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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Per vivere il triduo pasquale

Il triduo pasquale

            I riti di queste giornate si compongono di due veglie (giovedì sera e sabato sera/domenica all’alba), della memoria della passione di venerdì, del silenzio del sabato.


È importante sapere una cosa, che rimane nascosta: sono tre giorni, anche se sembrano quattro. Bisogna contarli come facevano gli antichi, da tramonto a tramonto.

            1. Primo giorno del triduo (dal tramonto di giovedì al tramonto di venerdì): con due momenti di preghiera (giovedì sera e venerdì pomeriggio/sera). È la Pasqua rituale (giovedì) e la Pasqua storica (venerdì).

            2. Secondo giorno del triduo (dal tramonto del venerdì al tramonto del sabato): dove la Chiesa tace con il suo Signore che dorme. È la Pasqua escatologica.

            3. Terzo giorno del triduo (dal tramonto del sabato al tramonto della domenica): con la veglia pasquale che lo apre solennemente. È la Pasqua ecclesiale.

Ogni giorno del triduo è “festa di Pasqua”. Una festa in tre giorni, che poi diventa di 50 giorni, fino a Pentecoste.

            Fin dall’antichità nella notte di Pasqua si celebrano i sacramenti dell’iniziazione cristiana degli adulti, coloro che hanno vissuto un lungo cammino di catecumenato, di scoperta del volto di Dio rivelato in Gesù e di maturazione nella fede cristiana. Ma anche per coloro che sono stati battezzati nei primi giorni o mesi di vita, celebrare la pasqua è ritornare alla sorgente dell’identità: con il battesimo siamo stati “immersi” nel mistero pasquale di Gesù, sorgente per noi di vita nuova (Rom 6,1-11) siamo divenuti “nuove creature”.

            Nelle celebrazioni di questo triduo, siamo invitati a riscoprire le dimensioni della nostra identità cristiana e, in particolare, approfondire il senso del “sacerdozio comune”, che non riguarda prima di tutto i riti e il culto, ma è primariamente “sacerdozio dell’esistenza” (LG 10-11): desideriamo perciò assumere in libertà e responsabilità la missione messianica che abbiamo ricevuto, come cristiani e come chiesa.

            Per la partecipazione al sacerdozio di Cristo, propria di tutti i battezzati, celebriamo insieme nell’assemblea ecclesiale. Nella Parola ascoltata e nella preghiera, nei gesti che compiremo, riconsegniamo le nostre esistenze a colui che è il Signore della nostra vita, sapendo che la nostra vita – per il battesimo ricevuto in dono – è collocata in Dio, da lui custodita con amore, e che stiamo camminando verso un futuro di pienezza di vita, con tutta l’umanità.

            Il percorso orienta alla celebrazione della veglia pasquale, nella quale ascolteremo le parole della Lettera ai Romani (6,1-11) e proclameremo le promesse battesimali. Non ci soffermeremo sul gesto, sull’atto sacramentale del battesimo, ma penseremo alla nostra identità di battezzati/e: il battesimo è il principio e il dono di una partecipazione alla vita di Cristo che è seme che deve crescere, in realizzazione aperta; il battesimo è un dono a cui segue un’appropriazione, uno sviluppo, che avviene nella vita di tutti i giorni, in tutte le sue dimensioni, non solo in un contesto religioso o ecclesiale.

            In particolare nei giorni del triduo vivremo tre passaggi, che corrispondono ad altrettante dimensioni del battesimo: il giovedì santo ci soffermeremo sulla dimensione ecclesiale, il venerdì sulla dimensione cristologica, il sabato e la domenica sulla dimensione escatologica.

            Nel battesimo viene riplasmata la nostra identità a partire da un dono di vita in Cristo, con Cristo, per Cristo: il nostro nome, che è inizialmente pronunciato alle porte della chiesa davanti alla comunità riunita e che esprime la nostra assoluta singolarità, viene ripronunciato al momento dell’immersione nel fonte battesimale unito al nome del Dio Padre, Figlio, Spirito. La nostra identità è configurata e determinata dalla relazione con Gesù Cristo, il profeta del Regno di Dio, con la sua morte e la sua risurrezione, perché, immersi nel mistero della sua morte, rinasciamo a nuova vita (Rom 6,1-11).

            Battezzati nella fede della chiesa, diveniamo soggetti co-costituenti il corpo ecclesiale, portatori di una parola unica di esperienza, di vita, di fede;

la vocazione cristiana è sempre “con/vocazione”, perché Dio volle salvare e santificare non individualmente ma costituendo un popolo (LG 9): serviamo Dio e l’umanità non da soli, ma insieme.

            C’è infine, un’altra dimensione su cui poco riflettiamo: l’identità cristiana di coloro che sono rinati dal fonte è orientata e qualificata da un riferimento al “definitivo” di Dio ormai presente nella storia. In Cristo risuscitato la signoria del Dio della vita (il Regno di Dio, comunione con Dio e tra le persone e i popoli) segna già in modo iniziale la storia dell’umanità; nella fede in Gesù ne diveniamo partecipi in una forma nuova, consapevole e responsabile. Siamo uomini e donne a servizio del Regno di Dio, della sua forza che trasforma e umanizza. Il battezzato vede e vive il mondo «secondo la risurrezione del Crocifisso» (Gustavo Gutierrez).

            Abbiamo ricevuto un’identità aperta, tra il già del Regno, che riconosciamo per la fede in Gesù, e il compimento non ancora avvenuto, ma desiderato, sperato, servito da tutti noi; una identità per certi aspetti “completa”, ma “in/compiuta”. Abbiamo ricevuto la nostra identità in dono dai nostri genitori, dalle persone che ci amano e che amiamo, dal dono di grazia di Dio nel battesimo; siamo chiamati ad attuarla fino al compimento del regno di Dio: «così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rom 6,4).

            E’ una identità di risposta e responsabilità. In Cristo viviamo un “sacerdozio” che non è fatto di riti o di culto nei luoghi e nelle logiche del sacro, della religione, ma è sacerdozio dell’esistenza: diamo culto a Dio donando la nostra vita per amore di tutti, come Gesù «offrendo i nostri corpi come sacrificio santo, gradito a Dio» (Rom 12,1-2). Abbiamo ricevuto e accolto una identità in divenire, di anticipo del Regno e di tensione verso il Regno di Dio nella sua pienezza, che si gioca in quella concreta trama dei rapporti umani che è la nostra, nel tempo e nello spazio delle nostre esistenze, del nostro lavoro, delle nostre scelte economiche e politiche, dei nostri affetti, delle nostre fatiche, delle nostre gioie.

Il Triduo pasquale ci introduce al mistero del Corpo di Cristo che è la Chiesa, ci “inizia” alla Pasqua, che si celebra in tre giorni (triduo) e poi in sette volte sette giorni (cinquantina pasquale fino a Pentecoste).

            La coscienza della centralità del Triduo pasquale è gradualmente riemersa negli ultimi 70 anni. La Settimana santa per secoli non riconobbe la centralità del Triduo. Anche quando il Sacro Triduo venne valorizzato, come nel nuovo Ordo del 1955, esso appariva semplicemente equiparato agli «ultimi tre giorni della quaresima» ed era costituito dal giovedì, venerdì e sabato santo. Cominciava la mattina del giovedì e finiva con i Vespri del sabato, lasciando fuori la domenica di Risurrezione.

            Solo nel 1969 si giunge alla celebrazione attuale: il Triduo cambia nome (non più Sacro Triduo, ma Triduo pasquale), cambia “logica rituale” e cambia “interpretazione teologica”. La logica rituale considera il Triduo come tre giorni, contando da tramonto a tramonto: dalla Missa in Coena Domini del giovedì sera alla sepoltura la sera del venerdì (primo giorno); dal tramonto del venerdì a quello del sabato (secondo giorno), dalla Veglia pasquale ai Vespri della Domenica di Risurrezione (terzo giorno). Questo porta a una vera conversione sul piano teologico: il Triduo non riguarda più semplicemente la passione o la sepoltura del Signore, ma abbraccia passione morte e risurrezione: è insieme passione e passaggio (passio e transitus). E ogni giorno del triduo è Pasqua.    Si esce così dalla tradizione che celebrava “due tridui” – il triduo della Passione e quello della Risurrezione – e si recupera la tradizione antica, che unifica in un solo triduo passione, morte e resurrezione del Signore.

            Questa unità di struttura rituale e di interpretazione teologica rilegge il mistero pasquale, integrando la celebrazione ecclesiale nel mistero stesso. La pasqua rituale e la pasqua storica – ossia il rito della Cena e la morte in croce – con la pasqua escatologica del “sepolcro pieno” si compiono nella pasqua ecclesiale: come diceva s. Agostino il passaggio di Cristo (transitus Christi) si compie e si rinnova nel passaggio dei cristiani (transitus christianorum). La comunità celebrante è parte integrante del mistero celebrato: con il Signore risorge anche la sua Chiesa, che raccoglie il Triduo tra l’ultima cena con Gesù e la prima eucaristia con il Signore.

            Nello svolgimento dei riti deve emergere questa triplice dimensione: recupero rituale dell’evento storico della cena-croce, comunione con i defunti e con il Cristo morto che libera dalla morte, evento ecclesiale del sepolcro vuoto e della risurrezione – battesimo della Chiesa con il suo Signore. (ac)

Memoria di Oscar Arnulfo Romero

La memoria di Sant’ Óscar Arnulfo Romero, pur essendo stata iscritta nell’Albo dei Santi il 14 ottobre 2018 non ha trovato spazio nel nuovo Messale Romano in lingua italiana. Un gruppo di presbiteri che da anni frequentano El Salvador e che si sono sforzati in questi anni di accompagnare il cammino di quella chiesa locale, delle sue comunità e del suo popolo, ha ritenuto di venire incontro al popolo di Dio proponendo alcuni testi per l’uso liturgico per favorire la preghiera e la memoria di questo vescovo martire.

Qui i testi liturgici proposti

In preghiera per la pace

Questa sera 9 marzo 2022 a san Domenico Pistoia incontro di preghiera per la pace in Ucraina e in tutti i Paesi del mondo.

Chi desidera condividere questo momento può collegarsi via Zoom
https://us02web.zoom.us/j/89902885103?pwd=TVJLMUc3bytrV29ObVI4WHZEWmZxUT09
ID riunione: 899 0288 5103
Passcode: 509805

Qui sotto si può scaricare lo schema della veglia con i testi che saranno letti e le immagini

San Tommaso

Riporto qui di seguito un’intervista per il settimanale “La voce” della diocesi di Pescia per la festa di san Tommaso, preceduta da un testo dello stesso Tommaso che sintetizza la linea di fondo della sua vita. (ac)

“Chiunque vuole condurre una vita perfetta non deve fare nient’altro che disprezzare ciò che Cristo ha ha disprezzato sulla croce e desiderare ciò che egli ha desiderato. Non esiste in effetti un solo esempio di virtù che la croce non ci dia. Cerchi tu un esempio di carità? Non c’è amore più grande che dare la propria vita per gli amici, ed il Cristo lo ha fatto sulla croce… Cerchi tu un esempio di pazienza? Il più perfetto si trova sulla croce… Cerchi tu un esempio di umiltà? Guarda il crocifisso… Un esempio d’obbedienza? Mettiti al seguito di colui che si è fatto obbediente fino alla morte… Une sempio di disprezzo delle cose terrestri? Cammina dietro colui che è il signore dei signori ed il re dei re, in cui si trovano tutti i tesori della sapienza e che tuttavia, sulla croce, appare nudo, oggeto di scherni, insultato, colpito, coronato di spine, dissetato con aceto e fiele, messo a morte” (Thom. Aq., Expositio in Symbol. art. 4 n.920-924)

(Intervista a cura di Carlo Pellegrini)

1) Quali aspetti filosofici e teologici occorre rilevare nell’opera di san Tommaso d’Aquino?

Sono innumerevoli i motivi del pensiero filosofico e teologico di Tommaso su cui si potrebbe riflettere  ma vorrei attirare l’attenzione su un aspetto che unisce l’intero suo itinerario di pensiero unito alla sua stessa vita ed è l’attitudine sincera di ricerca, di apertura della mente e del cuore al mistero di Dio e al mistero della vita umana. Tommaso nella storia della teologia è stato spesso utilizzato e strumentalizzato per giustificare un pensiero autoritario, chiuso, incapace di confronto con la vita, senza variazioni e incertezze. Se si leggono con attenzione le sue opere ciò che emerge è l’umiltà intellettuale e l’orientamento ad indagare tutto ciò che riguarda la vita umana. Al profondo di essa e quale orizzonte finale, come grembo e porto, è la vita stessa di Dio, sorgente e luce di ogni esistenza.   

2) La gnoseologia di san Tommaso D’Aquino, quali verità fondamentali, a suo parere, ha scoperto?

Più che verità scoperte Tommaso ci ha lasciato un  metodo, cioè una via su cui camminare: è la via del dialogo innanzitutto che pone fiducia nella ragione cioè nel cuore umano, di ogni persona. E’ un metodo che valorizza pensieri ritenuti lontani dalla fede cristiana, come era al suo tempo il pensiero di Aristotele, un pagano. In questa apertura egli tende alla verità come senso profondo della vita. Verità per Tommaso è da riferire innanzitutto all’incontro con Gesù Cristo ed è per questo verità sempre in relazione.  

Tommaso ha una profonda fiducia nella vita umana. Il suo pensiero non è comprensibile se viene staccato dal suo riferirsi al vangelo e alla vita comunitaria nell’Ordine domenicano fondato per la salvezza degli uomini. Tommaso condivide con Domenico, quale motivazione della sua ricerca, la compassione (che significa soffrire con… insieme), la sincera vicinanza e condivisione della sofferenza degli altri, di chi sperimenta in tanti modi il dolore, l’incompiutezza e la fatica dell’esistenza. E il suo sguardo sulla vita umana e sulla storia è uno sguardo positivo perché illuminato dal riferimento a Gesù Cristo, il Figlio di Dio che nell’incarnazione ha condiviso la vita umana e ha aperto la via per un compimento e una speranza per tutti. E’ bello scorgere come Tommaso parla di Cristo, il Verbo, Parola che non è Parola qualsiasi ma Parola che spira l’amore. Così le nostre parole, le parole dello studio, della ricerca, della vita devono essere parole capaci di respirare e trasmettere amore.

3) Ritiene che sia necessario lo studio filosofico di san Tommaso D’Aquino per la formazione odierna sacerdotale? Perchè?

Innanzitutto direi che oggi è importante la formazione per parte di tutti e tutte nella comunità chiesa. Formazione è percorso che conduce a maturare la consapevolezza di essere tutti profeti, sacerdoti e re, partecipi della missione di Cristo stesso. E’ importante oggi per tutti e quindi anche per chi vive un servizio nella comunità, coltivare una formazione filosofica, perché la filosofia non significa astratte elucubrazioni senza contatto con la vita ma è l’interrogarsi di fronte alle grandi questioni dell’esistenza, sulla vita, la morte, l’esperienza del male, la bellezza, l’agire quotidiano, il lavoro e la vita insieme agli altri. E poi ci sono le domande sempre nuove che la storia e le vicende della vita pongono. Tommaso indica l’importanza di ascoltare il pensare degli altri, in secondo luogo la fiducia nell’esprimere  le proprie ragioni in un quadro di dialogo, infine la disponibilità ad aprirsi alla verità che viene da chiunque. Dove c’è un frammento di verità lì è presente l’agire dello Spirito santo che va oltre ogni confine.  E c’è da tener presente questo: Tommaso non ha inteso costruire un sistema filosofico sul quale imbrigliare la fede. Ma ha cercato di usare i linguaggi  e i pensieri del suo tempo per far sì che la fede stessa potesse parlare alle donne  e agli uomini suoi contemporanei. In questo senso Tommaso è primariamente un teologo e un credente. E quello che egli ha fatto al suo tempo non è un museo da custodire ma è un giardino da coltivare oggi.

4) La sua etica si allinea al magistero di papa Francesco? Perchè?

Gran parte della riflessione di Tommaso è sulla vita umana, sugli atti umani, sulle virtù – si pensi alla parte morale della Summa. Questo è interessante perché dice uno sguardo profondo alla vita in tutti i suoi aspetti come cammino in cui è già all’opera la grazia di Dio. Ma è anche interessante sottolineare che l’intera riflessione etica di Tommaso è radicata nella sua  contemplazione del mistero di Dio Trinità. Al cuore del suo pensiero sta la convinzione che siamo stati creati per cercare la beatitudine cioè per la felicità piena. Per lui tutto ciò che l’uomo desidera cercando la felicità, anche per cammini tortuosi, è come un inseguire una traccia di Dio. Trovo questo molto bello. E penso che questo stia al cuore dell’insistenza di papa Francesco che non si stanca di indicare un orizzonte di gioia alla vita dei cristiani: si pensi ai titoli dei suoi principali documenti Evangelii Gaudium, Amoris Laetitia, Laudato sì… ma anche ai suoi gesti. Al cuore della vita umana sta un desiderio di felicità e accogliere il vangelo genera una gioia che può essere testimoniata in una vita vissuta davanti a Dio e per gli altri. E questa è bella notizia per i poveri perché inaugura un modo nuovo di vivere, da fratelli e sorelle (Fratelli tutti…. e sorelle tutte!). Per questo la chiesa deve percorrere le vie della povertà, come il suo Signore, e tornare al vangelo.  Tommaso è uno dei tanti testimoni che ci ricorda questo.

Alessandro Cortesi op

Domenica della santa Famiglia

1Sam 1,20-28; 1Gv 3,1-2-21-24; Lc 2,41-52

Si prova un certo disagio a celebrare la festa della santa famiglia in un tempo in cui il riferimento alla famiglia, unito spesso alla dizione ‘famiglia tradizionale’, è divenuto in tanti ambienti motivo di riduzione del messaggio cristiano ad un modello culturale e morale quando non moralistico e motivo di giudizio escludente e discriminante verso tutte le forme di comunità di affetti e verso le esperienze che vivono la complessità dell’esperienza affettiva e le diversità nell’attuare la realtà così umana e quindi varia, ricca, molteplice della famiglia.

Quando poi la ‘santa famiglia’ viene utilizzata quale modello teorico e idealizzato di una famiglia che s’identifica con la famiglia di tipo borghese il disagio si accresce ancora di più. Lo sguardo alle concrete vicende delle famiglie oggi porta a considerare come proprio l’ambito familiare sia luogo delle più diverse esperienze, della presenza di complessità difficili da ridurre ad un modello: le famiglie umane sono mosaico di meraviglie di amori vissuti nelle forme più diverse, nella autenticità, ed anche luoghi di sofferenze profonde per la difficoltà di comunicare, per le interruzioni, rotture e abbandoni, per conflitti diffusi, per le tante angustie presenti nei rapporti tra coniugi, con i figli, nel rapporto con gli anziani. Oggi non di famiglia si dovrebbe parlare ma di famiglie al plurale  nella grande diversità e complessità dei cammini affettivi e delle relazioni che coinvolgono generazioni diverse.

Ci sono due verbi del vangelo su cui poter sostare: lo cercavano… e si stupirono. Sono due chiavi per andare alla ricerca di come Gesù abbia inteso la sua famiglia, aprendosi a scoperte e che stupiscono e aprono nuovo cammino.

I vangeli innanzitutto attestano che Gesù è entrato nella storia di una serie di storie di famiglie che non racchiudono affatto storie esemplari e non sono narrate nella Bibbia, questo libro che riflette la storia umana, a scopo edificante. Possono essere lette come lo specchio della realtà umana della storia delle famiglie umane. Sono le vicende di generazioni in cui si sono intrecciati volti e nomi molteplici e diversi. In particolare è da notare come nella genealogia presentata da Matteo (Mt 1,1-17) compaiono alcune decisive figure di donne nella serie di generazioni declinate tutte al maschile di padre in figlio. E queste donne sono figure irregolari attraverso le quali Dio ha condotto avanti la sua storia di salvezza all’interno di questa vicenda di famiglie concrete. I nomi di Tamar la prostituta, di Racab anche lei prostituta di Gerico, di Rut la straniera di Moab, di Betsabea, la moglie di Uria, sedotta dal re Davide, fino a Maria che interrompe la discendenza tutta maschile di Gesù, sono significative di una storia di salvezza che si attua nel tessuto della vicenda umana per vie che Dio solo conosce e all’interno di vicende segnate dalla complessità e dal disordine della realtà umana.

Un secondo aspetto è sorprendente. Alla domanda “tua madre e i tuoi fratelli ti cercano” (Mc 3.31ss) Gesù risponde “chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” E afferma “mia madre e i miei fratelli sono coloro che fanno la volontà del Padre mio”. In tal modo Gesù rompe le barriere di una concezione del legame familiare ristretto alla cerchia dei propri parenti di sangue ed apre ad un nuovo modo di concepire la stessa famiglia. Madre, sorelle, fratelli sono da ritrovare non in cerchie ristrette di clan rinchiusi, ma nell’orizzonte di rapporti aperti a vivere una relazione che deborda da confini stabiliti e impermeabili agli altri. Gesù spalanca così le chiusure di una concezione di famiglia che vive un egoismo appartato e mette in cammino nello scoprire famiglia laddove c’è relazione di un amore aperto al servizio.

C’è una terza importante espressione di Gesù nei vangeli quando dice ai suoi “non chiamate nessuno padre sulla terra perché uno solo è il padre vostro quello del cielo” (Mt 23,9). In questo modo Gesù presenta una critica a tutte le forme patriarcali di pensare i rapporti e la stessa vita familiare, offrendo un orizzonte in cui impostare la vita insieme non sottomettendosi al dominio patriarcale ma vivendo nella logica della fraternità e sororità ospitale, riconoscendosi in una comunità di uguali e nel contempo accogliendo le diversità che sono proprie della vita di ciascuna e ciascuno.

Facendo riferimento al Padre del cielo Gesù inoltre non intende offrire una visione patriarcale di Dio stesso. Il volto del Padre è da lui proposto nel profilo di chi soffre con viscere di donna e che proprio per questa sua presenza scardina ogni pretesa di chi sulla terra si pone secondo la logica del dominio e dell’oppressione maschile.  

Il volto di Dio annunciato da Gesù è quello di un padre/madre che desidera ‘fare casa’ e va alla ricerca per creare fraternità tra i suoi figli, attendendo e ricercando il perduto per fargli sentire che quella casa è casa sua, e andando incontro e cercando di convincere quello che si sente a posto per fargli comprendere che un’osservanza fredda della legge è il senso della vita ma l’incontro con Dio stesso si attua nell’accogliere un dono di condivisione, di accoglienza, di fraternità nella medesima casa comune (Lc 15,11-32). E’ un Dio che inviata a far festa e rallegrarsi perché c’è posto nella casa per chi si era allontanato e per chi era rimasto, e per sapersi accolti nella diversità dei cammini, aprendosi ad un cambiamento di menatalità.     

Un quarto aspetto dell’insegnamento di Gesù sula comunità famiglia che egli voleva si può ritrovare nelle sue parole dedicate all’accoglienza dei piccoli: “chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome accoglie me” (Mc 9,37).  Accogliere i bambini nel mondo culturale di Gesù significava accogliere coloro che erano considerati senza diritti. Gesù richiama a questa attitudine fondamentale: la sua famiglia è una comunità in cui al centro sono posti i ‘senza diritti’, da accogliere e custodire. E ci si può chiedere oggi chi siano i tanti, i cui diritti fondamentali non sono riconosciuti…

Nella pagina del vangelo è possibile cogliere un’assenza – quella di Giuseppe – ed una presenza nominata – quella di Maria – di cui si sottolinea l’attitudine comune del ‘custodire’. Giuseppe è figura di chi ‘prende con sé’ qualcuno che gli è affidato, senza porre condizioni e nell’affidamento radicale a Dio – e in questa attitudine orienta tutto il suo cammino. Maria è indicata come colei che ‘tiene insieme’ e così custodisce nel cuore vivendo la stessa fede come ricerca e cammino. Sta forse qui la chiave per cogliere il messaggio evangelico che proviene dalla famiglia di Nazaret.

Innanzitutto un messaggio che parla della fiducia di vivere in una custodia da parte di Dio delle vite e dei cammini, nella loro complessità nelle diversità, nella difficoltà a comprendere e nelle contraddizioni della vita umana.

In secondo luogo un messaggio che rinvia alla custodia da attuare nei confronti di ogni percorso e di ogni persona nella sua originalità e irripetibilità. L’esperienza familiare nel suo essere intreccio di relazioni, luogo dello svolgersi degli affetti, porta a vivere la meraviglia dell’amore in tutte le sue armoniche e le sofferenze più profonde per l’incomprensione e le delusioni nella complessità dei cammini umani. Ma il messaggio di scoprirsi custoditi e dell’invio a farsi custodi dell’altro può essere oggi indicazione per coltivare speranza per sé e per tutti ritornando a Gesù e al suo vangelo che è annuncio di liberazione e di gioia nelle nostre vite, e nella vita delle famiglie nella molteplicità dei cammini.

Alessandro Cortesi op

Natale – Omelia messa della notte

Cerchiamo insieme il perché del nostro ritrovarci insieme a celebrare il Natale. Non è più abitudine partecipare alla messa della notte e lo spostamento ad un orario della sera ci aiuta a sostare.

Viviamo questo Natale nel tempo della pandemia: una situazione che coinvolge a livello globale tutti i popoli, tutti gli angoli della terra e che ha reso palpabile e concreta l’interconnessione delle nostre vite, delle vite di tutti.

E’ un tempo di buio che attraversa in tanti modi le nostre esistenze e soprattutto quelle dei più fragili, di chi non ha sostegni, di chi è solo, di chi vive in alcune regioni del mondo.

E questa sera accogliamo la Parola del profeta che è parola di speranza

“il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che camminavano in terra tenebrosa, una luce rifulse”. E poi: “hai aumentato la gioia, hai moltiplicato la letizia…”. Un invito paradossale che esige di essere approfondito.

Oggi le tenebre sono rinvio al buio, all’incertezza, a tutte le angustie e sofferenze che la pandemia che si prolunga – e che esigerebbe uno sforzo collettivo di responsabilità e solidarietà per superare l’emergenza sanitaria –  ha generato, ma anche del buio di una società malata di cui la pandemia ha svelato le grandi contraddizioni, le ottusità e gli egoismi. Ed è situazione che non sembra avere fine perché le situazioni che hanno causato la pandemia, la crisi ambientale, l’iniquità sociale, la scandalosa disuguaglianza che divide il mondo non sembra siano affrontate in radice. Ma siamo qui per scorgere una luce  e scoprire il messaggio di speranza del Natale. Sì, è la speranza il dono di questo Natale.

Il decreto di Cesare

La vicenda di Gesù si muove nel quadro di una storia segnata dai disegni dei grandi, dal dominio dell’impero, dalle ricadute sui piccoli delle decisioni del potere. Il censimento nella Bibbia è simbolo della pretesa dei grandi di misurare il proprio dominio. E’ il grande peccato di Davide quello di aver voluto il censimento del suo popolo (1Sam 24,1-4.10-18.24-25).

Il censimento è paradigma di quelle decisioni che ricadono sull’esistenza concreta dei poveri e che deriva da pretese di grandezza e dalla rincorsa ad accumulare ricchezza, a coltivare privilegi, ad assestare domini. Si potrebbe dire l’espressione simbolica di un sistema malato che opprime in modo violento fino a soffocare la vita dei poveri. Possiamo vedere questo anche oggi questo laddove le grandi decisioni dei poteri che detengono le leve dell’economia e della finanza generano le conseguenze che abbiamo sotto i nostri occhi: le delocalizzazioni che portano licenziamenti e  disperazione nelle famiglie, l’esigenza di ritmi di lavoro senza controlli e senza attenzione alla sicurezza che sono cause delle tanti morti sul lavoro, le scellerate scelte di chiusura dei confini e di respingimento dei poveri che lasciano morire uomini donne e bambini di fame e di freddo e di torture ai confini della ricca Europa.

Lo spostamento, l’uscita dalla propria casa di Giuseppe e Maria è provocata da questa decisione dei grandi ed è storia dei piccoli. In questo quadro di una vita di piccoli, ai margini dell’impero, si muove l’inizio della vita di Gesù. Anche se storicamente forse Luca confonde gli avvenimenti (è attestato un censimento nel 6 d.C.) il messaggio che proviene da questa pagina – che ritorna a pensare la nascita di Gesù dopo che tutta la sua vita si è conclusa – sta nella grande contrapposizione che presenta tra ingiustizia globale e vita dei piccoli e nel volto di Dio che ne emerge. Il Dio di Gesù non sta dalla parte dei dominatori, di chi usa la violenza, dei grandi manovratori del mondo. Sta dalla parte dei senza nome e senza volto, di coloro che sono considerate pedine insignificanti o soltanto numeri. Nella risacca della storia ci sono nomi che solo Dio conosce ed Egli prende con sé questa storia.

Nei suoi ‘auguri scomodi’ per Natale Tonno Bello scriveva: “Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita; il sorpasso, il progetto dei vostri giorni; la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate”.

Le fasce di Maria

C’è un particolare del racconto di Luca nel momento della nascita e sono le fasce del bambino, Gesù è posto da Maria nella mangiatoia perché non c’era posto per loro. Queste fasce sono un sottile rinvio alle fasce della sepoltura: quel bambino va seguito in tutta la sua vita. Questo è solo un inizio, sembra dirci Luca. La nascita rinvia all’intero suo cammino, alle sue parole, ai suoi gesti, al modo di intendere la vita fino alla fine. Ma in quelle fasce sta anche tutta la cura e l’attenzione. C’è il senso della sorpresa per la vita nella sua nudità. Per l’inermità che chiede delicatezza e tempo e sguardo premuroso. Le fasce svolte da Maria ci richiamano i gesti del quotidiano come luogo in cui scorgere una presenza inaudita e improvvisa. Quelle fasce e il deporlo nella mangiatoia fanno pensare ai gesti semplici, quelli del quotidiano. Chi lavora nella stalla lo sa: una poetessa di montagna Roberta Dapunt della val Badia, ha cantato la semplicità e lo spessore di questi gesti:

Di ritorno dalla stalla (Roberta Dapunt)

In questo buio compatto è perpetuo novembre.

Sei tu Dio? Onnipresente sconosciuto.

Perché io so che tu sei,

lo sanno i miei sensi,

quando tornano dalla stalla.

Tutto è qui nella riservatezza rurale che ripeto

mattina e sera, spesso unico sentiero

che pesto come a passeggio verso casa.

Tutto è qui. Qui è l’avvenire,

qui è il tempo che passa e la morte che viene,

in questo gesto comune è la mia alleanza

posta fieno su fieno,

letame dopo letame,

solitudine per solitudine,

nell’amore alla vita, perché vita è l’unico supporto,

qui su questo percorso, umile gioia dei giorni.

E’ la semplicità della vita, la nudità di un bambino che richiede cura il luogo in cui scorgere la apertura ad un incontro di un Dio sorprendente. Papa Francesco ricorda nella sua lettera sul presepio “Admirabile signum”: “…il presepe, mentre ci mostra Dio così come è entrato nel mondo, ci provoca a pensare alla nostra vita inserita in quella di Dio; invita a diventare suoi discepoli se si vuole raggiungere il senso ultimo della vita”

“I poveri e i semplici nel presepe ricordano che Dio si fa uomo per quelli che più sentono il bisogno del suo amore e chiedono la sua vicinanza. Gesù, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso. Dal presepe emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità. Il palazzo di Erode è sullo sfondo, chiuso, sordo all’annuncio di gioia. Nascendo nel presepe, Dio stesso inizia l’unica vera rivoluzione che dà speranza e dignità ai diseredati, agli emarginati: la rivoluzione dell’amore, la rivoluzione della tenerezza. Dal presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato”.

Pietro di Celle, nato attorno al 1147, divenuto monaco benedettino e vescovo, e morto a Chartres nel 1183, offre in un suo sermone una invocazione a Gesù che viene nella semplicità:  “Vieni Gesù, nell’umiltà delle fasce e non nella grandezza, nella mangiatoia e non sulle nubi del cielo, fra le braccia di tua madre e non sul trono della maestà, sull’asina e non sui cherubini. Vieni verso di noi e non contro di noi, per salvare e non per giudicare, per visitare nella pace e non per condannare nell’ira. Se vieni così, Gesù, invece di sfuggirti, noi fuggiremo verso di te”.

La luce dei pastori

Nella notte i pastori seguono una luce. Si lasciano interrogare da una ricerca e da una domanda aperta: sono ascoltatori di voci, cercatori di segni, bisognosi di luce…

E sono capaci di uscire, di lasciare le loro occupazioni per mettersi in cammino, per inseguire una luce che è fuori ma anche dentro loro: è luce di speranza. 

Anche noi questa sera siamo qui non per abitudine ma con un’inquietudine nel cuore, con una ricerca , colmi delle tante sofferenze che appaiono sovrastanti di questo tempo.

I pastori ci ricordano che nel buio si può accogliere una luce che rompe le tenebre: ci chiamano alla speranza che è attitudine dei poveri. Ce lo ha ricordato in questi  Timothy Radcliffe che è tornato a predicare dopo una grave malattia e ha detto: noi possiamo essere portatori di disperazione o di speranza nella nostra vita… non procrastiniamo la scelta di essere testimoni di speranza.

E’ una speranza che si aggrappa a questo dono di presenza e di luce. Ed è germoglio di risurrezione, di una fioritura possibile anche nell’inverno del nostro tempo segnato dalle paura dall’irrigidimento della paura e delle tristezze. Il dono di questo Natale è un messaggio di speranza: speranza che chiede di farsi storia, che si dica in piccoli gesti e in uno sguardo nuovo. “Riconosci cristiano la tua dignità” – richiamava Leone magno nelle sue omelie sul Natale – dignità di figlio e figlia, amato benvoluto, il cui nome è conosciuto e accolto da un Dio che si fa vicino nel bambino avvolto in fasce e  che non trova posto dove essere accolto. Questo invito può essere tradotto oggi nel riconoscere la dignità dei volti e nel portare speranza.

Verso la Messa di Mezzanotte

                                                     Natale 1977

Natale è un flauto d’alba, un fervore di radici
che in nome tuo sprigionano acuti di ultrasuono.
Anche le stelle ascoltano, gli azzurrognoli soli
in eterno ubriachi di pura solitudine.
Perché questo Tu sei, piccolo Dio che nasci
e muori e poi rinasci sul cielo delle foglie:
una voce che smuove e turba anche il cristallo,
il mare, il sasso, il nulla inconsapevole.
Invisibile aria: Tu impregni ciò che vive
e solo vive se di te si impregna.
Tu sei d’ogni radice l’alto mistero in musica
che innerva il tralcio – lazzaro e lo spinge a fiorire.

Maria Luisa Spaziani

Alessandro Cortesi op

Magnificat

Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore / e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva. / D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. / Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente / e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia / per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio, / ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni, / ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati, / ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo, / ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri, / per Abramo e la sua discendenza, per sempre»
(Lc 1,46-55)

Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore. L’inno di Maria nel suo incontro con Elisabetta è una preghiera di affidamento e di speranza. Al centro sta il riconoscimento della presenza di Dio, il Signore, colui che salva, il potente, colui il cui nome è Santo. E’ un inno di gioia che canta una presenza vicina di chi ‘ha posto il suo sguardo sulla piccolezza della sua serva’. Maria canta un avvicinamento inaudito e un capovolgimento. Lo sguardo di Dio si posa sulla sua vita che non ha particolare importanza e grandezza. E indica se stessa la ‘serva’ – con rinvio al cuore della vicenda stessa di Gesù che nel vangelo di Luca è delineato come il ‘servo’ e proprio nell’ultima cena dirà ‘Io sto in mezzo a  voi come colui che serve’ -.  Sta qui un primo significato della preghiera. Maria riconosce e canta la grandezza del volto di Dio come un Tu che non si pone secondo le logiche del dominio e della grandezza umana. Il suo sguardo è per i piccoli e senza nome, si sofferma sulla vita di chi non ha importanza agli occhi degli uomini, di chi è in condizione di povertà perché non ha possessi di ogni genere di cui vantarsi. E’ una preghiera che dà voce a tutti i dimenticati, a tutti coloro che sono esclusi nell’indifferenza. E’ riconoscimento di uno sguardo che si sofferma sui volti di coloro che non hanno appoggi e sicurezze umane, sulle masse degli impoveriti e degli scartati. Maria dice grande Dio perché e si fa interprete degli ‘anawim’, dei poveri di ogni tempo.

La lode di Maria sorge dall’esperienza delle grandi cose che il Potente ha fatto in lei: la giovane di Nazaret riconosce un’azione che ha il nome della misericordia: “di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono”. Rende lode alla parola di Dio che le è stata donata (e così poco prima era stata salutata da Elisabetta: “beata colei che creduto nell’adempimento delle parole del Signore”). Rende lode perché quanto in lei si compie, una nascita nuova, il venire su di lei dello Spirito, il coprirla dell’ombra dell’Altissimo (Lc 1,35) si collega all’azione del Dio dell’esodo e dell’alleanza: riprende così la preghiera dei salmi “con braccio potente hai disperso i tuoi nemici” (Sal 89,11)   “Il Signore sostiene i poveri, ma abbassa fino a terra i malvagi” (Sal 147,6). E indica il sovvertimento che il Dio dell’esodo e dell’alleanza attua nella storia: “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato  amni vuote i ricchi”. Dio guarda in modo diverso da come guarda l’uomo. Si apre una speranza per tutti, perché nessun nome è dimenticato agli occhi di Dio ed ogni vita può aprirsi ad una liberazione.

E’, il Magnificat, una preghiera di affidamento e di speranza: di affidamento perché  dice la gioia dell’affidarsi al Dio che viene a salvare i poveri. Di speranza perché indica che ogni gesto della vita che attua questo movimento di sovversione del Dio della promessa ad Abramo e della fedeltà è attuazione di questo incontro, è far parte del suo sguardo. In questo giorno (22 dicembre) ricordiamo l’approvazione dell’Ordine domenicano nel 1216 da parte di papa Onorio III. La data di nascita di un progetto di accoglienza della salvezza di Dio per esserne testimoni nell’incontro con l’umanità.  Mi piace legare questo ricordo e questa data al messaggio che il nostro confratello Timothy Radcliffe, dopo un periodo di grave malattia, ci ha ricordato tornando a predicare: «La speranza e la disperazione sono contagiose. E ognuno di noi sceglie se essere una fonte di speranza o una fonte di disperazione»…  sperare in Dio che in Gesù adempie le sue promesse, si deve attuare ora, concretamente: «Non procrastiniamo. Agiamo oggi». Il Magnificat di Maria è traccia per questo cammino di speranza.

Alessandro Cortesi op

Una proposta di preghiera per il sabato santo

In questo tempo di pandemia in cui per molti non è possibile né consigliabile la partecipazione alle celebrazioni comunitarie abbiamo pensato di proporre un momento di preghiera per il sabato santo: è uno schema che può essere utilizzato sia come celebrazione domestica, sia eventualmente in momenti comunitari, in presenza o a distanza.

A questo link si può vedere una riflessione di commento alla Crocifissione bianca di Marc Chagall

A questo link si può scaricare la proposta integrale di un momento di preghiera per il sabato santo

Triduo pasquale

Da tramonto a tramonto: è questo il ritmo dei tre giorni in cui riviviamo la Pasqua d’Israele, la Pasqua di Gesù e la Pasqua della chiesa/mondo.

Il primo giorno va dalla sera di giovedì alla sera di venerdì: è la Pasqua del rito e della memoria storica, del percorso dell’Esodo di un popolo oppresso che scopre la presenza di Dio come liberatore che ascolta le grida degli oppressi e scende per liberarli. E’ la memoria del gesto di Gesù che ha detto tutta la sua vita nel distribuire un pane spezzato e un calice di vino a tavola con i suoi.

Il secondo giorno è la Pasqua come attesa dell’Ultimo: dalla sera del venerdì alla sera del sabato è il tempo del silenzio; è la Pasqua escatologica. Il silenzio accompagna il Signore che dorme ma questo tempo sospeso è anche attesa di quella discesa del crocifisso che vuole raggiungere le profondità di ogni oscurità e di ogni male per farvi giungere il raggio dell’amore inaudito che salva e porta speranza per tutti. La morte non è l’ultima parola della vita.

Il terzo giorno è dalla veglia del sabato al giorno della domenica: è la Pasqua dei cristiani, dell’umanità chiamata ad accogliere il dono di novità e di vita, della creazione stessa che venuta dalle mani di Dio è rinnovata e troverà compimento in una vita nuova.

Ognuno di questi giorni è Pasqua ed è una festa che si prolunga nel primo giorno della settimana e trova continuazione per cinquanta giorni. Cinquanta giorni in cui il saluto del benvenuto e dell’incontro è ‘Cristo è risorto!…. veramente è risorto’. Da qui la speranza per la vita. Da lui la radice di ogni impegno per vivere come lui la solidarietà con i dimenticati e gli afflitti della storia.

A Pasqua ricordiamo il battesimo come sorgente di una identità che nasce in una relazione e non potrà mai pensarsi senza relazione e apertura all’altro: “non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rom 6,3-4). Il battesimo è innesto e affidamento di un seme di vita nella terra del cuore.

C’è una dimensione comunitaria della vita nel rapporto con Gesù che è richiamata dal giovedì santo: si apre il dono di quel sacerdozio che è il sacerdozio della vita e dell’esistenza, il partecipare della missione di Gesù come messia. Paretcipi del suo annuncio: essere profeti nel quotidiano. Partecipi del suo essere re: responsabili negli ambiti di vita dell’impegno nella storia. Partecipi del suo essere sacerdote: lui, unico sacerdote ci affida il compito di portare la vita, il cammino umano a Dio in un sacerdozio di tutte e tutti nel popolo di Dio che è convocazione di umanità.

Nel venerdì riscopriamo la radice in Cristo del battesimo che abbiamo ricevuto: è Cristo, e questi crocifisso, il riferimento fondamentale e la sorgente della nostra vita in Lui.

Nella veglia pasquale e nella domenica che annuncia annuncia la domenica senza tramonto siamo invitati a scorgere l’orizzonte ultimo di una identità che è radicata nel dono di Gesù e si apre alla missione che da lui viene: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture…” (Mt 10,8-9). Nel ‘frattempo’ del nostro cammino sulla terra non dobbiamo perdere di vista l’orizzonte ultimo di un incontro che non lascerà andare perduto nulla di ogni frammento di bene, di cura, di parole buone e di accoglienza seminato e ricevuto nel tempo della vita. Per questo Pasqua è tempo di rinnovamento e di speranza.

Alessandro Cortesi op

Per ricordare Oscar Romero

In questi giorni in occasione del giorno dedicato alla memoria di san Oscar Romero (24 marzo) è stata proposta una serie di testi per la liturgia.

La memoria di Sant’ Óscar Arnulfo Romero, pur essendo stata iscritta nell’Albo dei Santi il 14 ottobre 2018 non ha trovato spazio nel nuovo Messale Romano in lingua italiana.

Un gruppo di presbiteri che da anni frequentano El Salvador e che si sono sforzati in questi anni di accompagnare il cammino di quella chiesa locale, delle sue comunità e del suo popolo, ha ritenuto di venire incontro al popolo di Dio proponendo alcuni testi per l’uso liturgico per favorire la preghiera e la memoria di questo vescovo martire

Ai seguenti link i testi in italiano e in spagnolo

“Vorrei aggiungere qualcosa che forse ci è sfuggito. Il martirio di monsignor Romero non avvenne solo al momento della sua morte; fu un martirio-testimonianza, sofferenza anteriore, persecuzione anteriore, fino alla sua morte. Ma anche posteriore, perché una volta morto — io ero un giovane sacerdote e ne sono stato testimone — fu diffamato, calunniato, infangato, ossia il suo martirio continuò persino da parte dei suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato. Non parlo per sentito dire, ho ascoltato queste cose. Cioè, è bello vederlo anche così: come un uomo che continua a essere martire. Ebbene, credo che ora quasi nessuno osi più farlo. Dopo aver dato la sua vita, continuò a darla lasciandosi colpire da tutte quelle incomprensioni e calunnie. Questo mi dà forza, solo Dio lo sa. Solo Dio conosce le storie delle persone, e quante volte persone che hanno già dato la loro vita o che sono morte continuano a essere lapidate con la pietra più dura che esiste al mondo: la lingua.”. (papa Francesco 30 ottobre 2015 in spagnolo concludendo, a braccio, il discorso ai partecipanti al pellegrinaggio da El Salvador per ringraziamento per la beatificazione dell’arcivescovo di San Salvador avvenuta il 23 maggio 2015).

A questo link è consultabile un articolo di G.Beretta, Oscar Romero, santo universale, “Il manifesto” 24.03.2020

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