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I domenica di Avvento – omelia

Avvento ci raggiunge come tempo di nuovo inizio, un nuovo anno liturgico, un nuovo inizio. Ma ci raggiunge in un’atmosfera generale segnata dalla disattenzione. In questi giorni siamo presi dalla frenesia di dover acquistare, ieri il black Friday… domani Natale… già luminarie e annunci per alimentare una nuova ondata di spese … Siamo presi dalle emozioni del mondiale di calcio -e ben venga la preziosità dello sport come momento di unione e di incontro tra popoli, di competizione nel rispetto di regole e nell’agonismo e non con l’uso delle armi. Ma ciò avviene mentre è generale la disattenzione, forse il non voler guardare, verso chi ha costruito quegli stadi avveniristici del Qatar e ha visto morire, uno dopo l’altro, i propri compagni sfruttati in una vita da schiavi. Ed ancora generale è la disattenzione verso ciò che sta accadendo in Iran, una autentica rivoluzione, in cui popolazioni intere di villaggi e città scendono in piazza e studenti nelle università e nelle scuole si uniscono al grido “donna, vita, libertà” al seguito di giovani donne coraggiose che sciogliendosi i capelli protestano contro un regime teocratico e oppressivo esponendosi ai colpi delle guardie armate, alla feroce repressione ed alle violenze degli arresti e delle torture. O in Ucraina dove milioni di persone devono affrontare il gelo dell’inverno mentre le infrastrutture del Paese sono completamente danneggiate in una guerra che si sta prolungando senza che vi siano decisi orientamenti per portare ad un cessare il fuoco, per pensare alla pace di domani.

Tempo della disattenzione e dell’inganno il nostro, e forse anche di una attesa che viene meno. Anche per noi è difficile pensare ad un ricominciare. Siamo qui con il cuore appesantito, preso dalla stanchezza, deluso, in chi ha combattuto e si è speso per orizzonti di pace, di giustizia, di solidarietà nello scorgere tante contraddizioni e tradimenti alla propria fiducia, tanta incomprensione verso il proprio impegno. Tempo di disattenzione.

Il discorso di Gesù che Matteo presenta richiama questa disattenzione… come al tempo di Noè mangiavano e bevevano e rimanevano indifferenti…  Sembra di scorgere l’orgia dei buontemponi, dei festaioli mentre si delinea il diluvio che nessuno considera all’orizzonte… uno scenario che inquieta per la sua capacità di descrivere l’indifferenza nei confronti della crisi climatica e ambientale che oggi viviamo, ballando sull’orlo del diluvio che ci sta già toccando.

Eppure in questo tempo in cui stava giungendo il diluvio c’è qualcuno, c’è un volto, un nome Noè, che è colui che raccoglie frammenti, cerca di custodire la vita, si dà da fare e si spende per costruire quell’arca che costituisce un rifugio ed anche un granaio di semi di vita. Il discorso di Gesù non intende aumentare la paura, terrorizzare e rendere immobili nel timore di un castigo imminente. Non intende essere annuncio di morte. Già ce ne sono troppi annunciatori di morte e distruzione ed anche profeti di sventura… Il discorso di Gesù è invito forte, provocazione a mantenere gli occhi aperti, a vivere una spiritualità degli occhi aperti, ad essere come Noè, a fare come Noè. Ad essere custodi di vita, ad essere raccoglitori di tutto ciò che può portare fecondità e nuovo inizio, ad essere nel tempo della disattenzione e del diluvio, presenza di orientamento al futuro e di speranza costruendo un noi e non chiudendosi nell’egoismo di chi si lascia vincere dalla paura. E fare della paura una forza di resistenza e di proposta.

Ma alla radice di questa attitudine sta l’annuncio che il volto di Dio al cuore dell’esperienza di Gesù, è volto di Dio che viene. … Uno sarà preso e uno lasciato… c’è qualcosa di incomprensibile e che supera le nostre capacità di spiegazione nelle vicende del nostro tempo e dei nostri giorni che potrebbe condurci a pensare che la nostra vita appartiene al caso, alla fatalità. Gesù ci dice che la nostra vita è nelle mani di Dio e nessuno è dimenticato. Per dire questo usa una metafora paradossale. Il volto del Signore – Figlio dell’uomo – è quello di un ladro che tuttavia ha un profilo paradossale: è ladro che nulla ruba e tutto dona, presenza che giunge silenziosa e nelle ore più improbabili. E’ colui che viene e chiede attesa e vigilanza perché il tempo è prezioso. Essere consapevoli del tempo – richiama Paolo – … perché c’è uno spessore del tempo a cui dare attenzione. E viene alla mente l’attesa di Dio a cui richiamava Simone Weil come attitudine di attenzione nel presente. Il tempo reca un messaggio di questo venire. Il tempo, le nostre ore e i nostri giorni, è come grembo che reca una vita che sta nascendo, a cui dare attenzione, su cui chinarsi con cura per dargli spazio.

Avvento è tempo delle vite che nascono, dei nuovi inizi. Gesù annuncia un volto di Dio che cura tutti questi piccoli germogli, che guarda a tutto ciò che pur nella disattenzione e nell’indifferenza è fessura su cui sta crescendo il suo sogno di un mondo nuovo. E per questo invita ad essere svegli, a vegliare: vegliare è attitudine di chi nel tempo della notte tiene vive l’orientamento a scorgere i primi segni dell’aurora e sa che la notte deve finire e si aprirà il giorno. Chi veglia si mantiene pronto: siate pronti. Chi veglia in qualche modo affretta il giungere di quanto attende. Sperimenta così un’attesa di qualcosa che nasce. Ed essere pronti è attitudine di chi si mette in cammino, di chi non rimane fermo in un’attesa inerte, senza coinvolgimento e senza fatica, ma si muove, vive la ricerca, lo spendersi fino a dare la sua vita. E’ grazia a caro prezzo l’attendere e l’essere pronti.

A questo siamo chiamati in questo tempo segnato dalla disattenzione: cercare i segni dell’attesa, quell’attesa che c’è ancora ed è nascosta nei cuori, quell’attesa di pace, di bene, di una vita buona che è nel profondo dei cuori, come sete profonda e trova talvolta appagamento solo in preparati che illudono di toglierla ma che fanno invece rimanere più assetati di prima. E’ la sete di pace, è la sete di essere accolti, è la sete di vita piena che ha bisogno non solo di cose, non solo di alimentare l’orgoglio dell’io, ma ha bisogno di relazioni, di bellezza, di poesia di gratuità, di dono, di ospitalità, di riconoscersi come noi. Nell’avvento il nome di Dio è Colui che viene… il veniente. Ed egli viene nel tempo che ci è dato: c’è un mistero della visita da coltivare nelle nostre vite e nella storia in questo tempo. Impariamo nuovamente ad attendere, impariamo nuovamente a sperare, impariamo a sognare e a fare nostro il sogno dei profeti. Proprio nel tempo della guerra e della violenza facciamo nostro quel sogno che non è fuga dal reale , ma costituisce la promessa di Dio sulla storia che ci è affidata per darle spazio e prepararla. Ripetiamo oggi la nostra speranza:

“Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,
delle loro lance faranno falci;
una nazione non alzerà più la spada
contro un’altra nazione

non impareranno più l’arte della guerra.
Casa di Giacobbe, venite,
camminiamo nella luce del Signore”.

Camminiamo insieme in questo avvento nella luce del Signore, il sempre Veniente.  (ac)  

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In memoria di Rosino Gibellini (1926-2022)

“Questa mattina si è spento serenamente nella fede p. Rosino Gibellini (22 luglio 1926 – 25 novembre 2022). L’Editrice Queriniana ricorda con gratitudine, stima e affetto colui che è stato suo promotore e direttore letterario per lunghi anni. Dell’Editrice egli ha segnato il cammino, radicato nella tradizione, e la visione, aperta al futuro. Teologo noto a livello internazionale, egli ci lascia nelle sue molte opere una eredità che non si spegne. Ora è giunto là dove si sapeva atteso”.

Con questo sobrio annuncio ricco di fede e serenità la casa editrice Queriniana annuncia la morte di Rosino Gibellini, teologo che ha contribuito in modo determinante ad aprire la teologia italiana alla conoscenza e al dialogo con il cammino delle teologie contemporanee in Europa e in tutto il mondo.

Teologo prospettico, come amava definirsi sapeva leggere il presente e volgersi al futuro con sguardo ampio e apertura di mente. E’ stato animatore della casa editrice Queriniana, ha fondato collane di studi teologici fondamentali ed ha lavorato infaticabilmente alla edizione italiana della rivista “Concilium”. Aveva contatti diretti di amicizia e colloquio con i grandi autori e prestava con laboriosità e umiltà il suo prezioso servizio di intelligenza della fede nel tempo.

Sapeva scorgere con acutezza i luoghi creativi della teologia ed ha valorizzato la dimensione contestuale della teologia alimentando lo sguardo al futuro. Attento alle frontiere del pensiero teologico riusciva a cogliere i nuclei generatori del pensiero di autori e correnti teologiche aprendole alla conoscenza e offrendone sintesi magistrali.  

Profondo conoscitore della grande tradizione e dei principali contributi al Vaticano II era attento a tutti i cammini di rinnovamento teologico sorti proprio dal Concilio. La sua attenzione agli orizzonti del dialogo ecumenico e interreligioso, alla teologia dei segni dei tempi e alle voci più creative del mondo teologico ne fanno uno dei maestri e testimoni della teologia in Italia.

Lo ricordo con profonda gratitudine per l’attenzione che ha voluto offrire ad attività promosse dal Centro Espaces Giorgio La Pira di Pistoia, portando il suo contributo ad importanti momenti e convegni, con disponibilità e amabilità nel dialogo, nell’offerta del suo consiglio profondo e lungimirante, dedicando accoglienza ai libri e studi che nel tempo gli abbiamo inviato. R.I.P. (ac)

I domenica di Avvento – anno A – 2022

Is 2,1-5; Rom 12,11-14; Mt 24,37-44

Avvento è tempo di attesa, tempo di vigilanza. Il Dio biblico è Dio che viene e continua a venire in un dialogo che apre alla fede, si è reso vicino in Gesù e continua a comunicarsi nella storia. Le prime domeniche di avvento richiamano a questo venire e spingono a considerare il senso profondo del cammino umano.

‘Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’: Isaia guarda con gli occhi della profezia il monte del Signore, la città di Gerusalemme e vi scorge una città di pace, dove i popoli si radunano. E’ un sogno di pace sulla storia umana ed un annuncio che il disegno di Dio per tutta l’umanità è disegno di incontro e di convergere di cammini diversi dei popoli.

La pagina del vangelo di Matteo raccoglie insegnamenti di Gesù sul tempo ultimo, che non è un appuntamento del futuro, ma chiede attenzione al presente. Tutto è rapportato all’ora del venire del ‘Figlio dell’uomo’. Cristo risorto ritornerà e nei suoi confronti non si potrà rimanere indifferenti. Questa ‘ora’ tuttavia non è nascosta in un lontano futuro ma segna il presente. Gesù richiama così ad una attesa carica di attenzione. Ai tempi di Noè ‘mangiavano e bevevano…  non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e ingoiò tutti’. Queste parole di Gesù denunciano un modo di vivere distratto, ripiegato solo sull’immediato, nell’egoismo che non si fa carico degli altri. E’ il modo di vivere superficiale e spensierato che non si lascia turbare, che non guarda attorno. Noè è invece indicato come uomo capace di leggere i segni, le chiamate di Dio ed ha operato fattivamente per la vita degli altri. L’arca è segno di impegno a raccogliere i frammenti e custodire la speranza. Matteo quindi invita a tenere gli occhi aperti sulla vita e sulla storia per scorgere i segni delle chiamate di Dio.

Vegliare è termine della cura ed indica l’attenzione al presente. Anche se proteso al futuro chi veglia è impegnato qui ed ora nelle piccole cose del presente. Vegliare comporta quindi prendere sul serio il tempo e la storia e nel contempo è attesa di un dono di incontro con Gesù risorto Signore della storia.

Vegliare esige di vincere il sonno: ‘ormai è tempo di svegliarvi dal sonno’ scrive Paolo nella lettera ai Romani, ‘gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce’. E’ fatica da riprendere ogni giorno nuovamente: questo sonno è il grande pericolo della vita del credente perché è il sonno della pigrizia, dell’indifferenza, della fuga dalla responsabilità. Gesù ha indicato lo stile da seguire: l’attenzione ai piccoli e ai poveri, la condivisione nel cammino di una comunità, la convivialità aperta e ospitale, il servizio.

Vincere il sonno oggi per noi è appello ad accogliere le parole di Isaia: ‘un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra’. Significa impegno per aprire vie di pace nonostante tutte le contraddizioni: la pace è il disegno di Dio sulla storia. E’ cammino che inizia sin d’ora ed ha il suo futuro nella riconciliazione quale dono di Dio nel cuore e tra i popoli.

Vincere il sonno che fa scendere nelle tenebre della morte oggi si declina come resistenza verso tutte le forze che conducono ad una mentalità di guerra, di rincorsa ad armarsi per dominare.   

Alessandro Cortesi op

Richiesta di perdono

Siamo qui davanti a Te / Padre della pace e della vita

Il sogno di Isaia è annuncio di pace / ed apre una via di speranza:

“Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, / delle loro lance faranno falci;
una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, / non impareranno più l’arte della guerra”

Siamo qui Signore a chiederti perdono / perché ci siamo lasciati prendere / dalla follia della guerra

e non abbiamo seguito i sentieri dell’educazione alla pace / a partire dal nostro cuore.

Siamo qui a chiederti perdono / perché non abbiamo fatto nostra la preghiera ‘Su di te sia pace’

e non siamo stati testimoni di nonviolenza e di impegno.

Ti chiediamo perdono / perché non abbiamo scelto le armi della luce

ma ci siamo lasciati dominare dalla logica della guerra

e poniamo fiducia nelle tante armi / che portano distruzione e morte.

Ti chiediamo perdono per il nostro sonno / perché voltiamo le spalle alle sofferenze degli altri

e rimaniamo indifferenti al silenzioso grido della creazione ferita.

Ti chiediamo perdono / perché non coltiviamo attese grandi

respiro ampio e sguardo capace di scorgere lontano / e abbiamo smarrito lo stupore

di sperare e sognare / fraternità, giustizia, pace

perché siamo ripiegati nella paura / che ci isola e allontana gli uni degli altri.

Ti chiediamo la conversione del cuore / per fare nostro il sogno dei profeti

per attendere e costruire il mondo nuovo

in cui l’ascolto apre alla parola / che lentamente costruisce e non distrugge

e i popoli possono incontrarsi.

Ti chiediamo la conversione del cuore

per prenderci cura / per divenire artigiani di pace / a partire dal nostro quotidiano

per essere pronti / per imparare ad attendere

il tuo continuo venire / Dio alla ricerca dell’umanità

ed accogliere le tue chiamate / nel cammino di questa nostra storia.

(ac)

Mese domenicano di preghiera per la pace – Myanmar

Il tempo di Avvento 2022 sarà il mese di preghiera per la pace indicato dalla Commissione Gisutizia e Pace dell’Ordine domenicano. Quest’anno l’attenzione è posta sulla drammatica situazione di violenza e oppressione della popolazione seguita al colpo di Stato da parte dei militari nel febbraio del 2021.

Qui si può scaricare una scheda sintetica sulla situazione del Paese.

Qui materiale per la riflessione e la preghiera

Qui si può scaricare un file di omelie per le quattro domeniche di Avvento proposte da vari membri della Famiglia domenicana per iniziativa della Commissione Internazionale di Giustizia e Pace dell’Ordine

Due incontri

Lezione aperta sul libro di Giovanni Mazzillo, Da Gesù alla Chiesa – ISSR s.Caterina

Firenze 24 novembre 2022 – INVITO

Incontro sulla pace – Firenze 25 novembre 2022

XXXIV domenica tempo ordinario – Cristo re – anno C 2022

2Sam 5,1-3; Col 1,12-20; Lc 23,35-43

“Il Signore disse a Davide: tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele”. Ad un certo punto della sua storia, Israele, nato dal cammino di fede di Abramo ed che trova l’evento fondante della sua vita nella liberazione dall’Egitto, attorno al X secolo a.C. visse un passaggio decisivo non senza difficoltà e polemiche. Iniziò a strutturarsi come monarchia, un modo di governo presente tra i popoli vicini, grandi imperi e regni più piccoli.

Il re in Israele tuttavia ha un profilo particolare proprio in rapporto al percorso specifico di questo popolo, alla sua fede in YHWH. Il re deve ‘pascere’ il popolo, non ha potere di vita e di morte sui suoi sudditi, tanto meno è considerato divino (diversamente dal faraone nel mondo egiziano). Il re ha il compito di pastore e suo compito sta nell’essere ‘luogotenente’ dell’unico Dio, creatore e signore del popolo d’Israele. Per questo viene unto con una consacrazione che è incarico per una missione. Deve dare attenzione al povero alla vedova e al forestiero, perché Dio si preoccupa dei più indifesi.

L’attesa che sorge in Israele per un futuro di liberazione e pace, si collega alla figura di un re giusto. Al re Davide, che voleva costruire un tempio a Dio, Il profeta Natan annuncia la promessa di Dio: non sarà Davide  a costruire una casa a Dio, ma sarà Dio stesso che costruirà una casa vivente, una discendenza: “Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio” (2Sam 7,14). Il messia sarà re di un ‘resto’, piccola parte del popolo che rimane fedele a Dio nonostante le prove, ponendo in lui ogni fiducia. YHWH rimane per Israele l’unico re (Gdc 8,23) liberatore e salvatore. Il messaggio di pace annunziato dai profeti è: ‘Il Signore regna’ (Is 52,7; Sal 96,10).

L’annuncio del regno di Dio sta al centro della predicazione di Gesù. “se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso” è lo scherno che gli rivolgono le folle durante la sua passione. Sopra il suo capo sulla croce la scritta: ‘Questi è il re dei Giudei’. Il malfattore sulla croce accanto a Gesù si rivolge con una preghiera: ‘Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno’. Gesù è vicino a due malfattori, come in tutta la sua vita ha vissuto accoglienza agli esclusi. Gesù accoglie la preghiera di chi gli chiede ‘ricordati…’ e l’ultimo momento della sua vita è dono di ascolto e di liberazione. Luca fa scorgere proprio nel momento della morte, nella tragica ora della crocifissione,  in che modo Gesù sia re: un re diverso dal modo umano di concepire il dominio. E’ un re che non spadroneggia ma vive la debolezza e l’inermità dell’amore: regna appunto ma dalla croce e lì manifesta quella signoria di cui aveva parlato nelle sue parole e nei suoi gesti. Signoria del dono, del servizio, dell’accoglienza.

Attua un regno in cui la sua parola di perdono è creatrice. Sulla croce, nell’ora ultima della sua vita, Gesù continua l’opera che ha ricevuto dal Padre: comunica un amore che ha i tratti della misericordia e della salvezza. E’ questo il “messaggio” che sta al centro dell’intero vangelo di Luca: Gesù “è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19, 10) e in questo rivela il volto del Padre. Libera così dalla morte e fa entrare nella comunione con Dio. Il suo regno è dono, è coinvolgimento nella sua vita. E’ per i piccoli e i poveri e va accolto in libertà scorgendo sin dal presente i segni del suo crescere, come nelle parabole Gesù aveva insegnato.

Alessandro Cortesi op

Regno e poveri

Noi vescovi, essendo stati illuminati sulle deficienze della nostra vita per ciò che riguarda la povertà evangelica… ci impegniamo a quel che segue: 1. Cercheremo di vivere secondo il livello di vita ordinario delle nostre popolazioni per quel che riguarda l’abitazione, il cibo, i mezzi di comunicazione e tutto ciò che vi è connesso (Mt 5,3; 6,33.34; 8,20). (…)

5. Rifiutiamo di lasciarci chiamare oralmente o per iscritto con nomi e titoli che esprimano concetti di grandezza o di potenza (per esempio: eminenza, eccellenza, monsignore). Preferiamo essere chiamati con l’appellativo evangelico di «padre». (…)

8. Dedicheremo tutto il tempo necessario al servizio apostolico e pastorale delle persone o dei gruppi di lavoratori che sono in condizione economica debole o sottosviluppata, senza che questo nuoccia ad altre persone o gruppi della diocesi. Sosterremo i laici religiosi, i diaconi e i preti che il Signore chiama a evangelizzare i poveri e gli operai e a condividerne la vita operaia e il lavoro (cf. Lc 4,18; Mc 6,3; Mt 11,4-5; At 18,3.4; 20,33.35; 1Cor 6,12 e 9,1.27). (…)

10. Faremo di tutto perché i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici stabiliscano e applichino leggi sociali e promuovano le strutture sociali necessarie alla giustizia, all’eguaglianza e allo sviluppo armonioso e totale di tutto l’uomo in tutti gli uomini e giungano con questo a stabilire un nuovo ordine sociale degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio (cf. At 2,44.45; 4,32.33.35; 5,4; 2Cor 8,9; 1Tm 5,16). (…)

12. Ci impegniamo a dividere nella carità pastorale la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, preti, religiosi e laici, perché il nostro ministero sia un vero servizio. Così ci sforzeremo di «rivedere» la nostra vita con il loro aiuto. Prepareremo dei collaboratori per poter maggiormente animare il mondo. Cercheremo di essere più umanamente presenti e accoglienti; ci mostreremo aperti a tutti quale che sia la religione di ciascuno (cf. Mc 8,34.35; At 6,1-7; 1Tm 3,8.10).

Sono questi alcuni dei 13 punti che vennero sottoscritti – poco prima della conclusione dell’evento ecclesiale – il 16 novembre 1965, nelle catacombe di Domitilla da 500 vescovi che avevano partecipato al Concilio Vaticano II. Uno dei frutti più belli del Concilio stesso. Da qui la denominazione di ‘patto delle catacombe’, assunto in un luogo, le catacombe, che riportava la chiesa alla memoria del martirio e della prima testimonianza.

Questo patto costituisce uno dei momenti più alti del Vaticano II, la cui fecondità deve ancora esprimersi nella vita della chiesa, e vede la sua genesi nelle intuizioni che Giovanni XXIII aveva espresso prima dell’inizio del Concilio. Il papa infatti aveva presentato il suo desiderio che il Concilio fosse un momento per la chiesa di scoprire se stessa come “Chiesa di tutti ed in particolare chiesa dei poveri”: così infatti si esprimeva nel radiomessaggio dell’11 settembre 1962 (AAS 54 (1962), 678-685, 682; EV 1/25) alla vigilia del Vaticano II: “all’interno della mutata società globale e di fronte ai paesi sottosviluppati la Chiesa si presenta qual è, e vuol essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri”.

Nella prima sessione del Concilio in un celebre discorso del dicembre 1962 il vescovo di Bologna Giacomo Lercaro propose di impostare l’asse dell’intero lavoro conciliare proprio sul tema dei poveri: «Non renderemo davvero giustizia al nostro compito se non facciamo del mistero di Cristo nei poveri e dell’evangelizzazione dei poveri il centro, l’anima del lavoro dottrinale e legislativo di questo Concilio. Non può essere un tema del Concilio tra gli altri, ma deve diventare la questione centrale. Tema di questo Concilio è la Chiesa in quanto Chiesa dei poveri» (cfr, M.-D.Chenu, La chiesa dei poveri al Concilio, “Concilium” 1977)

A partire dal dicembre 1962 su iniziativa del vescovo Himmer di Tournai si riunirono presso il collegio belga un gruppo di vescovi per discutere attorno al card. Gerlier di Lione il tema ‘chiesa dei poveri’. Erano tutti pastori segnati dalla preoccupazione di un allontanamento della chiesa dalle popolazioni più sfruttate e da coloro che vivevano in condizioni di lavoro di oppressione e difficoltà. La riflessione di Paul Gauthier nel suo libro, I poveri, Gesù e la Chiesa (Borla, Torino 1963) costituiva una base per affrontare tante domande e questioni che sollecitavano ad un ripensamento dello stile di chiesa nel suo seguire Cristo povero.

Parteciparono ai lavori di questo gruppo l’arcivescovo Hakim di Nazareth, Massimo IV, patriarca melkita di Antiochia, Hélder Câmara, arcivescovo di Recife (Brasile), e Manuel Larraín, vescovo di Talca (Cile) insieme a numerosi altri vescovi provenienti da 18 paesi di diverse parti del mondo. Il gruppo lavorò fino alla fine del Concilio perché il tema dei poveri e della povertà della Chiesa fosse posto come orizzonte principale nel Concilio ed anche dopo.

In un testo in particolare, il paragrafo 8 di Lumen gentium – insieme ad altri, ad es.  LG 13,20, 42 – l’indicazione di una Chiesa povera è motivata a partire dal mistero dell’incarnazione e rinvia quindi al compimento della chiamata fondamentale della chiesa stessa. “Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa e chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo « che era di condizione divina… spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo » (Fil 2,6-7) e per noi « da ricco che era si fece povero » (2 Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre « ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito » (Lc 4,18), « a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo” (LG 8).

Hélder Câmara e Manuel Larraín operarono perché a seguito del Concilio fosse convocata una assemblea generale dell’episcopato latinoamericano. Proprio tale assemblea condusse Paolo VI ad incontrare a San José de Mosquera il popolo dei contadini, campesinos della Colombia. In quella occasione Paolo VI pronunciò queste parole che esprimono una rinnovata consapevolezza: «Voi, figli carissimi, siete Cristo per noi. (…) noi ci inchiniamo davanti a voi e vogliamo ravvisare Cristo in voi quasi redivivo e sofferente: non siamo venuti per avere le vostre filiali, e pur gradite e commoventi acclamazioni, ma siamo venuti per onorare Cristo in voi, per inchinarci perciò davanti a voi, e per dirvi che quell’amore, che tre volte Gesù risorto richiese da Pietro (cf. Gv 21,15ss), di cui noi siamo l’umile e l’ultimo successore, quell’amore a lui in voi, in voi stessi lo tributiamo» (Il Regno-doc. 16,1968,310s)

E’ questa attitudine di riconoscimento della presenza di Cristo nei poveri, e di intendere la missione della chiesa nello stile della compagnia e del farsi povera un cambiamento di prospettiva e di paradigma. A Santa Domitilla, il 16 novembre del 1965 fu compiuto un passo decisivo in una direzione da continuare e riprendere oggi (cfr. Luigi Bettazzi, La Chiesa dei poveri. Dal Concilio a papa Francesco, Pazzini Editore 2014).

E’ ciò a cui invita papa Francesco nell’indicare un orientamento che richiederebbe lucidità di scelte e impegno operativo: “torniamo al Concilio, che ha riscoperto il fiume vivo della Tradizione senza ristagnare nelle tradizioni; che ha ritrovato la sorgente dell’amore non per rimanere a monte, ma perché la Chiesa scenda a valle e sia canale di misericordia per tutti. Torniamo al Concilio per uscire da noi stessi e superare la tentazione dell’autoreferenzialità, che è un modo di essere mondano. Pasci, ripete il Signore alla sua Chiesa; e pascendo, supera le nostalgie del passato, il rimpianto della rilevanza, l’attaccamento al potere, perché tu, Popolo santo di Dio, sei un popolo pastorale: non esisti per pascere te stesso, per arrampicarti, ma per pascere gli altri, tutti gli altri, con amore. E, se è giusto avere un’attenzione particolare, sia per i prediletti di Dio cioè i poveri, gli scartati (cfr Lumen gentium 8c;  Gaudium et spes 1); per essere, come disse Papa Giovanni, «la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri» (Radiomessaggio 11 settembre 1962)” (Papa Francesco, Omelia nel 60 anniversario del Concilio 11 ottobre 2022).

“Prendiamoci cura dei poveri, nei quali c’è Cristo, che per noi si è fatto povero (cfr 2 Cor 8,9). Lui si identifica con il povero. Sentiamoci chiamati in causa perché neanche un capello del loro capo vada perduto. Non possiamo restare, come quelli di cui parla il Vangelo, ad ammirare le belle pietre del tempio, senza riconoscere il vero tempio di Dio, l’essere umano, l’uomo e la donna, specialmente il povero, nel cui volto, nella cui storia, nelle cui ferite c’è Gesù. L’ha detto Lui. Non dimentichiamolo mai” (Papa Francesco Omelia 13 novembre 2022 Giornata dei poveri).

Alessandro Cortesi op

La samaritana – presentazione del libro

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XXXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Mal 3,19-20; 2Tess 3,7-12; Lc 21,5-19

Ecco: sta per venire il giorno rovente come un forno. (…) Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia. Malachia, nell’ultimo capitolo del suo libro profetico, presenta l’attesa di un ‘giorno del Signore’, che giungerà con il venire insieme di un messaggero che deve preparare la via, indicato in Elia. Nel giorno del Signore si compirà un giudizio: nessuno può sfuggire e in quel momento la speranza di giustizia e di pace presente nei cuori dei poveri troverà risposta. Malachia descrive questo giorno con immagini forti, di fuoco che brucia e paglia che si consuma. In contrasto con questa scena di fuoco, sta la gioia di coloro che sono indicato come ‘cultori del nome di Dio’: per esso ‘sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla’ (Mal 3,20).

Il rinvio al giorno del Signore è sfondo su cui leggere la parola di Gesù a Gerusalemme, nell’area del tempio: ‘Verranno giorni in cui dui tutto quello che ammirate non resterà pietra su pietra che non venga distrutta” (Lc 21,6). E gli chiedono: ‘quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?” (Lc 21,7). Di fronte a questo interrogare ed alla ricerca di segni, ancora una volta Gesù presenta l’esigenza di superare le false domande ed una ricerca di segni per poter dominare il futuro. Invita invece ad una diversa attitudine nel presente, a vivere la vigilanza, ad assumere responsabilità nel tempo attuando scelte in fedeltà alla sua parola. Tutti i motivi di prova e di persecuzione saranno occasione di rendere testimonianza e di scoprire la presenza dello Spirito che agisce nei cuori.

Questa pagina richiama l’evento drammatico della distruzione del tempio compiuta dalle armate romane nell’anno 70. La comunità in cui Luca scrive il suo vangelo ricordava le parole di Gesù: ‘Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine”. “Non è subito la fine… io vi darò parola e sapienza… nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”. Anche se tutto attorno verrà meno, anche se ogni costruzione umana e religiosa verrà distrutta, rimane il volto unico di ogni uomo e donna e neppure un capello del capo andrà perduto. Nel disegno di Dio non sarà perduto nulla della vita, anche il più piccolo frammento: Gesù testimonia un volto di Dio alla ricerca dell’uomo. Nessun volto andrà perduto. Nel cadere di ogni elemento di grandezza e di riferimento l’invito è di scorgere i germogli di una novità di vita che è già iniziata e un nuovo mondo sta nascendo. E’ da scorgere, è da dargli spazio nella contraddizione e nella fatica di un doloroso travaglio. Gesù invita quindi a vivere sin d’ora tutto ciò che fa crescere il regno di Dio, secondo quanto egli ha vissuto: “io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere”. Sin d’ora il regno cresce in ogni scelta e in ogni atteggiamento di affidamento all’opera dello Spirito e di testimonianza di Gesù. Sta qui la fiducia del credente che fonda il suo impegno quotidiano nel tempo sulle parole: “nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”.

Alessandro Cortesi op

Germogli

Un’immagine in questi difficili giorni resta impressa; è quella dell’abbraccio tra un profugo bambino mentre scende da una nave di soccorso e uno dei soccorritori della ONG che l’ha tratto dal mare, salvato dalle acque, come  Mosé. Un abbraccio che vede una mano passare sui capelli del capo di quel piccolo che inizia in queste ore un cammino che non sarà senza difficoltà e problemi, ma che non è finito in fondo al mare. E’ un piccolo germoglio di vita: nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.  Un germoglio nel buio di questi giorni in cui un ministro ha decretato di operare una selezione tra i migranti soccorsi in mare per lasciar sbarcarne solo alcuni, quelli vulnerabili e gli altri rimandarli indietro, indicandoli come ‘carico residuale’. Come se persone che hanno passato le torture dei campi della Libia e settimane in mare tra le onde non debbano essere considerate vulnerabili. Una presa di posizione finalizzata unicamente a richiamare attenzione mediatica a dimostrare il nuovo orientamento sovranista, a polemizzare contro l’Europa… sulla pelle di poveri indifesi.

Nello Scavo su ‘Avvenire’ scrive: “A chi verrebbe in mente di definire degli esseri umani «carico residuale»? Ci vorrebbe un Primo Levi per farsi spiegare cos’è un «carico residuale» fatto di carne umana, di anime ferite, di sguardi spersi, di famiglie separate: mamme e figli a terra, papà da rispedire ai mittenti da cui scappano. «Le parole erano originariamente incantesimi, e la parola ha conservato ancora oggi molto del suo antico potere magico. Con le parole un uomo può renderne felice un altro o spingerlo alla disperazione». Chissà se i nuovi governanti e legislatori hanno mai letto Freud. O hanno ascoltato almeno un po’ papa Francesco, che a certe parole ha restituito il peso che fingiamo di non sentire più: «La cultura dello scarto, che colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura». È «il carico residuale», in fondo non è che un altro nome dato agli «scartati»” (N.Scavo, Un carico residuale, “Avvenire” 8 novembre 2022)

‘Carico residuale’ è il vocabolario usato da un ministro ancora una volta per distrarre l’opinione pubblica e per alimentare paure, per manifestare la forza di un governo con la mascella sporgente, capace di risolvere problemi con pugno di ferro. E’ vocabolario che non riconosce i volti di persone in situazione di sofferenza e di necessità. Li utilizza per una continua campagna elettorale perpetua che ha bisogno di suscitare allarme e senso di insicurezza. Ed è anche linguaggio nutrito non solo di freddezza cinica ma anche di incompetenza, di chi pretende di stare sopra la legge, di stracciare il diritto internazionale.

“Non ci sono diritti umani o convenzioni internazionali che tengano, di fronte alla volontà di ribadire una pretesa di sovranità assoluta sul territorio. È un’idea e un linguaggio d’altri tempi. Settantacinque anni di faticose conquiste post-belliche hanno
gradualmente limitato e controbilanciato la sovranità nazionale, riconoscendo princìpi universali e diritti delle persone” osserva Maurizio Amborisini (Sono persone non rifiuti, “Avvenire” 8 novembre 2022) e prosegue nell’analisi degli argomenti utilizzato dalla propaganda sovranista del nuovo governo: “Il secondo argomento è la colpevolizzazione delle Ong per gli ingressi definiti come “illegali”, rilanciando la vergognosa accusa di complicità con i trafficanti di esseri umani. Ancora una volta va ricordato che se fossero disponibili mezzi legali per raggiungere l’Europa, nessun profugo rischierebbe la vita su natanti inadatti alla traversata. Di fatto, poi, le navi delle Ong intercettano soltanto una minoranza dei richiedenti asilo che arrivano via mare: poco più di 10.000 su 87.000 sbarcati negli ultimi dieci mesi, l’11,5% del totale. I più arrivano spontaneamente, con mezzi propri, altri sono tratti in salvo da petroliere e navi mercantili, com’è avvenuto proprio in questi giorni, altri ancora da navi militari, quando non vengono obbligate a consegnarli ai libici. (…)

Ambrosini individua l’argomento principe utilizzato dalla propaganda sovranista del nuovo governo: “l’Italia “campo profughi d’Europa”, lasciata sola dall’Europa matrigna” E ribatte puntualmente: “Ancora una volta va ribadito: non è vero. Germania, Francia, Spagna, accolgono più richiedenti asilo di noi. A non collaborare all’accoglienza sono piuttosto i governi nazional-sovranisti politicamente omogenei con l’attuale esecutivo italiano. Per di più gli sbarcati sono più visibili, arrivano spesso in gruppi e in circostanze più drammatiche, mentre altri arrivano alla spicciolata, via terra (specialmente dall’Est europeo), o anche in aereo (per esempio, dal Venezuela). Ma anch’essi richiedono accoglienza. Il vero problema, e la possibile soluzione, non consiste però nel rimbalzare i profughi da un Paese all’altro, come se fossero rifiuti pericolosi da scaricare nel campo del vicino. Guardiamo alla soluzione introdotta per i profughi ucraini: libertà di circolazione e di insediamento nel luogo di loro scelta. È ingiustificabile la mancata adozione della stessa civile misura per i profughi di altre guerre, ma arrivati dal mare e con la pelle più scura”.

Cecilia Strada intervistata per “La Stampa” da Francesca Paci (7 novembre 2022) osserva: “Temevo un clima pessimo dopo una campagna elettorale giocata anche sui presunti blocchi navali, ancorché inapplicabili. Ma che a 72 ore dall’insediamento la priorità del Paese fosse già la guerra a un migliaio di poveracci da selezionare tra fragili e “carico residuale” questo no, non me lo aspettavo, non così presto (…) da anni si demonizza chi sta in mare a colmare il vuoto dei Paesi europei, che hanno abbandonato il Mediterraneo. La politica dovrebbe agire a monte e non sulla frontiera di un cimitero liquido. Le navi rispettano l’imperativo giuridico di cercare un porto sicuro contattando gli Stati costieri con la zona Sar. La Libia, la cui guardia costiera è stipendiata dall’Europa per riportare i migranti nelle mani dei trafficanti, ha una Sar ma non è un porto sicuro. Malta viola da tempo gli obblighi internazionali e rifiuta di coordinare i soccorsi. Resta l’Italia, che alla fine concede sempre il porto, ma è una sua responsabilità”.

Nadia Urbinati, politologa della Columbia University (intervista di Umberto De Giovannangeli, “Il riformista” 9 novembre 2022) manifesta il suo allarme nei confronti di decisioni di stampo poliziesco e autoritario attuate sin dai primi passi di un governo di cui non si deve sottovalutare la pericolosità: “perché una destra che viene da una cultura politica fascista  non è come le altre che ci piaccia o no… Occorre far sì che questo governo di destra autoritaria incontri tutti gli ostacoli istituzionali e politici di cui una democrazia costituzionale matura dispone. (…) C’è una Corte europea dei diritti che è molto agguerrita e che bisognerà cominciare ad usare, come fanno i cittadini di paesi autoritari, come l’Ungheria e la Polonia”.

Alessandro Cortesi op

XXXII domenica del tempo ordinario – anno C – 2022

2Mac 7,1-2.9-14; 2Tess 2,16-3,5; Lc 20,27-38

“Si avvicinarono a Gesù alcuni sadducei, i quali negano che vi sia risurrezione…”. La questione di fondo posta a Gesù dai sadducei è una provocazione riguardo ad un tema dibattuto nelle scuole religiose del tempo. I termini in cui è posta la domanda esprime una curiosità superficiale e banale: di chi sarà moglie nella risurrezione una donna che ha avuto sette mariti in terra? I termini sono quelli del possesso, della sottomissione, di unfuturo pensato come riproposizione di dinamiche di potere. Una domanda che intende manifestare l’assurdità di una vita dopo la morte. Tuttavia la sfida implica questioni più profonde e Gesù non risponde alla domanda ma rinvia alla fede nel Dio vivente.

Nel Primo testamento si può scorgere uno sviluppo e maturazione di comprensione sulla vita oltre la morte. In una fase più antica il senso della vita era individuato nel suo compiersi nel benessere, nella pace, nell’abbondanza di beni visti come doni di Dio. I giusti possono così godere del numero degli anni, della serenità dei rapporti, dei doni della provvidenza. La morte reca i tratti di un ritorno alla terra. E’ questa la linea sostenuta dai sadducei che limitavano la loro religiosità alla Torah. Ma nella Bibbia si fa strada nel tempo anche un’altra comprensione. Vi sono infatti testi che invitano a non temere la morte per aprirsi ad una speranza per una vita che rimane indefinita ma ha suo fondamento nella fedeltà di Dio che non può abbandonare alla morte i suoi figli: “Ma io sono con te sempre: tu mi hai preso per la mano destra. Mi guiderai con il tuo consiglio e poi mi accoglierai nella tua gloria” (Sal 73,23-24). “…Dio potrà riscattarmi, mi strapperà dalle mani della morte” (Sal 49,16). La morte vista come regno delle ombre (lo sheol) non ha l’ultima parola, perché Dio è più forte. “… non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal 16,10-11). L’accento è posto sulla fedeltà di Dio che non viene meno e si fa appello alla fede dei giusti. Così nel libro della Sapienza il giusto è presentato come colui che sta nelle mani di Dio e sperimenta la sua fedeltà (Sap 3,2). La speranza in una vita oltre la morte giunge a maturazione nella dolorosa vicenda dei fratelli Maccabei (2Mac 7; cfr, Dan 12,1-4). In queste linee matura all’interno dell’ebraismo un pensiero sulla risurrezione che Gesù condivideva.

Di fronte alla provocazione dei sadducei Gesù richiama le promesse di Dio. Non risponde alla casistica e nel suo silenzio critica un modo di pensare la risurrezione come una continuazione della vita terrena. Il suo messaggio richiama al Dio dei viventi, alle promesse fatte ad Abramo Isacco e Giacobbe. E’ il Dio dell’alleanza che continua a comunicarsi ai discendenti di Abramo. La vita oltre la morte non deve esser considerata quale proiezione di una condizione terrena. La risurrezione è dono di comunione con Dio in una novità assoluta in relazioni nuove di amore che iniziano nel presente. L’incontro con Dio è perciò esperienza che inizia nella vita umana e non rimane chiusa, non si limita ad una questione individuale, ma è comunione con Lui e con gli altri. Gesù invita a coltivare tale incontro sin dal presente, a scoprire il volto di Dio come Dio dei viventi, a non disperdersi in curiosità che sviano e celano una pretesa di dominare anche su Dio. Credere nella risurrezione è affidarsi al Signore dei viventi, al suo progetto di vita in pienezza e buona per tutti. Gesù richiama così a rendersi disponibili a questo disegno sin d’ora, nel condividere le sue scelte di vita e non di morte.

Alessandro Cortesi op

La vita che verrà

Heavy metal: è un’espressione che può essere riferita al genere musicale derivato dall’hard rock, musica dirompente, pesante, oscura, ma in Irlanda tale espressione è usata ad indicare il senso di comunità che spinge le persone a venirsi incontro, ad aprire gli occhi sulla sofferenza degli altri, a porgere il proprio sostegno. E’ questo il senso con cui tale termine viene ripreso in un dialogo verso la fine del film La vita che verrà-Herself (2020) della regista  Phyllida Lloyd. E’ quel movimento di attenzione e di cura che si genera anche in situazioni in cui è presente il sostegno sociale, ma spesso le persone si imbattono nelle difficoltà burocratiche nell’impossibilità di incontrare comprensione umana, nei ritardi e pastoie di un sistema di aiuti in cui si diventa numeri senza volto o dati di asettiche statistiche.

Heavy metal è la scoperta di Sandra, riuscita a fuggire dal rapporto con un uomo violento con le sue due figlie piccole. Nel faticoso percorso che le si apre davanti dopo il drammatico distacco, Sandra trova assistenza nei servizi sociali, ma si scontra con ritardi, lungaggini burocratiche, freddezze e decide di iniziare a costruirsi una casa con le sue mani. Costruirsi una casa: è una metafora la casa, che tiene insieme l’orientamento alla nuova vita ed alle relazioni verso cui ella investe ogni sua energia. Sul suo cammino trova diversi sostegni e presenze: fra tutte l’appoggio di Peggy, sua datrice di lavoro, segnata da una dolorosa perdita, che le mette a disposizione il denaro necessario ed un terreno nel proprio giardino. La casa viene così innalzata in un giardino che dalla condizione di abbandono acquista nuova vitalità. Il costruttore Aido poi la aiuta con la sua competenza e sensibilità che gli deriva dal rapporto con un figlio con la sindrome di Down. La sua avvocatessa Jo le si rende vicina nel portare avanti le pratiche e lotta con impegno per il riconoscimento dei suoi diritti. Si tratta di profili di persone segnate da ferite diverse, che hanno percepito l’importanza del legame con gli altri e che si intrecciano nel porre a disposizione ciò che hanno, aprendo possibilità di infrangere muri di difficoltà e di incomprensione.

La vita che verrà – Herself è film che intende denunciare la situazione di fragilità e abbandono di donne che si trovano ad affrontare in solitudine la violenza che segna le loro vite ed in particolare il dramma della violenza domestica, nascosta, subdola e che difficilmente può trovare vie di liberazione. Così pure è denuncia di un certo tipo di assistenza fredda e burocratica che umilia e affossa le persone nel senso di desolazione. Nel film queste vite infrante trovano modo di aprirsi a costruzioni nuove, come la casa di Sandra simboleggia nel suo crescere poco alla volta, nella condivisione di un aiuto fatto di mani diverse e condotto nella quotidianità. La casa stessa diviene segno di riscatto e luogo di resistenza. E’ una storia di vittime ma il messaggio centrale del film può essere ritrovato in una linea di rialzamento – risurrezione? – sin d’ora, sin dagli incontri ordinari della vita, a partire dalla forza della speranza e dal convergere di tanti sostegni che attuano reciprocità nel condividere e, senza eroismi, agiscono seguendo il senso profondo del procurare aiuto a chi è nel bisogno. La vita che verrà è un futuro nuovo che sorge sin dal presente e trova il suo humus in gesti ordinari, in sguardi capaci di vedere, in mani che si danno da fare.

Alessandro Cortesi op

XXXI domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Sap 11,22-12,2; 2Tess 1,11-2,2; Lc 19,1-10

Episodio proprio del vangelo di Luca, l’incontro di Gesù con Zaccheo è scena vivida e ricca di fascino: presenta un itinerario d’incontro e di scoperta.

All’inizio c’è il movimento di Gesù che attraversava la città. Nel suo cammino verso Gerusalemme Gesù passa e attraversa Gerico. E il suo passare è popolato di presenze diverse. C’è una folla di persone che si accalcano, ma c’è anche chi si avvicina ma viene mantenuto distante. Zaccheo è indicato per nome, e, a differenza della folla indistinta, è descritto con alcune rapide pennellate che ne compongono il ritratto: capo degli esattori delle imposte, malvisto quindi dai suoi concittadini, temuto per il suo potere e nel contempo emarginato; ricco, di una ricchezza costruita sfruttando gli altri, con la frode. Inoltre, breve annotazione significativa, è piccolo di statura e per questo non riesce a sovrastare chi, più alto di lui, gli impedisce di vedere Gesù.  Impedimenti fisici e interiori lo tengono lontano: la folla gli impedisce di vedere Gesù. Luca insiste sul verbo, ‘vedere’: “Zaccheo cercava di vedere quale fosse Gesù… corse avanti per poterlo vedere”. Nonostante limiti e impedimenti Zaccheo è mosso da una forza che lo spinge a vedere perché nel suo cuore è presente un’attesa. Con abilità e intuito Zaccheo cerca di superare gli ostacoli e lasciando spazio al suo desiderio: ‘…corse avanti e per poterlo vedere salì su un sicomoro, perché doveva passare di là’. Mentre Gesù passa e attraversa il, villaggio, Zaccheo corre, sale e attende: movimenti che esprimono qualcosa che si sta muovendo dentro. Una curiosità conduce a scavalcare ostacoli; un salire conduce ad andare oltre; un’attesa manifesta apertura di accoglienza.

A questo punto è Gesù a prendere l’iniziativa: alza lo sguardo e dice a Zaccheo ‘scendi subito perché devo fermarmi…’. E’ un cambio di movimento: dal passare per la città al fermarsi nella casa. Nel racconto si racchiude l’indicazione di uno stile: lo sguardo di Gesù si alza al di là della folla e va ad incontrare un volto. Il suo desiderio è fermarsi nella casa, luogo della vita e dell’incontro. Gesù chiama per nome Zaccheo, lo individua come unico. Per primo prende l’iniziativa. Zaccheo non era preparato a dover rispondere ad un indirizzo che lo vede chiamato per nome e si trova spiazzato: si era mosso per curiosità da solamente si rivela un ‘tu’ che lo chiama ad un incontro e lo coinvolge. ‘Oggi devo fermarmi a casa tua’: nelle parole di Gesù si manifesta un’urgenza insieme all’indicazione di un tempo particolare, un oggi che non è istante simile agli altri, ma tempo della visita di Dio stesso, tempo di salvezza che irrompe. Quell’oggi diventa un tempo nuovo, attimo di una svolta che vede il suo compiersi nella casa, luogo dell’intimità della sua vita.

La risposta di Zaccheo è pronta: scende in fretta e lo accoglie con gioia. Anche Gesù ha superato le barriere, anche lui è salito con il suo sguardo a raggiungere Zaccheo: le parti si rovesciano. Zaccheo cercava di vedere Gesù: è invece Gesù che lo guarda e lo invita, lo precede. Gesù va anche oltre l’ostacolo della folla che si mantiene nella logica dell’esclusione. ‘è andato ad alloggiare da un peccatore’: questo mormorare sintetizza il perbenismo, l’attitudine e disprezzo, il giudizio che condanna e non concede alcuna speranza. Gesù entra nella casa di Zaccheo, colui che è lasciato fuori e si è ritirato ai margini.

In quella casa si attua la novità frutto dell’accoglienza. Gesù è accolto non solo nella casa ma nel cuore, nella vita di Zaccheo. Quell’oggi cambia la vita di Zaccheo e la apre ad una consapevolezza nuova del rapporto con Dio che scende e visita e del rapporto con gli altri. Sorge un nuovo modo di impostare la vita e le relazioni che tocca la concretezza e si declina in una prassi: ‘io do la metà dei miei beni ai poveri, e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto’.

‘Anch’egli è figlio di Abramo’: con queste parole si conclude l’incontro: Gesù è ‘il Figlio dell’uomo venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto’. Zaccheo cercava di vedere, ma scopre che la sua ricerca era stata preceduta da un’altra ricerca quella di Gesù, per lui, segno della ricerca di Dio per tutte le sue figlie e figli da incontrare sulla strada e nella casa della loro esistenza.

Alessandro Cortesi op

Accoglienza e pace

Due voci in questi giorni mi hanno ricondotto all’incontro di Gesù con Zaccheo che nel suo profilo indica una umanità segnata da tanti problemi, difficoltà e che reca una curiosità ed una ricerca magari inespressa e nascosta in fondo al cuore e che Gesù chiama ad incontrare nella dimensione della casa. E in quella casa giunge una pace nuova che apre a relazioni di giustizia e di pace.

Nei giorni scorsi Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo ha concesso una lunga intervista all’Osservatore Romano. La sua parola è significativa in quanto presidente della Commissione delle Conferenze Episcopali della Comunità Europea e Relatore generale al prossimo Sinodo.

Riprendo solo alcune espressioni che esprimono una analisi dell’attuale situazione della chiesa e sottolineature sull’esigenza di un cambiamento che si presenta ormai con i caratteri di una urgenza non più trascurabile.

La prima annotazione riguarda il primato della missione e il rapporto essenziale tra annunciod el vangelo e impegno per la giustizia, la pace e la custodia del creato:

“…oggi in Europa siamo affetti da una patologia, che, cioè, non riusciamo a vedere con chiarezza quale sia la missione della Chiesa. Parliamo sempre delle strutture, il che non è un male certo, perché le strutture sono importanti e sicuramente devono essere ripensate. Ma non si parla a sufficienza della missione della Chiesa. Che è annunciare il Vangelo. Annunciare, e soprattutto testimoniare, la morte e risurrezione di Gesù il Cristo. Un testimoniare che il cristiano deve interpretare principalmente attraverso il suo impegno nel mondo per la salvaguardia del creato, per la giustizia, per la pace (…) Nel mondo secolarizzato di oggi l’annuncio diretto non sempre viene compreso, ma la nostra testimonianza sì. Veniamo osservati e valutati nel mondo per come viviamo il Vangelo.”

Una seconda sottolineatura riguarda lo sguardo alla chiesa come popolo di Dio che vede una comune partecipazione di tutte e tutti alla medesima dignità in cui il sacerdozio ministeriale trova sua origine e senso dall’essenziale sacerdozio comune di tutti i fedeli:

“…nella Lumen Gentium si introduce per la prima volta il concetto di “popolo di Dio in cammino” e di Chiesa come “tempio dello Spirito Santo”, si esplicita il “sacerdozio universale” che riguarda tutti i battezzati. Ecco, io penso che queste giganti intuizioni dei padri conciliari non siano state ancora adeguatamente sviluppate. (…) dobbiamo essere consapevoli che il sacerdozio battesimale non toglie nulla al sacerdozio ministeriale. Tutti noi preti dobbiamo comprendere anzi che non c’è sacerdozio ministeriale senza un sacerdozio universale dei cristiani, perché da questo origina. Mi rendo ben conto che la difficoltà di assimilazione di un concetto, in fondo così elementare, è osteggiato da una formazione presbiteriale che ancora indugia su una «diversità ontologica» che non c’è. (…) tutti noi dobbiamo domandarci cosa significhi essere cristiani oggi. (…) accettare l’inadeguatezza di una pastorale figlia di epoche ormai passate e ripensare la missione. Una scelta che ha implicazioni teologiche pesanti e coraggiose”.

Un terzo punto tra altri evidenziato nell’intervista riguarda lo stile che la comunità cristiana dovrebbe maturare in rapporto ad una realtà in veloce e profondo cambiamento:

“con molta franchezza, la nostra pastorale parla ad un uomo che non esiste più. Dobbiamo essere capaci di annunciare il Vangelo, e far capire il Vangelo, all’uomo di oggi che per lo più lo ignora. Questo implica una grande apertura da parte nostra, e anche la disponibilità — pur fermi nel Vangelo — a lasciarci trasformare anche noi.   (…) vedo costantemente è che i giovani smettono di considerare il Vangelo, se hanno l’impressione che noi stiamo discriminando. Per i giovani di oggi il valore più alto è la non discriminazione. Non solo quella di genere, ma anche etnica, di provenienza, di ceto sociale. Sulle discriminazioni si arrabbiano proprio!

(…) vivere sulle orme di Cristo significa vivere bene, significa gustare la vita. Noi siamo chiamati ad annunciare una buona notizia, non un insieme di norme o divieti. (…) Credere nella vita eterna, significa però credere che la vita eterna è già qui, ora. E che come tale va vissuta, e goduta (…) . Questa è la bella notizia! E voglio aggiungere: tutti vi sono chiamati. Nessuno escluso: anche i divorziati risposati, anche gli omosessuali, tutti. Il Regno di Dio non è un club esclusivo. Apre le sue porte a tutti, senza discriminazioni. A tutti! A volte nella Chiesa si discute dell’accessibilità di questi gruppi al Regno di Dio. E questo crea la percezione di un’esclusione in una parte del popolo di Dio. Si sentono esclusi e questo non è giusto! Qui non è questione di sottigliezze teologiche o dissertazioni etiche: qui si tratta semplicemente di affermare che il messaggio di Cristo è per tutti!”

E alla, domanda circa le prese di posizioni dei vescovi del Belgio in favore della possibilità di benedire unioni omoaffettive così ha risposto:

“Francamente la questione non mi sembra decisiva. Se rimaniamo all’etimologia di “bene—dire”, pensate che Dio possa mai “dire—male” di due persone che si vogliono bene? Mi interesserebbe di più discutere di altri aspetti del problema”.

Papa Francesco nella sua riflessione al Colosseo nell’incontro per la pace del 25 ottobre us ha richiamato un diritto alla pace dele persone e dei popoli richiamando la pace come orizzonte di fondo della visione per il presente e il futuro e centtro dell’agire:

“La pace è nel cuore delle Religioni, nelle loro Scritture e nel loro messaggio. Nel silenzio della preghiera, questa sera, abbiamo sentito il grido della pace: la pace soffocata in tante regioni del mondo, umiliata da troppe violenze, negata perfino ai bambini e agli anziani, cui non sono risparmiate le terribili asprezze della guerra. Il grido della pace viene spesso zittito, oltre che dalla retorica bellica, anche dall’indifferenza. È tacitato dall’odio che cresce mentre ci si combatte. Ma l’invocazione della pace non può essere soppressa: sale dal cuore delle madri, è scritta sui volti dei profughi, delle famiglie in fuga, dei feriti o dei morenti. E questo grido silenzioso sale al Cielo. Non conosce formule magiche per uscire dai conflitti, ma ha il diritto sacrosanto di chiedere pace in nome delle sofferenze patite, e merita ascolto. Merita che tutti, a partire dai governanti, si chinino ad ascoltare con serietà e rispetto. Il grido della pace esprime il dolore e l’orrore della guerra, madre di tutte le povertà. «Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male» (Fratelli tutti, 261). Sono convinzioni che scaturiscono dalle lezioni dolorosissime del secolo Ventesimo, e purtroppo anche di questa parte del Ventunesimo. Oggi, in effetti, si sta verificando quello che si temeva e che mai avremmo voluto ascoltare: che cioè l’uso delle armi atomiche, che colpevolmente dopo Hiroshima e Nagasaki si è continuato a produrre e sperimentare, viene ora apertamente minacciato. In questo scenario oscuro, dove purtroppo i disegni dei potenti della terra non danno affidamento alle giuste aspirazioni dei popoli, non muta, per nostra salvezza, il disegno di Dio, che è “un progetto di pace e non di sventura” (cfr. Ger 29,11). Qui trova ascolto la voce di chi non ha voce; qui si fonda la speranza dei piccoli e dei poveri: in Dio, il cui nome è Pace. La pace è dono suo e l’abbiamo invocata da Lui. Ma questo dono dev’essere accolto e coltivato da noi uomini e donne, specialmente da noi, credenti. Non lasciamoci contagiare dalla logica perversa della guerra; non cadiamo nella trappola dell’odio per il nemico. Rimettiamo la pace al cuore della visione del futuro, come obiettivo centrale del nostro agire personale, sociale e politico, a tutti i livelli. Disinneschiamo i conflitti con l’arma del dialogo”.

In un suo articolo Paolo Ricca, pastore e teologo della chiesa valdese, ha espresso pensieri che sollecitano la chiesa ad essere ‘corpo di pace’, e a porsi in tale modo nel contesto di guerra e violenza che oggi viviamo. Ricca ha così formulato domande scomode ed ha richiamatoo ad uno stile di nonviolenza di parole e di prassi che contrasti il vortice della mentalità di guerra e della corsa al riarmo:

“… il ruolo della Chiesa in mezzo ai conflitti si colloca unicamente nell’ambito della diplomazia? La Chiesa non ha altro da offrire, oltre alle sue preghiere, che una attività diplomatica a più livelli, attingendo anche alla sua millenaria esperienza e proverbiale saggezza? Il corpo della Chiesa può ridursi a essere un corpo diplomatico? La Chiesa non è forse corpo di Cristo? E che cosa può essere in terra il corpo di Cristo, Principe della pace, se non un corpo di pace? Ma dov’è, oggi, questo corpo di pace? Non cercatelo, perché non c’è. E non c’è perché la Chiesa non osa e forse neppure vuole diventarlo. E non osa diventarlo perché, paradossalmente, ha paura della pace, non che sia fatta (la invoca a gran voce anche lei, come tutti gli altri), ma che sia fatta sul suo corpo, cioè che lei, come corpo di Cristo, diventi corpo di pace. Come si diventa corpo di pace? In un modo solo: adottando la nonviolenza come stile e prassi di vita, insegnando capillarmente ai suoi membri la teoria della nonviolenza, le sue radici spirituali e ragioni morali, e addestrandoli alla prassi e tecniche di questa cultura ancora praticamente sconosciuta. (…) C’è un esempio perfetto di quello che può significare essere corpo di pace, oltre a quello offerto dal comportamento del Movimento di Martin Luther King, molto ammirato e citato dalle Chiese, ma per niente imitato. È un esempio che viene da lontano e che tutti abbiamo impresso indelebilmente nella memoria: l’esempio di quell’uomo in maniche di camicia che a Pechino, in piazza Tienanmen, si pose, completamente disarmato, con il suo corpo, davanti a una fila di quattro enormi carri armati e, rischiando ovviamente la vita, obbligò quegli orrendi strumenti di morte a fermarsi e, in questo senso – miracolo! – li disarmò. È questo che dovrebbe essere oggi, nel mondo attuale armato fino ai denti, con armi sempre più perfezionate e distruttive, la Chiesa cristiana. L’uomo di Tienanmen è il suo modello, l’icona vivente di un “corpo di pace”. Se la Chiesa ha paura di diventarlo finalmente (in tutta la sua storia non lo è mai stata), vano è il suo invocare la pace e anche il suo pregare. Temo che Dio non l’ascolti neppure” (Paolo Ricca, La chiesa corpo di pace, “Riforma” 28 ottobre 2022).

Alessandro Cortesi op

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