la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XVIII domenica tempo ordinario anno C

Qoh 1,2;2,21-23; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21

Il tema dell’uso dei beni e del senso della vita in rapporto ai beni sta al centro delle letture di questa domenica.

Qohelet, il predicatore ha uno sguardo disincantato e disilluso. Anche di fronte a tutto ciò che nella vita appare pienezza e successo. Qohelet denuncia la vanità, la condizione di essere come spuma nel mare che svanisce, come nebbia al mattino. Non solo il godimento delle ricchezze ma la vita nel suo complesso è colta nel suo essere passaggio momentaneo e presto dissolto. Non solo ma Qohelet osserva con realismo che anche chi ha lavorato con sapienza e successo dovrà lasciare i suoi beni ad altri che non hanno faticato. E questo appare cosa ingiusta ed è indicato come vanità. Qohelet conosce la bellezza della vita umana, ma è osservatore disincantato e denuncia le contraddizioni e l’inconsistenza di tante cose fino a dire che tutto è flebile.

Nella pagina di Luca Gesù è posto davanti ad una richiesta di farsi giudice in un caso di divisione di eredità. Ma si sottrae a questo. Lascia spazio alla responsabilità e all’autonomia delle scelte per quello che riguarda l’uso dei beni. Non indica codici di regole da seguire. Richiama invece ad un orientamento di fondo: “Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”. Tre parole possono essere colte in questo avvertimento. La prima è attenzione: Gesù richiama ad essere attenti, nelle piccole e nelle grandi cose. L’attenzione si oppone alla superficialità, alla faciloneria, al dare tutto per scontato, a quell’attitudine distratta che diviene indifferenza e disinteresse per le cose, per gli altri. La seconda parola è cupidigia: Gesù richiama a tenersi lontani dalla insaziabile tensione ad aver sempre di più, dal desiderio smodato di accumulare, dalla spirale che investe ogni energia e preoccupazione della ita nell’orizzonte delle cose da possedere. E’ in fondo una forma di idolatria che si manifesta nel porre i beni o il denaro come motivo di fondo dell’esistenza al di sopra di tutto. Una terza parola è dipendere: Gesù apre la domanda su qual è il criterio che orienta le scelte della vita. E indica che la vita non deve dipendere ai beni: in tal modo suggerisce uno sguardo nuovo da maturare sulla vita e sugli altri. Contrariamente ad un modo di valutare le persone in base a quello che hanno, ai loro beni o alle loro ricchezza di ogni tipo, Gesù indica un nuovo sguardo possibile che riconosce dignità e valore a tutti, in particolare a chi è privo di beni. E fa scorgere come ciò che si oppone all’accumulo e al dipendere dai beni è la scelta della condivisione, il porre al primo posto le relazioni e non le cose, l’impegno a condividere con chi non ha beni sufficienti per vivere.

Nella parabola che segue il ricco è testimone di una stoltezza che non valuta il senso del tempo e la fragilità della vita. In Siracide si può già trovare una descrizione del ricco preoccupato ad immagazzinare beni e ignaro di tutto: “C’è chi è ricco a forza di attenzione e di risparmio; ed ecco la parte della sua ricompensa: mentre dice: ‘Ho trovato riposo; ora mi godrò i miei beni’ non sa quanto tempo ancora trascorrerà; lascerà tutto ad altri e morirà” (Sir 11,18-19). Tale riferimento della tradizione sapienziale viene ripreso nella parabola di Gesù. Quel ricco è indicato come stolto perché non sa scorgere nel tempo un’occasione per rispondere alla chiamata del regno di Dio. E’ la stoltezza che fa gravitare la vita attorno ai beni – accumulare tesori per sé – e nell’indifferenza verso gli altri ed impedisce di arricchire presso Dio: è questo il grande rischio a cui Gesù chiede di porre attenzione per orientare la vita sulle vie della condivisione. 

Alessandro Cortesi op

Denaro in testa

‘Il denaro in testa’ è il titolo di un libro scritto dallo psichiatra Vittorino Andreoli qualche anno fa (Rizzoli, 2012).  La trattazione traeva spunto dall’osservazione che il denaro ha  un influsso rilevante sul comportamento umano. E d’altra parte evidenziava la strabordante importanza assunta dal denaro nella vita contemporanea nel suo divenire una entità di tipo sacrale da cui far dipendere tutto e a cui assoggettare ogni aspetto della vita. Tale dominio del denaro sulla vita delle persone fa sì che ogni cosa e persona siano ridotte ad un valore di tipo commerciale nell’illusione che tutto si possa comprare. E d’altra parte si accresce l’angoscia per raggiungere un possesso di beni da cui tutta la vita viene fatta dipendere:  “Il problema sta nella misura di tutte le cose. In questa società è il denaro, ma dovrebbe essere l’uomo: l’uomo nudo si potrebbe dire, senza portafoglio, liberato dal denaro, un oggetto che appartiene al mondo, alla società, non al singolo. E nulla di ciò che è fuori di noi può dare una gratificazione al nostro Io interiore” (p.69).

Altre analisi hanno posto in luce come il mondo contemporaneo sia sottoposto ad un fenomeno di riduzione di tutto al mercato, che si connota non come il mercato in cui ognuno scambia le merci che sono esito del proprio lavoro, ma un mercato dominato dal potere della finanza e dei pochi centri che manovrano i grandi capitali. 

La concentrazione delle grandi ricchezze in settori sempre più ristretti delle società, i fenomeni della privatizzazione di tutti i beni, in particolare dei beni comuni, ma anche di molti settori della vita sociale, come la sanità e la scuola stesse, l’impoverimento diffuso di intere generazione come quella dei giovani costretti ad una precarizzazione della vita, sono processi in atto che corrispondono a tale dominio del denaro divenuto una sorta di idolo del tempo. Anche l’economia delle guerre è determinata dagli interessi di detentori di grandi capitali che hanno interesse a promuovere la produzione e l’uso delle armi…

Le vie per resistere sono difficili da percorrere ma la prima forma di opposizione a tale forma di dominio può essere proprio aprire gli occhi sul bisogno fondamentale della nostra vita non solo di possesso ma di felicità nei termini di una vita buona nella condivisione con gli altri. Il senso della vita non può essere trovato al di fuori in cose o in possessi ma nelle relazioni, in una rinnovata fiducia nell’umano e nel coltivare luoghi di relazioni che pongano al centro non la produzione o il possesso del denaro, ma la ricchezza delle relazioni viventi, la cura, l’accoglienza, la condivisione di ciò che si ha in termini di beni materiali e immateriali, la custodia dei beni comuni.

Alessandro Cortesi op   

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