la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “luglio, 2022”

XVIII domenica tempo ordinario anno C

Qoh 1,2;2,21-23; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21

Il tema dell’uso dei beni e del senso della vita in rapporto ai beni sta al centro delle letture di questa domenica.

Qohelet, il predicatore ha uno sguardo disincantato e disilluso. Anche di fronte a tutto ciò che nella vita appare pienezza e successo. Qohelet denuncia la vanità, la condizione di essere come spuma nel mare che svanisce, come nebbia al mattino. Non solo il godimento delle ricchezze ma la vita nel suo complesso è colta nel suo essere passaggio momentaneo e presto dissolto. Non solo ma Qohelet osserva con realismo che anche chi ha lavorato con sapienza e successo dovrà lasciare i suoi beni ad altri che non hanno faticato. E questo appare cosa ingiusta ed è indicato come vanità. Qohelet conosce la bellezza della vita umana, ma è osservatore disincantato e denuncia le contraddizioni e l’inconsistenza di tante cose fino a dire che tutto è flebile.

Nella pagina di Luca Gesù è posto davanti ad una richiesta di farsi giudice in un caso di divisione di eredità. Ma si sottrae a questo. Lascia spazio alla responsabilità e all’autonomia delle scelte per quello che riguarda l’uso dei beni. Non indica codici di regole da seguire. Richiama invece ad un orientamento di fondo: “Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”. Tre parole possono essere colte in questo avvertimento. La prima è attenzione: Gesù richiama ad essere attenti, nelle piccole e nelle grandi cose. L’attenzione si oppone alla superficialità, alla faciloneria, al dare tutto per scontato, a quell’attitudine distratta che diviene indifferenza e disinteresse per le cose, per gli altri. La seconda parola è cupidigia: Gesù richiama a tenersi lontani dalla insaziabile tensione ad aver sempre di più, dal desiderio smodato di accumulare, dalla spirale che investe ogni energia e preoccupazione della ita nell’orizzonte delle cose da possedere. E’ in fondo una forma di idolatria che si manifesta nel porre i beni o il denaro come motivo di fondo dell’esistenza al di sopra di tutto. Una terza parola è dipendere: Gesù apre la domanda su qual è il criterio che orienta le scelte della vita. E indica che la vita non deve dipendere ai beni: in tal modo suggerisce uno sguardo nuovo da maturare sulla vita e sugli altri. Contrariamente ad un modo di valutare le persone in base a quello che hanno, ai loro beni o alle loro ricchezza di ogni tipo, Gesù indica un nuovo sguardo possibile che riconosce dignità e valore a tutti, in particolare a chi è privo di beni. E fa scorgere come ciò che si oppone all’accumulo e al dipendere dai beni è la scelta della condivisione, il porre al primo posto le relazioni e non le cose, l’impegno a condividere con chi non ha beni sufficienti per vivere.

Nella parabola che segue il ricco è testimone di una stoltezza che non valuta il senso del tempo e la fragilità della vita. In Siracide si può già trovare una descrizione del ricco preoccupato ad immagazzinare beni e ignaro di tutto: “C’è chi è ricco a forza di attenzione e di risparmio; ed ecco la parte della sua ricompensa: mentre dice: ‘Ho trovato riposo; ora mi godrò i miei beni’ non sa quanto tempo ancora trascorrerà; lascerà tutto ad altri e morirà” (Sir 11,18-19). Tale riferimento della tradizione sapienziale viene ripreso nella parabola di Gesù. Quel ricco è indicato come stolto perché non sa scorgere nel tempo un’occasione per rispondere alla chiamata del regno di Dio. E’ la stoltezza che fa gravitare la vita attorno ai beni – accumulare tesori per sé – e nell’indifferenza verso gli altri ed impedisce di arricchire presso Dio: è questo il grande rischio a cui Gesù chiede di porre attenzione per orientare la vita sulle vie della condivisione. 

Alessandro Cortesi op

Denaro in testa

‘Il denaro in testa’ è il titolo di un libro scritto dallo psichiatra Vittorino Andreoli qualche anno fa (Rizzoli, 2012).  La trattazione traeva spunto dall’osservazione che il denaro ha  un influsso rilevante sul comportamento umano. E d’altra parte evidenziava la strabordante importanza assunta dal denaro nella vita contemporanea nel suo divenire una entità di tipo sacrale da cui far dipendere tutto e a cui assoggettare ogni aspetto della vita. Tale dominio del denaro sulla vita delle persone fa sì che ogni cosa e persona siano ridotte ad un valore di tipo commerciale nell’illusione che tutto si possa comprare. E d’altra parte si accresce l’angoscia per raggiungere un possesso di beni da cui tutta la vita viene fatta dipendere:  “Il problema sta nella misura di tutte le cose. In questa società è il denaro, ma dovrebbe essere l’uomo: l’uomo nudo si potrebbe dire, senza portafoglio, liberato dal denaro, un oggetto che appartiene al mondo, alla società, non al singolo. E nulla di ciò che è fuori di noi può dare una gratificazione al nostro Io interiore” (p.69).

Altre analisi hanno posto in luce come il mondo contemporaneo sia sottoposto ad un fenomeno di riduzione di tutto al mercato, che si connota non come il mercato in cui ognuno scambia le merci che sono esito del proprio lavoro, ma un mercato dominato dal potere della finanza e dei pochi centri che manovrano i grandi capitali. 

La concentrazione delle grandi ricchezze in settori sempre più ristretti delle società, i fenomeni della privatizzazione di tutti i beni, in particolare dei beni comuni, ma anche di molti settori della vita sociale, come la sanità e la scuola stesse, l’impoverimento diffuso di intere generazione come quella dei giovani costretti ad una precarizzazione della vita, sono processi in atto che corrispondono a tale dominio del denaro divenuto una sorta di idolo del tempo. Anche l’economia delle guerre è determinata dagli interessi di detentori di grandi capitali che hanno interesse a promuovere la produzione e l’uso delle armi…

Le vie per resistere sono difficili da percorrere ma la prima forma di opposizione a tale forma di dominio può essere proprio aprire gli occhi sul bisogno fondamentale della nostra vita non solo di possesso ma di felicità nei termini di una vita buona nella condivisione con gli altri. Il senso della vita non può essere trovato al di fuori in cose o in possessi ma nelle relazioni, in una rinnovata fiducia nell’umano e nel coltivare luoghi di relazioni che pongano al centro non la produzione o il possesso del denaro, ma la ricchezza delle relazioni viventi, la cura, l’accoglienza, la condivisione di ciò che si ha in termini di beni materiali e immateriali, la custodia dei beni comuni.

Alessandro Cortesi op   

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XVII domenica tempo ordinario anno C – 2022

Gen 18,20-21.23-32; Col 2,12-14; Lc 11,1-13

Luca è un vangelo attento alla preghiera: la preghiera di Gesù ritratto mentre si ritira in luoghi solitari, la preghiera dei discepoli, la preghiera di chi si rivolge a Gesù aprendo il suo cuore in atto di affidamento. Ad un certo punto Gesù è spinto dai suoi a dire loro qualcosa sul pregare ‘come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli’. Colpisce che tale richiesta avvenga mentre Gesù ‘si trovava in un luogo a pregare’. La cosa che fa pensare è che Gesù non insegnava con discorsi teorici o elaborando dottrine. La sua pratica pone interrogativo e uscita la domanda. E’ una indicazione preziosa questa. Non solo del fatto che Gesù pone il primato dell’esempio e del suo personale coinvolgimento su ogni forma di trasmissione teorica. Ma anche è significativa del silenzio di Gesù: un silenzio che non chiude in definizioni, in metodi, in formule l’esperienza della preghiera ma la lascia indefinita e aperta. Come la fede anche la preghiera è intrasmissibile e si scontra con l’esigenza di farsi trasmettere o di trasmettere proprio l’intrasmissibile. E questo cozza contro la mentalità di chi pensa che siano i programmi di diffusione, di indottrinamento, di spiegazione a dover assorbire tutte le energie e gli sforzi. Quasi che il grande tema della testimonianza e del coinvolgimento personale possa essere sostituito dalle questioni organizzative o dall’apprendimento di metodi.

Gesù accompagna a scorgere che la preghiera non è una questione di metodi o di scuole di spiritualità, nemmeno qualcosa che si insegna e s’impara. Piuttosto è sinonimo di incontro e di relazione. E per questo libero, originale, imprevedibile e difficilmente sottoponibile a regole come ogni incontro e relazione. Apprendere ad incontrare non è questione di lezioni teoriche o di metodo. Ogni regola è insufficiente, ogni fissazione di modelli rischia sempre di essere un tradimento di quell’incontro sempre nuovo e diverso, per ogni persona, per ogni comunità, per ogni epoca. Sta in questo la fragilità ma nel contempo la bellezza delle poche parole che Gesù lascia ai suoi, dicendo “non sprecate parole…”. La preghiera non è da intendere come un’opera ma come spazio per rendersi disponibili ad un dono, non un fare ma un lasciarsi fare, non un dire ma un lasciar spazio al respiro e al grido. ‘Abba’ Padre. Così le parole del Padre nostro si accentrano tutte su quell’invocazione che apre ad una cosicenza di comunione e di essere immersi nell’amore. E’ balbettio di bambini, apertura ad un Dio che prende in braccio le sue creature, che ha cura e sa ciò di cui abbiamo bisogno, quando e come. E’ l’esperienza insondabile di Gesù, l’esperienza del Padre come Abbà che si comunica a noi e rende partecipi dell’essere in Lui e del suo essere in noi. Paolo dirà: ‘voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: ‘Abbà, padre’ (Rom 8,15).

Le prime due richieste del ‘Padre nostro’ riguardano il realizzarsi del progetto di Dio: il suo nome ci è comunicato, il regno viene. Nella lingua di Gesù sono indicazioni di qualcosa già in atto e che chiede di essere colto nella sua fragilità, ma anche nella sua grandezza. Dio rivela il suo nome quando si attua liberazione e salvezza. La preghiera rinvia ad una responsabilità concreta fattiva nella storia. Il regno viene quando gli oppressi sono liberati. Le richieste del pane, del perdono e della fortezza nella prova rinviano al nutrimento quotidiano. Dio è colui ‘che rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati, … libera i prigionieri, ridona la vista ai ciechi, rialza chi è caduto’ (Sal 146,7-8). Il pane invocato è anche simbolo della comunione, della gioia condivisa e della fraternità con cui si identifica il regno di Dio. Il perdono ha origine solamente dall’alto e passa attraverso il perdono dato e ricevuto laddove rapporti umani sono stati offesi e feriti. Dono da invocare e ricevere, e via per rapporti nuovi con Dio e con gli altri.

L’ultima invocazione è di non soccombere nella prova. Anche Gesù nel momento pregò, facendosi esempio (Lc 22,39-46): la lotta è sostenuta affidandosi al Padre.

Ancora Luca ci ricorda che questo incontro con Dio è fecondo oltre ogni attesa: ‘Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate vi sarà aperto’.

Alessandro Cortesi op

Pregare…

Cosa vuol dire pregare? Che senso ha pregare? Come pregare in fedeltà al volto di Dio di Gesù? Sono domande che non hanno risposte preconfezionate. Sono esposte alla fragilità dell’esperienza e della ricerca di ognuno e ognuna. Nella fatica, nel dubbio, ma anche nel respiro della vita stessa che è soffio che spinge nelle profondità del cuore e oltre ogni confine. Forse è da seguire l’indicazione di Angelo Casati, raccolta nel discorrere di un incontro: “Leggi il Vangelo e respiri a pieni polmoni la libertà. Che ha un segreto: il segreto della libertà di Gesù è che lui il primato assoluto lo dà a Dio, lui adora Dio e nessun altro. Nessuno dunque può farla da padrone su di lui. Dio che non è un padrone, è il Signore della sua vita e, insieme, garante della sua libertà. A nessun altro potrebbe “vendere” la sua vita, sarebbe imprigionamento. Se la vendi a Dio, è libertà. Dio è fonte di libertà. Il primato va a quel pezzo di Dio che è in te, che i veri maestri dello spirito ti invitano a scoprire e ad adorare. Se sei fedele a questo pezzo di Dio che è in te, sei libero dalla pesantezza, dalla schiavitù degli altri e delle cose, dalle convenzioni abusate, dai codici senz’anima, dalle aspettative degli altri, dalle immagini che gli altri hanno di te. Per te contano gli occhi del tuo Signore, conta un piccolo pezzo di lui in te” (Angelo Casati, Pistoia 12.10.2011)

O forse è da ritrovare l’evocazione di quello che è preghiera in formulazioni che sgorgano dalle esperienze singolari e sentite. Come nelle parole di Adriana Zarri in questa sua ‘Preghiera del mattino’:

“Io voglio abbandonarmi a questo giorno che è una strada diritta che porta sempre più vicino alla tua casa. Voglio passare in mezzo a tutte queste ore come un mietitore in mezzo a un campo di grano che si riempie le braccia di covoni. Voglio superare tutti i perigli della vita per giungere, questa sera, coi piedi stanchi ma con gli occhi felici. Ma io sono una bambina che non sa camminare e per questo cerco la tua mano.  Sono una straniera che non conosce la strada e per questo seguo l’orma dei tuoi piedi. In ogni mattino che mi levo prendimi le mani e guidami e metti i tuoi passi davanti ai miei passi affinché possa vedere la mia via. Metti la tua spalla accanto alla mia spalla affinché mi possa appoggiare quando il cammino si fa duro. Liberami dalla stanchezza e difendimi dal male, perché possa giungere a sera ancora dietro alla traccia dei tuoi piedi, con la giovinezza e la freschezza del mio primo mattino. Scuoti via via la polvere dai miei vestiti e la consuetudine dal mio cuore; liberami dal male del tempo. Tu che sei nuovo in eterno. Fammi restare costantemente me stessa e togli dalle mie spalle l’incrostazione delle cose che tentano di sommergere la mia persona vera e di mostrare agli altri una copia di me. Come cancelli la notte e vesti l’aria di luce, così anche con me, Signore, spogliami di tutto per rivestirmi di novità. Non lasciarmi disperdere dalle voci della strada ma tienimi raccolta in me stessa a sentire la voce profonda delle cose e il soffio eterno della tua parola. Non lasciarmi sviare e deviare da ciò che non è e si veste di essere, da ciò che è male e si vernicia di bene, da ciò che è falso e si dipinge di vero. Difendimi dall’illusione e dall’inganno; proteggi la debolezza del mio intelletto con la certezza della tua verità. Stammi vicino se io tento di andare lontano, affinché non mi disperda nel buio. Rincorrimi se io tento di sfuggire affinché non cada nell’abisso. E tienimi ben salda e prigioniera nella libertà del tuo amore perché non abbia a cadere in servitù. Io non voglio andare da me, ma camminare all’ombra della tua presenza. Io voglio essere una piccola cosa nel tuo pugno; e che venga il freddo e la bruma e mi trovino nascosta nel cavo della tua mano.

Jana Predieri (pseudonimo di Adriana Zarri), L’arcobaleno delle ore, Ed. Il giorno Milano 1947, 31-32.

O ancora in questi stralci di preghiere di Franco Barbero tratte dal libro Preghiere d’ogni giorni. Pregare e lottare: una sintesi vitale, preghiere fatte di parole nutrite di quotidiano, di poesia ed anche di un  rinvio a non lasciarsi ingabbiare dagli schemi religiosi per lasciarsi guidare dal soffio dello Spirito.

Possiamo imparare

Possiamo imparare, con il Tuo aiuto, / a vedere, nelle persone che incontriamo ogni giorno, / dei compagni e delle compagne di viaggio. / Possiamo imparare ad  amare e rispettare / Questa terra generosa con noi, / averne cura nei nostri gesti quotidiani. / (…) Tu ci hai detto, o Dio, creatore d’ogni vita, / che la terra è Tua  e noi siamo ospiti e pellegrini. / Vogliamo imparare a non volere / Il sole e la luna solo per noi, / ma a condividere tutti i tuoi doni. (…)

Ci chiami alla semplicità

O Dio, che sovente parli nel sussurro del vento / o nelle vicende piccole e quasi impercettibili / e Ti manifesti  attraverso le persone / che il mondo ritiene insignificanti: / Aiutaci ad aprire i nostri cuori. / O Dio che in Gesù ci hai dato / Il supremo esempio di semplicità e di amore, / accompagna i nostri giorni perché possiamo / viverli in uno stile di vita sobrio e solidale: / O Dio, siamo come cinti d’assedio dalla paura che / Minaccia i nostri cuori e dalla violenza che imperversa / nelle strade, tra le nazioni, nei luoghi di lavoro. /Tieni i nostri cuori ancorati a Te, in quella pace più / profonda di mille tempeste e fà che Ti scopriamo / presente nei piccoli sentieri del nostro quotidiano come / fiduciosi costruttori di pace e di giustizia. (…)

Tu ci precedi

Dio del cielo e di tutte le terre, aiutaci a camminare nel vento della vita / Con la spensieratezza del passero che fa il nido, senza pensare che giungerà l’autunno. / Prima che i nostri occhi Ti cercassero, / Tu sei venuto verso di noi in mille modi. / Prima che le nostre labbra ti invocassero, / Tu hai deposto nei nostri cuori la Tua parola. / Apri ogni giorno il nostro cuore / A questo mistero di amore che ci avvolge. / Tu ci hai amato per primo / E ci doni anche oggi la forza di amare (…) / Nella fatica del viaggio / Davanti a Te, o Dio, stanno le nostre vite / Tu conosci fino in fondo i nostri cuori, / ci sei vicino nella luminosa freschezza dell’aurora, / non ci abbandoni quando sopraggiunge la sera. / Tu porti incisi nel Tuo grande cuore / I nomi e i volti di ciascuno/a di noi. / Tu sussurri all’orecchio parole di vita, / ci indichi i sentieri della vera felicità. / Dio del mattino, Dio del meriggio, Dio della sera: / Dio dei giorni di festa e Dio del quotidiano. / Dio che sembri assente eppure sei vicino, / noi oggi ti cerchiamo sulla strada di Gesù / anche attraverso la testimonianza delle Scritture (….)  

Che resti accesa la lampada

Signore, mantieni accesa la nostra lampada / E rendi vigilanti i nostri cuori. / Mostrati a chi ti cerca, / fatti incontro a chi non sa cercarti. / A chi è assetato dona un bicchier d’acqua, / a chi è sfrattato cerca una casa, / a chi è nelel tenebre / regala la luce del più bel mattino: / ma Tu lo puoi fare solo attraverso le nostre mani. / Non dimenticare coloro che vivono la sera della loro vita, / quelli che sono angosciati dalla solitudine, / quelli che non s’attendono più nulla dalla vita. / Quando verrà per tutti la festa senza fine / che Gesù ci ha promesso?

O Dio, supremo ‘eretico’

O Dio, grazie per aver dato a questa chiesa, assetata di sicurezza e così delirante da credersi infallibile, il dono degli eretici. Che cosa sarebbe mai diventata questa chiesa nei secoli, se tu non l’avessi continuamente risvegliata con il regalo di una continua schiera di eretici? (…) / Grazie, o Padre buono, per questo eretico di Nazareth / senza il quale la nostra vita sarebbe senza guida e, forse, / senza senso. Grazie, perché tu fai brillare / questa eresia vivente che è Gesù di Nazareth davanti agli / occhi e al cuore di milioni di uomini e donne che vogliono / lottare contro l’ingiustizia. (…) Padre, ancora una preghiera: solo tu puoi fare in modo che noi non roviniamo le eresie evangeliche facendole diventare a loro volta nuovi dogmi e nuove ortodossie. (…)

Grazie, o Dio

Grazie, o Dio, perché non Ti stanchi di invitarci a nascere e a rinascere, a risvegliarci dai sonni di irresponsabilità. Quando la nostra fede ritornerà a risuonare nelle vie del mondo come un appello alla libertà e alla giustizia? Quando, come figli e figlie di Te Creatore, lavoreremo per un mondo altro, quello che Tu non hai smesso di sognare?

XVI domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Gen 18,1-10; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

Betania, villaggio vicino Gerusalemme, luogo di passaggio. Lì Gesù trovava accoglienza presso la casa di amici: Lazzaro, Marta, Maria. Betania è luogo di amicizia vissuta, di sosta e di riposo: è casa laddove si respira aria di accoglienza delicata e benvolere. Gesù ha sperimentato nella sua vita il dono dell’amicizia, di quell’affetto umano che riempie la vita e la apre. A Betania assaporava l’ospitalità amica. Subito dopo la parabola del samaritano Luca tratteggia un momento di incontro a Betania di Gesù nel suo andare. Quasi si potrebbe leggere la domanda  del dottore della legge ‘maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?’, quale filo unico e conduttore della parabola del samaritano e della scena di Betania.

Nella tradizione è stato contrapposto l’atteggiamento di Marta tutta presa dai molti servizi e quello di Maria, seduta ai piedi di Gesù, che ascoltava la sua parola. La scelta migliore sarebbe quella di Maria in contrasto con l’agitarsi di Marta. Da qui le riflessioni sulla superiorità della contemplazione e della preghiera sull’attività e sul lavoro stesso.

Ma si può cogliere forse un messaggio di questa scena nel legame con la parabola del samaritano: Gesù ha appena detto che lo straniero e l’eretico che si era fermato era colui che si era scoperto prossimo dell’uomo ferito sulla strada e aveva così posto in atto ciò che è essenziale per avere la vita. Gli altri due, uomini religiosi, dediti al culto e alla preghiera non si erano fermati ed erano passati oltre e Gesù vede in loro il tradimento della fede in Dio che chiede di servire il fratello per incontrarlo. Cosa vale veramente? il servizio. E nella casa di Betania proprio Marta è delineata come ‘presa dai tanti servizi’: è una figura bella e positiva che esprime in modo diverso la medesima attitudine del samaritano, il prendersi cura. Ed accanto a lei Maria che ascoltava la parola di Gesù. Anche Maria si prende cura nell’accoglienza dell’ascolto. Sono in fondo due volti ma ne compongono uno solo. Non vi è contrapposizione di ascolto e azione: la scena di Betania richiama ad una ospitalità che si delinea come scoperta di essere prossimi, e si fa ascolto dell’altro. L’ascolto rimane sterile se non porta frutto nella vita e alla radice di un agire di servizio la radice di fondo è proprio l’ascolto. In questo senso è la parte migliore. Solo ne dare spazio all’altro si genera una relazione significativa. E certamente il servire deve mantenersi nell’apertura al riconoscimento dell’altro per non ridursi ad una azione ripiegata su di sé senza l’altro. Il centro dell’annuncio di Gesù è invito a ‘scoprirsi’ e ‘farsi’ prossimo: nell’incontro di Betania si sottolinea che il servizio non deve esaurirsi in se stesso, non deve impedire l’ascolto, degli altri e di Dio. Lo stare seduti ai piedi di Gesù è il gesto proprio di chi non dà troppa importanza nemmeno al nostro agire. E’ in fondo povertà e distacco. Stare rivolti verso l’altro, verso Gesù, è chiamata per tutte le discepole e i discepoli.

Alessandro Cortesi op

Cura

«C’è un legame tra la sfida ecologica e la prospettiva della cura, da sempre uno dei temi portanti del pensiero delle donne. Ed è particolarmente urgente in una fase nella quale prevale a livello globale un revival di violenza sull’inerme – sia esso la natura, l’ambiente, le donne o i migranti. Tutto ciò richiede una capacità di resilienza che le donne hanno sviluppato in secoli di marginalizzazione. Attingere a questa capacità diventa oggi una risorsa preziosa per proporre nuove visioni del mondo: tese alla difesa di ciò che è fragile e vulnerabile, alla solidarietà con chi non ha voce, alla contaminazione con l’altro da sé»

Così ricordava Elena Pulcini, filosofa da poco scomparsa contagiata dal Covid, nel suo intervento dal titolo “I molteplici volti della cura” tenuto nel gennaio 2021, nel periodo della pandemia, sviluppando temi cari alla sua ricerca e al suo impegno.

La cura è da lei intesa non nel senso assistenzialistico, o come attività da relegare ad alcuni – alle donne in particolare nella vita familiare – ma quale attitudine che risponde alla grande sfida di nuovi modi di relazione con gli altri e con la natura. Cura di sé stessi, degli altri, del cosmo, implica pensare in modo nuovo le relazioni  tutti i livelli dell’esistere e a concepire un’esistenza al di fuori del paradigma dell’antropocentrismo che ha segnato la storia e gli sviluppi della modernità.

Nella sua riflessione Elena Pulcni individua due grandi tratti che segnano la modernità: l’orizzonte dell’individualismo senza imiti, espressione dell’ideale del soggetto che si pone come sovrano di fronte alle cose e vive una attitudine di pretesa e di hybris, considerandosi padrone e detentore di un dominio senza limiti. E d’altra parte le forme del comunitarismo chiuso, della comunità endogamica, dell’egoismo di un ‘noi’ che si delimita e si pone in stato di assedio di fronte agli altri che costituiscono un pericolo e sono visti come nemici e da escludere: espressione di disagio da un lato e di difesa nei confronti dell’erosione dei rapporti sociali esito dei processi della globalizzazione. La sua lettura giunge a cogliere proprio nella crisi ecologica – e ad essa connessa la crisi sociale – i motivi per pensare in modo diverso la vita e le relazioni. Accogliere la vulnerabilità, avvertire la paura di fronte ai rischi che questo tempo pone può generare un nuovo tipo di etica non fondato sul dovere ma sulle passioni che muovono a sentirsi in relazione. Il prendersi cura dell’altro e della natura diviene oggi esigenza di una responsabilità da coltivare proprio lasciando spazio a quel coinvolgimento che sgorga non tanto dal dovere ma dal lasciare spazio alle passioni positive, nel rispondere delle proprie azioni e scelte, ma anche nella linea del rispondere  agli altri e alle generazioni future.

“Possiamo imparare dalla perdita, dall’esperienza della vulnerabilità che tutti ci accomuna, per recuperare valori perduti, che abbiamo sacrificato alla nostra hybris prometeica e al desiderio di varcare i confini dell’umano: valori come la dipendenza, la fragilità, la responsabilità. Una libertà senza la consapevolezza della vulnerabilità e senza assunzione di responsabilità è quella ci fa violare l’equilibrio naturale esponendoci al vaso di Pandora di mali che sempre più ci affliggono senza che sappiamo né vogliamo riconoscerli: come l’ormai tristemente familiare spillover, quel salto di specie che abbiamo provocato radendo al suolo foreste e polmoni verdi della terra, finendo per diventare noi stessi vittime di un virus libero di attraversare ogni frontiera e così potente da piegare non solo i nostri corpi, ma la nostra stessa forma di vita. Insomma, in questi tempi bui, come li chiamerebbe Hannah Arendt, abbiamo paradossalmente una chance: quella di mettere in atto un’inversione di rotta; anche perché in realtà lo stiamo già facendo, sebbene stentiamo a diventarne consapevoli. Basti riflettere su alcuni veri e propri rovesciamenti a cui siamo attualmente costretti nella vita quotidiana, per coglierne tutta la potenzialità eversiva. Stiamo già praticando, nel perimetro protetto ed intimo delle nostre case, nuove forme di vita, germogli di un’altra possibile libertà: che non si indebolisce, ma al contrario si rafforza se sa integrare la consapevolezza della fragilità dei corpi, della vulnerabilità dell’umano, della solidarietà verso gli altri, della responsabilità verso la natura e il pianeta che ci ospita. È solo muniti di questa libertà che possiamo affrontare il futuro” (ibid.).

Alessandro Cortesi op

XV domenica tempo ordinario – anno C

Seawatch 3 giugno 2022

Dt 30,10-14; Col 1,15-20, Lc 10,25-37

‘Chi è il mio prossimo?’ una domanda apre un dialogo. Gesù accetta di rispondere ma senza entrare in una questione da intellettuali religiosi.

Il dialogo ci riporta allo stile di Gesù, al suo parlare non per via di definizioni, non per via di precetti da imporre, ma accompagnando a scorgere le nostalgie del cuore, raccontando una vicenda in cui tutti potevano comprendere.  Un uomo è attaccato dai briganti, ed è lasciato dolorante e percosso, moribondo sulla strada tra Gerusalemme e Gerico, quella via che discendeva coprendo mille metri di dislivello per 30 Km circa tra la città del tempio e Gerico. Per quella strada passano diverse persone: un sacerdote prima, un levita poi, persone religiose, anzi custodi del sacro. Il primo forse scendeva dopo aver svolto il suo servizio settimanale nel tempio di Gerusalemme; il secondo aveva compiuto la sua mansione di inserviente o di cantore nel tempio. Erano due persone osservanti e religiose. Il sacerdote vide e passò oltre e così pure il levita vide e passò oltre. La ripetizione di questo passare e andare oltre riporta ad un vedere che non si lascia interrogare non solo da quell’uomo, ma dagli innumerevoli volti segnati dalla sofferenza, dalla violenza, dall’emarginazione verso i quali c’è indifferenza. Videro quell’uomo lasciato mezzo morto ma proseguirono. Forse lo videro senza scorgerne un volto, forse preoccupati delle osservanze cultuali. Il racconto non presenta le ragioni del perché non si fermarono: forse perché il contatto con il sangue o con un morto rendeva impuri e impediva di compiere azioni di culto, forse perché l’uomo era uno sconosciuto, per evitare incomodi e per poter continuare il loro cammino senza interruzioni. Un modo di intendere la fede staccata dal sentire il dolore dell’altro, oppure un modo di intendere la vita pesi solo dai propri affari.

Il samaritano, nemico ed estraneo invece vede e quel vedere lo porta a fermarsi, ad interrompere il suo cammino di fronte a quell’uomo ferito sulla strada. Tre verbi delineano il suo atteggiamento: lo vide, ne ebbe compassione e si fermò. Anch’egli vide ma non passò oltre. Il suo vedere lo porta a scorgere il volto di un uomo nella sofferenza e nel bisogno: il samaritano, a differenza degli altri due apparteneva ad una popolazione vista con sospetto dagli abitanti della Giudea: era considerato eretico, straniero e nemico.  Di fronte a quell’uomo che soffriva sulla strada il suo vedere è diverso, si lascia toccare e coinvolgere: riconosce in lui un volto di uomo da soccorrere perché nella sofferenza e nel bisogno. ‘Ne ebbe compassione’: avvertì in lui una sofferenza che lo prese nelle viscere, lo coinvolse come se fosse propria. Il verbo usato ‘avere compassione/essere preso nelle viscere’ è quello nella Bibbia è utilizzato per dire il sentire di Dio che si prende cura di chi soffre e delle vittime. A quel samaritano è attribuito il verbo del soffrire di Dio che sente su di sé le sofferenze dell’altro. E la com-passione si fa movimento di avvicinamento con un progredire di azioni concrete in rapporto a quel ‘lui’ che da sconosciuto diviene vicino. il samaritano scopre di essere prossimo: “gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò ad una locanda e si prese cura di lui”. Sono gesti concreti, gesti della cura che hanno al centro la persona. Quell’uomo è per il samaritano un ‘tu’ di cui prendersi cura, così come dice all’albergatore mettendo in atto un movimento più vasto che giunge dove egli stesso non può arrivare: ‘Abbi cura di lui…’.

Nel racconto il samaritano si prende cura dell’altro, riconosce nel sofferente non un nemico, ma un uomo da soccorrere. Il prossimo non è solamente chi appartiene al proprio gruppo, al proprio clan, alla propria confessione religiosa. Nel racconto Gesù mostra che il samaritano non si è chiesto teoricamente ‘chi è il mio prossimo’ ma ha scoperto il volto di chi soffriva. Gesù poi rinvia alla responsabilità personale: ‘chi è stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?’. Capovolge la domanda iniziale del dottore: non è importante domandarsi teoricamente ‘chi è il mio prossimo?’, ma scoprire nella vita imparando a vedere, a fermarsi e a provare compassione:  ‘a chi tu sei prossimo?’.

I gesti del prendersi cura sono l’unica parola credibile su Dio. In quei gesti si rende vicino il volto di Dio che chiede a noi di vivere una fraternità nuova.

Alessandro Cortesi op

Buon samaritano

Suggerisco la visione su youtube di questa presentazione della parabola del buon samaritano di don Marco Campedelli, a cui va tutta la solidarietà per la triste vicenda in cui è stato coinvolto dopo aver scritto una lettera aperta al vescovo Zenti che aveva scritto ai preti di Verona invitando a votare nelle lezioni per i candidati della destra. Come risposta è stato sospeso dall’incarico di insegnante di religione… Nel frattempo il vescovo dimissionario per limiti di età è giunto al termine del suo mandato ed è già stato nominato il suo successore.

Nella sua lettera aperta pubblicata da Adista (qui il testo) don Marco aveva suggerito questioni rilevati su cui riflettere. E forse sarebbe importante al di là della polemica affrontare i temi sollevati.

Questa vicenda ha anche posto in risalto l’urgenza di pensare a nuove forme per l’insegnamento della religione nella scuola, uscendo dall’ottica confessionale sotto il diretto controllo dei vescovi in cui attualmente è condotta in Italia. Varie sono le proposte che da tempo sono state presentate e che aprirebbero a possibili itinerari per promuovere una effettiva conoscenza delle religioni nel mondo attuale ed un’altrettanto fondamentale conoscenza della Bibbia e di testi delle diverse tradizioni religiose.  (ac) 

Salvataggio di migranti SOS Med 27 giugno 2022

Accoglienza

“Il presidente Draghi aveva fama di uomo pragmatico e competente, ma anche di solidi ideali. Dopo la visita in Turchia e l’incontro con il presidente Erdogan, rifulge il pragmatismo, si appanna la percezione di un’adeguata competenza in materia di migrazioni e politiche migratorie, appassisce purtroppo il profilo ideale”. Così Maurizio Ambrosini, studioso delle migrazioni, inizia il suo commento alle prese di posizione del presidente Draghi nella recente visita in Turchia (Deludente pragmatismo dell’abbraccio Draghi-Erdogan, “Avvenire” 7 luglio 2022). Così conclude il suo articolo: “resta l’amarezza di un pragmatismo che sacrifica, anche a parole, i diritti umani e la protezione dei rifugiati sulla base di una percezione infondata delle dimensioni del fenomeno e di una distribuzione schizofrenica della solidarietà: molta, giustamente, per gli ucraini, poca o nulla per siriani, afghani, iracheni e vittime di altre guerre a parte momentanee emozioni”.

Queste le parole di Draghi: «La gestione dei flussi migratori deve essere umana, equa ed efficiente, ma anche un Paese aperto come l’Italia ha dei limiti e ci siamo arrivati». E’ bene precisare che tali espressioni presentano un quadro che non ha riscontri nella realtà e si appiattisce sulla retorica dell’Italia vittima dell’invasione di migranti e al limite delle sue capacità di accoglienza.

I dati ufficiali offrono un quadro decisamente diverso della situazione: Da gennaio al 4 luglio 2022 sono approdate tra Sicilia, Calabria e Puglia 28.405 persone, una cifra di poco superiore ai 21.619 dei primi sei mesi del 2021. Sono numeri che nulla hanno a che vedere con i numeri di qualche anno fa (nel 2017 vi furono nei primi sei mesi 83.000 arrivi).

“Se un limite è stato raggiunto, si tratta della visione eurocentrica dell’immigrazione, perché, a fronte di una piccola parte di flussi che interessa davvero l’Europa, l’83% degli africani in fuga resta in Africa così come accade in Medioriente, dove la Turchia accoglie oltre 4 milioni di persone e il Libano quasi un milione» spiega il portavoce dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni Flavio di Giacomo al telefono da Lampedusa”. Così riporta Francesca Paci (Migranti siamo davvero al limite? “La Stampa” 7 luglio 2022). “‘I numeri contraddicono l’analisi di Draghi – ragiona la presidente di Medici senza Frontiere Monica Minardi -. Il limite che abbiamo superato è il numero di vite innocenti perse nel Mediterraneo, 3.231 nel solo 2021, mentre sulla migrazione si consuma un eterno dibattito ideologico’. Msf, con Sea-Watch e SOS Mediterranée, è tra le poche ONG rimaste in mare …. A conti fatti, l’Italia negli ultimi sei mesi è arrivata a quota 28 mila ingressi, meno della metà degli spettatori dello stadio Olimpico. In Grecia sono stati 1200, in Spagna 12 mila”.

Ma è un articolo a firma di Duccio Facchini direttore della rivista “L’altreconomia” dal titolo I dati su accoglienza e sbarchi che smentiscono il presidente del Consiglio – con allegati grafici – a presentare un quadro più analitico della situazione: “Al 30 giugno di quest’anno, dati del ministero dell’Interno alla mano, risultano accolte 89.897 persone: 423 negli hotspot, 59.946 nei centri straordinari prefettizi (Cas) e 29.528 in quello che dovrebbe essere il sistema ordinario (Sai, fu Sprar). Nel 2017 erano più del doppio, 183.681, poi crollate dopo il contrasto agli sbarchi, i respingimenti operati dalle milizie libiche e il ricorso alle navi quarantena come ‘filtro’ in ottica di rimpatrio. Pensare che 89.897 persone in accoglienza bastino per dichiarare la ‘misura colma’ fa specie – così come la ‘conta’ degli sbarchi, 165.404 dal primo gennaio 2018 al 5 luglio 2022, meno del solo 2016 -. Guardiamo a quanto sta accadendo con le persone in fuga dall’Ucraina. Dal 24 febbraio, l’inizio dell’invasione russa, al 6 luglio, sono arrivati in Italia in 145.829. Molte più persone di quante ce ne siano, da anni, in accoglienza. Così riguardo alle domande di asilo si rileva che nel 2021 a livello europeo i richiedenti sono stati 535.000: la Germania ne ha ‘assorbito’ il 27,7% (148.200), la Francia il 19,4% (103.800), la Spagna l’11,6% (62.100), l’Italia l’8,2%. Il ‘nostro’ dato in termini assoluto è pari a 43.900 domande, cioè meno di 1,5 richiedenti ogni 1.000 abitanti. (…) L’Italia, ed è così da anni, ai sensi del guasto ‘sistema Dublino’ è invece un Paese che dovrebbe ‘ricevere’ persone e non il contrario, come sostiene erroneamente il presidente Draghi”. Gianfranco Schiavone dell’ASGI osserva che “I migranti in questo fosco scenario sono solo ostaggi di trattative su chi si accaparrerà i fondi italiani per gestirli come vuole” (ibid.).

Le scelte govenrative in atto di Italia e Europa nel considerare le migrazioni appaiono ben lontane dal tener conto dei diritti umani di tante persone: molte aree nel mondo vivono situazioni di difficoltà. I siriani sono da anni costretti a fuggire a causa di una guerra devastante non meno grave di quella in Ucraina; moltissimi tra di loro sono rifugiati in Libano, un Paese in grave crisi economica e di sistema. Si deve poi pensare a tutti coloro che sono rinchiusi nei lager libici. I paesi del Corno d’Africa sono segnati da violenze, crisi alimentari e climatiche, così pure chi arriva dall’Afghanistan, una terra dimenticata.

Da tempo chi opera nel settore sta dicendo che si tratta di un fenomeno di lungo periodo, strutturale che esigerebbe un nuovo sistema di accoglienza ed una politica lungimirante per l’integrazione, e soprattutto una chiara determinazione nel far valere il rispetto per i diritti umani. Il Tavolo asilo ha recentemente presentato una serie di proposte per rivedere il sistema di accoglienza nel Paese (qui il testo con le proposte).

appare qunto mai urgente operare in tutti i modi per aiutare a far ‘vedere’ la realtà di tante persone che soffrono e per agire in modi concreti per costruire modi nuovi di vivere insieme basati sulla solidarietà e sulla cura.

Alessandro Cortesi op  

Lettera di solidarietà

Riporto qui di seguito la traduzione italiana della Lettera di solidarietà alla Famiglia domenicana in Ucraina, sottoscritta dai promotori di Giustizia e pace domenicani della regione Europa.

Disegno di una donna rifugiata ucraina

Lettera di solidarietà con la Famiglia domenicana in Ucraina

All’incontro dei promotori domenicani di giustizia e pace in Europa del 24 giugno 2022 abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare una relazione del nostro confratello Petro Balog, priore di Kiev. Ci ha parlato delle sofferenze causate alla popolazione civile dall’ingiusta aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina dal 24 febbraio 2022. Ci ha comunicato il dolore e l’apprensione per le vittime della guerra, per i milioni di sfollati e rifugiati, per tutti coloro che sono stati privati delle loro case e di tutti i loro beni.  Ci ha anche raccontato dell’impegno della famiglia domenicana in Ucraina a stare accanto alla popolazione sofferente, ad accompagnare gli sfollati, a dare rifugio ai civili durante gli attacchi alle città e i bombardamenti.

La situazione in Ucraina sfida noi domenicani a offrire la nostra riflessione e il nostro impegno per contrastare la logica della guerra, per trovare modi per ridurre la violenza, per promuovere modi di nonviolenza attiva per combattere le aggressioni e i crimini ingiusti e per costruire la pace nella giustizia. Nella fedeltà al Vangelo siamo chiamati a testimoniare che la guerra e le armi non portano soluzione ai conflitti e generano ingiustizia e sofferenza. 

Ricordiamo l’invito di papa Francesco:

“Gesù ha tracciato la via della nonviolenza, che ha seguito fino in fondo, fino alla croce, con la quale ha realizzato la pace e distrutto l’inimicizia (cfr. Ef 2,14-16). Pertanto, chi accoglie la Buona Novella di Gesù, sa riconoscere la violenza che porta dentro di sé e si lascia guarire dalla misericordia di Dio” (Messaggio per la Giornata della Pace 2017).

Desideriamo esprimere la nostra solidarietà al popolo ucraino e in particolare alla Famiglia domenicana in Ucraina in questo momento di dolore e violenza. Preghiamo il Signore per loro affinché ci sia una fine immediata delle ostilità, si possano trovare le vie per costruire la pace nella giustizia, si possano accogliere e confortare le tante persone che soffrono.

Negli ultimi mesi, l’ondata di solidarietà internazionale dei Paesi occidentali, in particolare verso il popolo ucraino, ha dimostrato che è possibile attuare politiche concrete di sostegno, accoglienza e protezione. Allo stesso tempo, questa situazione ha messo in evidenza la differenza di trattamento dell’Europa nei confronti delle persone in fuga dalla guerra in Ucraina rispetto al trattamento riservato ai migranti in fuga da altre terre come l’Afghanistan, l’Iraq, il Medio Oriente, i Paesi dell’Africa sub-sahariana, ecc. Come ha ricordato suor Pilar Del Barrio nel suo intervento alla riunione dei promotori, l’attenzione alla vicenda dell’Ucraina dovrebbe renderci più sensibili alle sofferenze dei popoli dimenticati e alle tante guerre in corso nel mondo.

Nell’esprimere la nostra solidarietà alla famiglia domenicana ucraina, invitiamo le nostre comunità a promuovere l’attenzione a tutte le situazioni di violazione dei diritti fondamentali nel mondo, e in particolare a mettere in atto scelte di accoglienza e solidarietà, privilegiando i progetti di missione che esprimono compassione per chi fugge da guerre e violenze.

28 giugno 2022

Di seguito le firme dei promotori che hanno sottoscritto la lettera

– Alessandro Cortesi op – promotore regionale JP Europe

– Manuel Rui – promotore di JP Portogallo

– Stephen Cummins op – promotore di JP Irlanda

– Petro Balog – promotore di JP Ucraina

– Ivan Attard – promotore di JP Malta

– Francesco Compagnoni op – promotore di JP Prov. San Domenico Italia

– Richard Finn op – Direttore dell’Istituto Las Casas per la Giustizia Sociale – Oxford

– Gabriele Scardocci op – vice promotore di JP Prov. Romana s. Caterina Italia

XIV domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Is 66,10-14; Gal 6,14-18; Lc 10,1-2.17-20

“quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo”. Il messaggio dello scritto ai Galati è un annuncio della libertà cristiana in contrasto con il rischio, sempre presente, dello svuotamento del vangelo. Paolo affronta la questione delle richieste per seguire Gesù: per stare con lui, non è necessario sottostare alle norme culturali articolate in un sistema religioso ma è esperienza di relazione e di incontro che apre oltre le chiusure e la pretesa di superiorità rispetto agli altri che genera ostilità ed esclusione.

Il dono d’incontro con il Signore Gesù è possibilità di una relazione nuova che coinvolge discepoli che provenivano dal popolo ebraico ma si apre anche al mondo dei ‘pagani’. Paolo aveva comunicato questo nella sua predicazione ai Galati e ora non nasconde la sua delusione: essi avevano accolto il ‘vangelo’ da lui annunciato come forza liberante, ma ben presto si erano volti a chi intendeva riportarli alle strettoie di una legge intesa come elemento di chiusura e di opposizione all’altro. Paolo così reagisce duramente contro chi poneva la condizione seguire l’osservanza della legge giudaica per essere cristiani. Per Paolo rimane fondamentale l’esperienza sulla via di Damasco: lì gli si era reso chiaro che Gesù Cristo gli era venuto incontro per primo donandogli una luce nuova sulla sua vita e sulla sua missione: la salvezza è dono senza alcuna condizione previa, non è conquista di tipo religioso. Il cammino del credere apre alla riconoscenza e alla responsabilità per tale dono, senza erigere barriere, senza esclusioni, testimoniando e ricordando la libertà dono del vangelo. Non si conquista quindi una salvezza attraverso l’obbedienza alla legge. Ma si tratta di accogliere un dono e condividerlo. Da qui sorge la gratitudine. Dal riconoscersi afferrati dell’amore – e  per Paolo la croce è evento di amore – sorge la riconoscenza che diventa cammino esistenziale. Se nella vita ci si scopre salvati si apre un modo nuovo di impostare i rapporti e uno sguardo diverso alla vita stessa nella gratuità, nell’accoglienza, nell’orientamento alla pace. Il dono di relazione ricevuto chiede di essere comunicato.

Luca narra l’invio da parte di Gesù dei settantadue discepoli. Sono mandati a raccogliere i frutti di una semina che non viene da loro. Le messi già pronte per la mietitura indicano un’opera dello Spirito già in atto. Ciò che si richiede ai discepoli è capacità di riconoscimento e disponibilità al servizio. Sono inviati a riconoscere la fecondità dell’agire di Dio e ad accogliere.

Gesù non predispone un gruppo specializzato: questo invito è per tutti, discepoli e discepole. Il numero settantadue è simbolico e nella tradizione biblica indicava i popoli dell’umanità originaria (Gen 10). L’invio di Gesù è rivolto così a tutti e riguarda l’invio alle messi. Si tratta di una fecondità già in atto da riconoscere e raccogliere che coinvolge tutti i popoli. 

Gli inviati sono chiamati a vivere il loro cammino senza appesantimenti inutili e dannosi – ‘non portate borsa, né bisaccia, né sandali’ e con uno stile che rifiuta violenza ed imposizione – ‘come agnelli’ -. Gesù chiede di portare pace e proprio nella casa cioè nell’incontro nei luoghi della vita inizia a costruirsi la pace: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa!”.

Si tratta di una parola importante per noi in questo tempo in cui la mentalità della guerra è pervasiva di ogni settore della vita. E’ un mandato che richiede condivisione, disponibilità ad entrare nelle città, ad accogliere innanzitutto l’ospitalità ed offrire accoglienza, prendersi cura per percorsi di guarigione e liberazione e non stancarsi di indicare l’orizzonte del regno di Dio: “Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”.

Alessandro Cortesi op

Io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace

Riprendo come motivo di riflessione alcune parole di Olga Sedakova, poetessa russa, nella bella intervista a Natalino Valentini, pubblicata da “Il Regno”, 19 giugno 2022 qui consultabile interamente

– Ol’ga Sedakova, come ha vissuto l’accrescersi delle tensioni che hanno portato al conflitto in atto?
«Devo confessare che per me è molto difficile e doloroso parlare della situazione in cui ci troviamo. In tutta la mia vita non ricordo un periodo peggiore. Il tuo paese sta facendo cose imperdonabili e tu non hai modo di fermarlo o di dichiarare apertamente, pubblicamente, il tuo parere neppure ai tuoi connazionali.
Io, come tutte le persone a me vicine in Russia, fino all’ultimo giorno mai avrei immaginato che una cosa del genere fosse possibile: le truppe russe che bombardano Kharkiv, Odessa, Kiev… Posso dire lo stesso dei miei amici e conoscenti in Ucraina. Nessuno se lo aspettava. Non è stata la tensione tra il popolo ucraino e quello russo di cui si parla. Non ce n’era sostanzialmente nessuna. La propaganda ufficiale stava lavorando per creare un’immagine di “ucraini orribili, neonazisti”. Ma non avrei mai immaginato che questa educazione all’odio avesse una risonanza così pervasiva e diffusa».

(…)

– In uno splendido suo saggio sul Dottor Živago ha magnificamente affermato: «La compassione come dono dello Spirito Santo è la versione russa dell’Amore». Che ne è oggi di questa «compassione»?
«Queste mie parole, e in realtà tutto ciò che ho scritto, ora sono come cancellate, messe in discussione. Non si tratta solo delle mie parole, ovviamente. Tutto ciò che di solito s’associa alla cultura russa: il suo particolare umanesimo, la compassione che riserva alle creature più sgradevoli e insignificanti, la sua grande empatia: dov’è tutto questo se i compatrioti di Leone Tolstoj e di Puškin commettono crudeltà inaudite, tali da essere definite “subumane” da chi le ha viste? (…) Come dice Anna Achmatova, “il debole in Puškin ha sempre ragione”.
E allora dov’è ora questo senso di “giustizia verso il debole”? Perché non ferma gli stupratori e coloro che danno ordine di bombardare civili nelle città? Dove trovarla in coloro che si rifiutano di provare compassione per le vittime? (…) Su queste domande e possibili risposte i nostri intellettuali stanno discutendo per ora on-line.
Posso solo rispondere che né Alexander Puškin, né Lev Tolstoj, né Boris Pasternak hanno inventato quello che hanno detto. Era nell’aria in cui sono cresciuti, nell’acqua – per dirla con Dante – che hanno bevuto, nella lingua in cui hanno ascoltato le ninna nanna da piccoli. Tutto questo rimane oggi, dopo la scuola di crudeltà e disumanità che il nostro paese ha attraversato nel XX secolo? Penso di sì e ne vedo gli esempi.
La catastrofe è che molte persone in Russia non hanno nulla a che fare con la cultura russa. Non ne conoscono il sapore. La cosa terribile è che proprio coloro che sono “fuori dalla cultura”, che credono solo nella violenza, che disprezzano l’uomo, ora in Russia hanno il diritto assoluto di prendere decisioni statali da cui dipende il destino del mondo e il destino di ognuno di noi»”.

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