la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per la categoria “Immagini”

Venerdì santo 2019

Descent_From_The_Cross

Nella cattedrale di Anversa, capolavoro dell’arte gotica, nel transetto a destra, è situato un magnifico dipinto di Peter Paul Rubens, (1577-1640).

Questa pala fu commissionato da Nicolas Rockox, sindaco di Anversa e decano della corporazione degli archibugieri, che scoprì il talento di Rubens e lo valorizzò. Proprio la corporazione presieduta da Rockox aveva nel transetto della cattedrale un suo altare che desiderava dedicare al patrono san Cristoforo. Ma il dipinto doveva rappresentare, secondo i dettami del Concilio di Trento, al centro, uno degli eventi della vita di Cristo. Così Rubens, che vi lavorò tra il 1611 e il 1614, pensò di raffigurare una deposizione dalla croce unendola alla leggenda di san Cristoforo.

Reprobus era un giovane che voleva mettersi al servizio di chi non aveva paura di nessuno. Stette a servizio di un re importante, poi si rese conto che anche lui aveva paura di qualcuno: aveva paura del diavolo, e allora lo lasciò, e si rese conto che anche il diavolo aveva paura di Dio. Voleva allora mettersi al servizio di Dio ed incontrò un eremita che alla domanda come mettersi a servizio di Dio gli disse ‘Aspetta e vedrai’… Nel frattempo si mise a trasportare i passanti che volevano attraversare il fiume. Una sera un bambino gli chiese di essere trasportato all’altra riva; durante il trasporto quel bambino cominciò a pesare sempre più sulla spalle di Reprobus e ad un certo punto gli disse ‘sono Gesù Cristo e porto i peccati del mondo’. Reprobus scoprì finalmente come stare al servizio di Dio là dove non se lo aspettava, nel quotidiano e nel servizio. Da qui il suo nome Cristoforo, portatore di Cristo.

Rubens elaborò una pala concepita come un grande tavola racchiusa da due ante, dipinte all’esterno e all’interno che si aprono e aprendosi formano un trittico.

128bidlistmidterm_page_16_image_0001Così sul lato esterno di un’anta raffigurò la figura possente dello stesso Cristoforo con il bambino sulle spalle, sull’altra parte un pellegrino con una lampada accesa. All’interno quando si aprono le due ante si presentano tre scene: a sinistra la visita di Maria ad Elisabetta, inserita in un contesto di costruzioni e di costumi secenteschi. Maria, che indossa abiti sgargianti ed un raffinato cappellino, sta incontrando Elisabetta. Maria porta Gesù dentro di sé, visibilmente incinta. A destra la presentazione al tempio di Gesù: è ora il vecchio Simeone che porta tra le sue braccia Gesù. Al centro, tra questi due momenti in cui Gesù è portato, sta la grande rappresentazione della deposizione dalla croce dove dominano il contrasto della luce e dell’ombra, la fisicità dei corpi, i colori dei vestiti. Sullo sfondo di nuvole nere e di buio, Gesù è posto nel mezzo della composizione; il suo corpo livido viene adagiato su di un lenzuolo bianco e da lui sgorga una luce abbagliante mentre attorno i gesti e i volti degli otto personaggi formano quasi un gruppo scultoreo segnato dalla brillantezza dei colori dei vestiti. Il corpo di Gesù è portato da chi lo depone dalla croce.

In questa opera meravigliosa si può cogliere lo sviluppo di un messaggio che trae la sua origine proprio da questo giorno, il venerdì santo, ora della morte e della deposizione di Gesù dalla croce. E’ Gesù – ci dice Rubens in questa tavola – la fonte della luce. Il suo corpo, abbandonato è luce che contrasta con lo sfondo scuro: è questa una allusione alla sua vita come salvezza in contrasto con il male ed il rifiuto. E’ lui che viene portato da chi lo sta deponendo dalla croce, dagli uomini tesi nello sforzo e dalle donne che lo accolgono delicatamente, che gli fanno corona portandolo giù dalla croce.

Nel riquadro di sinistra è Maria che porta Gesù. Nella parte destra della pala il vecchio Simeone quasi cieco pronuncia il suo inno: ‘Ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi han visto la tua salvezza preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele’. Anche Simeone porta Gesù in braccio e con il suo sguardo quasi spento vede la luce…

In questo contesto la persona chiave dell’intera opera è quella figura che emerge dall’oscurità,: è l’eremita. tra le mani tiene una lampada che illumina lievemente il suo volto. Rubens vede nella deposizione del corpo di Cristo il grande tema del ‘portare Cristo’: Gesù è portato da Maria, è portato tra le braccia dal vecchio Simeone. Il suo corpo è infine portato da coloro che lo deposero dalla croce. Cristoforo stesso scopre di portare Gesù stesso in quel bambino incontrato inaspettatamente sulla riva del fiume.

Ma ancora Rubens presenta ogni cristiano nella figura di quell’eremita che cerca la sua strada, tenendo tra le mani la luce fioca della lanterna davanti ai suoi occhi semichiusi. Egli porta la luce non come possesso ma come dono che gli apre attimo dopo attimo il cammino e gli fa intravedere l’invisibile..

Anche noi oggi stiamo davanti alla croce di Gesù, quella croce segno di morte ma anche di salvezza e di vittoria sul male, sul peccato e sulla morte, e ci scopriamo chiamati ad essere ‘portatori di Gesù’, a seguirlo nella sua via, ad accogliere quella luce dell’amore che emana dal suo corpo dato per tutti. Ci scopriamo chiamati a tenere davanti a noi quale guida ai nostri passi, quella luce che genera ricerca e ci mantiene come viandanti.

Forse come Cristoforo c’è anche per noi la sorpresa del portare Gesù, in modo inatteso, là dove non ce l’aspettiamo, nel quotidiano, nel vivere l’accoglienza ed il servizio, e la sorpresa di scoprire che è lui in realtà che porta noi.

Alessandro Cortesi op

Rubens_discesa_dalla_croce_di_Cristo

Annunci

2 novembre giorno di memoria

cimitero di Lampedusa

al cimitero di Lampedusa…

Un pensiero di buon Natale…

“In molti Paesi di destinazione si è largamente diffusa una retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza dei nuovi arrivati, disprezzando così la dignità umana che si deve riconoscere a tutti, in quanto figli e figlie di Dio. Quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano (…)

Abbiamo bisogno di rivolgere anche sulla città in cui viviamo questo sguardo contemplativo, «ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze […] promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia», in altre parole realizzando la promessa della pace.

(Francesco, Messaggio per la giornata della pace – 1 gennaio 2018)

******************

Pieter Bruegel, Censimento di Betlemme – Museo Reale delle Belle Arti BruxellesPieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Census_at_Bethlehem_-_WGA03379.jpg

Se non fosse per il titolo – il censimento di Betlemme – a nessuno che guardi questo dipinto verrebbe da pensare che Pieter Bruegel il vecchio in questa tavola a olio abbia inteso rappresentare il viaggio di Maria e Giuseppe da Nazareth a Betlemme, la città di Giuda, per farsi registrare.

Il dipinto respira un’aria che non ha nulla della rappresentazione sacra, non evoca atmosfere religiose, né cerca di ricostruire il mondo palestinese della nascita di Gesù. E’ piuttosto un scena che immerge nel clima delle terre del Nord alla metà del ‘500, segnate da inverni pesanti, da freddo, neve, gelo, ed anche dal lavoro, dalla fatica, dalla povertà di cose di ogni giorno.

Bruegel conosceva la vita dei contadini nelle vaste pianure tra Bruxelles e Anversa, i suoi ricordi gli avevano fatto imprimere nella mente le strutture di case e villaggi, parte di una natura che nell’inverno manifestava il suo aspetto spoglio, indurito dal ghiaccio e imbiancato dalla neve.

Forse non a caso sceglie il momento del censimento quale tema del suo dipinto: in esso in qualche modo scorge il senso del Natale. E lo legge non come evento lontano e romantico, ma quale presenza nascosta, segno da individuare nella trama quotidiana della vita dei poveri, nascosto tra le pieghe della vita, nei suoi aspetti quotidiani, di peso e sofferenza.

Del censimento parla il vangelo di Luca: è una decisione dell’imperatore, il dominatore del mondo che intende contare le popolazioni delle sue terre. Convocare tutti ad essere contati è un modo per verificare misure ed estensione del proprio dominio e per aumentare le entrate delle tasse. Non solo. E’ anche un modo per dire che la vita di ogni persona sottostà ad un potere da cui dipende e da cui è controllata in tutto. Così il farsi registrare è gesto di sottomissione ad un comando che ricorda dipendenza e sudditanza, nel rapporto tra i piccoli e i grandi della terra, tra i servi e i padroni.

Anche Maria e Giuseppe si misero in viaggio per farsi registrare… Così riporta Luca nel suo vangelo. Anche Luca in qualche modo è pittore. Sapeva dipingere con il suo scrivere. Nelle pennellate di questa pagina Luca compone un dittico: da un lato la decisione dell’imperatore – che era chiamato signore e salvatore – e la sua pretesa di dominare tutta la terra, in una articolazione del potere che giungeva a controllare le persone più umili fino alle periferie dell’impero. Dall’altro la storia di una famiglia come tante, sorpresa nel quotidiano dell’esistenza, nel momento di una gravidanza avanzata, costretta a mettersi in viaggio, ad affrontare i pericoli del cammino per farsi registrare, per andare a Betlemme il paese di origine. Una storia piccola contrapposta alla grande storia, una vicenda trascurabile e inosservata agli occhi di chi vede solo le vicende degli imperi e dei grandi del mondo. L’imbrunire di un giorno senza data e i calendari segnati nei libri. In questa piccola storia tuttavia la povertà e piccolezza di un piccolo segno sta al centro e custodisce una preziosità unica. E’ visibile solamente a coloro che vivono ai margini dei regni e della vita, a coloro che si lasciano illuminare da voci di messaggeri inaspettati e si lasciano mettere in cammino.

E Luca parla così di un bambino che prima ancora del suo nascere ha vissuto come migrante, è stato portato in viaggio, affrontando intemperie e precarietà, quando ancora era nella pancia di Maria. E lei e Giuseppe hanno subito il rifiuto di essere ospitati alla locanda, dove erano giunti. Perché non c’era posto per loro nell’alloggio… Ma quel bambino era autentico salvatore, senso della vita e speranza per tutti, nelle fasce del suo morire e risorgere…

Luca scorge nella vita di questi piccoli, Maria, Giuseppe, il loro bambino, un segno di grande luce che sconvolge la grande storia, la contesta e la rovescia: ha rovesciato i potenti dai troni…

Pieter Bruegel è pittore olandese, sensibile alla vita dei villaggi e delle stagioni di terre del Nord, i cui inverni sono segnati dal gelo e dalla neve. Forse leggendo la pagina di Luca ha pensato al freddo di quell’inverno del 1566 in cui iniziò a preparare la tavola ed i colori ad olio per il suo dipinto. E nel suo censimento riporta un racconto che parla del figlio di Dio riportandolo alle dimensioni del quotidiano dei figli degli uomini. L’atmosfera è quella di un tramonto, quando le temperature scendono repentine. Sullo sfondo il sole appare come una palla rossa che sta rapidamente calando all’orizzonte fino a nascondersi in fondo alla pianura, nel momento della giornata che lascia spazio al gelo. Il suo disco si scorge in lontananza rigato dai rami, completamente spogli, di un grande albero piantato davanti alla porta locanda, dove, alla base del suo tronco, si accalca una piccola folla intirizzita.

Mentre le nubi iniziano ad oscurare il cielo e voli di sparuti uccelli lo solcano velocemente, la vita di gente semplice vede il suo dipanarsi nello spazio di un paese imbiancato dalla neve. Un ghiaccio grigio e consistente copre il fiume e gli specchi d’acqua. Vicino alla locanda c’è chi trascina fuori i maiali per ammazzarli e provvedere ad un po’ di cibo. Nei pressi di carri in sosta alcune galline zampettano sul terreno gelato alla ricerca di qualche briciola da beccare, mentre da una grande botte coperta di neve un uomo sta spillando del vino. Uomini e donne sono piegati sul loro lavoro, chi con sacchi o fascine sulle spalle, chi con ramazze, chi cercando qualche verdura zappettando nell’orto gelato. L’intera scena rinvia ad attività quotidiane. E’ un’umanità dolente e in movimento, tra cui non manca la presenza dei piccoli: in lontananza si scorgono infatti profili di bambini che giocano sul ghiaccio. E verso il villaggio da diverse direzioni pellegrini e viaggiatori giungono con sulle spalle pesanti carichi sorreggendosi con bastoni. Avanzano a fatica sulla neve mentre le scarpe pesanti stridono sul ghiaccio. Nelle case del villaggio ancora non sono accese le luci, e i profili sono delineati dai tetti innevati. Il movimento degli uomini appare come un brulicare di formiche, talvolta in fila, talaltra in ordine sparso. Davanti ad alcune porte si affollano gruppi di persone infagottate in mantelli e con coperte sulle spalle o con i cappucci e berretti a coprire il capo. Sono tutti coloro che si sono spostati affrontando la fatica, convocati per il censimento. Ora fanno la fila davanti alla porta della locanda, che appare in primo piano, adulti e bambini, mentre qualcuno sulla soglia è fissato nel gesto di chi riceve un pagamento o legge liste di nomi. E forse un’altra locanda si intravede in fondo al villaggio alla cui porta si accalca una piccola ressa.

In questa scena di ordinarietà, di lavoro e di povertà, in cui il gelo dell’inverno tutto avvolge come un peso, al centro del dipinto si possono distinguere alcune figure di chi sta per giungere, dopo lungo peregrinare, alla porta della locanda. Un uomo piegato cammina recando sulle spalle un sacco e guidando con la mano un asino e un bue. Sull’asino è seduta una donna. S’intravede la sua cuffia bianca lasciata per un tratto scoperta e i tratti del volto. Il capo è contornato dalle falde di un ampio mantello che scende ampio a coprire anche l’asino che la porta. Al centro del censimento Bruegel tratteggia così i profili di Giuseppe e Maria, nel momento in cui stanno giungendo, a sera, alla locanda dopo il lungo viaggio. Come tanti contadini e abitanti dei villaggi che si mettono in fila, nel disordine e nel vociare provocato dalla presenza di molti, in attesa di un tetto caldo, di trovare luogo dove riposare, di avere un po’ di pane e qualcosa di caldo per scaldare le membra intirizzite dal gelo e dalla fatica.

Al cuore di questa scena è posto un segno di amore, quasi un fuoco nascosto, ma anche il segno di una solidarietà. E’ la tenerezza di una donna incinta che si difende dal freddo con una coperta sulle spalle ed è la resistenza di un uomo che guida gli animali. Così Bruegel scorge il venire di Gesù salvatore in mezzo all’umanità. E’ un venire che entra e attraversa il suo tempo, i paesaggi a lui familiari delle terre del Nord. Si confonde con la vita di poveri contadini e con la quotidianità di persone senza nome. Si fa vicino in chi compie un viaggio, nel peregrinare di poveri che si affollano alla locanda di un paese. E’ condivisione di un cammino e della fatica di tanti appesantiti dalla vita. Tutto attorno frattanto la vita quotidiana si svolge nei gesti ordinari, nelle cose di ogni giorno, in un contrasto tra il penoso fare del lavoro e la leggerezza del gioco, tra il correre dei bambini e il penoso avanzare dei vecchi. Il volto del Figlio di Dio ha i tratti umanissimi di un figlio di uomini, nascosto nel grembo di una donna in viaggio.

Partecipe di un cammino, è al cuore di una storia di amore che si dipana anche nei gesti di chi conduce gli animali e di una donna capace di coraggio e forte. Come tanti innumerevoli altri, costretto alle sofferenze e alle prove. Il censimento è atto di un potere che sovrasta, riduce a numero e impoverisce. Giuseppe e Maria recano i tratti di volti piegati, condotti dalla vita a spostarsi, a lasciare il loro paese, ad affrontare con un bambino in grembo, la fatica di un viaggio nella morsa del gelo. Sono ritratti prima di affrontare la coda alla locanda ove già si stanno accalcano tanti richiedenti, il parapiglia tra la folla e poi il rifiuto e l’allontanamento. Anch’essi respinti e tenuti lontani.

Una storia semplice che reca in sé l’annuncio e la promessa di un volto di Dio sconvolgente e diverso. Non abitante di cieli lontani ma vicino, umanissimo, che s’identifica con poveri paesani in viaggio. E forse Bruegel ponendo al centro della scena una coppia e gli animali suggerisce anche quel rovesciamento che Gesù è venuto a portare. Non il dominio dell’imperatore che ordina il censimento è la forza che regge il destino nella vita, ma quel mistero di amore racchiuso e custodito nella storia di quelle presenze, nel loro affetto, in un amore custodito, e dove anche gli animali, l’asino e il bue daranno il calore della cura, con il loro respiro, a colui che sta per nascere fuori dalla locanda perché per lui non c’era posto…

 

Ti sei lasciato portare

nel cammino

hai conosciuto la tenerezza

di donna innamorata

la fedeltà

di un uomo giusto

compagno che prende e sa portare

capace di accompagnare e

custodire

hai camminato e ancora

cammini

nascosto nella vita

dove c’è il coraggio di

un sì al Dio

che guarda ai piccoli

rovescia i potenti

e innalza gli umili

hai vissuto la tua esistenza

come viaggio

di chi chiede ospitalità

aperto a visitare

ed entri nel villaggio

come poi a Gerusalemme

cavalcando un asino

la tua presenza

è celata

nelle pieghe della vita

amore velato nei nostri amori

nel lavoro di poveri

nella fatica di chi è senza nome

agli occhi dei grandi

ma ha un volto unico

e un nome che mai

sarà dimenticato.

Apri i nostri occhi a scorgere

la visita

del Dio umanissimo

 

Buon Natale 2017

Alessandro

‘La resurrezione’ di Adriano Veldorale a san Domenico di Pistoia

“Resurrezione è una scultura composta da triangoli in ferro saldati fra loro, che rappresenta il velo che copre un corpo immaginario nell’atto di elevarsi in ascesa. (…) Con la sua opera Veldorale ci insegna come si possono plasmare materiali rigidi per antonomasia, quale il ferro, per ‘frantumarli’, disgregandoli in triangoli (paradossalmente forma indeformabile) e poi ricomporli, traendone come risultato una stoffa malleabile e adatta a descrivere con efficace versatilità l’intimismo di un’emozione” (Caterina Morelli, Prefazione in Adriano Veldorale, Resurrezione, ed. Settegiorni, Serravalle Pt 2017,6)

IMG_0146

(…) Non è questo che resterà di quello che ero. / Risorgerò. / Mani a lungo sterili, appese a braccia abbandonate alla terra / tornerano a cercare, a sentire, / torneranno a creare, / trasformando il male in conforto e forza, / pietre su cui rialzarsi / su cui ricostruire. / Tornerò a gioire nel sentire freddo  / ricordando il vero calore. (…)

(Adriano Veldorale, Resurrezione)

IMG_0147.JPG

“Guardandola, il pensiero volge subito al drammatico e toccante Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, la cui solenne bellezza sgorga dalla marmorea freddezza in cui lo immortalò lo scultore napoletano. Scegliendo la trama a maglia di ferro, Veldorale conferisce al suo eroe un’affascinante, inconsueta levità (…) Resurrezone racchiude l’impeto dell’uomo al risveglio fisico e morale, a quella rinascita che significa rinnovamento attraverso la lezione del passato…” (Niccolò Lucarelli, Quell’etermo risorgere ed elevarsi, ibid. 14)

IMG_0149.JPG

“Promuovere il progetto Resurrezione: percorsi di rinascita sociale per persone con disagio psichico è stato un segnale di speranza per l’associazione Oltre l’orizzonte, che da anni opera per il miglioramento della qualità di vita dei sofferenti psichici e per l’innovazione nei servizi, che a loro dedicano i nostri ordinamenti (…) la ‘resurrezione’ dall’autoesclusione e dalla morte civile dipende sì da ciasuno di noi, ma anche dalla rete di sostegno che sta intorno: dai familiari, dagli amici, dai servizi sociosanitari, dalla comunità in tutte le sue articolazioni, dai mezzi di comunicazione…” (Kira Pellegrini, Costruire e ricostruire percorsi di vita nonostante i disturbi psichici, ibid. 7)

Riapertura della Biblioteca dei domenicani di Pistoia

Sabato 1 aprile alle ore 16.30 si terrà la celebrazione di inaugurazione e riapertura della biblioteca dei domenicani a Pistoia.

Nell’occasione riporto qui di seguito l’intervista rilasciata al settimanale diocesano ‘La Vita’ – Pistoia

Sabato 1 aprile si terrà la celebrazione di inaugurazione e riapertura della biblioteca dei domenicani a Pistoia. Per saperne di più ne parliamo insieme al priore del Convento fr. Alessandro Cortesi.

È un anno significativo per i domenicani della nostra diocesi, perché la riapertura della biblioteca si inserisce nell’anniversario degli ottocento anni di storia dalla fondazione dell’ordine. Anche la storia della biblioteca pistoiese è molto antica: alcune testimonianze documentarie la ricordano fin dal XIII secolo. D’altra parte l’ordine si è sempre distinto per l’attenzione all’approfondimento teologico. Può aiutarci a comprenderne le ragioni?

Il 2016-2017 è effettivamente un anno particolare. E’ memoria della conferma da parte di papa Onorio III che indicò la comunità raccolta da Domenico di Guzman come ‘ordine dei predicatori’. Tale missione fondamentale della predicazione, cioè annuncio e testimonianza del vangelo, sin dagli inizi è stata vissuta con un forte impegno a scorgere in ogni ambito del sapere una traccia della sapienza del creatore. Per accogliere la Parola di Dio per i domenicani è fondamentale ascoltare e conoscere le parole umane. I periodi più fecondi di questa storia sono stati quando si è vissuto un dialogo in ascolto delle inquietudini dei propri contemporanei. L’importanza dello studio e della fatica di intelligenza della fede in rapporto al proprio tempo è una costante nella storia dell’Ordine.

Un recente contributo di Alberto Coco (“La Biblioteca dei Domenicani di Pistoia. Ottocento anni di storia”, Nerbini, Firenze 2016), permette di scoprire la storia della biblioteca domenicana. Una realtà che, come scrive fr.Cortesi nell’introduzione al volume, “può essere guardata come frammento di uno specchio in cui s’infrange non solo la storia di una comunità dell’Ordine presente a Pistoia dalla prima metà del XIII secolo (…)  ma anche la storia della città in un intreccio tra vita sociale e religiosa”. Potrebbe spiegarci meglio i motivi di questo singolare intreccio?

Sono contento che proprio in quest’anno sia uscito il libro curato da Alberto Coco, un giovane competente che lavora come bibliotecario nella nostra Biblioteca ed è anche uno storico. Il libro riprende studi precedenti condotti tra altri dalla prof. Elettra Giaconi nostra cara collaboratrice e presenta un bel panorama della storia della biblioteca nelle sue diverse fasi, legata alla vita della città nei momenti belli e in momenti drammatici, tra cui in particolare l’allontanamento dei domenicani da Pistoia alla fine del ‘700. Un tratto proprio della vita di questo convento è stato il rapporto con la vita cittadina. Nei secoli è stato significativo ad esempio il rapporto con le famiglie che avevano nella chiesa e nel chiostro le loro sepolture e che commissionavano le opere d’arte presenti nella chiesa. Nei secoli passati attorno alla comunità gravitavano confraternite laicali, oggi persone e gruppi diversi. E’ poi senz’altro da rammentare la figura del beato Andrea Franchi, domenicano, vescovo della fine del ‘300 che ebbe un importante ruolo nella vita cittadina. Mi piace anche ricordare che dal Comune vennero i proventi per la prima costruzione della biblioteca per sistemare il libri lasciati dal beato Giovanni da Pistoia alla fine del ‘400. In tempi più recenti l’intreccio tra vita della comunità e città si è sviluppato nella vita di riviste e centri culturali che qui hanno avuto e continuano ad avere sede, nella promozione di dibattiti e momenti di discussione su temi ecclesiali e sociali. Questa comunità dei domenicani di Pistoia ha vissuto in varie forme una predicazione attenta alle questioni del tempo in spirito di dialogo. Anche l’attenzione che la Fondazione Cassa di risparmio ha avuto offrendo un contributo economico per la ristrutturazione della Biblioteca è segno di questo rapporto tra convento e città.

Che cosa contiene di originale e prezioso la vostra Biblioteca?

La Biblioteca custodisce innanzitutto un fondo antico, con incunaboli, cinquecentine e libri a stampa dei secoli XVI-XVIII. C’è poi un importante fondo che deriva dalla donazione di fr.Mariano Cordovani al tempo della ricostruzione dopo la devastazione del bombardamento alleato del 1943. Una parte rilevante del patrimonio librario consiste nella raccolta di riviste di ambito storico, sociologico, biblico e teologico. Alcuni fondamentali strumenti di ricerca storica e teologica sono presenti. L’intera collana del Migne, Sources Chrétiennes e il Corpus christianorum per la patristica, l’edizione Leonina delle opere di san Tommaso, testi di storia locale. La sistemazione di fondi di alcuni confratelli rende oggi fruibili particolari ricchezze nell’ambito della teologia, della letteratura e della poesia.

La biblioteca è stata nuovamente riallestita. Che interventi sono stati realizzati in vista della riapertura?

La biblioteca del convento nei secoli nel passato era sempre stata ad uso di una comunità che ospitava lo Studium provinciale per la formazione dei giovani, quindi con utilizzo interno. Nel secolo scorso è stata aperta anche a studiosi e persone interessate – giovani pistoiesi hanno condotto qui la preparazione ad esami o studi particolari e ricercatori hanno consultato materiale per i loro scritti e ricerche – ma gli impianti e la struttura non erano a norma per l’apertura al pubblico. Gli interventi effettuati nel restauro condotto dal 2014 ad oggi sono stati finalizzati a rendere possibile una apertura al pubblico in nuovi spazi di consultazione recuperati al piano terra. E’ stato operato il rifacimento di coperture, un rafforzamento dei solai dell’area deposito e sono stati predisposti nuovi impianti secondo le normative vigenti della sicurezza, in particolare un importante sistema anti-incendio.

Che significato riveste per la città la riapertura della vostra biblioteca?

Penso che nell’anno in cui Pistoia è capitale italiana della cultura questa riapertura venga a situarsi come un tassello nel mosaico delle molteplici iniziative che fioriscono in città. Si respira una vivacità che si sta esprimendo a tanti livelli. Mi sembra importante sottolineare che cultura non significa solamente eventi riservati ad élite ma è attenzione a promuovere un convivere sociale fatto di relazioni buone, di cura, di attenzione ai più deboli. La riapertura della biblioteca si accompagna ad un’altra opera realizzata a san Domenico negli ultimi anni, la ristrutturazione dell’intera ala est del convento con l’interessamento e la collaborazione della cooperativa Arkè. Ora questa parte è utilizzata per l’accoglienza dei richiedenti asilo, di minori e per progetti di inclusione lavorativa. In tale quadro la riapertura della biblioteca per un utilizzo più aperto alla città è una scelta che valorizza un’eredità che proviene dal passato con sguardo all’accoglienza, ad un utilizzo comune dei beni, a favorire percorsi di umanizzazione nella vita comune che si radicano nella coltivazione del sapere, nel dialogo, nell’apertura all’altro.

All’inaugurazione sarà presente Padre Aldo Tarquini, priore provinciale della Provincia Romana di Santa Caterina da Siena cui appartiene il convento di Pistoia. Un ospite importante che vuole rilanciare  anche la vostra presenza in città?

La presenza del priore provinciale in questa circostanza è certamente importante perché egli rappresenta l’intera Provincia che ha sostenuto e condotto questa importante opera. Ma il suo essere tra noi è presenza fraterna di chi viene in semplicità per festeggiare insieme la conclusione di un ingente lavoro che ha visto tante collaborazioni. Nell’Ordine i superiori sono eletti per un periodo limitato per svolgere un servizio di governo insieme ad un consiglio. Fra pochi mesi si terrà il Capitolo provinciale nel quale verrà eletto il provinciale per i prossimi quattro anni e saranno decisi orientamenti per il futuro dell’intera provincia. Viviamo un tempo che presenta particolari difficoltà e non mancano problemi. La struttura democratica dell’Ordine, che riteniamo un aspetto molto importante della nostra vita, fa sì che in sede di Capitolo saranno individuate vie di impegno ed elaborate scelte con ricadute sulla vita dei singoli frati e delle comunità. Tutto questo riguarderà anche il convento di Pistoia. Penso che nostro compito sia vivere il presente che ci è dato con impegno e fiducia soprattutto non pensando ai propri interessi ma con spirito di servizio.      (a.c)

(sala consultazione Marie-Dominique Chenu)

(sala di consultazione beato Andrea Franchi)

(corridoio sale di consultazione – piano terra)

(ingresso)

(sala deposito – piano superiore)

Immacolata concezione – 8 dicembre 2015

DSCN1201Gen 3,9-20; Sal 97; Ef 1,3-12; Lc 1,26-38

«Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» è il saluto che nel racconto di Luca il messaggero/angelo rivolge a Maria. Soggiace a queste parole il rinvio  a testi profetici, quali inviti a vivere una gioia in rapporto al venire di un tempo messianico:

“Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te. Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente” (Sof 3,14-17).

“Rallegrati…”; “…terrai nel grembo”; “…il Signore è con te”. Sono una ripresa del testo di Sofonia, con l’invito a gioire perché Dio viene in mezzo al suo popolo (indicato come ‘la figlia di Sion’) e si inaugura un nuovo regno; il regno di Dio stesso che giunge.

Si invita alla gioia come riflesso e accoglienza della gioia rinnovatrice di Dio. “Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa” (Zac 2,14). “Il Signore è in mezzo a te” è l’annuncio di Sofonia ripreso da Luca e riferito al concepimento di Gesù: “egli è in mezzo a te” è mutato in “avrai nel grembo”.

Il saluto è rivolto a Maria indicata come “piena di grazia”. Il verbo è utilizzato con il significato di “rendere grazioso”, “rendere degno di una trasformazione”, “rendere trasformato mediante la grazia”:  una azione proveniente da Dio e che continua . Il risultato non è solo un attributo ma un autentico ‘nome’ nuovo donato a Maria. Come nei racconti di chiamata ed invio nella Bibbia il nome nuovo è legato all’invio per una missione.

Le parole del messaggero ‘su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo’ rievocano l’immagine della tenda, come nel cammino dell’esodo la nube copriva la tenda  con la ‘gloria di Dio’ (Es 40,34-38). Era nube che accompagnava il cammino della liberazione. La presenza del figlio annunciato a Maria richiama la presenza della gloria di Dio in mezzo al cammino di un popolo.

Maria nel suo percorso di prima credente rinvia al cammino della comunità chiamata a seguire Gesù: in lei si racchiude un richiamo per il cammino della chiesa. Chiamata a dire eccomi, chiamata a portare un dono e comunicarlo, non proprietaria di privilegi, ma a servizio della vita per tutti, testimone di luce donata e riflessa (mistero della luna).

Nel cammino della chiesa il Dio dela tenda è stato trasformato nel Dio del tempio e della stabilità: la vicenda di Maria richiama a vivere la disponibilità ad un cammino liberato da ogni laccio di tipo clericale e capace di libertà.

 

La donna incinta

Donna-incinta-Chagall.jpg

(Marc Chagall, La donna incinta, Amsterdam – Stedelijk Museum 1913)

Chagall in questo suo quadro del 1913 raffigura una donna nel momento della maternità. Il titolo è infatti ‘la donna incinta’.

Il contesto è quello della vita di un villaggio russo. In esso si svolge il corso  della vita quotidiana: il lavoro dei campi nel tempo della seminagione, l’attesa della pioggia e il volo degli uccelli. Si distinguono profili di uomini, tra cui il pastore e il contadino con il volto rivolto al cielo. E’ narrazione di lavoro e di ferialità, di relazioni ordinarie in cui emerge, grande al centro del quadro, la figura di una donna, che porta nel suo grembo un bambino. Tra terra e cielo, narrazione della vita come dono che unisce nei ritmi del tempo una storia più profonda.

Lo spicchio di una luna nel cielo colorata con tonalità diverse di verde, il medesimo colore che tinge il volto stesso e le spalle della figura femminile, appare a lato della donna incinta: è rinvio al ciclo della fertilità, così come le macchie di colore rosso possibili allusioni al sangue. La luna con il suo chiarore genera chiaroscuri su pareti di montagne che emergono a forma di piramidi e richiamano i profili spioventi dei tetti delle case: incroci e richiami di natura e cultura in un mondo interrelato. Accanto alla donna anche una capretta, saltellante in uno sfondo che unisce terra e cielo, anch’essa gonfia di latte e pronta ad allattare.

La sfera umana, quella animale e quella vegetale partecipano insieme dell’evento della maternità. Accanto alla  capra, al muoversi della vita del villaggio e sopra i tetti delle case, anche le nubi appaiono delineate con le forme arrotondate e rigonfie e riprendono le forme dei seni pronti ad offrire il latte, primo cibo per la vita.

La donna è raffigurata con i tratti del suo corpo trasformati dalla maternità. Le linee del viso angolose, una pezzuola sul capo, gli abiti variopinti della tradizione popolare, del lavoro dei campi e nella casa. Nel suo grembo, iscritto in un ovale che si offre come possibilità di visione interiore, al centro del quadro, la presenza del bambino. E’ raffigurato in piedi, in posa statuaria, già adulto eppure ancora nel grembo, piccolo a confronto della madre incinta, ma già grande. Allo spettatore, e solo a lui, è dato di scorgerlo, in una sorta di visione che evoca la tipologia di antiche icone del Padre che tiene inscritto nel suo seno il Figlio. La mano della donna suggerisce di concentrare l’attenzione sulla presenza del bambino accennando a lui con il dito della sua mano.

Un’immagine che racconta in modi evocativi lo stupore per la vita,  la novità del concepire, l’essere incinta di un donna nel quadro di una vita di relazioni, l’esperienza della attesa che trasforma il corpo.

Una storia fatta di terra e di cielo che lega insieme ed apre a scorgere un oltre nascosto, interiore e presente nella vita, segreto celato nella semplicità del quotidiano, degli umili della terra.

Alessandro Cortesi op

 

Buona Pasqua

DSCF4922Agli amici, a tutti coloro che seguono questo blog un caro augurio di buona Pasqua.

“Vorrei parlarvi a lungo di tombe vuote, come grembi vuoti dopo il parto. Di macigni che rotolano dall’imboccature dei sepolcri, liberandone la preda. Di pianti accesi di donne che cercano tra i morti il vivente.
Vorrei parlarvi a lungo di primavere che irrompono e di segni di tempi interiori o di stagioni spirituali fiorenti sotto l’urto della grazia. Di albe incantate che mutano il lamento degli uomini.
Vorrei parlarvi a lungo di Lui, risorto con le stigmate del dolore. Di schiavitù sconfitte. Di catene rotte. Di abissi inebrianti di libertà.
Ma come tradurrò in termini nuovi l’annuncio di liberazione, io successore degli apostoli?
Ecco, forse solo con una preghiera.
Aiutaci, Signore, a portare avanti nel mondo e dentro di noi la tua Risurrezione” (don Tonino Bello)

“Siamo in tempo pasquale e io, Signore, ti ho già chiesto cos’è la morte e la resurrezione; e come le due cose s’incrocino, entrano quasi una nell’altra: la vita risorta, probabilmente cominciando ancor prima che la mortale sia finita. Ma oggi, nell’onda della resurrezione trionfante – dei fiori che germogliano e che sbocciano, degli insetti che ronzano, delle farfalle che veleggiano, con i colori dell’arcobaleno dipinti sulle ali; e delle scadenze liturgiche che celebrano la resurrezione del Signore – in quest’ondata trionfante di vita che sconfigge la morte, vorrei domandarti, Signore come sarà quella vita futura che attendiamo e che forse già cominciamo misteriosamente a vivere ma che vivremo disvelata dopo il sipario della morte. Vorrei domandartelo, Signore, vorrei saperlo perché talvolta mi spaventa, come spaventa l’ignoto. (…) E della luna. Già: la luna. Non ce la ruberai, per caso, la luna, in paradiso? Mi sembrerebbe un paradiso triste senza questa dolce pellegrina della notte che scandisce il tempo con i suoi quarti, la sua pienezza luminosa, la sua oscura rinnovazione quando, come nella notte di Pasqua, morte e vita si incontrano e la luna vecchia che termina coincide con la luna nuova che ricomincia il ciclo del suo peregrinare in cielo. Io, la luna, ce la vorrei di là, e anche le nuvole del cielo; e gli animali sulla terra (…) Forse Signore, il mio è un paradiso troppo umano; ma non ci hai fatto tu uomini? Non ce le hai date tu queste cose? Noi siamo impastati con la terra; perciò, con noi, deve risorgere anche la terra: quei cieli nuovi e quelle terre nuove che ci hai promessi e di cui parlano i profeti” (Adriana Zarri)

DSCF3034

 

 

Parole e segni che aprono cammino

483777_518294594887647_357011659_n

«Nell’elezione avevo accanto a me il cardinale arcivescovo di San Paolo Claudio Hummes, un grande amico. Quando le cose diventavano “pericolose” lui mi confortava e quando i voti sono arrivati a due terzi  lui mi ha  abbracciò e mi baciò dicendomi: “Non dimenticare i poveri”. E subito in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi ho pensato alle guerre. E Francesco è l’uomo della pace e così è venuto il nome nel mio cuore. Francesco, uomo della povertà, uomo che ama e custodisce il Creato… L’uomo povero, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri» (Francesco, vescovo di Roma, ai giornalisti 16 marzo 2013)

 

laura-boldrini_v_gdv

Dal discorso di Laura Boldrini, nuova presidente della Camera (16 marzo 2013)

«Vorrei innanzitutto indirizzare il mio saluto rispettoso al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano».

«Faccio i miei auguri soprattutto ai più giovani: a chi siede per la prima volta in quest’aula. Sono sicura che insieme riusciremo nell’impegno straordinario di rappresentare nel migliore dei modi le istituzioni repubblicane».

«Arrivo a questo incarico dopo aver trascorso tanti anni a difendere e rappresentare i duiritti degli ultimi in Italia e nel mondo. E’ un’esperienza che mi accompagnerà sempre e che metto al servizio di questa Camera».

«Il mio pensiero va a chi ha perduto certezze e speranze. Abbiamo l’obbligo di fare una battaglia vera contro la povertà, e non contro i poveri: dobbiamo garantirli uno a uno. Quest’Aula dovrà ascoltare la sofferenza sociale. Dovremo farci carico dell’umiliazione delle donne uccise da violenza travestita da amore. Dovremo stare accanto ai detenuti che vicono in condizioni disumane e degradanti. Dovremo dare strumenti a chi ha perso il lavoro o non lo ha mai trovato, a chi rischia di perdere la Cig, ai cosiddetti esodati, che nessuno di noi ha dimenticato. Ai tanti imprenditori che costituiscono una risorsa essenziale per l’economia italiana e che oggi sono schiacciati dal peso della crisi, alle vittime del terremoto e a chi subisce gli effetti della scarsa cura del nostro territorio».

«In Parlamento sono stati scritti dei diritti costruiti fuori da qui e che hanno liberato l’Italia e gli italiani dal fascismo. Ricordiamo il sacrificio di chi è morto per le istituzioni e dei morti per la mafia, che oggi vengono ricordati a Firenze».

«Molto dobbiamo anche al sacrifio di Aldo Moro e della sua scorta. Scrolliamoci di dosso ogni indugio, nel dare piena dignità alla nostra istituzione che sta per riprendere la centralità del suo ruolo».

«Facciamo di questa Camera la casa della buona politica. Il nostro lavoro sarà trasparente, anche in una scelta di sobrietà che dobbiamo agli italiani».

«Sarò, la presidente di tutti, a partire da chi non mi ha votato, ruolo di garanzia per ciascuno di voi e per tutto il Paese».

«L’Italia è Paese fondatore dell’Unione europea, dobbiamo lavorare nel solco del cammino tracciato da Altiero Spinelli. Lavoriamo perché l’Europa torni ad essere un grande sogno, un luogo della libertà, della fraternità e della pace. Anche i protagonisti della vita religiosa ci spingono a fare di più, per questo abbiamo accolto con gioia i gesti e le parole del nuovo pontefice, venuto emblematicamente “dalla fine del mondo”».

«Un saluto anche alle istituzioni internazionali e – permettetemi – anche un pensiero per i molti, troppi volti senza nome che il nostro Mediterraneo custodisce».

«La politica deve tornare ad essere una speranza, una passione».

Ascensione – lettura di un’immagine

Nella basilica di sainte Marie Madeleine a Vézelay in Borgogna eretta tra XII e XIII secolo, una volta superati i portali  dell’imponente facciata ed entrati nell’ampio nartece, s’incontra, come ingresso nello spazio della navata interna, il grande timpano sostenuto da una colonna centrale che presenta l’immagine di Cristo nella sua ascensione al cielo.

La figura di Cristo è scolpita al centro di una grande scena. Il volto è barbato, allungato, all’interno di un nimbo crociato e definito nei contorni dal discendere di una lunga capigliatura. Lo sguardo è immobile fisso nella contemplazione. Gesù Cristo appare in posizione maestosa, seduto su di un trono, ma segnato da un movimento che lo attraversa di sotto in su e rende il senso di una tensione verso l’alto e quasi di un vento che piega le sue vesti.

Il suo sguardo è immobile, proteso verso l’infinità, rinvio agli abissi dell’amore del Padre in cui Cristo centra la sua vita. La parte superiore del suo corpo squarcia le nubi ed apre uno spazio che si pone come varco verso l’alto. Nella durezza della pietra lo scultore ha saputo rendere il dinamismo di un movimento dai tratti vorticosi che si riflettono nelle pieghe dei panneggi. La figura di Cristo, imponente nella sua corporeità, è inserita all’interno di una mandorla che lo avvolge, con le braccia aperte ad evocare la posizione del crocifisso. Un simbolismo che pone insieme il rinvio alla croce e al cammino storico di Gesù come discesa, e la condizione di gloria di colui che è riconosciuto Signore e siede ora alla destra del Padre.

Le braccia spalancate si tendono verso gli apostoli raffigurati sotto di lui in un movimento che fa avvertire una apertura di accoglienza e di custodia. Esse fanno fuoriuscire dalla mandorla le due grandi mani (una di esse danneggiata) da cui si dipartono come dei raggi che raggiungono le teste degli apostoli. Allusione a quella corrente di vita e al dono dello Spirito che è dono della Pasqua e che proprio l’ascensione del Signore rende possibile: presenza nuova nella sua assenza. Gli apostoli sono raffigurati a gruppi di tre, ciascuno con un libro tra le mani, chiaro rinvio a quella Scrittura a cui il Risorto aveva rinviato loro nel condurli a rileggere la legge e i profeti, ma anche in riferimento al vangelo che essi sono inviati d’ora in poi ad annunciare con la loro esistenza. Alcuni di questi libri sono infatti tenuti aperti e quasi mostrati in segno di consegna ad altri. I dodici sono toccati dai raggi provenienti dalle mani del risorto, una allusione all’invio dello Spirito che il Signore invia dopo che elevato alla destra del Padre non lascia soli i suoi ma compie la promessa dell’invio dello Spirito di verità.

I dodici sono inviati ad annunciare il vangelo a tutti i popoli. L’ascensione è mistero di convocazione  di salvezza donata. Sotto di loro, nella scultura, si possono riconoscere una serie di figure simboleggianti le diverse culture e popolazioni e sull’arco superiore la raffigurazioni di popoli conosciuti. Ai piedi del Cristo in trono e che sale al cielo sta Giovanni Battista colui che ha scelto di diminuire perché Cristo crescesse. Il timpano all’ingresso della basilica apre ad un universo di luce, espresso nell’architettura dell’interno, pensata in modo tale da indirizzare la luce proveniente dalle aperture, in modo particolare nei giorni di passaggio dell’anno solare. Gesù Cristo è presentato come colui che apre alla luce  e vince le tenebre con la sua Pasqua e sta al centro del tempo. La sua figura esprime la ricapitolazione di tutte le attività umane (raffigurate nell’arco superiore) e del tempo umano e cosmico rappresentato dai segni zodiacali. Cristo, al centro del tempo, è colui che apre la missione degli apostoli e invia lo Spirito in vista di un disegno di salvezza per tutti i popoli e i tempi.  (a.c.)

Cene ultime (III parte) – Cenacoli fiorentini del Quattrocento

(in rapporto ad una visita ai Cenacoli del ‘400 di Firenze – 31 marzo 2012)

“Venuta la sera si mise a tavola con i dodici. Mentre mangiavano disse : ‘In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà’. Ed essi profondamente rattristati cominciarono ciascuno a domandargli: ‘Sono forse io Signore?’. Ed egli rispose: ‘Colui che ha messo con me la mano nel piatto è quello che mi tradirà. Il figlio dell’uomo se ne va , come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato”  (Mt 26, 21-24).

Dopo che Gesù nell’ultima cena ha comunicato ai suoi la tragica parola che riguarda il tradimento, la narrazione evangelica non si attarda a descrivere il clima di quel momento. Ma proprio questo attimo è colto dagli artisti come tempo da fissare cercando di esprimere nel ritratto dei volti di Gesù e degli apostoli e nella loro gestualità i sentimenti, le reazioni, i pensieri e tutto quanto era contenuto nel cuore di ognuno dei presenti e nell’ambiente del cencaolo.

Questo momento fu così scelto da grandi artisti del Quattrocento fiorentino per decorare la parete di fondo dei grandi refettori conventuali. Secondo la tradizione monastica il momento del pranzo comune doveva essere vissuto in silenzio e nella meditazione. Esso costituiva un tempo per collegare il momento del nutrimento al mistero del dono dell’eucaristia e all’ultima cena di Gesù con gli apostoli.

Durante il Trecento la scena dell’Ultima Cena aveva costituito uno dei momenti ripresi nei cicli di affreschi riguardanti la vita di Gesù e la sua passione in particolare.  A Firenze l’esempio trecentesco di ultima cena si può trovare nel refettorio dei francescani di santa Croce. Di fatto l’ultima cena costituisce uno degli elementi dell’affresco dell’intera parete che risulta coperta  interamente da diverse immagini che rinviano tra l’altro alla vita di san Francesco e di san Bonaventura. Siamo nel 1340 circa e l’opera è di Taddeo Gaddi. L’ultima cena è rappresentata alla base di una grande croce che affonda le radici proprio sulla mensa eucaristica. La croce ha i caratteri del lignum vitae, l’albero che genera frutti di vita. Così ai piedi della croce sono raffigurati san Francesco e san Bonaventura, l’iniziatore del movimento francescano e colui che ne diede organizzzazione. Francesco e Bonaventura sono proposti come esempi dis antità ce trae la sua linfa dal dono di vita di Cristo nell’eucaristia.

Agli inizi del Quattrocento, l’invenzione della prospettiva offre un potente strumento per poter raffigurare la cena secondo modalità nuove e la cena diviene motivo considerato a sé stante e dipinto in modo da occupare l’intera parete di fondo dei refettori.

Un secolo più tardi rispetto al cenacolo di Taddeo Gaddi, nel 1447, nel refettorio dell’antico monatsero delle benedettine di sant’Apollonia, Andrea del Castagno affresca con l’immagine dell’ultima cena la parete di fondo, ad ovest e si rifà all’impostazione di Taddeo Gaddi. In questo refettorio anche qui la cena è posta al di sotto di una fascia superiore in cui vengono presentati i momenti della crocifissione, della risurrezione di Cristo e della deposizione nel sepolcro. Nella scena della risurrezione Andrea Del Castagno presenta un Cristo dal volto imberbe che esce dalla tomba portando un vessillo di vittoria, in una raffigurazione che sottolinea la freschezza giovanile di una nuova vita che ha vinto i lacci della morte.

Andrea Del Castagno riprende l’impostazione che già Giotto aveva dato alla sua raffigurazione della cena nella Cappella degli Scrovegni, già ripresa da Taddeo Gaddi, ed utilizza la prospettiva per dare profondità allo spazio che appare quasi schiacciato. Arricchisce poi di una nuova luce l’intero ambiente. Il cenacolo appare come una scatola aperta da un lato, una quinta teatrale al cui interno è in atto il dramma dell’ultima cena. Si tratta di una esecuzione pitorica secondo le regole della prospettiva che Filippo Brunelleschi aveva individuato e che trovò accoglienza negli artisti del primo Quattrocento a Firenze.

La scena della cena è inserita in un ambiente coperto da un tetto di cui è visibile un versante della copertura in coppi ed embrici alternati e con un soffitto a travicelli. Andrea descrive la sala del cenacolo adorna di marmi preziosi. Alle pareti sono infatti visibili pannelli con lastre di marmo policromo. Gli apostoli sono seduti su un sedile marmoreo e alle loro spalle è visibile un arazzo ornato con fiori. Sopra i riquadri marmorei delle pareti un intreccio di trentatré occhielli e mezzo con una raffinata allusione all’età di Cristo al momento della morte.

Le figure degli apostoli sono presentate in una monumentalità che ne esalta i tratti psicologici di ognuno. Con intensa penetrazione dei sentimenti e dei caratteri infatti Andrea esprime nella raffigurazione dei volti le reazioni di fronte all’annuncio del tradimento da parte di Gesù. La scena è attraversata da un forte movimento e da una partecipzione di emozioni. Gesù al centro ha lo sguardo rivolto a Giovanni che è reclinato con il capo sulla tavola, appoggiato al braccio destro.

Pietro appare  stupito e interrogativo e volge lo sguardo preoccupato verso Gesù. Alla sua destra Giacomo tiene un bicchiere tra le due manied è come immobile pensieroso. Accanto a lui Tommaso appare raffigurato in atteggiamento di chiaro scetticismo, con il capo rivolto verso l’alto e la mano sul mento a sostenerlo.

Tommaso è l’apostolo che nel IV vangelo afferma la sua esigenza di vedere per credere anche dopo che gli altri gli riferiscono ‘Abbiamo visto il Signore’. “Se non vedo nelle sue mani il legno dei chodi e non metto la mia mano nel suo fianco , io non credo” (Gv 20,25). All’estremità sinistra della tavola Filippo sta discutendo con il vicino seduto alla sua destra. Così dalla parte opposta si riconosce Andrea con la folta capigliatura bianca riccioluta e la barba che discende abbondante  come cascata si rivolge ad incontrare lo sguardo rattristato e intimidito di Bartolomeo che forse pone a se stesso la domanda se non sia lui in qualche modo il traditore del maestro. Accanto a lui Taddeo sembra quasi voler allontanare con il gesto delle mani questo annuncio che a lui appare un peso troppo grande da sopportare. E all’estremità destra della tavola Simone si copre la faccia con la mano in un gesto sconsolato quasi a dire l’impossibilità di quanto sta per avvenire. E l’ultimo apostolo a destra ha il volto con uno sguardo quasi impietrito. Giuda appare distaccato dagli altri, l’unico senza il disco dorato dell’aureola sul capo, posto davanti  a Gesù, con la chioma nera e la barba scura, lo sguardo penetrante e  e il naso adunco.

Circa trent’anni più tardi, nel 1476, Domenico Bigordi, detto il Ghirlandaio, riprende i motivi di Taddeo Gaddi e di Andrea del Castagno nella raffigurazione dell’Ultima cena nella badia di Passignano. La sua opera doveva rimanere entro vincoli stabiliti dal momento che la parete era già affrescata con le scene della cacciata dal paradiso terrestre e con l’episodio dell’omicidio di Caino. In questo refettorio dei monaci vallombrosani  Ghirlandaio raffigura l’ultima cena come  momento di rinnovata offerta dell’alleanza rotta nel peccato dei progenitori e nella violenza fratricida di Caino. Gesù, nuovo Abele, donando se stesso, conferma che Dio non viene meno al dono della sua alleanza che vince anche la violenza e il peccato.

A Firenze Ghirlandaio dipinge altri due refettori: il primo è quello del refettorio di Ognissanti il secondo nel complesso conventuale di san Marco. Egli esegue queste due opere attorno al 1480. I due cenacoli sono assai simili e tuttavia forse, proprio in un confronto dalle differenze si possono riscontrare come essi intendano raffigurare momenti diversi seppur vicini dell’ultima cena.

Nella Cena del refettorio di Ognissanti si rende palpabile il senso dell’agitazione e il movimento dinamico dei corpi, espressione dell’agitazione dei sentimenti, nel momento immediatamente successivo alla parola di Gesù sul tradimento. In questo cenacolo un elemento è proprio e caratteristico. Sulla sinistra in basso vi sono due brocche e sulla destra un bacile: allusione alla lavanda dei piedi e ricordo di questo momento fondamentale della cena. La mensa appare apparecchiata con cura e l’uso della prospettiva consente di far notare allo spettatore i cibi (pane, formaggio, frutta), le ampolle  e le stoviglie sulla tavola.

 

La tovaglia di lino è ricamata con ricami propri della tradizione di tessitura perugina. La tovaglia stesa sulla tavola allude al lenzuolo su cui Gesù viene avvolto nella sepoltura. Sulla mensa sino visibili pani e ampolle che contengono acqua e vino rosso. Anche questo elemento può essere un riferimento alla morte e al fiotto di sangue e acqua dal costato di Gesù dopo la sua morte (Gv 19,34). L’acqua è anche simbolo dell’umanità. Cipriano di Cartagine già nel III secolo così scriveva parlando dell’eucaristia: “quando el calice si mescola l’acqua al vino, il popolo è raccolto intorno a Cristo e la folla dei credenti è riunita e congiunta a colui nel quale ha fede. Questa unione e congiunzione di acqua e vino si realizza mescolandoli nel calice del Signore, in modo che quell’altra mescolanza non si possa scindere, così come la chiesa non può essere divisa e separata da Cristo” (Epistulae 63).

Un ulteriore elemento carico di simbolismi è costituito dalla presenza di frutti di varie specie sulla mensa. A sinistra si riconoscono due mele, poi numerose ciliegie disseminate su tutta la tavola e sull’estremità destra due arance. Si può tentare di collegare questi frutti ad una simbologia racchiusa in essi. Le mele rinviano al peccato, le ciliegie alle gocce di sangue rosso di Cristo, le arance sono simbolo del paradiso. Così pure la raffigurazione della vegetazione che compare dietro la sala del cenacolo, all’esterno, rinvia al giardino lussurreggiante, all’hortus conclusus, lo spazio riferito a Maria ma anche al cuore dei religiosi che nella loro interiorità sono invitati a ritrovare la dimensione di riconciliazione propria dell’Eden. Non sfugge a chi osserva anche la presenza di volatili. In particolare un pavone raffigurato sulla destra ed una pernice sul davanzale della finesta alla sinistra: ancora è qui da cogliere un simbolismo secondo il quale il pavone rinvia all’immortalità ed è simbolo della risurrezione. Mentre la pernice reca in sè un riferimento negativo, connesso alla stoltezza ed alla furbizia. Nel simbolismo racchiuso in questo affrontarsi di pavone e pernice nel cenacolo di Ognissanti si può cogliere l’affrontamento di bene e male. Il pavone in modo simbolico già evoca la risurrezione, mentre la pernice richiama e si collega al gesto di Giuda. Così anche le scene di caccia, con la presenza di uccelli come le anatre o i falconi, sono evocazione della lotta tra bene e male, dello scontro tra malvagità e bontà. Ma la presenza delle quaglie è anche riferimento al miracolo della manna nel deserto, quando al popolo che mormorava Dio inviò la manna come cibo inatteso e gratuitamente donato. Un rinvio all’eucaristia e al gesto di Gesù nell’ultima cena.


Anche il  cenacolo di san Marco è opera del Ghirlandaio. Rispetto a quello di Ognissanti l’atmosfera appare più pacificata, quasi che il momento fissato nell’affresco sia l’attimo in cui dopo l’annuncio del traditore ognuno si ferma , più pensoso a riflettere e a interiorizzare quanto sta per accadere.

Elemento originale e tipico di questo cenacolo è la scritta che appare sulla fascia superiore rispetto alla spalliera dove sono seduti gli apostoli: Ecce dispono vobis sicut disposuit mihi Pater meus regnum ut edatis et bibatis super mensam meam in regno meo.

E’ citazione di Luca 22,29-30: “io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno”. E’ importante questa iscrizione perché rinvia al cuore dell’annuncio di Gesù che concerne il regno, secondo il disegno del Padre, e invita i dodici ad una speranza nel regno che si compirà nella dimensione escatologica. La cena di Gesù è ultima ma rinvia ad un futuro in cui si potrà ancora mangiare e bere insieme: sarà un mangiare e bere insieme con lui, nel regno che è dono del Padre. Questa espressione pone tutta la figurazione dell’ultima cena nel segno del compimento del regno, ed è espressione della speranza di Gesù e della certezza della fedeltà del Padre anche di fronte alla morte. In questo cenacolo compare la figura per certi aspetti enigmatica del gatto che si volge verso lo spettatore, forse rinvio alla figura dell’eretico, forse evocazione della presenza di una forza maligna e del peccato che ha preso Giuda.

Una celebre ultima cena del Quattrocento fiorentino è quella del refettorio delle terziarie francescane legato alla regola della beata Angela da Foligno, opera attribuita al Pietro Vannucci detto il Perugino, attorno al 1485. E’ detto perciò cenacolo del Foligno.

L’atmosfera di questa cena è soffusa di una tenerezza che esprime da un lato attesa e dall’altro di misericordia. Giuda, nella sua posiziome distaccata dalgi altri, davanti a Gesù, si volge guardando a chi osserva, mentre lo sguardo di Gesù raggiunge lui. Quello di Giuda è forse un tentativo di dialogo, un’apertura interrogativa sul dramma che la sua vicenda  rappresenta. Il suo atteggiamento è quasi di ricerca di soccorso nel non sapere uscire dalla spirale del male e  del tradimento. Lamano destra abbandonata sulla tavola la sinistra che regge in mano il sacchetto con il denaro. Lo raggiunge, anche se Giuda non lo incrocia, perché è voltato, lo sguardo di Gesù. Gli comunica solo la tenerezza della compassione e della misericordia, il perdono ancora offerto, senza alcune venatura d’ira e di tensione, ma solo pervaso di nostalgia di amicizia.


Un altro esempio di cenacolo fiorentino è quello affrescato da Andrea Del Sarto (1486-1530) nel refettorio  di San Salvi a Firenze. L’antica chiesa dell’abbazia fondata da san Giovanni Gualberto fu costruita attorno al 1048, in aperta campagna fuori le mura di Firenze. Il convento ospitò la comunità dei monaci vallombrosani. San Salvi era stato vescovo di Amiens nel VII sec. Era questa una tappa nel pellegrinaggio che conduceva in città di Firenze e all’Annunziata. Ai primi anni del ‘500 il convento fu ampliato e furono costruiti il refettorio, lavabo e cucine.

L’affresco fu realizzato tra il 1511 e il 1525 sulla parete di fondo del refettorio davanti all’entrata. Fu compiuto in 64 giornate e combina nello stile elementi dell’arte rinascimentale con spunti del manierismo. La parte iniziata per prima riguarda le pitture del sottarco che inquadra l’Ultima Cena; su di esso sono dipinti 5 medaglioni con rappresentati (da sinistra): San Giovanni Gualberto, San Salvi, la Trinità al centro al posto della più tradizionale Crocifissione, San Bernardino degli Uberti e San Benedetto.

Il padre di Andrea era sarto. da qui l’attributo Del Sarto riferito a Andrea che fu allievo di Piero di Cosimo e poi divenne un artista rinomato che nella sua pittura affianca elementi dello stile di Raffaello, Michelangelo e Leonardo. Nel contempo inaugura la nuova “maniera”. Andrea Del Sarto supera la tradizione  a lui precedente. Innerva tuta la scena di una luminosità che rinvia all’arte di Michelangelo. Offre nel suo tratteggiare le figure una intensa penetrazione psicologica.


Influenzato dal cenacolo di leonardo a Milano risulta Firenze la pittura del Franciabigio nel Cenacolo della Calza mentre Alessandro Allori è autore della raffigurazione della cena nel cenacolo di santa Maria del Carmine ormai nella seconda metà del ‘500

Per approfondimenti:

Cristina Acidini Luchinat, Rosanna Caterina Proto Pisani (edd.), La tradizione fiorentina dei cenacoli, Firenze 1997

Rosanna Caterina Proto Pisani, Il Cenacolo di sant’Apollonia, ed. Sillabe Livorno 2002.

Rosanna Caterina Proto Pisani, Il cenacolo di ‘Fuligno’ a Firenze, ed. Sillabe Livorno 2009.

Luca Frigerio, Cene ultime, ed. Ancora Milano 2011.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo