la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Solennità del Corpo e sangue del Signore – anno C – 2022

Gen 14,18-20; 1Cor 11,23-26; Lc 9,11d-17

‘Melchisedek re di Salem, offrì pane e vino’: Melchisedek significa re di giustizia ed è re di Salem, città della pace. Il suo enigmatico gesto rivolto ad Abramo è offerta di alleanza: recando pane e vino reca nutrimento e pace: sono i segni della accoglienza, della promessa di pace. L’incontro si chiude con una benedizione per Abramo.

Anche Gesù ha compiuto gesti di ospitalità e condivisione espressione dello stile della sua vita: in un momento in cui la folla non aveva da mangiare Gesù prese i pani e i pesci disponibili dandoli ai discepoli perché li distribuissero. Il poco cibo a disposizione viene condiviso perché tutti ne potessero avere e fu così ampia la condivisione che tutti furono saziati.

Questo racconto è un momento decisivo del vangelo di Luca: dopo questo gesto infatti Gesù presenta la sua missione: è quella del messia che si dirige verso Gerusalemme dove sa che incontrerà ostilità e rifiuto fino a morire. Ma il suo cammino, la sua decisione di salire verso Gerusalemme è in coerenza al gesto della distribuzione di pani e dei pesci. La sua vita è tutta intesa come una condivisione, fino alla fine.

Il gesto dei pani richiama passaggi della storia di Isrele come l’episodio della manna nel deserto (Es 16,8.12; Num 11,21). Anche nel racconto di Luca si annota che  Gesù era in un luogo deserto. Così pure è richiamata la moltiplicazione dei pani compiuta dal profeta Eliseo per i discepoli (2Re 4,42-44). Eliseo, uomo di Dio invita a condividere il pane presentato come primizia e dice ‘Dallo da mangiare alla gente’ con la promessa che ne avanzerà anche, perché questo gesto reca in sé una fecondità inattesa.

Narrando il gesto di Gesù, Luca richiama anche i significati dell’esperienza eucaristica della prima comunità. Infatti i gesti compiuti da Gesù al momento del tramonto sono i medesimi narrati nell’incontro con i due discepoli di Emmaus che chiedono allo straniero incontrato sulla strada: ‘resta con noi perché si fa sera’. Anche a Emmaus Gesù prende il pane, pronuncia la benedizione, lo spezza e lo porge ai discepoli. E sono gli stessi gesti dell’ultima cena (Lc 22,19).

La distribuzione dei pani è ricordo della preoccupazione di Gesù perché le persone vicine avessero da mangiare, ma è anche gesto che rinvia al significato profondo dell’eucaristia. Gesù continua ad essere presente nella comunità e chiede: ‘date voi loro da mangiare’. Chiede ai suoi di sentire compassione come lui verso tutti coloro che sono affamati e li invita alla scelta della condivisione.

Paolo nella lettera ai Corinzi rimprovera una comunità che ha divisioni al suo interno e poi mangia la cena del Signore. Egli richiama all’autentico senso del mangiare insieme la cena del Signore: da lì deve nascere un rapporto nuovo di attenzione all’altro e di ospitalità. E conclude “quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri” (1Cor 11,33). E’ invito che si rinnova ad ‘aspettarsi’ per condividere non solo ciò che ognuno apporta ma la stessa presenza. L’Eucaristia è esperienza di attesa e di tensione al venire del Signore. Da questo condividere la cena deve sorgere una condivisione con i poveri e il riconoscimento del corpo ecclesiale che cresce proprio nel ritrovarsi a fare memoria di lui. Fare memoria di Gesù  implica vivere la cena del Signore come esperienza di attenzione ai poveri e di ospitalità.

Alessandro Cortesi op

Il cibo e la guerra

Una delle gravi conseguenze della guerra in Ucraina sta rendendosi sempre più evidente e preoccupante: nei depositi del porto di Odessa, che è assediato dalle forze navali russe sono depositati più di 25 milioni di tonnellate di grano. L’Ucraina è uno tra i paesi produttori di grano e le sue esportazioni raggiungono molti paesi nel mondo. Con l’esaurirsi delle scorte internazionali e la crescita dei prezzi si sta già profilando una crisi alimentare che tocca la vita dei Paesi più poveri, dell’Africa e del Medio oriente che dipendono in gran parte dal grano che proviene dall’Ucraina e dalla Russia. L’Ucraina è al quinto posto tra i paesi che esportano grano e al primo posto tra gli esportatori di olio di semi. Insieme Russia e Ucraina contribuiscono ad un decimo circa della alimentazione del mondo.

Dopo la guerra l’esportazione dall’Ucraina si è praticamente fermata ed in particolare è bloccato ogni movimento di merci che aveva nel porto di Odessa il suo snodo fondamentale. Ora bloccato per l’assedio russo e per le mine disposte a difesa di eventuali attacchi dal mare.

Secondo la FAO 53 Paesi del mondo dipendono almeno al 30% dal grano russo e ucraino; e 26 ben oltre il 50%. Il grano è divenuto una modalità con cui è condotta la guerra: una autentica arma.

L’attuale diminuzione delle esportazioni di grano e il blocco in atto sta già producendo fenomeni correlati in altre regioni del mondo, quali carestie, situazioni di disordine e migrazione da terre colpite dalla mancanza di cibo.

E’ in aumento il numero degli Stati che di fronte a questa crisi stanno chiudendo i confini alle esportazioni di grano per garantire il fabbisogno interno e prevenire eventuali crisi : così in India, Cina, Kazakistan e altri paesi.

Le conseguenze di tale crisi alimentare colpisce i Paesi più poveri e si associa ad un altro fattore, la crisi climatica: a fronte delle grandi siccità che stanno colpendo il mondo in diverse zone, si moltiplicano le misure per difendere il consumo interno ed evitare le esportazioni. In un tempo di crisi climatica l’ambito che per primo viene e soffrire è quello dell’agricoltura.

Sono oggi a rischio in moti Paesi la sicurezza alimentare e il diritto al cibo, due fondamentali obiettivi di sviluppo a livello internazionale.

Si conferma quanto papa Francesco nella lettera enciclica Laudato sì aveva espresso ponendo insieme atetnzione alla crisi ambientale e alla crisi sociale: “Quando parliamo di “ambiente” facciamo riferimento anche a una particolare relazione: quella tra la natura e la società che la abita. Questo ci impedisce di considerare la natura come qualcosa di separato da noi o come una mera cornice della nostra vita. Siamo inclusi in essa, siamo parte di essa e ne siamo compenetrati. Le ragioni per le quali un luogo viene inquinato richiedono un’analisi del funzionamento della società, della sua economia, del suo comportamento, dei suoi modi di comprendere la realtà. Data l’ampiezza dei cambiamenti, non è più possibile trovare una risposta specifica e indipendente per ogni singola parte del problema. È fondamentale cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura. (…) D’altra parte, la crescita economica tende a produrre automatismi e ad omogeneizzare, al fine di semplificare i processi e ridurre i costi. Per questo è necessaria un’ecologia economica, capace di indurre a considerare la realtà in maniera più ampia. Infatti, «la protezione dell’ambiente dovrà costituire parte integrante del processo di sviluppo e non potrà considerarsi in maniera isolata» (LS 139-141)

Siamo di fronte a grandi contraddizioni nel mondo attuale. Il cibo che viene prodotto nel mondo sarebbe sufficiente per sfamare dieci miliardi di persone (secondo uno studio curato nel 2012 dal Journal of Sustainable Agriculture), molte più della popolazione mondiale ma almeno un quarto va sprecato. E in questo quadro di crisi climatica e di crisi alimentare il grano è usato come arma di guerra per attuare ricatti, generando sofferenze che si riversano sui Paesi più poveri.

Alessandro Cortesi op   

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