la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Ss. Trinità – anno C – 2022

Prov 8,22-31; Rom 5,1-5; Gv 16,12-15

Nel suo agire Gesù rinvia in ogni suo gesto alla presenza del Padre. Al punto che il progetto della sua esistenza terrena può essere riassunto nei termini di compiere la volontà di colui che lo ha mandato (Gv 6,38). E così chiede ai suoi discepoli di fare altrettanto per essere suoi fratelli e sorelle nel mettere tutta la cura in scelte che siano trasparenza di tale accoglienza: ‘chi fa la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre’ (Mc 3,35).

Soprattutto il quarto vangelo evidenzia il rapporto unico, di dono, relazione e reciprocità tra Gesù e il Padre. Nel percorso esistenziale di Gesù si può scorgere il racconto del volto di “Dio che nessuno ha mai visto”. Per questo il IV vangelo utilizza l’espressione di ‘verbo’ ‘Parola’ per dire che nella vita di Gesù si è attuata la comunicazione piena del Padre a noi. La Parola, sapienza del Padre, ha piantato la sua tenda in mezzo a noi, si è fatta carne. In tale espressione il IV vangelo indica come nel volto di Gesù si può scorgere il dimorare di una presenza che affonda le radici nel mistero stesso di Dio. Il mistero più profondo dell’identità stessa di Gesù sta nella relazione con il Padre.

Prima della sua morte Gesù lasciò ai suoi la promessa di non lasciarli soli annunciando il dono dello Spirito di verità: “egli vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 16,14-15). Lo Spirito che aveva spinto Gesù nella sua missione è lo Spirito che lo guida nell’annunciare una bella notizia ai poveri, nel dare la vita in dono. Ancora il IV vangelo ricorda le promesse di Gesù sullo Spirito come presenza di cura che sta accanto, avvocato e consolatore, presenza vicina che ricorderà tutto quello che lui ha detto. Lo Spirito è il grande maestro e suggeritore che apre ad un incontro con Gesù, via verità e vita, in modi nuovi, nel cammino della storia: “egli vi guiderà alla verità tutta intera”. Ancora non abbiamo accolto pienamente quella verità che è la presenza di Gesù nella nostra vita. Lo Spirito è dono della Pasqua: il soffio di Gesù in mezzo ai suoi reca i doni dello Spirito e della pace. E’ il soffio di una nuova creazione, respiro di una vita nuova. In quel respiro i discepoli e le discepole saranno mandati a portare pace. La grande azione dello Spirito è ricordare la vita di Gesù, le sue parole e le sue scelte, il suo dono fino alla fine.

La presenza dello Spirito è dono che apre ad entrare in una relazione: “Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”.   

La tradizione teologica cristiana ha cercato di esprimere questo mistero di relazione e di amore parlando di tre persone unite insieme nell’essere un solo Dio, non come entità lontana ma come luce che permea ogni esistenza, non uno dei tanti nomi delle cose, ma il Nome che dà senso e permea tutti i nomi.

La nostra vita può aprirsi ad accogliere questo dono di comunione, a riconoscere come nel cuore, cioè nell’intimo di ogni persona può essere dato spazio a tale presenza. Da qui sorge un modo nuovo di intendere l’esistenza nella responsabilità e si apre la possibilità di sperare. La nostra vita è chiamata a fiorire nella comunione che sulla terra si realizza in percorsi di pace ed è destinata non alla solitudine ma all’incontro e all’amore: “La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”.

Alessandro Cortesi op

Trinità e storia

Tre immagini di questi giorni possono accompagnare la riflessione sul volto di Dio che è comunione in rapporto alla storia segnata da guerra e violenza ed insieme da ricerche e promesse di pace.

E’ un gesto che racchiude bellezza, denuncia e nel medesimo tempo custodisce un abisso di dolore: è il gesto di Ivanka Siolkowsky dopo la ritirata dell’esercito russo dal villaggio di Bucha nei pressi di Kiev in Ucraina, luogo dove sono stati perpetrati crimini di guerra e atrocità e sono state inferte sofferenze che hanno cambiato per sempre la vita delle persone di quei luoghi. La scelta di Ivanka è quella di sostare con i suoi pennelli e con il suo genio artistico sui segni lasciati dai proiettili e dalla potenza devastatrice delle armi. In questi giorni in cui la vita sta riprendendo il suo corso nel dolore che avvolge tutta la popolazione dopo l’incubo del periodo di occupazione Ivanka ha deciso di porre la sua abilità artistica nel segno della bellezza. Laddove sono presenti i fori dei proiettili che hanno colpito le case, le recinzioni dei giardini, le porte dei garage, con i suoi pennelli tratteggia profili di fiori e riempie questi fori bui di morte con colori di vita. E’ un gesto che parla di una resistenza che si attua non con i mezzi delle armi ma con gli strumenti inoffensivi dell’arte.

E’ un’alta protesta che chiede riconoscimento degli atti criminali attuati e non viene meno alle esigenze di giustizia. Nello stesso tempo è un gesto che apre futuro e speranza: quei fori di proiettili di arma da fuoco, sparati da mitragliatrici o da cannoni posti su carri armati, segno di una distruzione perpetrata in modo mirato, tesa a generare morte e a deturpare i volti e la vita, sono vinti e superati da gesti di bellezza. Nel panorama desolato di Bucha devastata dal fuoco dei combattimenti i colori dei fiori dipinti si accompagnano al verde di una primavera che fiorisce offrendo un drammatico contrasto tra la bruttura che è la guerra e la bellezza che non s’impone ma emerge nuovamente e tra le lacrime.

Un’altra foto famosa in questi giorni è tornata davanti ai nostri occhi (in occasione di una recente mostra fotografica a Milano). E’ la foto di Kim Phuc Phan Ti, scattata l’8 giugno 1972 dal fotografo dell’Associated Press Nick Ut nel paese di Trang Bang in Vietnam nel corso di un attacco dell’esercito statunitense con l’utilizzo di armi al napalm. La foto racconta di una fuga disperata di bambini che piangendo cercano rifugio allontanandosi dal fuoco e dal fumo dei bombardamenti. Sono bambini feriti e la nudità di Kim nel suo essere inerme e bruciata sulla sua pelle dagli effetti del napalm è messaggio che scuote le coscienze.

“Ho solo sprazzi di ricordi di quel giorno terribile. Giocavo con i cugini nel cortile del tempio. Un aereo ci è volato sulla testa. Un rumore assordante. Poi le esplosioni, il fumo e un dolore lancinante”. Questo il ricordo di Kim che scrive sul New York Times: “il napalm ti si attacca addosso, non importa quanto corri, causando orrende ustioni e dolore che dura tutta la vita”.

Quella foto, vincitrice del premio Pulitzer per il fotografo Nick Ut, rimane una  denuncia che smaschera ciò che la guerra è: devastazione e orrore che si riversano soprattutto sugli innocenti, i bambini. Oggi Kim vive a Toronto e presiede una fondazione  per sostenere i bambini vittime di guerra. “La prima volta che ho visto la mia foto, con me nuda, sono rimasta scioccata. Mi sono sentita così in imbarazzo, così vulnerabile. In seguito ho affrontato tanto dolore, traumi, incubi. L’arte della vita è vivere con amore, speranza e perdono perché solo questo può davvero cambiare il mondo” (cfr. IG ANSA/Daniel De Zennaro).

Una terza foto ci riporta nel Mar Mediterraneo e in Libia. In questi giorni Mohamed si è tolto la vita impiccandosi nel lager libico di Ain Zara. Aveva 19 anni. Mohamed aveva iniziato da tempo il suo cammino per giungere in Europa dove sperava di iniziare una vita di lavoro e di dignità. Ma era stato imprigionato durante la sua migrazione in Libia nel campo di Al Mabani  e lì aveva sperimentato le torture e le privazioni a cui sono sottoposti i migranti. Nell’ottobre dell’anno scorso dopo esser fuggito da quel lager si era unito al presidio davanti alla sede dell’UNHCR Libya e insieme ad altre migliaia di migranti per mesi ha chiesto di essere riconosciuto nei suoi diritti fondamentali di persona umana. Ma dopo più di tre mesi le milizie di Al Khoja hanno sgomberato con la forza il presidio imprigionando coloro che erano coinvolti. Mohamed è stato ricondotto in un altro lager a Ain Zara. E lì ancora gli orribili trattamenti disumani che sono perpetrati con il sostegno anche del nostro Paese che finanzia la Libia per trattenere i migranti al di fuori delle frontiere europee e ricondurli nei centri di detenzione dove sono tenuti in condizioni disumane e sottoposti a torture, violenze e ricatti. Mohamed si è impiccato dopo cinque mesi. Il giornalista Nello Scavo lo ha ricordato ponendo in luce le contraddizioni che viviamo in questi tempi: “Tripoli dista 1.000 chilometri esatti da Roma. Kiev quasi 1.800. All’Ucraina l’Italia invia armi. Anche alla Libia. Nel primo caso, per sostenere l’esercito che combatte l’aggressione di Mosca. Nel secondo, per impedire a profughi e migranti di raggiungere le nostre coste. Mohamed era uno di loro. Veniva da una provincia del Darfur, regione di mattanze per le quali a marzo, nel pieno della crisi ucraina, si è aperto un processo davanti alla Corte penale internazionale dell’Aja. Mohamed era nel campo di prigionia di Ain Zara, uno di quelli tenuti in piedi dalle autorità generosamente sostenute da Roma e Bruxelles. Anche la giustizia internazionale è gradita a giorni alterni. Quando Karim Khan, il nuovo procuratore dell’Aja, ha inviato gli investigatori in Ucraina, gli uffici stampa di leader politici e capi di governo europei hanno dovuto fare gli straordinari per inviare dichiarazioni alle agenzie di stampa, inondare i social di commenti, rilasciare interviste a sostegno della giusta causa contro i crimini di guerra commessi in Ucraina. Quando, negli stessi giorni, sempre Khan consegnava al Consiglio di sicurezza Onu il suo rapporto sulla Libia, la reazione è stata il silenzio. Non per indifferenza. Ma per lasciar cadere le accuse. Eppure era solo aprile: «Gli abusi contro i migranti – si leggeva nel report dell’Aja – possono essere qualificati come crimini di guerra e crimini contro l’umanità». Perché non ci fossero dubbi sulla corretta interpretazione, Khan parlava di «crimini commessi nei centri di detenzione». Strutture ufficiali sotto il controllo del governo. Quello di Ain Zara è tra i principali” (“Avvenire” 8 giugno 2022).

«Perdonaci, Mohamed, se abbiamo tradito la fraternità verso te e tutte le altre persone migranti, respinte in Libia e deportate nei lager con la nostra responsabilità». Queste le parole di don Mattia Ferrari, che a causa di minacce da parte di ambienti dei trafficanti e mafia libiche è ora sotto tutela della polizia italiana.

Alessandro Cortesi op

Navigazione ad articolo singolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: