuono’ – ma è da leggere anche una proposta alternativa sul modo di intendere i rapporti. Gesù si oppone a chi intende usare i mezzi della violenza per contrastare ed eliminare il nemico che ha assunto attitudini ostili e di rifiuto.

Ma la sua proposta va oltre ed apre orizzonti nuovi. Il suo orientamento delinea la scelta di stare nell’obbedienza a Dio nella condivisione piena del cammino umano. Si immerge pienamente in una storia manifestando un capovolgimento del modo di intendere la vita umana come autoaffermazione. Gesù obbedisce al disegno del Padre nel camminare verso Gerusalemme, nella sua scelta di intendere la vita in modo diverso dalla pretesa di Adamo che si pone in senso padronale e sceglie invece la linea del servizio e dell’apertura all’altro nella ricerca di quella luce di vita che è presente in ognuno.

“L’amore di Dio si è manifestato in questo, nell’aver amato l’uomo quando l’uomo era suo nemico. In Gesù è avvenuto il riavvicinamento dell’umanità a Dio, in modo tale che, qualunque cosa l’uomo faccia, l’ultima parola non sarà il no dell’uomo, ma il sì di Dio. Dio dona all’uomo un cuore di carne (Ezechiele), che Paolo chiama spirito: lo spirito è la soggettività di Dio che diventa soggettività dell’uomo, capacità di vivere la storia secondo la vocazione originaria”. (Armido Rizzi, Conferenza – Per una teologia della pace, 1987)

Soggiace al rimprovero di Gesù l’invito ad un capovolgimento di sguardo ed una proposta di intendere in modo diverso il rapporto con l’altro: si apre la fatica a come coltivare una attitudine di rapporti nuovi, anche con il nemico, anche con il violento, seguendo la via tracciata da Lui, assumendo lo stile di un passaggio, dalla logica della vendetta e della ritorsione alla scelta decisa di impostare in modo nuovo le relazioni.

“ci occorre una ermeneutica della differenza, che insegni a comprendere ciò che è diverso, senza incasellarlo nei nostri schemi, che offra aiuti pratici per esercitare la vicinanza del vivere insieme e nello stesso tempo assicuri la giusta distanza, che rispetta l’identità dello straniero e assicura a noi tutti la comune dignità umana” (T. Sundermeier, Comprendere lo straniero, Queriniana, 12)

Il cambiamento che si rende urgente implica un movimento che attui il far venir meno di una mentalità di superiorità, di pretesa di possesso della verità, ed apra ad un modo di concepire la vita come cammino verso un bene ancora da scoprire e da attuare. Il cammino che si pare è la costruzione di una relazionalità in cui l’essere insieme – l’ ‘essere con’ gli altri – non sia una aggiunta ad una situazione dell’io come dato stabile e chiuso con pretese di potenza, ma un percorso essenziale al vivere stesso. La pretesa di un io padronale è radice della costruzione dell’altro come nemico e questa attitudine vede il rimprovero di Gesù che indica un modo nuovo di intendere la vita stessa.

“Il gesto fondatore del cuore costruttore di pace è un cuore che consente di lasciarsi pacificare dentro di sé, di accettare di spogliarsi del cuore padronale, del soggetto di diritti. Nel cuore padronale c’è la violenza originaria di chi già in cuor suo ha costituito l’altro come nemico e quindi come legittimamente aggredibile. Dobbiamo abbattere dentro di noi il gesto fondatore dell’altro come nemico. Può darsi che effettivamente l’altro sia nemico, ma ciò di cui dobbiamo spogliarci è il cuore padronale che non tiene conto di ciò che realmente l’altro è. Occorre rifarci uno sguardo capace di vedere le cose come sono” (Armido Rizzi, ibid.)

Non è facile tutto questo: se da un lato l’esigenza di spogliarsi da un cuore padronale apre una nuova via dall’altro proprio la scelta della nonviolenza si deve attuare sempre all’interno di concrete situazioni storiche in cui la ricercava condotta nella valutazione dei passi possibili, dei modi concreti che conducano al superamento della violenza, al cessare l’uso delle armi, ad instaurare processi di pace, accettando la precarietà e la complessità delle situazioni. La mediazione implica ricerca di limitare al massimo fino ad eliminare ogni violenza e va compiuta nella considerazione del momento storico che viviamo. Oggi sono a disposizione strumenti per fare la guerra che nella storia mai si erano visti con potenza così devastante. Inoltre dopo Hiroshima e dopo l’orrore di Auschwitz una nuova comprensione è maturata nell’umanità riguardo alle dimensioni di male che risiedono nel cuore dell’uomo e alle possibilità di escalation dei conflitti. E’ questo il momento di ribadire con forza che non solo l’uso ma anche la produzione e il commercio di armi sono da condannare come processi che producono morte e sofferenza. I mezzi oggi a disposizione comportano il rischio dell’eliminazione dell’umanità e della distruzione del creato. A partire dalle vittime e dall’ascolto del grido di sofferenza è possibile costruire vie di pace.

Alessandro Cortesi op

Solennità del Corpo e sangue del Signore – anno C – 2022

Gen 14,18-20; 1Cor 11,23-26; Lc 9,11d-17

‘Melchisedek re di Salem, offrì pane e vino’: Melchisedek significa re di giustizia ed è re di Salem, città della pace. Il suo enigmatico gesto rivolto ad Abramo è offerta di alleanza: recando pane e vino reca nutrimento e pace: sono i segni della accoglienza, della promessa di pace. L’incontro si chiude con una benedizione per Abramo.

Anche Gesù ha compiuto gesti di ospitalità e condivisione espressione dello stile della sua vita: in un momento in cui la folla non aveva da mangiare Gesù prese i pani e i pesci disponibili dandoli ai discepoli perché li distribuissero. Il poco cibo a disposizione viene condiviso perché tutti ne potessero avere e fu così ampia la condivisione che tutti furono saziati.

Questo racconto è un momento decisivo del vangelo di Luca: dopo questo gesto infatti Gesù presenta la sua missione: è quella del messia che si dirige verso Gerusalemme dove sa che incontrerà ostilità e rifiuto fino a morire. Ma il suo cammino, la sua decisione di salire verso Gerusalemme è in coerenza al gesto della distribuzione di pani e dei pesci. La sua vita è tutta intesa come una condivisione, fino alla fine.

Il gesto dei pani richiama passaggi della storia di Isrele come l’episodio della manna nel deserto (Es 16,8.12; Num 11,21). Anche nel racconto di Luca si annota che  Gesù era in un luogo deserto. Così pure è richiamata la moltiplicazione dei pani compiuta dal profeta Eliseo per i discepoli (2Re 4,42-44). Eliseo, uomo di Dio invita a condividere il pane presentato come primizia e dice ‘Dallo da mangiare alla gente’ con la promessa che ne avanzerà anche, perché questo gesto reca in sé una fecondità inattesa.

Narrando il gesto di Gesù, Luca richiama anche i significati dell’esperienza eucaristica della prima comunità. Infatti i gesti compiuti da Gesù al momento del tramonto sono i medesimi narrati nell’incontro con i due discepoli di Emmaus che chiedono allo straniero incontrato sulla strada: ‘resta con noi perché si fa sera’. Anche a Emmaus Gesù prende il pane, pronuncia la benedizione, lo spezza e lo porge ai discepoli. E sono gli stessi gesti dell’ultima cena (Lc 22,19).

La distribuzione dei pani è ricordo della preoccupazione di Gesù perché le persone vicine avessero da mangiare, ma è anche gesto che rinvia al significato profondo dell’eucaristia. Gesù continua ad essere presente nella comunità e chiede: ‘date voi loro da mangiare’. Chiede ai suoi di sentire compassione come lui verso tutti coloro che sono affamati e li invita alla scelta della condivisione.

Paolo nella lettera ai Corinzi rimprovera una comunità che ha divisioni al suo interno e poi mangia la cena del Signore. Egli richiama all’autentico senso del mangiare insieme la cena del Signore: da lì deve nascere un rapporto nuovo di attenzione all’altro e di ospitalità. E conclude “quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri” (1Cor 11,33). E’ invito che si rinnova ad ‘aspettarsi’ per condividere non solo ciò che ognuno apporta ma la stessa presenza. L’Eucaristia è esperienza di attesa e di tensione al venire del Signore. Da questo condividere la cena deve sorgere una condivisione con i poveri e il riconoscimento del corpo ecclesiale che cresce proprio nel ritrovarsi a fare memoria di lui. Fare memoria di Gesù  implica vivere la cena del Signore come esperienza di attenzione ai poveri e di ospitalità.

Alessandro Cortesi op

Il cibo e la guerra

Una delle gravi conseguenze della guerra in Ucraina sta rendendosi sempre più evidente e preoccupante: nei depositi del porto di Odessa, che è assediato dalle forze navali russe sono depositati più di 25 milioni di tonnellate di grano. L’Ucraina è uno tra i paesi produttori di grano e le sue esportazioni raggiungono molti paesi nel mondo. Con l’esaurirsi delle scorte internazionali e la crescita dei prezzi si sta già profilando una crisi alimentare che tocca la vita dei Paesi più poveri, dell’Africa e del Medio oriente che dipendono in gran parte dal grano che proviene dall’Ucraina e dalla Russia. L’Ucraina è al quinto posto tra i paesi che esportano grano e al primo posto tra gli esportatori di olio di semi. Insieme Russia e Ucraina contribuiscono ad un decimo circa della alimentazione del mondo.

Dopo la guerra l’esportazione dall’Ucraina si è praticamente fermata ed in particolare è bloccato ogni movimento di merci che aveva nel porto di Odessa il suo snodo fondamentale. Ora bloccato per l’assedio russo e per le mine disposte a difesa di eventuali attacchi dal mare.

Secondo la FAO 53 Paesi del mondo dipendono almeno al 30% dal grano russo e ucraino; e 26 ben oltre il 50%. Il grano è divenuto una modalità con cui è condotta la guerra: una autentica arma.

L’attuale diminuzione delle esportazioni di grano e il blocco in atto sta già producendo fenomeni correlati in altre regioni del mondo, quali carestie, situazioni di disordine e migrazione da terre colpite dalla mancanza di cibo.

E’ in aumento il numero degli Stati che di fronte a questa crisi stanno chiudendo i confini alle esportazioni di grano per garantire il fabbisogno interno e prevenire eventuali crisi : così in India, Cina, Kazakistan e altri paesi.

Le conseguenze di tale crisi alimentare colpisce i Paesi più poveri e si associa ad un altro fattore, la crisi climatica: a fronte delle grandi siccità che stanno colpendo il mondo in diverse zone, si moltiplicano le misure per difendere il consumo interno ed evitare le esportazioni. In un tempo di crisi climatica l’ambito che per primo viene e soffrire è quello dell’agricoltura.

Sono oggi a rischio in moti Paesi la sicurezza alimentare e il diritto al cibo, due fondamentali obiettivi di sviluppo a livello internazionale.

Si conferma quanto papa Francesco nella lettera enciclica Laudato sì aveva espresso ponendo insieme atetnzione alla crisi ambientale e alla crisi sociale: “Quando parliamo di “ambiente” facciamo riferimento anche a una particolare relazione: quella tra la natura e la società che la abita. Questo ci impedisce di considerare la natura come qualcosa di separato da noi o come una mera cornice della nostra vita. Siamo inclusi in essa, siamo parte di essa e ne siamo compenetrati. Le ragioni per le quali un luogo viene inquinato richiedono un’analisi del funzionamento della società, della sua economia, del suo comportamento, dei suoi modi di comprendere la realtà. Data l’ampiezza dei cambiamenti, non è più possibile trovare una risposta specifica e indipendente per ogni singola parte del problema. È fondamentale cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura. (…) D’altra parte, la crescita economica tende a produrre automatismi e ad omogeneizzare, al fine di semplificare i processi e ridurre i costi. Per questo è necessaria un’ecologia economica, capace di indurre a considerare la realtà in maniera più ampia. Infatti, «la protezione dell’ambiente dovrà costituire parte integrante del processo di sviluppo e non potrà considerarsi in maniera isolata» (LS 139-141)

Siamo di fronte a grandi contraddizioni nel mondo attuale. Il cibo che viene prodotto nel mondo sarebbe sufficiente per sfamare dieci miliardi di persone (secondo uno studio curato nel 2012 dal Journal of Sustainable Agriculture), molte più della popolazione mondiale ma almeno un quarto va sprecato. E in questo quadro di crisi climatica e di crisi alimentare il grano è usato come arma di guerra per attuare ricatti, generando sofferenze che si riversano sui Paesi più poveri.

Alessandro Cortesi op   

Ss. Trinità – anno C – 2022

Prov 8,22-31; Rom 5,1-5; Gv 16,12-15

Nel suo agire Gesù rinvia in ogni suo gesto alla presenza del Padre. Al punto che il progetto della sua esistenza terrena può essere riassunto nei termini di compiere la volontà di colui che lo ha mandato (Gv 6,38). E così chiede ai suoi discepoli di fare altrettanto per essere suoi fratelli e sorelle nel mettere tutta la cura in scelte che siano trasparenza di tale accoglienza: ‘chi fa la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre’ (Mc 3,35).

Soprattutto il quarto vangelo evidenzia il rapporto unico, di dono, relazione e reciprocità tra Gesù e il Padre. Nel percorso esistenziale di Gesù si può scorgere il racconto del volto di “Dio che nessuno ha mai visto”. Per questo il IV vangelo utilizza l’espressione di ‘verbo’ ‘Parola’ per dire che nella vita di Gesù si è attuata la comunicazione piena del Padre a noi. La Parola, sapienza del Padre, ha piantato la sua tenda in mezzo a noi, si è fatta carne. In tale espressione il IV vangelo indica come nel volto di Gesù si può scorgere il dimorare di una presenza che affonda le radici nel mistero stesso di Dio. Il mistero più profondo dell’identità stessa di Gesù sta nella relazione con il Padre.

Prima della sua morte Gesù lasciò ai suoi la promessa di non lasciarli soli annunciando il dono dello Spirito di verità: “egli vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 16,14-15). Lo Spirito che aveva spinto Gesù nella sua missione è lo Spirito che lo guida nell’annunciare una bella notizia ai poveri, nel dare la vita in dono. Ancora il IV vangelo ricorda le promesse di Gesù sullo Spirito come presenza di cura che sta accanto, avvocato e consolatore, presenza vicina che ricorderà tutto quello che lui ha detto. Lo Spirito è il grande maestro e suggeritore che apre ad un incontro con Gesù, via verità e vita, in modi nuovi, nel cammino della storia: “egli vi guiderà alla verità tutta intera”. Ancora non abbiamo accolto pienamente quella verità che è la presenza di Gesù nella nostra vita. Lo Spirito è dono della Pasqua: il soffio di Gesù in mezzo ai suoi reca i doni dello Spirito e della pace. E’ il soffio di una nuova creazione, respiro di una vita nuova. In quel respiro i discepoli e le discepole saranno mandati a portare pace. La grande azione dello Spirito è ricordare la vita di Gesù, le sue parole e le sue scelte, il suo dono fino alla fine.

La presenza dello Spirito è dono che apre ad entrare in una relazione: “Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”.   

La tradizione teologica cristiana ha cercato di esprimere questo mistero di relazione e di amore parlando di tre persone unite insieme nell’essere un solo Dio, non come entità lontana ma come luce che permea ogni esistenza, non uno dei tanti nomi delle cose, ma il Nome che dà senso e permea tutti i nomi.

La nostra vita può aprirsi ad accogliere questo dono di comunione, a riconoscere come nel cuore, cioè nell’intimo di ogni persona può essere dato spazio a tale presenza. Da qui sorge un modo nuovo di intendere l’esistenza nella responsabilità e si apre la possibilità di sperare. La nostra vita è chiamata a fiorire nella comunione che sulla terra si realizza in percorsi di pace ed è destinata non alla solitudine ma all’incontro e all’amore: “La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”.

Alessandro Cortesi op

Trinità e storia

Tre immagini di questi giorni possono accompagnare la riflessione sul volto di Dio che è comunione in rapporto alla storia segnata da guerra e violenza ed insieme da ricerche e promesse di pace.

E’ un gesto che racchiude bellezza, denuncia e nel medesimo tempo custodisce un abisso di dolore: è il gesto di Ivanka Siolkowsky dopo la ritirata dell’esercito russo dal villaggio di Bucha nei pressi di Kiev in Ucraina, luogo dove sono stati perpetrati crimini di guerra e atrocità e sono state inferte sofferenze che hanno cambiato per sempre la vita delle persone di quei luoghi. La scelta di Ivanka è quella di sostare con i suoi pennelli e con il suo genio artistico sui segni lasciati dai proiettili e dalla potenza devastatrice delle armi. In questi giorni in cui la vita sta riprendendo il suo corso nel dolore che avvolge tutta la popolazione dopo l’incubo del periodo di occupazione Ivanka ha deciso di porre la sua abilità artistica nel segno della bellezza. Laddove sono presenti i fori dei proiettili che hanno colpito le case, le recinzioni dei giardini, le porte dei garage, con i suoi pennelli tratteggia profili di fiori e riempie questi fori bui di morte con colori di vita. E’ un gesto che parla di una resistenza che si attua non con i mezzi delle armi ma con gli strumenti inoffensivi dell’arte.

E’ un’alta protesta che chiede riconoscimento degli atti criminali attuati e non viene meno alle esigenze di giustizia. Nello stesso tempo è un gesto che apre futuro e speranza: quei fori di proiettili di arma da fuoco, sparati da mitragliatrici o da cannoni posti su carri armati, segno di una distruzione perpetrata in modo mirato, tesa a generare morte e a deturpare i volti e la vita, sono vinti e superati da gesti di bellezza. Nel panorama desolato di Bucha devastata dal fuoco dei combattimenti i colori dei fiori dipinti si accompagnano al verde di una primavera che fiorisce offrendo un drammatico contrasto tra la bruttura che è la guerra e la bellezza che non s’impone ma emerge nuovamente e tra le lacrime.

Un’altra foto famosa in questi giorni è tornata davanti ai nostri occhi (in occasione di una recente mostra fotografica a Milano). E’ la foto di Kim Phuc Phan Ti, scattata l’8 giugno 1972 dal fotografo dell’Associated Press Nick Ut nel paese di Trang Bang in Vietnam nel corso di un attacco dell’esercito statunitense con l’utilizzo di armi al napalm. La foto racconta di una fuga disperata di bambini che piangendo cercano rifugio allontanandosi dal fuoco e dal fumo dei bombardamenti. Sono bambini feriti e la nudità di Kim nel suo essere inerme e bruciata sulla sua pelle dagli effetti del napalm è messaggio che scuote le coscienze.

“Ho solo sprazzi di ricordi di quel giorno terribile. Giocavo con i cugini nel cortile del tempio. Un aereo ci è volato sulla testa. Un rumore assordante. Poi le esplosioni, il fumo e un dolore lancinante”. Questo il ricordo di Kim che scrive sul New York Times: “il napalm ti si attacca addosso, non importa quanto corri, causando orrende ustioni e dolore che dura tutta la vita”.

Quella foto, vincitrice del premio Pulitzer per il fotografo Nick Ut, rimane una  denuncia che smaschera ciò che la guerra è: devastazione e orrore che si riversano soprattutto sugli innocenti, i bambini. Oggi Kim vive a Toronto e presiede una fondazione  per sostenere i bambini vittime di guerra. “La prima volta che ho visto la mia foto, con me nuda, sono rimasta scioccata. Mi sono sentita così in imbarazzo, così vulnerabile. In seguito ho affrontato tanto dolore, traumi, incubi. L’arte della vita è vivere con amore, speranza e perdono perché solo questo può davvero cambiare il mondo” (cfr. IG ANSA/Daniel De Zennaro).

Una terza foto ci riporta nel Mar Mediterraneo e in Libia. In questi giorni Mohamed si è tolto la vita impiccandosi nel lager libico di Ain Zara. Aveva 19 anni. Mohamed aveva iniziato da tempo il suo cammino per giungere in Europa dove sperava di iniziare una vita di lavoro e di dignità. Ma era stato imprigionato durante la sua migrazione in Libia nel campo di Al Mabani  e lì aveva sperimentato le torture e le privazioni a cui sono sottoposti i migranti. Nell’ottobre dell’anno scorso dopo esser fuggito da quel lager si era unito al presidio davanti alla sede dell’UNHCR Libya e insieme ad altre migliaia di migranti per mesi ha chiesto di essere riconosciuto nei suoi diritti fondamentali di persona umana. Ma dopo più di tre mesi le milizie di Al Khoja hanno sgomberato con la forza il presidio imprigionando coloro che erano coinvolti. Mohamed è stato ricondotto in un altro lager a Ain Zara. E lì ancora gli orribili trattamenti disumani che sono perpetrati con il sostegno anche del nostro Paese che finanzia la Libia per trattenere i migranti al di fuori delle frontiere europee e ricondurli nei centri di detenzione dove sono tenuti in condizioni disumane e sottoposti a torture, violenze e ricatti. Mohamed si è impiccato dopo cinque mesi. Il giornalista Nello Scavo lo ha ricordato ponendo in luce le contraddizioni che viviamo in questi tempi: “Tripoli dista 1.000 chilometri esatti da Roma. Kiev quasi 1.800. All’Ucraina l’Italia invia armi. Anche alla Libia. Nel primo caso, per sostenere l’esercito che combatte l’aggressione di Mosca. Nel secondo, per impedire a profughi e migranti di raggiungere le nostre coste. Mohamed era uno di loro. Veniva da una provincia del Darfur, regione di mattanze per le quali a marzo, nel pieno della crisi ucraina, si è aperto un processo davanti alla Corte penale internazionale dell’Aja. Mohamed era nel campo di prigionia di Ain Zara, uno di quelli tenuti in piedi dalle autorità generosamente sostenute da Roma e Bruxelles. Anche la giustizia internazionale è gradita a giorni alterni. Quando Karim Khan, il nuovo procuratore dell’Aja, ha inviato gli investigatori in Ucraina, gli uffici stampa di leader politici e capi di governo europei hanno dovuto fare gli straordinari per inviare dichiarazioni alle agenzie di stampa, inondare i social di commenti, rilasciare interviste a sostegno della giusta causa contro i crimini di guerra commessi in Ucraina. Quando, negli stessi giorni, sempre Khan consegnava al Consiglio di sicurezza Onu il suo rapporto sulla Libia, la reazione è stata il silenzio. Non per indifferenza. Ma per lasciar cadere le accuse. Eppure era solo aprile: «Gli abusi contro i migranti – si leggeva nel report dell’Aja – possono essere qualificati come crimini di guerra e crimini contro l’umanità». Perché non ci fossero dubbi sulla corretta interpretazione, Khan parlava di «crimini commessi nei centri di detenzione». Strutture ufficiali sotto il controllo del governo. Quello di Ain Zara è tra i principali” (“Avvenire” 8 giugno 2022).

«Perdonaci, Mohamed, se abbiamo tradito la fraternità verso te e tutte le altre persone migranti, respinte in Libia e deportate nei lager con la nostra responsabilità». Queste le parole di don Mattia Ferrari, che a causa di minacce da parte di ambienti dei trafficanti e mafia libiche è ora sotto tutela della polizia italiana.

Alessandro Cortesi op

Pentecoste – anno C – 2022

Tongues of fire – Nancy Chinn

At 2,1-11; 1Cor 12,3-13; Gv 20,19-23

Pentecoste è festa del pellegrinaggio per Israele (Dt 16,16) e al momento in cui si raccolgono le messi è memoria del dono della legge. La grande scoperta nel cammino dell’esodo della vicinanza di Dio con la sua parola aveva segnato la fede del popolo in cerca di liberazione. Al momento della mietitura (Es 34,22; cfr Es 23,16) nella gioia per le primizie è da ricordare la Torah, legge come parola che orienta la vita, dono di alleanza dl Dio che benedice (Deut 16,9-10). La festa dei cinquanta giorni (Pentecoste) rinvia quindi all’esodo e alla pasqua; chiede che si contino i giorni (festa delle settimane) per coltivare il senso dell’attesa. Nella precarietà del presente indica un orizzonte di speranza. La memoria del dono della Torah è connessa alla Pasqua, quasi un prolungamento  della festa di Pesah.

Nel IV vangelo il dono dello spirito è posto nel quadro della sera del giorno di quella Pasqua in cui Gesù compì il suo dono fino alla fine. Gesù, dopo i giorni di Gerusalemme e della croce, si presenta in mezzo, soffia sui discepoli e dice: “Ricevete lo Spirito Santo’ (Gv 20,22). E’ racconto che richiama al grande messaggio del IV vangelo: nella sua morte Gesù ha donato lo Spirito  consegnandolo quale inizio nuovo di una storia di comunione (Gv 19,30).

Il dono dello Spirito sgorga dalla vita di Gesù, data per gli altri. Il soffio evoca una presenza non racchiudibile, una forza di rigenerazione e di vita: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8). L’alitare sui discepoli è ricordo di quel respiro che il racconto della creazione presenta come donato da Dio all’umanità plasmata dal fango e soffio di vita presente dentro al creato stesso. Il soffio di Dio è dentro alle cose e sta nella parola. Il soffio di Gesù è soffio creativo, apre all’esistere di una comunità nuova e a tutte e tutti è affidato il compito di portare riconciliazione, che significa responsabilità di costruire pace nella storia (Gv 20,23).

Nel racconto di Luca durante la festa di Pentecoste a Gerusalemme il dono dello Spirito è espresso con le immagini del vento, delle lingue e del fuoco. Il vento suggerisce l’apertura e la ricerca continua a cui la comunità è chiamata. Non dovrà rinchiudere lo spirito in sistemi religiosi e di potere umani. Lo Spirito suscita una comprensione nuova tra coloro che avvertono le sfumature della propria lingua nel parlare di altri: lo Spirito fa passare dalla chiusura e incomunicabilità al comunicare tra diversi, fa incontrare i linguaggi mantenendo la diversità, apre all’incontro possibile. Lo Spirito fuoco è forza che consuma, riscalda, illumina e genera possibilità nuove di vita.

Il dono dello Spirito si rinnova e chiama ad essere attenti cercatori della sua presenza che soffia dove vuole, travalica confini, spinge a guardare oltre. In un tempo di guerre e ripiegamenti di difesa e chiusura di fronte alle diversità lo Spirito soffia ancora ed attende di essere accolto quale soffio di vita che proviene dalla Pasqua di Gesù.

Alessandro Cortesi op

Psalter of Eleanor of Aquitaine (ca. 1185)

Profezia di pace

“Spirito di Dio, che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell’universo, e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti. Questo mondo che invecchia, sfioralo con l’ala della tua gloria.
Dissipa le sue rughe. Fascia le ferite che l’egoismo sfrenato degli uomini ha tracciato sulla sua pelle. Mitiga con l’olio della tenerezza le arsure della sua crosta. Restituiscile il manto dell’antico splendore, che le nostre violenze le hanno strappato e riversa sulle carni inaridite anfore di profumo.
Permea tutte le cose, e possiedine il cuore. Facci percepire la tua dolente presenza nel gemito delle foreste divelte, nell’urlo dei mari inquinati, nel pianto dei torrenti inariditi, nella viscida desolazione delle spiagge di bitume.
Restituiscici al gaudio dei primordi. Riversati senza misura su tutte le nostre afflizioni. Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino, e nel giardino fiorirà l’albero della giustizia, e frutto della giustizia sarà la pace”.

E’ questa una parte di una preghiera composta da don Tonino Bello testimone di pace da cui trovare orientamento in questi tempi che generano tanto spaesamento e spingono a conformarsi ai discorsi dominanti. Proprio in questi giorni per ricordare l’anniversario della Repubblica italiana nella festa del 2 giugno hanno sfilato in pompa magna i reparti dell’esercito, sono state mostrate le armi in un momento di scandaloso e rischioso riarmo di molti Paesi nel quadro internazionale segnato dalla guerra. Hanno sfilato per la prima volta anche i medici e infermieri e forse l’auspicio potrebbe essere che in futuro in questo giorno la sfilata a ricordo della Repubblica sia popolata da tutte le presenze che senza armi portano avanti quotidianamente la vita sociale e tengono insieme il tessuto di relazioni e di cura che è la spina dorsale di ogni convivenza.

Il riferimento a don Tonino è stato ripreso in un articolo di mons. Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi (Un’inutile strage, “Vita pastorale” 2 giugno 2022) in cui si denuncia la follia di un investimento nella spesa militare che ha raggunto cifre astronomiche di più di duemila miliardi di dollari, coinvolgendo anche l’Italia in tale direzione. E si ricordano appunto le parole «Se non abbiamo la forza di dire che le armi non solo non si devono vendere ma neppure costruire, […] che la nonviolenza attiva è criterio di prassi cristiana, che certe forme di obiezione sono segno di un amore più grande per la città terrena […] se non abbiamo la forza di dire tutto questo, rimarremo lucignoli fumiganti invece che essere ceri pasquali».

Il 30 aprile  1989 alla vigilia di un importante incontro ecumenico a Basilea Tonino Bello tenne uno storico discorso nell’Arena di Verona richiamando alla funzione dei credenti a suggerire proprio in virtù del riferimento al Dio di Gesù, non il Dio dei filosofi ma il Dio rivelatosi come dono, Altro e Oltre, le vie profetiche della pace, che implicano la nonviolenza e l’impegno responsabile senza alcuna assuefazione al male e all’ingiustizia, ma opponendo al male la. Vale la pena riascoltare quelle sue parole in questo tempo:

“(…) Il Dio di Gesù Cristo è diverso. Non viene dal basso. Ci è stato rivelato dall’alto. Non è frutto della carne e del sangue della nostra sapienza terrena. E’ un Dio garantito solo dalla nudità della nostra fede.
Non è un Dio a cui ci si aggrappa con i funambolismi della mente. Ma un Dio a cui ci si abbandona con la fiducia del cuore, dietro un richiamo che inesorabilmente ti precede. Attenzione! Non è che si voglia disprezzare la fatica della ricerca umana o che si intenda svilire l’importanza di un Dio trovato dagli sforzi del nostro pensiero. No! Quella della ricerca razionale di Dio è una fatica benedetta, che ogni cristiano deve compiere con tutti gli altri uomini che lo cercano con cuore sincero. Diciamo solo che questo Dio, dopo che l’abbiamo trovato, non ci appaga. Anzi, non ci si può chiamare neppure credenti per il semplice fatto di averlo raggiunto attraverso gli impervi sentieri del pensiero.

Il Dio vero, quello di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, quello rivelatoci da Gesù, è totalmente Altro ed è totalmente Oltre. E noi credenti, dopo aver condiviso la fatica del pensiero con tutti i ricercatori onesti, dobbiamo essere l’indice puntato verso questo totalmente Altro e totalmente Oltre. La pace del mondo e la pace di Gesù Cristo Ed eccoci al momento cruciale di questa seconda riflessione. Per la pace vale lo stesso discorso che si è fatto per Dio.
C’è una pace dei filosofi. E c’è una pace di Cristo. La prima è quella prodotta dai nostri sforzi diplomatici, costruita dai dosaggi delle cancellerie, frutto degli equilibri messi in atto dalle potenze terrene. Al punto che, se una sola condizione va in crisi, si rompe il giocattolo e ruzzola tutto intero il castello. La pace di Cristo, invece, è quella che non esige garanzie, che scavalca le coperture prudenziali, e che resiste anche quando crollano i puntelli del bilanciamento fondato sul calcolo. Questo è il senso profondo dell’espressione evangelica che proprio oggi è risuonata nella Messa: “vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come ve la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27).

Questo è il salto di qualità a cui ci provoca la frase divenuta ormai celebre di D. Bonhoeffer: “Osare la pace per fede”. Ci riempie di commozione un testo che questo grande testimone del Risorto scrisse nel 1934, e che è divenuto un monito per noi: “Una via alla pace che passi per la sicurezza non c’è. La pace infatti deve essere osata. E’ un grande rischio, e non si lascia mai e poi mai garantire. La pace è il contrario della garanzia. Esigere garanzie significa diffidare, e questa diffidenza genera di nuovo guerre. Cercare sicurezze significa volersi mettere al riparo. Pace significa affidarsi interamente al comandamento di Dio, non volere alcuna garanzia, ma porre nelle mani di Dio Onnipotente, in un atto di fede e di obbedienza, la storia dei popoli… Chi rivolgerà l’appello alla pace così che il mondo oda, che sia costretto a udire?… Solo la Santa Chiesa di Cristo può parlare in modo che il mondo, digrignando i denti, debba udire la parola della pace, e i popoli si rallegreranno perché questa Chiesa di Cristo toglie, nel nome di Cristo, le armi dalla mano dei suoi figli e vieta loro di fare La guerra e invoca la pace di Cristo sul mondo delirante”.

Carissimi amici, come per la ricerca di Dio abbiamo detto che non intendiamo svilire lo sforzo della fatica razionale, anzi la incoraggiamo e la sosteniamo, ma sentiamo anche il dovere di indicare il totalmente Oltre e il totalmente Altro di Dio, sulla base di ciò che Cristo ci ha rivelato di Lui, così per quanto riguarda il mistero della pace, col più grande rispetto per lo sforzo che il mondo laico sta compiendo, e con la gioia più grande nel vederci accomunati come credenti accanto a tanti camminatori di ogni fede, sentiamo il dovere di dare il nostro contributo specifico, originale, coraggioso!

E il nostro contributo è quello di essere segno dell’inquietudine, richiamo del “non ancora”, stimolo dell’ulteriorità. Spina dell’inappagamento, insomma, conficcata nel fianco del mondo. Per una Chiesa coraggiosa e profetica
Riconosciamolo. Come Chiesa accusiamo ancora pesanti deficit di “parresia”. Siamo ancora fermi alla pace dei “filosofi”, e non ci decidiamo ad annunciare finalmente la pace dei “profeti”. Dovremmo essere indice puntato verso il totalmente “altro”, e verso il totalmente “oltre” gli isolotti raggiunti dalle minuscole asfittiche paci terrene, e invece siamo spesso prigionieri del calcolo, vestali del buon senso, guardiani della prudenza, sacerdoti dell’equilibrio.
E’ vero, sì, che i “profeti” debbono tenere conto delle lentezze con cui i “re” elaborano le mediazioni e le fanno camminare nella prassi quotidiana. E’ vero anche che devono accettare di vedersi sempre tra le mani eccedenze di annunci che non verranno mai canalizzare in scelte storiche concrete. Ma non tocca ai profeti operare riduzioni in scala.

E sarebbe ben triste che a provocare cadute di tensione, per quel che riguarda l’annuncio della pace, dovessero essere proprio loro. In certe comunità si densifica sistematicamente il sospetto. Si paventano strumentalizzazioni anche nelle scelte più generose a favore degli ultimi. Ogni occasione è buona per opporre, allo spirito delle intuizioni evangeliche di pace, il rigore della lettera che uccide. (…) Siamo arrivati al punto che, come cristiani, ci troviamo oggi nella necessità di dover recuperare i forti distacchi in tema di pace, che una moltitudine di non credenti ha inflitto a noi, titolari delle inesauribili riserve utopiche del Vangelo! La paura dell’olocausto nucleare ha fatto fare a loro più strada di quanta non ne abbiano fatta fare a noi la fede, la speranza, e l’amore. (…)”

Alessandro Cortesi op

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