la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XIX domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Sap 18,3.6-9; Eb 11,1-2.8-19; Lc 12, 32-48

“Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava… Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre…”. L’ascolto di una chiamata di Dio nella vita apre ad un viaggio, ad un camminare, ad un andare oltre che si radica unicamente sulla promessa. Ed apre orizzonti imprevedibili, inattesi. Dio chiese ad Abramo di guardare le stelle nel cielo e di camminare sulla terra.

Guardare il cielo è sguardo all’oltre che rinvia sempre all’altro da incontrare costruendo sentieri di pace. Camminare sulla terra è abbandono di legami per uscire, ma è anche apertura a sentire che la terra è affidata per divenirne custodi. La terra dell’ambiente e la terra delle persone e dei popoli. Dio chiama a stringere nuovi legami di alleanza con il creato e di fraternità seguendo le vie della pace, lottando contro tutto ciò che provoca inimicizia.   

“Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze”. Essere pronti: questo chiede Gesù non tanto per instillare paura e per porre di fronte ad una minaccia. Indica invece come il cammino dei discepoli sta su una via di responsabilità nel presente. La prontezza è attitudine di chi veglia e si prende cura, di chi resiste alla distrazione, all’indifferenza, a tutto ciò che impedisce di maturare consapevolezza sulle situazioni e di agire. Essere pronti è proprio di chi è disponibile a partire aprendosi a chiamate inedite che si fanno strada tra le pieghe del quotidiano, nei volti e nelle situazioni. Essere pronti significa così custodire e ad essere responsabili. Oggi avvertiamo una chiamata particolare ad essere responsabili della casa comune del creato e della casa delle relazioni, da quelle più vicine a quelle dei popoli. Stare pronti significa allora maturare attenzione alle cose, alle persone, dare spazio a quell’ascolto che è prima forma di accoglienza.

Il padrone della parabola affida una casa e tornerà dalle nozze: la fedeltà nell’attesa è chiamata rivolta a chi si trova affidato un compito. Amministrare è pensare il rapporto con le cose e con gli altri non in termini di possesso ma di rispetto, di custodia, di cura. La terra non è dominio a disposizione di un uomo centrato su sé stesso e sul proprio potere. La terra è prestata. Oggi sperimentiamo il disastro di un rapporto con la natura inteso nel senso del dominio. La natura stessa non è proprietà, è dono da amministrare con attenzione, affidato ‘per coltivare e custodire’. Oggi vediamo anche l’orrore a cui conduce pensare i rapporti dei popoli secondo logiche imperialistiche, senza disponibilità a comprendere l’altro. Vi è un affidamento a cui rispondere con creatività e coraggio. Amare è scoprire affidamenti molteplici e reciproci. Essere pronti significa anche questo: essere aperti a riconoscere sempre che siamo per il Signore che ci affida la terra e gli altri e Lui per primo ha cura di noi.

Alessandro Cortesi op

Cura e parole

Nei giorni scorsi a causa di un incidente è mancato Luca Serianni, noto docente di storia della lingua italiana, attento scrutatore delle parole. Dal suo insegnamento condotto con passione emerge un messaggio di cura, per le persone, per le parole. Nell’ultima sua lezione nell’Aula Magna della Sapienza dove aveva per molti anni insegnato ebbe a dire davanti ai suoi studenti: “Ho avuto nel mio lavoro, come riferimento, il secondo comma dell’articolo 54 della Costituzione: ‘I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e con onore’. In questo senso, per me, voi rappresentate lo Stato”.

Disciplina e onore, quasi sinonimi di quella cura che iniziava dall’attenzione alle parole, come elementi della casa della lingua quale casa comune che consente legami di vita e di costruzione condivisa in relazioni sempre aperte. Parlare è infatti movimento di fiducia che lancia ponti verso l’altro, che costruisce un ‘noi’ in cui vi è una radicale attesa di essere compresi e di farsi comprendere. L’uso della parola è esercizio di preparazione, di coltivazione, di custodia di rapporti.

In quell’ultima lezione del giugno 2017 ebbe a dire parole importanti sull’insegnamento che egli aveva vissuto intensamente con riconoscenza verso suoi grandi maestri come Arrigo Castellani: «Insegnare è soprattutto trasmettere un certo modo di vedere le cose, da una generazione all’altra» Parlando così di chi ha scelto l’insegnamento affermava che ha «scommesso sui propri scolari, e in generale sui giovani, sulla loro capacità di apprendere quale che sia il punto di partenza» e «non può prendersi il lusso di essere pessimista». Così lo ricorda un suo allievo  Giuseppe Antonelli divenuto poi docente e collega: Passavamo un’ora a prendere ininterrottamente appunti, perché ogni parola era illuminante. Finivamo con un crampo alla mano e un sorriso stampato in faccia. Il tempo volava: perché da ogni parola traspariva la cura, la dedizione, la gioia per quello che stava facendo”. (G.Antonelli, Morto Luca Serianni, un linguista che illuminava con le parole, “Corriere della sera” 22 luglio 2022 ). Sono illuminanti le sue osservazioni espresse in un volume che raccoglie un dialogo sul senso della lingua in cui sottolineava l’importanza degli scritti di divulgazione. Sottolineava il ruolo delle parole e della lingua con sguardo a favorire un senso di comunità che riguarda tutti: insisteva “riguarda i “nuovi italiani”, ai quali bisogna assicurare tutti i diritti dei nativi, a partire dalla lingua”. “Nel caso della lingua italiana, avverto anche l’esigenza di un certo impegno civile: diffondere la padronanza della lingua e della sua storia è un modo per rafforzare il senso di appartenenza a una comunità”.  (da Il sentimento della lingua. Conversazione con Giuseppe Antonelli, il Mulino 2019; cfr. La lingua italiana è un diritto).

Accademico dei Lincei, trovava orientamento nella sua ricerca e nel suo insegnamento dalla convinzione di poter comunicare in modo semplice anhe il frutto più raffinato degli studi perché la parola potesse essere tessitura di una comunicazione capace di coinvolgere in un cammino comune di popolo che si forma con legami di solidarietà.

“La sua lezione di studioso si lega profondamente alla testimonianza di cristiano – così annota Andrea Riccardi – proprio nel valore della parola, parola degli uomini e delle donne, parole dei profeti, parola di Dio. Egli scrive in un libro, intitolato ‘Parola’: «L’importanza della parola, che può essere fonte di vita o di morte, di giustizia e di ingiustizia, di illuminante sapere o di cieca ignoranza è ben presente nelle tre religioni rivelate, che non a caso si definiscono ‘religioni del libro’…». Serianni è stato un uomo della parola: parola studiata, parola del credente, parola leale con gli amici e i colleghi, parola comunicata con la sapienza di decenni di studio e di confronto costante. Fragile e riservato, ha vissuto proprio abitato da questa forza della parola” (A.Riccardi, Serianni il ‘francescano’ ricco solo della parola, “Avvenire” 22 luglio 2022).

Alessandro Cortesi op

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