la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per la categoria “Omelie”

Mercoledì delle ceneri – 2020

IMG_6870“Ritornate a me con tutto il cuore…” è l’invito che apre questo tempo di quaresima. Ritornare è movimento di conversione. Implica un fermarsi, una ricerca del giusto cammino, l’intraprendere una strada nuova. Tornare per riandare ad un’esperienza iniziale di incontro con Dio che per Israele è stata la liberazione dall’Egitto dove si è scoperto popolo in cammino chiamato a seguire Dio e servirlo. Nel percorso tante cose si sono sovrapposte alla meraviglia del dono di un incontro e di una chiamata , alla disponibilità a cercare Dio quale tesoro della propria vita, all’affidamento radicale del credere. Siamo invitati a riconoscere che ci siamo allontanati dallo stare con Lui, dal riconoscere la sua presenza nei nostri giorni, dall’ascolto della sua Parola. La quaresima invita ad un primo movimento di verità nella vita di ognuna o ognuno di noi. Ritornare non è movimento facile o che tocca aspetti marginali dell’esistenza, ma investe il cuore: “ritornate a me con tutto il cuore”: nel coinvolgimento del cuore sede delle scelte, degli orientamenti fondamentali dell’esistenza.

“ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso”. Ritornare è movimento che conduce a mettere Dio al centro, a scoprire il volto di un Dio di misericordia che non condanna ma accoglie, desidera aprire cammini di liberazione conosce la nostra debolezza e perdona.

“Il Signore si mostra geloso per la sua terra e si muove a compassione del suo popolo”. Come Dio è un Dio che ama con cura e attenzione così a noi chiede di far nostra la sua cura per la terra. Come Dio è un Dio di compassione per il suo popolo, così a noi chiede di essere capaci di compassione. Compassione per gli altri vicini e compassione per quel popolo di Dio presente e nascosto nell’umanità. Quaresima apre ad uno sguardo decentrato da noi stessi, coinvolto nello stile di Dio.

“Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”. Quaresima è momento favorevole nel nostro cammino per aprirci ad un’opera che non è nostra. E’ Dio che ci ha riconciliati con lui in Cristo “Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione”. La chiamata a ritorno, la conversione, ci coglie nella situazione di essere non riconciliati: non riconciliati con noi stessi, non riconciliati tra di noi, non riconciliati nei rapporti tra i popoli, non riconciliati nella relazione con la terra.

Riconciliare è l’opera di Dio: è dono che viene da Dio e la vita nuova del cristiano, essere nuova creatura, si apre nell’accogliere tale dono. Non ripiegati in se stessi, chiusi nelle pretese di difesa del proprio io ma aperti a legami comunitari, a trasmettere il servizio della riconciliazione.

Nella quaresima, quaranta giorni di un cammino tutto orientato verso la Pasqua, siamo invitati ad una riscoperta di Gesù e del suo vangelo, del significato per noi della sua croce, del suo amore vissuto fino alla fine. Ed insieme una riscoperta del nostro battesimo come dono da far fiorire in scelte nella vita, della nostra autenticità, del nome ricevuto come promessa. “Ci ha riconciliati per mezzo di Cristo e ha affidato a noi l’opera della riconciliazione”.

La quaresima è momento favorevole per vivere gesti concreti di relazioni nuove, con gli altri, con Dio, con la terra. Sono i gesti dell’apertura all’altro, della condivisione della vita dei poveri: “mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra”. Sono i respiri della preghiera come esperienza di incontro con Dio che chiede ascolto e accoglienza nel cuore: “quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo…”.

Sono le scelte di sobrietà, di limitazione dei mezzi che usiamo per ricercare ciò che è essenziale liberandosi da quanto appesantisce la nostra vita e la rende incapace di ospitalità: “quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto”. Sono i gesti per vincere la ipocrisia togliendo le maschere e recuperare la semplicità di una vita secondo il vangelo.

“Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!”.

Alessandro Cortesi op – san Domenico di Fiesole 26 febbraio 2020

In ricordo di un amico scout

Celebrazione delle esequie di Mauro Santini

chiesa di san Domenico Pistoia – 12 febbraio 2020

A questo link il foglietto della celebrazione CELEBRAZIONE ESEQUIE Mauro Santini

spianessa 100All’inizio

Quando busserò alla tua porta…

Siamo qui per salutarti Mauro, e lo facciamo con il cuore. Ti accompagniamo a bussare alla porta della casa del Signore dove ci sono molti posti e dove tu porti le gioie e le fatiche della tua lunga vita. Viviamo questa Eucaristia in tanti insieme. E l’esserci è segno di grande affetto, di legami che non vengono meno. Siamo attorno a te e ai tuoi familiari. E ti affidiamo al Signore portando con te le ceste di dolore e i grappoli d’amore, la strada che hai percorso, i tuoi piedi e le tue mani…

E’ questo un momento di grande fiducia e di speranza e vuole essere la tua festa Mauro. Il prossimo 8 marzo avresti compiuto 90 anni: ci stavamo preparando per organizzare una festa per dirti affetto e gioia per la tua amicizia. La viviamo ora attorno a te, affidandoti al Dio della gioia. Portiamo ora nel canto il nostro affidamento e la richiesta di perdono per ogni fragilità e mancanza….

Dal libro del profeta Baruc (Bar 3,9-4,4)

Impara dov’è la prudenza, dov’è la forza, dov’è l’intelligenza, per comprendere anche dov’è la longevità e la vita, dov’è la luce degli occhi e la pace. Ma chi ha scoperto la sua dimora, chi è penetrato nei suoi tesori? (…) Ma colui che sa tutto, la conosce e l’ha scrutata con la sua intelligenza, colui che ha formato la terra per sempre e l’ha riempita di quadrupedi, colui che manda la luce ed essa corre, l’ha chiamata, ed essa gli ha obbedito con tremore. Le stelle hanno brillato nei loro posti di guardia e hanno gioito; egli le ha chiamate ed hanno risposto: “Eccoci!”, e hanno brillato di gioia per colui che le ha create. Egli è il nostro Dio, e nessun altro può essere confrontato con lui. Egli ha scoperto ogni via della sapienza e l’ha data a Giacobbe, suo servo, a Israele, suo amato. Per questo è apparsa sulla terra e ha vissuto fra gli uomini. Essa è il libro dei decreti di Dio e la legge che sussiste in eterno; tutti coloro che si attengono ad essa avranno la vita, quanti l’abbandonano moriranno. Ritorna, Giacobbe, e accoglila, cammina allo splendore della sua luce.

IL SIGNORE E’ IL MIO PASTORE (salmo 23)

Il Signore è il mio pastore / nulla manca ad ogni attesa / in verdissimi prati mi pasce / mi disseta a placide acque.

È il ristoro dell’anima mia / in sentieri diritti mi guida / per amore del santo suo nome / dietro lui mi sento al sicuro

Pur se andassi per valle oscura / non avrò a temere alcun male / perché sempre mi sei vicino / mi sostieni col tuo vincastro.

Quale mensa per me tu prepari / sotto gli occhi dei miei nemici / e di olio mi ungi il capo / il mio calice è colmo di ebbrezza.

Bontà e grazia mi sono compagne / quanto dura il mio cammino / io starò nella casa di Dio / lungo tutto il migrare dei giorni

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 12,3-13)

Per la grazia che mi è stata data, io dico a ciascuno di voi: non valutatevi più di quanto conviene, ma valutatevi in modo saggio e giusto, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato. 4 Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, 5 così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri. 6 Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi: chi ha il dono della profezia la eserciti secondo ciò che detta la fede; 7 chi ha un ministero attenda al ministero; chi insegna si dedichi all’insegnamento; 8 chi esorta si dedichi all’esortazione. Chi dona, lo faccia con semplicità; chi presiede, presieda con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia. La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; 10 amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. 11 Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. 12 Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. 13 Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità.

Dal vangelo secondo Matteo (Mt 7,24-27)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. 26 Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande”.

Parola del Signore

29917a2c-3555-47fc-b031-77aa2976bfa5Omelia

“Al cader della giornata…” sono queste le parole che tante volte abbiamo cantato insieme quando eravamo riuniti attorno al fuoco sotto le stelle. “Te nel bosco e nel ruscello, Te nel monte e Te nel mar, Te nel cuore del fratello, Te nel mio cercai d’amar”: nella natura e nel respiro del creato, nell’incontro con i volti degli altri si vive un incontro con il Dio della creazione.

Impara dov’è la prudenza,
dov’è la forza, dov’è l’intelligenza,
per comprendere anche dov’è la longevità e la vita,
dov’è la luce degli occhi e la pace.
15 Ma chi ha scoperto la sua dimora,
chi è penetrato nei suoi tesori? (Bar 3,14-15)

Queste parole della prima lettura del profeta Baruc ci aiutano a scorgere un grande dono presente nella tua vita Mauro: è quella sapienza che tu hai ricercato, che inseguivi come luce interiore. Tu sapevi riconoscere i versi degli animali, i rumori del bosco, sapevi seguire le tracce dei sentieri e quando eri più giovane avevi assaporato il gusto di salire sulle cime sulla roccia, l’ebbrezza di veleggiare in mare aperto inseguendo il vento. Venivi da Lucca e hai sempre mantenuto il ricordo dei tuoi monti, le Apuane e del mare che tu conoscevi. Amavi la montagna, in gioventù avevi vissuto avventure che ricordavi e raccontavi con nostalgia, quelle avventure che con pochi mezzi e tanta forza ed entusiasmo si potevano vivere.

In questa tua passione per la natura, per il silenzio dei boschi, per i profili delle montagne e per la luce dei tramonti tu scrutavi quella sapienza che è come una bambina che corre e risponde al Dio delle grandi e delle piccole cose e nel tuo cuore era presente una ricerca di colui che sa tutto e sta all’origine di ogni cosa.

32 Ma colui che sa tutto, la conosce
e l’ha scrutata con la sua intelligenza,
colui che ha formato la terra per sempre
e l’ha riempita di quadrupedi,
33 colui che manda la luce ed essa corre,
l’ha chiamata, ed essa gli ha obbedito con tremore.
34 Le stelle hanno brillato nei loro posti di guardia
e hanno gioito;
35 egli le ha chiamate ed hanno risposto: “Eccoci!”,
e hanno brillato di gioia per colui che le ha create. (Bar 3,32-35)

Tu che amavi le stelle sapevi commuoverti quando le stelle brillavano nelle notti di estate. Quanti lupetti e coccinelle sono stati guidati da te ad imparare come si percorre un sentiero, a quanti hai insegnato nelle notti limpide dell’Appennino a scorgere le stelle indicando i nomi delle costellazioni, con il tuo raggio laser puntato verso l’infinito parlando della Lira, del Cigno e di Ofiuco.

Possiamo dire grazie per la tua vita Mauro perché nel tuo cammino hai lasciato spazio a quello che la seconda lettura ci ha ricordato: “anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri” (Rm 12,5).

E come Paolo dice nella prima lettera ai Corinzi: 4 Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5 vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; 6 vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. 7 A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune (1Cor 12,4-7).

Ti piaceva vivere in comunità, senza avere tante cose, ma condividendo e partecipando ad un progetto comune, per costruire un mondo più bello, e per tessere reti di relazioni.

“Te nel volto del fratello te nel mi cercai di amar…”: nella tua esistenza e nel volto dei fratelli e sorelle, hai cercato di amare, hai percorso sentieri che ti hanno portato a scoprire quell’amore non egoistico e chiuso, ma l’amore fatto di gratuità e di rispetto per ognuno.

“Nel volto di ogni uomo e donna da riconoscere come fratelli e sorelle, non solo i nostri simili o vicini, ma tutti, soprattutto i poveri, Te ho cercato di amare”: è stata questa la tua esperienza e il tuo desiderio Mauro, che il Signore oggi accoglie.

Avevi scoperto la bellezza del volontariato. Proprio in questi giorni il presidente Mattarella a Padova capitale europea del volontariato 2020 ha ricordato i tratti di quell’esperienza fondamentale che è il volontariato:

“Persone accanto ad altre persone, che vivono e sviluppano il senso della comunità, appunto, il senso dello “stare accanto”. Commette un errore chi pensa che l’impegno volontario, e i valori che esso trasmette, appartengano ai tempi residuali della vita e che non incidano sulle strutture portanti del nostro modello sociale. Al contrario, la dimensione della gratuità, unita alla responsabilità civica e a un forte desiderio di condivisione, produce riflessi e crea interrelazioni con ogni altro ambito della vita sociale”.

Insieme a te Mauro abbiamo imparato il valore dello ‘stare accanto’… Quanto affetto unito a questo impegno ci ha legato e ci lega. Sei stato per tutti noi una presenza originale: come un nonno, come un babbo, ma anche come fratello e amico. Hai vissuto la tua giornata incontrando nello scoutismo l’ambiente in cui esprimere i tuoi doni, le tue passioni. Eri capace di fare tante cose, abile nel maneggiare attrezzature, nell’aggiustare, nel costruire. Non sapevi stare fermo e le tue mani erano sempre all’opera. Nel tuo pensare esprimevi una intelligenza pratica e progettuale. Hai scoperto che i doni che abbiamo possono essere condivisi e posti al servizio per educare altri, per una crescita nel saper fare e in umanità.

E questa tua capacità l’hai espressa soprattutto in quella grande avventura che per l’AGESCI di Pistoia è stata e continua ad essere la costruzione della casa di Spianessa. Ti piaceva ricordare che l’avevi individuata tu quella casa. E forse ci avevi anche sognato su quel rudere cinquant’anni fa immaginando ciò che sembrava impossibile… che divenisse un luogo di condivisione, di amicizia, di comunità. E il tuo lavoro, la tua energia l’hai messa lì, nell’essere sempre presente, fino all’ultimo campo di lavoro di giugno scorso, fino alla raccolta della legna di settembre nonostante i tuoi acciacchi. Sempre presente quando ci si allargava al cerchio o seduti stretti nelle panche della cappella mentre venivi a sederti con il tuo andare un po’ barcollante. E tu come uno dei tanti rover e scolte portavi la tua parola nelle condivisioni e nelle preghiere e sapevi lasciar parlare il cuore. Era questa tua semplicità che è stata per noi dono. La semplicità di chi desidera costruire per altri.

“chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia”.

Spianessa per te e per tutti noi è questo sogno, segno di qualcosa di più grande: perché Spianessa è una casa che respira in ogni mattone, e in ogni trave di legno, del lavoro di tutti. E’ infatti una casa che intende essere spazio di accoglienza. Non un luogo di villeggiatura o dove si portano i bambini a giocare, ma un luogo in cui imparare a vivere insieme, a sperimentare la gratuità, il servizio. Casa sulla roccia in cui imparare un rapporto di cura per il creato, in cui apprendere a condividere, a pensare agli altri, ad ascoltare la Parola di Dio, a fare comunità, ad essere uomini e donne responsabili della società. Spianessa è esperienza in cui con gratuità competenze diverse vengono poste al servizio di una casa comune. Questo tu Mauro l’avevi intuito e lo sapevi, con quella sapienza del cuore che non ha bisogno di parole difficili. Esprimevi questo nel tuo esserci, nel tuo interessarti, nel tuo impegnarti, nel tuo aver sempre in mente un progetto nuovo, con l’entusiasmo di bambino.

Avevi mantenuto anche nell’età in cui di solito ci si rattrista e ci si ripiega una energia serena: l’energia dei giovani. Era ciò che ti faceva scintillare gli occhi quando comunicavi una tua idea di miglioramento della casa, sperando che anche gli altri accogliessero le tue proposte. Avevi mantenuto, Mauro, il gusto di pensare agli altri che vengono dopo di noi, a non soffermarti su te stesso e sui tuoi acciacchi. Amavi stare insieme anche quando il venir meno dell’udito non ti permetteva più di seguire i discorsi di coloro che stavano vicino a te.

Questo è un altro insegnamento di cui dirti grazie e da affidare al Signore. Credevi nell’importanza di Spianessa perché lassù, nel condividere l’essenzialità di una vita insieme senza grandi comodità, potendo vedere l’alba e il tramonto verso il Libro aperto, avevi scoperto come ogni persona è importante, è volto unico e originale ed è possibile incontrarsi riscoprendo l’umanità che ci accomuna in una sola famiglia. La montagna è maestra per questo. Sapevi scorgere anche nei più piccoli un volto prezioso.

Per questo ti facevi benvolere da tante e tanti e alcuni hanno avvertito nella tua presenza il volto di un babbo o di un nonno perduto. E lo sei stato con discrezione e non nascondendo anche i difetti del tuo carattere. E sapevi avere la delicatezza di insegnare ad usare un martello o un falcetto a chi non l’aveva mai preso in mano: e facevi sentire importante chi ti reggeva i tronchi di legno mentre sistemavi la staccionata con il tuo metodo di unire i tronchi con le viti filettate. Eri un maestro, Mauro, senza pretesa di esserlo e senza volerlo essere, perché ti sentivi un bambino.

Avevi scoperto il segreto della vita, l’amicizia: quell’amicizia che è il cuore della vita di Gesù che ha detto ‘Non vi ho chiamati servi ma amici…’ e ha vissuto l’amicizia sino a dare la vita per tutti. Sentivi che l’amicizia è come un sacramento, un’esperienza tangibile in cui si respira qualcosa di più grande, il soffio di un incontro con Gesù, testimone dell’amore.

La morte ti ha raggiunto improvvisamente Mauro, in un primo pomeriggio di un giorno assolato di febbraio mentre camminavi con il tuo bastone. Desideriamo ricordare nella preghiera anche chi guidava quell’auto che ti ha investito, senza accorgersi di quanto stava accadendo. Possiamo pensare il dolore e il rimorso suo e della famiglia. Chiediamo al Signore per tutti la consolazione che solo Lui può dare e la pace.

Ora Mauro ti ricordiamo con affetto ed anche con gioia. La tua lunga vita è stata una vita bella, ricca di volti, di persone, di affetto, di cui eri contento e riconoscente al Signore. Possiamo ripetere con te “Se il Signore non costruisce la casa invano si affaticano i costruttori…” Possiamo chiedere per te di incontrare faccia a faccia il volto di Dio amicizia, riflesso nell’amicizia che tu hai assaporato nelle tante persone con cui hai condiviso tratti di strada e di incontro. E noi ci stringiamo insieme a pregare per te e con te.

La tua lunga giornata è giunta al tramonto. Il tempo che ci è dato è un’occasione. Il Signore ci faccia camminare ancora come abbiamo camminato insieme a te. “Insieme… per strade non battute”, insieme a scoprire ciò che nessun libro può insegnare che l’amore è il senso della vita…

Possiamo ora ringraziare con te il Signore perché anche tutti noi al termine della nostra giornata terrena possiamo cantare: “tu l’avesti a noi donata bene spesa fu per Te….”

Alessandro Cortesi op – 12 febbraio 2020

IMG_1774

Per guardare il servizio di TVL cliccare qui

79a7bb05-cfd7-46df-b7ed-3f51b9c11a8b

Natale 2019 – omelia nella notte

foto Francesco Bellina - Mar Ionio Mediterranea

Ci è stato dato un figlio…

La notte del Natale respira di attesa, di silenzio, di interiorità. E’ come una sosta in una lunga corsa, come un attimo di tregua che interrompe le nostre vite tanto frettolose e percorse spesso solo in superficie. E’ occasione per pensieri che si fanno ricordo, memorie di infanzia, o anche riflessione interiore che lascia spazio alle profondità, a quanto è racchiuso nel segreto dei cuori. E’ momento in cui torna a galla una nostalgia e un’attesa che si potrebbe sintetizzare nelle parole: attesa di bene, desiderio di serenità, per sé per gli altri. E’ momento di affetti, di desiderio di sentirsi a casa, nel ritrovare le cose essenziali.

Don Luigi Ciotti testimone di lotta contro le mafie ha invitato in questi giorni a vivere in profondità il Natale guardando alle relazioni: “C’è un aspetto del Natale che va preservato dal consumismo: le relazioni, la convivialità, il ritrovarsi nel calore e negli affetti. E, ovviamente la gioia dei bambini, la trepidante attesa… Ma Natale non è solo il momento di festa e di gioia, è anche un’occasione di riflessione e di pensiero. Il Natale tocca i nostri cuori ma interpella anche le nostre coscienze. Ci domanda non solo di essere genericamente ‘buoni’, ma anche concretamente giusti, cioè darci di più da fare per chi è vittima delle ingiustizie, per chi arranca nel deserto degli affetti e dei diritti prodotto dagli egoismi dell’Occidente del profitto e dell’opulenza” (messaggio di liberacontrolemafie su Instagram 24.12.2019)

Mi ha colpito questo accostare insieme lo sguardo a Natale come momento di gioia e la provocazione a vivere Natale come opportunità di riflessione: il riferimento ad una bontà che può essere generica e la sfida ad essere concretamente giusti…

Siamo qui questa sera per lasciare spazio a questi pensieri e soprattutto perché la parola di Dio possa raggiungerci, per affinare la nostra vista, lo sguardo interiore, e lasciarlo raggiungere da una luce che non viene da noi…

“Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce…” Cosa vuol dire festeggiare Natale nel tempo dei populismi e dei fondamentalismi che sono così diffusi in questo momento storico a livello globale e vicino a noi? Sono modi semplicistici di vedere la realtà. ogni complessità è ridotta a slogan. Vi è una protesta indifferenziata contro ogni tipo di élites. E’ soprattutto coltivata intolleranza verso chi è altro. E tale fondamentalismo come attitudine si esprime in tante forme sia religiose sia non religiose. Quale luce siamo chiamati a seguire, una luce per tutto il popolo, in un momento in cui l’identità dei popoli è esaltata contro gli altri nella chiusura di frontiere e di cuori?

Cosa può voler dire accogliere la chiamata ad essere concretamente giusti, inseguendo le tracce suggerite ai pastori dai messaggeri: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia..” Timothy Radcliffe, ex maestro dell’Ordine dei domenicani, parlando de La fede al tempo dei fondamentalismi ha offerto importanti indicazioni: dice innanzitutto “La nostra fede deve entrare in contatto con le speranze e le paure dei nostri contemporanei che sono attratti dalla cultura fondamentalista”. Le proposte del populismo attraggono oggi coloro che si sentono lasciati indietro in un mondo di ricchezza in cui si percepiscono esclusi.

Un primo movimento a cui siamo chiamati oggi è ascoltare il dolore di tanti invisibili senza quella attitudine di disprezzo verso di loro: si tratta di ascoltare e capire ragioni di disagi che attraversano la nostra società. Si tratta di leggere segni che indicano sofferenze e disagi, si tratta di ascoltare, in un tempo in cui non si dà spazio all’ascolto dell’altro.

Ma c’è poi un secondo movimento da coltivare: è quello di proporre qualcosa di autenticamente fondamentale che possa indirizzare la vita secondo un orizzonte di senso autentico, profondo. Quella ricerca di una chiara identità che è il motivo di fondo spesso di attitudini populiste e fondamentaliste (l’identità data da segni di appartenenza culturale…) è una ricerca da assumere e da indirizzare oltre le piccole e ristrette identità. E’ una ricerca da assumere però provocando ad allargare l’orizzonte.

I pastori nella notte di Natale sono invitati ad uscire a scoprire che la loro storia non è storia dimenticata. Anche nella loro vita era presente la paura, questo sentimento proprio del nostro tempo. E il primo annuncio che ricevono da messaggeri che vanno loro incontro è: ‘Non temete’. L’invito è quello a scorgere nella loro vita una luce. E sono spinti a ricercare la loro identità in una relazione nuova. E a ripensare il volto stesso Dio al di là di ogni pensiero e costruzione umana. Ad incontrare Dio stesso non come costruzione di una religione strutturata come sistema culturale, ma Dio come ignoto. Un Dio come lo sconosciuto che ci raggiunge in un bambino, senza difese, inerme, avvolto in fasce e che nel suo silenzio interroga. Il volto di uno degli esclusi tenuti fuori perché senza diritti e senza difese.

Ieri 23 dicembre la prima pagina di “Avvenire” apriva con un titolo grande ‘Ci è stato dato un figlio’ e seguiva un bellissimo articolo di Nello Scavo, giornalista bravo e coraggioso, sulla storia di Simba, uno dei bambini salvati a fine agosto dalla nave Mar Jonio di Mediterranea: era uno dei superstiti del naufragio di un gommone in cui viaggiavano moltissimi bambini. E la foto sottostante al titolo, di Francesco Bellina, mostra il drammatico momento in cui questo bambino, nella notte, dopo giorni di attesa per il permesso di sbarco, tra le onde del mare agitato, viene salvato passandolo dalle mani di un soccorritore della Mar Ionio a quelle di un militare della Guardia costiera. Anche oggi ‘ci viene dato un figlio’…  e proprio a Natale dovremmo scoprire che Gesù mostra un volto di Dio che chiede di riconoscerlo nei più piccoli, in chi è tenuto fuori. Sta lì il segreto di una speranza e della salvezza.

Come i pastori, anche noi siamo invitati ad essere cercatori di segni, lettori capaci di inseguire quelle indicazioni scorgendo come il sogno di Dio è dono di accoglienza e di pace: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace ai popoli che egli ama…

Alessandro Cortesi op

Pasqua 2019 – Omelia nella notte

IMG_3906In questa notte in questa liturgia ricca di segni, parole canto e silenzi tanti sono i pensieri le emozioni che si presentano.

E’ momento di sosta per guardare la vita come una cammino, con tutte le sue fatiche, le sue gioie, le sue luci, le sue ombre. Anche le nostre piccole vite sono inserite nei percorsi che abbiamo ricordato nelle letture di questa sera: la vicenda di Israele, il popolo delle promesse di Dio,  e di tutta l’umanità, è una storia visitata, che si è sviluppata nel tempo. E’ una storia di volti, di situazioni, in cui ritorna una costante, e su questo la lettura di fede si sofferma: la presenza vicina, forte amante di Dio fedele, che non viene mai meno e conduce sempre a ricominciare.

Anche la nostra vita, ed anche quella di chi è qui ma è presente nel cuore di Dio, è una vita visitata. Anche nella storia di questo tempo c’è una promessa, c’è una luce. Noi siamo dentro, immersi in una storia di salvezza che è la storia di questa umanità concreta delle nostre strade, delle persone che incontriamo dei popoli di ogni nazione, cultura, religione… e che chiama a lasciar spazio al disgno di Dio. Questa notte è come andare in soffitta e aprire un antica cassa dove sono riposti i ricordi di famiglia: quante storie, quanta speranza e sofferenza, quanti sentimenti sono racchiusi in quei segni, in quei ricordi…

Su due immagini vorrei soffermarmi dalla lettura del vangelo di Luca: la prima è quella della pietra, la seconda è quella della corsa:

“Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro ma, entrate non trovarono il corpo di Gesù”. La pietra che chiudeva il sepolcro è simile a tante altre pietre che chiudono luoghi di morte. Ed anche nella nostra storia vi sono pietre e massi che chiudono e rendono la nostra vita luogo di morte.

Sono i massi pesanti della violenza, dell’ipocrisia di chi parla di pace ma commercia le armi. I mezzi di comunicazione vogliono farci credere che la guerra porta pace, che la sicurezza viene creata dal dispiegamento degli eserciti, dall’esclusione dei più deboli, dalla costruzione di barriere. Ci sono massi e pietre pesanti che sono i muri, quelli fisici e quelli invisibili costruiti per difendersi ma che impediscono l’accoglienza e che divengono prigioni per chi si lascia rinserrare dalla paura. Ci sono massi anche nei nostri cuori: le nostre piccole o grandi storie di chiusure e di divisione, di rivalità e di ostinazione nel non lasciare spazio agli altri.

Ma questa è la notte in cui ‘la pietra è rotolata via’ e questa memoria diviene forza di cambiamento e responsabilità per noi. Far rotolare ogni pietra che chiude luoghi di morte. E’ questo un impegno che la Pasqua inaugura: e far diventare quelle pietre smontate dai muri di odio pezzi per una costruzione nuova, per lanciare ponti di pace, di incontro, per costruire case in cui sia possibile l’ospitalità, allargare gli spazi della tenda. E’ questa la notte in cui ogni chiusura, ogni oppressione può aprirsi ad una luce: non siamo fatti per rimanere schiacciati da quelle pietre ma per essere liberati e divenire protagonisti di liberazione per altri.

Questa è la notte anche delle corse e delle rincorse, di un andare e venire da quel sepolcro, luogo della morte. Luca nel suo vangelo annuncia che non si deve andare a cercare nei luoghi della morte colui che è vivente e rinvia  ai luoghi della vita: ‘Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui è risuscitato… Ricordatevi…’ Queste parole ci dicono che c’è ricerca e ricerca. Non si deve cercare lo stesso Gesù nei luoghi sbagliati. Bisogna correre, correre verso gli altri, raccontare, scoprire che è presente là dove non ce l’aspettiamo. E sono corse, quelle che ricordiamo questa notte di chi non riesce a credere all’annuncio così sperato e così inatteso: ‘Non è qui, si è rialzato’, si è svegliato… è vivo non è prigioniero della morte del buio, non è nel sepolcro, ma vive…

Sono corse di chi, come Pietro si mette a correre per superare lo scetticismo e l’incredulità, e che torna pieno di stupore. E’ questa la notte in cui sentire un po’ anche noi il fiatone di quelle corse e il battere del cuore pieno di gioia nuova, di una gioia unica. Viviamo spesso corse nella nostra vita per arrivare in tempo a svolgere tante faccende, per andare incontro a tante persone. In questa notte scopriamo che le nostre corse possono essere riempite della gioia e dello sconcerto che fa cambiare il modo di guardare alla vita alla storia, alle persone. Se lui è il vivente, allora non c’è storia di fallimento che non possa avere una speranza. Se lui è vivente allora la morte non è l’ultima parola, non è come i titoli di coda al termine di un film con la parola ‘fine’ che cala inesorabile, ma è sempre nuovo inizio.

E’ questa la notte in cui tutti noi che portiamo nel cuore paure, fallimenti, sofferenze, dolori, tutti, proprio tutti, chi si sente inutile e debole, chi avverte di essere escluso e fuori posto, chi sente la vita come un peso insostenibile, chi si sente abbandonato o solo, siamo chiamati a scoprire che non siamo soli, non rimarremo soli. Gesù è il vivente e ha vinto la morte, l’ha presa su di sé attraversandola, per stare con noi, per sempre: ‘Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo…’

E ci manda, di corsa, a raccontare. Sarebbe bello continuare a raccontare la storia della nostra vita sempre da rileggere nella luce della Pasqua… Non lo facciamo solo questa notte… sarà il percorso di ogni domenica, di ogni giorno… nella fede di questo grido che squarcia le pietre, nella luce che vince la notte e ci fa correre a raccontare: ‘Non è qui è risorto, è veramente risorto’.

Alessandro Cortesi op

Quaresima: un cammino di ritorno

 

IMG_3543“Ritornate a me con tutto il cuore” (Gl 2,12). Questo invito del profeta Gioele apre il tempo della Quaresima: un tempo di ritorno, un tempo di deserto.

La Quaresima interrompe lo scorrere del tempo, invita a sostare e rallentare così il ritmo di giornate segnate dall’affanno e dalla rincorsa. Non inseguire l’antico detto dei giochi olimpici, più veloce, più in alto, più forte (citius altius fortius), ma intraprendere un nuovo stile, più lento, più in profondità, più delicatamente (lentius, profundius, suavius).

Quaresima è invito a convertire il cuore, per lasciare spazio a quel cambiamento spesso desiderato ma sempre rinviato. E’ invito ad un cammino per riscoprire l’essenziale, per recuperare ciò che veramente conta nella vita.

“Ritornate a me” è grido del profeta che si fa voce di un invito da parte di Dio per ritornare alla promessa che sta al cuore della vita, per lasciare spazio al dono di alleanza, per ritornare al vangelo.

Ma il ritorno, prima di essere movimento nostro, umano, è in primo luogo movimento di Dio stesso: è Dio che continua a ritornare a noi, a piegarsi sulla nostra vita per invitarci ad un incontro nuovo. Il ritorno è il movimento del Dio che per primo si muove a compassione, ascolta il grido di chi è nell’oppressione e scende a liberare, come è sceso per liberare Israele dall’Egitto.

In questo movimento si colloca il nostro ritorno, nell’accogliere l’altro invito che inizia la Quaresima: “lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5,20). Quaresima è prima di tutto scoperta che siamo preceduti, è apertura ad un lasciarsi fare prima che impegno a realizzare qualcosa. “Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo…” (2Cor 5,18): lasciarsi riconciliare da Lui è fare spazio a questo movimento di ritorno e di pace.

Così il nostro ritornare assume il carattere di un cambiamento del cuore in rapporto ad un Tu che attende e si fa vicino: ‘Ritornate a me con tutto il cuore’. E’ movimento non di singoli isolati e separati, ma è scoperta che pone insieme in un percorso comune.

Ritornare è vivere questo cammino per orientarsi alla meta. Se siamo chiamati a tornare significa che abbiamo perso di vista l’orizzonte, ci siamo dispersi in sentieri che conducono lontano dalla meta, ci siamo lasciati distrarre fino a perdere la strada.

Così il tempo di Quaresima è tempo di ritorno e di esodo, di deserto: nella Bibbia il deserto è tempo in cui vengono a mancare tanti orpelli ed anche tanti sostegni che riempiono e accompagnano la vita. Il deserto è luogo simbolico che rinvia all’essenzialità propria del deserto come spazio fisico in cui si sperimenta la solitudine, la fame, la sete e la propria vulnerabilità. Deserto è luogo in cui si è senza difese, nella nudità dell’esistenza. E’ il tempo della prova in cui addirittura si fa strada la nostalgia per le sicurezze perdute come Israele che si lamenta con Dio desiderando la sicurezza del cibo scarso e povero, le cipolle, della terra di schiavitù. Ma il deserto nella tradizione biblica è anche il luogo del fidanzamento, di un incontro rinnovato con Dio che proprio nel silenzio fa ascoltare la sua voce come sussurro di lieve silenzio, come brezza leggera che avvolge chi non ha più altri appoggi se non la sua Parola e la sua promessa. “Vieni con me nel deserto, là parlerò al tuo cuore…” è l’esperienza del profeta Osea che scorge il deserto come luogo di scoperta dell’amore unico di Dio:Perciò, ecco, io la sedurrò,
la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore…” (Os 2,16).

Nella Quaresima sono proposte tre vie per vivere questo incontro, orientati alla Pasqua di Gesù: sono le vie dell’elemosina, della preghiera e del digiuno. Sono tre vie proposte da Gesù, riportate nel discorso della montagna (Mt 6,1-18). Ma sono anche le vie proprie di tanti cammini religiosi e umani che fanno scorgere come la chiamata della Quaresima, questo tempo di ripensamento, di cambiamento e di nuovo orientamento della vita si incontra con i cammini di tutta l’umanità alla ricerca di ascolto, di senso del limite, di dono e condivisione.

L’elemosina è via per impostare un rapporto rinnovato con gli altri: non è innanzitutto fare qualcosa, ma è attitudine del cuore. L’elemosina è concepire la vita nell’orizzonte della misericordia. E da qui essere capaci di ascoltare la sofferenza dell’altro, di chi fa più difficoltà, di chi non ha sostegno. E’ via per imparare a condividere i beni scoprendo che ciò che si ha è in radice un dono che rinvia alla condivisione con gli altri. L’elemosina è la misericordia che sgorga dalla scoperta di aver ricevuto tutto come dono e dall’esigenza di comunicare anche ad altri quanto si ha.

La preghiera è via per impostare in modo nuovo il rapporto con Dio. La preghiera richiama alla gratuità del tempo donato per stare davanti a Dio riconoscendo la sua presenza, per ricercare il suo volto. Nella vita le realtà più importanti, che rimangono, non sono le cose, ma i volti. Ciò che rimane alla fine è l’amore che è passato tra le persone. L’incontro con il volto di Colui che rimane fedele per sempre chiede il fermarsi, fare sosta, vivere la pazienza di un tempo rallentato, ascolto della sua Parola.

Il digiuno è via per scorgere nuovo rapporto con se stessi, un nuovo equilibrio nella propria vita e nelle relazioni con le cose e con gli altri. L’invito al digiuno non come pratica di esteriore e da manifestare – Gesù indica il luogo segreto, l’interiorità, quale spazio in cui vivere queste vie –   è suggerimento di recupero del senso del limite nella vita: è richiamo alla sobrietà nel rapporto con le cose. E’ una via alternativa all’idolatria delle cose e al lasciarsi sopraffare dall’abbondanza che impedisce di scorgere la sofferenza di chi non ha nemmeno il necessario. E’ un invito a porre un limite per contrastare l’attitudine ad essere consumatori e divoratori di ogni realtà, per non  lasciar ridurre la vita all’unica dimensione del consumare ogni cosa. Digiuno è azione di contrasto allo sfruttamento come logica di vita e all’essere divoratori di beni e degli altri. Digiuno è nuovo rapporto con le cose con il creato, non da devastare ma da custodire e di cui prendersi cura.

Proprio nel messaggio della Quaresima di quest’anno 2019, inviato da Francesco vescovo di Roma si sottolinea un aspetto importante nel vivere questo tempo in attenzione alla cura per il creato. Il tema è infatti ripreso da un versetto della lettera ai Romani: “l’attesa della creazione è verso la rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8,24)

“La Quaresima del Figlio di Dio – scrive Francesco – è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare a essere quel giardino di comunione che era prima del peccato delle origini (Mc 1,12-13; Is 51,3). La nostra Quaresima sia un ripercorrere il medesimo cammino”.

Dal deserto al giardino. Dal deserto dell’esodo al giardino della risurrezione.

E’ questo un tempo favorevole per un autentico cammino di conversione. Cambiando modo di guardare da uno sguardo rivolto solo a se stessi, secondo indirizzi e slogan oggi ripetuti del “prima i nostri interessi” ad uno sguardo che si faccia carico degli altri, imparando a condividere. Volgendo lo sguardo alla Pasqua di Gesù.

Alessandro Cortesi op

Omelia – mercoledì delle ceneri – san Domenico di Fiesole – 6 marzo 2019

IMG_3545

 

Natale del Signore 2018

Biani Natale 2018Omelia nella Notte

Cosa vuol dire per noi ritrovarsi nella notte di Natale a celebrare l’Eucaristia? E’ il tempo dell’anno in cui prevale il buio sulla luce, le giornate sono abbreviate e al venire meno della luce le luminarie nelle strade e nelle piazze di città offrono luce diversa. E’ la festa di Natale…

Ma ci chiediamo quale è il significato di questo momento di sosta che ci trova a fermarci, e ci sorprende quasi, in una interruzione della corsa quotidiana, in un fermarsi dei rumori nel silenzio. Natale è un tempo in cui ci ritroviamo un po’ soli con i nostri pensieri e possono emergere le domande più vere, le inquietudini profonde, occasione per una valutazione del nostro cammino, della nostra vita.

In questo silenzio un desiderio si fa strada, una nostalgia può emergere insieme ad un pensiero di tristezza: non è forse tutto artificiale ciò che crea l’atmosfera natalizia che segna questi giorni? Quale luce cerchiamo, quale luce che non sia intermittenza di led e lampadine sta al cuore della nostra vita? Questa può essere una sera di pensieri scomodi che ci vengono incontro proprio dall’ascolto della pagina del vangelo.

Un primo movimento a cui siamo provocati dalla lettura del racconto della nascita di Gesù di Luca è quello di liberarci da una retorica del Natale legata alle formule di una religione che ha separato le forme del Natale dal suo contenuto, dal suo significato.

Quando si utilizzano simboli religiosi come il presepe, il rosario, la Bibbia per richiamare a una identità culturale che separa dagli altri, come simboli di una superiorità di fronte della minaccia che proviene da persone di altre religioni e altre culture, come segni soprattutto che giustificano l’esclusione, l’ostilità e il rifiuto dei poveri che bussano alle porte del nostro Paese e dell’Europa, penso che questo sia il contrario esatto del vangelo, sia il tradimento del messaggio e della vita di Gesù. Ed è questo il dramma che stiamo vivendo in un contesto mondiale in cui leader politici di paesi vicini e lontani si ergono a difensori dei valori cristiani e attuano peraltro politiche di discriminazione, di violazione dei diritti umani fondamentali, di negazione dei principi elementari di umanità come il soccorso in mare e la ricerca di mezzi per soccorrere le persone nella sofferenza.

Allora dobbiamo tornare al vangelo per cercare di capire, per lasciarci cambiare.

Anziché partire da una idea di Dio costituita ad immagine della nostra volontà di potenza e del delirio di onnipotenza che segna la storia siamo invitati in questa notte a riscoprire il volto di Dio da cercare a partire dalla vicenda di Gesù.

E’ questo ciò che Luca, autore della pagina del vangelo sulla nascita di Gesù, ci accompagna a fare. Non è una storia che riguarda questioni relegate nell’alto dei cieli, ma una vicenda che parla di cose della terra; non è elucubrazione su divinità lontane e inaccessibili, ma racconto di una storia umana di povertà e di rifiuto.

Luca contrappone nel suo racconto due vicende: innanzitutto descrive il progetto dell’imperatore che con il censimento vuole dare un segno del suo potere su tutto il mondo allora conosciuto. E’ questa la manifestazione di una brama che ha conseguenze sulla vita dei tanti piccoli della storia, di chi vive ai confini dell’impero. E’ anche allusione sottile da parte di Luca al fatto che il censimento nella Bibbia è visto come il grande peccato perché esprime la pretesa dei grandi di non avere limiti, il desiderio di un potere assoluto sulle vite e sui corpi delle persone.

E a questa grande vicenda di decisioni prese nelle stanze del comando dell’impero, di un governo che non tiene conto delle sofferenze dei piccoli, si contrappone la piccola storia di un uomo Giuseppe e della sua sposa Maria che è incinta e devono mettersi in cammino per andare a farsi registrare nella terra di origine. Le loro vite sono nelle mani di decisioni che gravano su di loro oltre la umana possibilità di sopportazione.

Certo è questo un modo di Luca per collegare la vita di Gesù, la sua nascita alla promessa fatta a Davide, ed alla discendenza di Davide da cui si attendeva la venuta di un messia. ‘A te farò una casa’ era stata la promessa all’antico re, spostando i suoi progetti e aprendo una prospettiva nuova sul disegno di Dio di essere presente nel suo popolo non in costruzioni fatte da mani d’uomo, ma nel pulsare della vita di una presenza vicina.

Ma questo cammino di Giuseppe e Maria, pieno di incertezze di disagi, di difficoltà è simile e ricalca il cammino di tanti che sono costretti a lasciare le loro case per esporsi ad un viaggio le cui motivazioni stanno nelle decisioni prese da un potere lontano e indifferente. Il cammino di Giuseppe e Maria è paradigma del cammino di ogni uomo e donna ma in particolare richiama oggi la condizione di chi vive il viaggio della migrazione, nutrito di speranze e di attese, dovuto a cause che risiedono nelle scelte di poteri che impoveriscono alcune aree della terra e rendono impossibile trovare il pane o vivere con dignità e che impediscono il viaggiare per vie regolari. Hanno fatto il deserto con la guerra, con l’uso di armi che arricchiscono i commerci dei grandi produttori mondiali, e con le guerre dell’economia che depaupera e umilia popolazioni. Innumerevoli persone oggi nel mondo si mettono in viaggio lasciando le loro case, come Giuseppe e Maria si trovano a dover partire nel quadro della storia del grande impero.

E il racconto di Luca prosegue dicendo che il cammino di Giuseppe e Maria non incontra accoglienza ma rifiuto: Maria è costretta a partorire in un luogo destinato ad essere rifugio degli animali, perché non c’era posto per loro nell’alloggio. E depone il suo bambino in una mangiatoia.

Non si possono leggere in questa notte queste parole ‘non c’era posto per loro nell’alloggio’ senza che il pensiero corra a quanto stiamo vivendo in questi anni e mesi in cui si sono stanno attuando politiche di esclusione e di cattiveria in Europa e nel nostro Paese. In questi anni segnati dallo slogan volgare e abbrutente ‘prima noi degli altri’. Anche in questi giorni bambini sono nati a bordo di navi delle ONG che, nonostante la criminalizzazione condotta e attuata contro di loro fino ad eliminare la loro presenza dal Mediterraneo, sono tornate a navigare in quel mare per andare a raccogliere e salvare uomini e donne partiti dalla Libia, molti segnati da mesi e anni di carcere e torture. Un bambino è stato salvato, con poche ore di vita… il suo nome è Sam, e in queste ore più di 300 persone nella nave Open Arms sono state soccorse e stanno navigando verso la Spagna perché i porti italiani sono stati dichiarati chiusi. E ai 33 naufraghi soccorsi da Sea Watch 3 è stato negato l’approdo… Non c’era posto per loro nell’alloggio. Viviamo un tempo di porti chiusi ma anche di porte che si serrano e di cuori che si barricano succubi di una paura che non si ha voglia e coraggio di guardare in faccia e a cui si preferiscono le ricette scorciatoia di politiche miopi, nefaste, e disumane.

Non posso non comunicare allora un profondo disagio nel celebrare questa sera la festa di Natale rileggendo queste parole del vangelo, la storia di Gesù che s’identifica con quella di tanti che sono rifiutati esclusi, discriminati, perché non c’era per loro posto nell’alloggio. Non posso non provare disagio pensando che l’Europa, questo continente di 500 milioni di persone in un mondo di sette miliardi di uomini e donne, l’area più ricca del pianeta, non sa trovare i mezzi per fare posto ad un numero che rimane esiguo in proporzione di persone che chiedono protezione e asilo fuggendo da violenze, miseria e fame.

Se il Natale deve essere celebrato questa sera nella memoria di Maria che in viaggio diede alla luce il figlio, non possiamo non ricordare le donne, in particolare, imprigionate nei lager libici, perché non c’era posto per loro nell’alloggio, di cui non dobbiamo sapere nulla attraverso i mezzi di informazione per non turbare una festa del Natale. Ma così essa rimane svuotata del suo senso più profondo che è memoria e impegno della vicenda di Gesù che si è reso solidale con le vittime della storia. E proprio in questi giorni una commissione dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati che è riuscita ad entrare in questi luoghi di oppressione e violenza ha parlato di ‘orrori indescrivibili’ attuati in quei luoghi di inferno sulla terra.

Se il Natale deve essere celebrato oggi non possiamo non andare con il pensiero ai bambini dello Yemen, che sono le vittime silenziose, perché muoiono a decine di migliaia, di fame e stenti in un Paese in cui le bombe sganciate dall’Arabia saudita su città e villaggi sono prodotte dalle industrie italiane ed esportate dalla nostra Sardegna. E anche questo non si deve sapere nei mezzi di informazione dominati dalle dichiarazioni di politici al governo del nostro Paese che rivendicano la tradizione del presepe e si scandalizzano perché in qualche parrocchia il presepe è stato raffigurato come una discarica e lì in mezzo Gesù, ma nello stesso tempo scacciano nelle discariche delle città persone, tra cui le più fragili, donne incinte bambini piccoli, sgomberati dai luoghi dove avevano trovato almeno un riparo. Certo questo fa inorridire i benpensanti di un Natale di belle armonie e di cenoni familiari, ma è segno che denuncia la realtà di un mondo in cui Gesù non è da cercare in una religiosità fatta di niente, ma tra coloro che sono i dimenticati e gli scartati di una società che non ha posto per loro… Non c’era posto per loro nell’alloggio.

Ma noi siamo qui stasera per ascoltare anche come l’annuncio della presenza di Gesù, il cu nome per Luca è ‘salvatore’, è portata con una voce di messaggeri che si recano – dice il vangelo di Luca – da pastori che pascolavano il loro gregge. I pastori erano al tempo gli irregolari dal punto di vista religioso e anche civile. Erano sporchi, vivevano con gli animali, non potevano praticare le abluzioni e tutte le pratiche necessarie per una osservanza delle prescrizioni della legge. Non potevano recarsi al tempio e Gerusalemme per loro era solo un nome abbinato a qualche racconto che proveniva da memorie lontane. E i pastori sono inviati dai messaggeri, gli angeli a scorgere un segno piccolo… fino a giungere ad un bambino.

Questo annuncio dice che il volto di Dio che Gesù racconta con la sua vita è volto che si lascia incontrare da tutti, da coloro che non hanno appoggi e sicurezze umane, da coloro che sono tenuti ai margini, dai senza nome della storia, da coloro che si lasciano turbare nel loro impegno quotidiano e si lasciano smuovere per partire in una ricerca ed un cammino (Matteo parlerà dei magi che vengono da lontano scrutando le stelle…).

Ma dice anche che si fa vicino in un segno: c’è un segno da cercare ed è un segno piccolo, un bambino. Natale ci provoca a cambiare idea di Dio. Partire dal volto di Dio che Gesù testimonia: un volto di Dio umanissimo. E’ da cercare non nell’alto dei cieli ma nei volti di indifesi, di chi è lasciato fuori dell’alloggio, nei volti umani. Non c’è incontro con il Dio di Gesù se non nell’incontro con l’altro.

E Luca presenta anche una grande sfida: invita a scorgere come la storia più grande, quella autentica, che rimane non è la grande storia dell’imperatore che pretende di essere onnipotente e si rispecchia nella grandezza dei confini conquistati e delle genti assoggettate. Ma il vero salvatore – al tempo di Luca ‘soter’ cioè ‘salvatore’ era il titolo usato come attributo dell’imperatore – è un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia. Luca scorge già in quelle fasce l’esito dell’intera vicenda umana di Gesù, il suo essere deposto in fasce nella tomba dopo la sua morte, rifiutato dai capi politici e religiosi del tempo, perché la sua parola e il suo stile di ospitalità conviviale sono destabilizzanti il sistema religioso e politico, ma esaltato da Dio che gli dà il nome di Signore.

Allora questo Natale è per noi occasione di una autenticità nuova, di scorgere come proprio questa situazione di buio è opportunità per riscoprire il senso della fedeltà al vangelo nel nostro oggi, ponendosi in cammino, condividendo cammini, attuando scelte e impegni concreti per resistere alla cattiveria, al rifiuto, alla deriva di umanità che percepiamo attorno a noi e talvolta anche dentro di noi quando cediamo alla retorica di chi invoca ordine, regole, buon senso, quando invece dietro alle scelte delle ultime determinazioni legislative sta una scelta politica di esclusione e di punizione della povertà e di discriminazione che non riconosce diritti umani fondamentali.

Attorno a noi non mancano segni di luce che si scontrano con il buio. Penso alla parabola di Riace che a me sembra essere parabola di questo Natale. Da vent’anni Riace paese della Calabria segnato dalla mancanza di lavoro, dall’emigrazione dei residenti, dal progressivo venir meno della vita sociale, dalla mano pesante della camorra, ha vissuto una rinascita. Da quando una nave di curdi attraccò una mattina a Riace marina vent’anni fa il paese di Riace accolse la sfida di pensare la vita del paese in modi nuovi diversi: hanno avuto il coraggio, con la guida del sindaco Mimmo Lucano, di pensare ad un futuro diverso, un futuro in cui accogliere l’altro, individuando insieme i percorsi per formare una convivenza di diverse lingue, popoli, religioni. Questo sguardo e questa creatività hanno portato in vent’anni ad una elaborazione di progetti di accoglienza e inclusione per un villaggio globale com’era ed è tuttora indicato alla porta del paese. La scuola ha visto nuove presenze di bambini di diverse provenienze, si sono aperte opportunità di lavoro riscoprendo i lavori artigianali che trovavano collaborazione tra i residenti e gli immigrati. Le strade e le piazze erano segnate dal vocio di accenti diversi, dal colore della pelle di uomini e donne che recavano la loro storia.

Sappiamo come da qualche mese per le accuse e l’inchiesta aperta contro il sindaco Mimmo Lucano e per l’interruzione dei fondi statali ai progetti di accoglienza tante persone, quasi tutte quelle accolte, sono state costrette a spostarsi altrove ad iniziare un nuovo cammino, perché per loro non c’era posto nell’alloggio…

C’è un bel video nel sito di Repubblica di stamani: un’intervista ad alcuni abitanti di Riace, il vicesindaco, un professore della scuola, un immigrato tra i primi arrivati. L’atmosfera è sconsolata: in particolare una voce mi ha colpito, quella di chi ha detto più o meno così: ‘Quest’anno abbiamo fatto di tutto per sistemare tante luminarie per Natale, ma questa è tutta luce artificiale… vorremmo un Natale diverso, quello in cui la luce delle persone, delle loro vite e dell’incontro possa illuminare questo paese’.

Ecco Riace secondo me è parabola di questo nostro Natale … per aprirci a nuova consapevolezze, per scorgere come nel buio di questo tempo la luce che irrompe e da scorgere nel bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia è luce che ci spinge a resistere nei modi più diversi alla deriva della malvagità dell’insensibilità del non sentire su di sé la sofferenza degli altri, dei più poveri.

E’ occasione questa notte non tanto per una celebrazione sentimentale della nascita di Gesù che è nato duemila anni e che tornerà e nel frattempo ci viene incontro nel volto di uomini e donne, ma per una rinascita a sentire l’angustia del tempo e a resistere con scelte di accoglienza, di custodia, di ospitalità.

Mi spiace questa notte non poter offrire se non questo senso di disagio, e insieme indicare di profezia del nostro esserci in questa celebrazione. Siamo qui per accogliere un dono e una promessa che ci mette in cammino, che ci chiama ad un cambiamento che ci sollecita ad una responsabilità di resistenza e di creatività in tempo oscuri. Perché dare spazio alla luce di questa notte, che è luce di visita di Dio, del Dio umanissimo che si fa vicino negli incontri e nelle esistenze umane e che rende responsabili di visita da accogliere – perché da poveri abbiamo bisogno di essere visitati – e da offrire agli altri. Per seguire Gesù per cui non c’era posto nell’alloggio.

Alessandro Cortesi op

IMG_2337

Nella novena di Natale…

IMG_2303.JPGDalla prima lettera ai Corinzi (1 Cor 1, 7b-9)

Aspettiamo la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli ci confermerà sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo: fedele è Dio, dal quale siamo stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro.

Paolo richiama la comunità di Corinto all’atteggiamento proprio dei credenti: è quello di aspettare. Aspettiamo è verbo del credente, al plurale, insieme. E’ il movimento che segna la vita dei discepoli e discepole di Gesù, è verbo di chiesa.

E’ attesa che raccoglie tutte le attese umane. Ma è attesa di un manifestarsi, di un rendersi presente che svela e apre.

Viviamo la fede nella assenza del Signore e il nostro credere è sospeso nell’attesa. Il Signore nostro Gesù Cristo. E’ Lui il soggetto di una attesa. E ci pone nella tensione verso il suo darsi ad incontrare. E’ questo al cuore della fede, da coltivare, da preparare. Siamo coinvolti a mantenere vivo l’orientamento a questo incontro nei giorni e nelle opere del nostro vivere. Aspettiamo.

E aspettiamo la sua manifestazione, il suo darsi ad incontrare, il suo aprirci tutto ciò che per noi è difficile e impossibile da scorgere e intendere.

Paolo dice che il tenerci fermi viene da lui, la possibilità di essere fedeli è dono: Egli ci confermerà sino alla fine. Siamo consapevoli che la possibilità di mantenere viva questa attesa non viene da nostre forze o capacità umane, ma unicamente dalla sua grazia.

Per questo celebrare Natale è stare in accoglienza di questo dono che trasforma, cambia e ci apre a rimanere aperti nell’attesa. Verso il giorno del Signore Gesù: attendiamo quindi il suo giorno. Quel giorno che è venuta ed è presenza. Quel giorno che non è giorno da temere ma giorno di luce e manifestazione.

Ed è in riferimento al giorno del suo venire nel nascere come bambino all’interno della storia umana. Il suo giorno sarà ultima venuta e incontro come il suo nascere nell’umanità è stato venire in questa storia.

Fedele è Dio. Sta in queste parole il fondamento di quanto possiamo sperare. La fedeltà su cui contare non è nostra ma quella di Dio.

La chiamata che si fa sentire ora per noi è quella alla comunione. Il Signore è venuto, il Signore verrà. E’ lui che ci dà forza che conferma. La nostra fiducia può contare sulla fedeltà di Dio che è il fedele.

Ma tra la sua venuta nella storia di cui facciamo memoria e la sua ultima venuta, il Signore viene, ci viene incontro in ogni volto e in ogni tempo, e viene per chiamarci alla comunione. Comunione è nome della vita di Dio, è incontro e amicizia. Siamo chiamati a tessere comunione a vivere l’esperienza della comunione del Figlio suo. Ed essere piccolo segno di amicizia nel nostro quotidiano.

Alessandro Cortesi op – san Domenico di Fiesole  – 20 dicembre – novena Natale

Nel tempo della violenza stare nei luoghi di frattura

In questi tempi e giorni la violenza attuata in varie forme appare come un’ onda che  prende e trasforma, trascinando tutto con sè, generando rabbia e reazione, incapacità di giudizio e di lettura critica, e anche da parte di chi si dice cristiano venir meno del riferimento al vangelo. Può essere motivo di orientamento e forza riandare alla testimonianza di chi ha saputo leggere i segni dei tempi e impegnarsi con la vita nelle vie esigenti del dialogo e dell’incontro. Qui di seguito riporto in mia traduzione l’omelia tenuta oggi al Capitolo generale dell’Ordine domenicano da fr. Jean Jacques Pérennès a vent’anni dall’assassinio  di fr.Pierre Claverie: un testimone da ascoltare. (ac)

images

Vent’anni fa, in questo giorno, il 1 agosto veniva assassinato il nostro confratello fr. Pierre Claverie. Anche se le circostanze della sua morte non sono state completamente chiarite ciò che è certo è che lo hanno ucciso per farlo tacere.

L’Algeria viveva allora un periodo di guerra civile che opponeva partiti islamisti, un regime militare pronto alla repressione e una società civile che aspirava a maggiore libertà. In tale difficile contesto Pierre aveva deciso di parlare nonostante i rischi, per sostenere l’aspirazione degli algerini alla libertà, per denunciare la violenza da qualunque parte provenisse, violenza degli islamisti o violenza dello Stato, e contribuire alla promozione di una società plurale e fraterna.

Ha fatto questa scelta in solidarietà con molti algerini vittime di una violenza che non risparmiava nessuno. E’ significativo il fatto che sia morto in compagnia di un giovane musulmano, Mohamed Bouchikhi, che lo accompagnava nei suoi spostamenti nel periodo estivo ed aveva assunto il rischio di frequentare un cristiano. Questo destino condiviso rimane vent’anni dopo come un grande messaggio. La forza della parola di Pierre proviene innanzitutto dal fatto che egli stesso ha sperimentato la necessità di aprirsi all’altro.

Nato ad Algeri in un contesto coloniale prese poco alla volta coscienza di vivere in ciò che indicava una ‘bolla’, la ‘bolla coloniale’. Lo cito: “Ho vissuto la mia infanzia ad Algeri in un quartiere popolare di questa città mediterranea cosmopolita. A differenza di altri europei nati in campagna o in piccole città, io non ho mai avuto amici arabi, né alla scuola del mio quartiere in cui non c’erano, né al liceo in cui erano pochi, e nel tempo in cui la guerra di Algeria iniziava a creare un clima esplosivo. Non eravamo razzisti, solamente indifferenti, ignorando la maggioranza degli abitanti di questo paese. Facevano parte del paesaggio delle nostre uscite, del decoro dei nostri incontri e delle nostre vite. Non sono mai stati dei compagni… Ho dovuto ascoltare molte omelie sull’amore del prossimo, perché ero cristiano ed anche scout, senza mai rendermi conto che anche gli arabi erano il mio prossimo. Non sono uscito da questa bolla, come altri hanno fatto, per andare alla scoperta di questo mondo differente che accostavo continuamente senza conoscerlo. C’è voluta una guerra perché la bolla si rompesse”.

Questa scoperta dell’altro è stata per Pierre un apprendimento doloroso, ma più tardi indicherà che questo è stata la sua vera nascita come uomo. In seguito impegnerà tutta la sua vita ad essere artigiano del dialogo, un dialogo nella verità che non riduce, ma al contrario, prende in conto la differenza irriducibile dell’altro.

Un secondo aspetto del suo messaggio merita di essere sottolineato e si riassume in una frase: “io ho bisogno della verità degli altri”. Dopo i suoi studi domenicani Pierre ritorna in Algeria, il paese in cui era nato. Ben presto gli vengono affidate responsabilità nella chiesa di Algeria che viveva un passaggio radicale dalla situazione di una chiesa in contesto coloniale a quello di una chiesa la cui missione era innanzitutto testimoniare Cristo in un paese musulmano.

Apprese ben presto e bene la lingua araba, si fece molti amici musulmani e aiutò la chiesa a comprendere meglio il senso di una presenza in un paese quasi esclusivamente musulmano. Cosa significa stare lì, essere testimoni di Cristo, senza poter convertire gli altri? Alla fine della sua vita Pierre scrisse su tale questione un testo ispirato: “In questa esperienza fatta della chiusura, poi della crisi e dell’emergenza dell’individuo, ho maturato la convinzione personale che non vi è che una umanità plurale e quando noi pretendiamo di possedere la verità – nella chiesa cattolica ne abbiamo triste esperienza nella nostra storia – o di parlare a nome dell’umanità, cadiamo nel totalitarismo e nell’esclusione. Nessuno possiede la verità, ognuno la ricerca, ci sono certamente verità oggettive ma esse ci oltrepassano tutti e ad esse non si può accedere se non attraverso un lungo cammino e ricomponendo poco alla volta quella verità, spigolando nelle altre culture, negli altri tipi di umanità, quanto anche gli altri hanno acquisito ed hanno cercato nel loro cammino verso la verità. Sono credente, credo in un solo Dio, ma non ho la pretesa di possedere Dio stesso né per mezzo di Gesù che me lo rivela, né con i dogmi della mia fede. Non si possiede Dio, non si possiede la verità e ho bisogno della verità degli altri”.

Siamo chiari: Pierre Claverie non fa l’apologia del relativismo. Sottolinea invece l’importanza di riconoscere la presenza dello spirito di Dio nella ricerca di ogni essere umano che è in ricerca sincera della verità. Riconoscere che anche lui ha accesso a ciò che l’islamologo Louis Massignon chiamava “le acque sotterranee della grazia” e che lui può arricchire la mia stessa ricerca di Dio.

Il terzo messaggio che Pierre Claverie ci lascia è un invito a donare la vita. Un mese prima della sua morte, nel momento in cui questa diveniva prevedibile, si recò a Prouilhe luogo di nascita dell’Ordine domenicano. Non vi era mai andato prima.

L’omelia che pronunciò ha l’andamento di un testamento spirituale: “Dall’inizio del dramma algerino spesso mi è stato chiesto: che cosa fate lì? Perché rimanete? Sbattete la polvere dai vostri sandali! Rientrate a casa vostra!… A casa vostra?… Dove siamo a casa nostra? Noi siamo lì a causa di questo messia crocifisso. Per nessun altra persona e per nessun’altra causa! Non abbiamo nessun interesse da salvaguardare, nessuna influenza da mantenere. Non siamo spinti da non so quale perversione masochista. Non abbiamo alcun potere, ma siamo lì come al capezzale di un amico, di un fratello malato, in silenzio, tenendogli la mano, asciugandogli la fronte. A causa di Gesù perché è lui che soffre là, in questa violenza che non risparmia nessuno, crocifisso di nuovo nella carne di migliaia di innocenti. Come Maria, sua madre e san Giovanni, siamo là, ai piedi della croce, dove Gesù muore abbandonato dai suoi e deriso dalla folla. Non è per caso essenziale per il cristiano essere presente nei luoghi di derelizione e di abbandono?… La chiesa si sbaglia e inganna il mondo se si pone come una potenza tra le altre, come una organizzazione umanitaria o come un movimento evangelico per apparire. Può brillare, ma non brucia del fuoco dell’amore di Dio, ‘forte come la morte’, dice il Cantico dei Cantici. Perché qui si tratta proprio di amore, d’amore innanzitutto e d’amore solamente. Una passione di cui Gesù ci ha dato il gusto e ha tracciato il cammino. ‘Non c’è amore più grande che dare la vita per coloro che si amano'”.

Hanno ucciso il nostro fratello Pierre per farlo tacere, ma la sua vita e il modo in cui è morto continuano ad avere un’eco forte nel nostro Ordine, nella chiesa e nella società. Se la sua voce richiama così tanto è perché tocca una delle questioni essenziali del nostro tempo: lì dove c’è rifiuto dell’altro, dell’alterità, si è condannati alla violenza. L’attualità di questi giorni ce lo ricorda tristemente. Mentre questo capitolo generale s’interroga sul rinnovamento della missione in un mondo che sembra abbandonato alla violenza, Pierre nostro fratello ci invita a porre le nostre vite su quelle ‘luoghi di frattura’ dell’umanità, domandando al Padre di ogni amore di compiere la sua opera di risurrezione nella carne crocifissa. San Domenico ci aiuti a rispondere a questo appello con creatività coraggio, e nella gioia. Amen.

Omelia di fr. Jean Jacques Pérennès direttore de l’Ecole Biblique et Archéologique Française di Gerusalemme, al Capitolo generale dell’Ordine domenicano nella messa di anniversario a 20 anni dall’assassinio di mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano (Algeria) – Bologna 1 agosto 2016.

Qui un articolo di Filippo Rizzi in ‘Avvenire’ 31.07.16: Claverie e Mohamed meticci nella santità

Date loro voi stessi da mangiare…

IMG_0020_2.jpg

La condivisione dei pani, è racconto ripetuto più volte nei vangeli e nella redazione è posto in stretta relazione con l’eucaristia (viene esplicitato nel discorso di Gesù presentato nel IV vangelo al cap. 6).

E’ gesto che interroga per coglierne il significato per noi oggi, per un cammino di fede. Il gesto dei pani infatti fu un gesto della condivisione: furono pani e pesce condivisi. A questo gesto fa riferimento il rito religioso dell’eucaristia.

In questo passaggio si è attuata una trasformazione che ha generato uno spostamento ed uno svuotamento dei significati del gesto di Gesù. Uno spostamento contro cui già Paolo era consapevole quando scriveva alla comunità di Corinto, che viveva un rito senza che cambiasse la vita: alcuni infatti non aspettavano gli altri, non accoglievano (1Cor 11). Un rito rischia come tutti i rituali religiosi, di farsi abitudine che pacifica le coscienze ma non modifica la vita. Può anche divenire un atto di esteriorità e di visibilità. Al centro viene posta l’adorazione e la devozione, ma non si attua un cambiamento della comunità chiesa né della società.

Questo gesto ha subito un altro cambiamento: l’eucaristia è divenuto sacramento della presenza di Dio da adorare, da vedere e nella storia si è giunti al non comunicarsi più (con l’uso di non comunicarsi se non ci si era confessati, oppure ad un allontanamento dall’eucaristia in quanto il sacramento anziché essere aiuto per la vita è divenuto ostacolo al camminare nella fede. Ma Gesù ha scelto il pane per dire e significare la sua presenza… dal mangiare si è passati al vedere all’adorare, ma il pane è da mangiare.

L’eucaristia non è il premio dei buoni, ma il pane dei pellegrini, è il cibo per andare avanti nel cammino: è prendere forza nella relazione con Gesù perché la sua presenza ci trasformi e cambi dentro. Accogliere l’eucaristia non è proclamare che siamo buoni ma riconoscerci bisognosi di alimento e di far rimanere la sua presenza in noi, per essere cambiati. Tutti e insieme. Non è un mezzo per un incontro da soli a soli con Gesù, ma è un mangiare che fa divenire, insieme ed in relazione, corpo di Cristo. Questo è molto importante perché abbiamo reso la ‘comunione’ un rito e un fatto privato, mentre essere comunicanti significa entrare in relazione, vivere una nuova appartenenza: ci apparteniamo gli uni e le une agli altri

E’ importante pensare che nel gesto di Gesù stava il desiderio di condividere la mensa, il cibo. Gesù suscitò reazione e scandalo perché a tavola sedeva insieme con peccatori e pubblicani, con gli esclusi e i poveri che lo seguivano e diceva che gli ultimi dovevano essere i primi.

Questo modo di vedere la vita di Gesù si scontra con il modo che noi abbiamo di concepire i rapporti sociali. Gesù non invitava a praticare una sorta di elemosina in questa esperienza della mensa. Il messaggio racchiuso nel gesto della condivisione dei pani costituiva l’indicazione di un modo nuovo di pensare i rapporti e la vita nella società. Un modo che fosse riflesso e accoglienza del progetto di Dio. Per Gesù la possibilità di incontrare Dio non sta fuori dalla storia ma dentro la vita nella concretezza degli incontri. Amare Dio, incontrare il Padre è un’esperienza che sta dentro ad un cambiamento della vita, cambiando il modo di vedere gli altri, le cose aprendosi allo stile di Dio stesso che è quello della condivisione.

Gesù ha vissuto proponendo un progetto di una società completamente diversa da quella in cui viviamo. Voleva una società in cui le persone fossero considerate come uguali con uguale dignità e diritti, tutti importanti e unici.

Noi oggi viviamo una drammatica contraddizione. Un modello di società secondo lo stile della convivialità e della condivisione è in netto contrasto con il sistema economico che ci viene imposto e domina il nostro quotidiano. E’ questo un sistema pensato e gestito per produrre disuguaglianze e iniquità: disuguaglianze di tipo economico con la concentrazione del capitale mondiale in pochi paesi e in grandi imprese multinazionali nelle mani di pochi senza scrupoli nell’usare violenza e dominazione, con il dominio della finanza e lo svuotamento del lavoro delle persone. Sperimentiamo disuguaglianze nel campo dei diritti: milioni di persone non sono riconosciute nel loro essere appartenenti all’unica famiglia umana, e sono costretti a vivere nella paura e nella clandestinità.

Con tutti questi generi di disuguaglianze le religioni possono divenire luoghi di conferma e sostegno di un sistema oppressivo e spesso ne stanno al servizio: utilizzano i loro rituali per tranquillizzare coscienze e perpetuare i sistemi della violenza e della morte.

Oggi è la festa dell’eucaristia. La memoria dei gesti di Gesù che ha invitato i suoi dicendo ‘date loro voi stessi da mangiare’ e nella condivisione dei pani ha accompagnato a scorgere che nel condividere c’è incontro e abbondanza per tutti, apre una domanda: cosa significa continuare i gesti di Gesù? A cosa ci chiama oggi il vangelo?

Alessandro Cortesi op

IMG_0045.jpg

Giovedì santo – cena del Signore

Maestro Guglielmo, Ultima Cena : Cattura di Cristo (1199 circa) – Cripta della Cattedrale di San Zeno (Pistoia).jpg

Maestro Guglielmo, Ultima cena / Arresto di Gesù, Cripta Cattedrale Pistoia – 1199

Omelia

“Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano: lo mangerete in fretta. E’ la Pasqua del Signore”

Giovedì santo: memoria della pasqua. E’ la pasqua lontana del popolo di Israele che ci parla di una partenza improvvisa, di una notte di liberazione. E’ una storia rimasta impressa nella memoria e che è divenuta rito per rivivere nel presente l’esperienza di quella notte, l’incontro con il Dio che fa uscire.

Celebrare è vivere il tempo in modo nuovo, scorgere che il nostro tempo è legato insieme ad altri tempi. Il rito, quest’esperienza umana che interrompe il tempo ci provoca a ricordare, a scorgere quanto sta dentro e quanto sta oltre il nostro tempo C’è uno spessore del tempo da scoprire. Questo tempo è un tempo visitato, è spazio di un incontro di alleanza, di storia con Dio.

“mangerete l’agnello con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano…”

Uomini, donne bambini, anziani in questi giorni si stanno mettendo in cammino, sono bloccati nel loro cammino da muri e barriere. Sono stati spinti dal non poter sostenere più la schiavitù, da una ricerca di libertà, attratti da una promessa che fa loro intravedere luce nel buio e nella desolazione del loro presente. E’ la vicenda dell’esodo di popoli che continua e si ripete.

Oggi viviamo questo rito, legati al popolo d’Israele, e legati a tutti i popoli che nel tempo si sono messi in cammino, a quelli che sono ora in cammino, a tutti coloro che sperano di uscire da schiavitù, da violenza, dalla paura. Celebriamo la pasqua per ricordarci che Dio che ha chiamato Israele è Dio di ogni cammino di liberazione, Dio che fa partire, i fianchi cinti, il bastone in mano… In questa storia è nascosta una memoria di compagnia, di promessa, di speranza.

Pasqua è memoria che provoca la vita. E’ ricordo di un cammino da intraprendere, di un passaggio sempre da compiere. Non c’è da sostare, bisogna partire e ripartire. I fianchi cinti, i sandali ai piedi: sono i segni di chi si mette in viaggio e si apre ad una novità, ad un rischio, ad una speranza. Il partire di tanti oggi, il cammino di chi fugge dalla guerra, dalla fame, dalla distruzione, è domanda aperta per noi, è vita che ci rinvia a quel partire nella notte, ad un esodo da condividere, oltre i confini di sistemi religiosi in cui abbiamo rinchiuso il volto del Dio vivente, che vuole libertà e vita, salvezza, per ogni uomo e donna. La chiamata di Dio sta fuori, si fa presente nella vita di chi è oppresso, nei percorsi di chi sogna liberazione.

Ascoltare gli esodi di questo tempo, vivere la pasqua come memoria che ci raggiunge nella vita è provocazione ad vivere la fede come cammino, senza garanzie, senza sicurezze. Si può rimanere chiusi, ripiegati sul proprio passato, invecchiati a ripetere le stesse cose, prigionieri della propria storia e della propria virtù. Chi parte guarda lontano, sa guardare oltre.

I sandali, le scarpe, sono indispensabili per chi cammina. C’è un partire fisico e c’è un partire del cuore. Ci sono sandali da indossare sandali da togliersi davanti al cammino di chi giunge con i sandali consumati.

I fianchi cinti sono il vestito di chi non ha una casa propria, sicurezze di attività ma vive la sincerità di scoprirsi inerme e vulnerabile, capace di rivolgere la parola, di dialogare, di chi vive una leggerezza buona rispetto alle cose. Solo chi non ha tutto e sa accontentarsi di poco può apprezzare le cose le cose più semplici, può provare gioia: l’acqua, un riparo, il cibo, il lavoro, gli incontri. E’ questa la grazia del deserto, del cammino.

3402241555_df61d26799.jpgAffresco Lavanda dei piedi – s.Angelo in Formis 1080 ca.

“Si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio se lo cinse attorno alla vita…

Anche Gesù ha vissuto la pasqua con i fianchi cinti: lui che è presentato dai vangeli sempre in cammino, che sulla via ha istruito i suoi discepoli, che sulla strada ha compiuto i suoi gesti più belli, che ha aperto la possibilità di vedere a quel cieco che poi si mise a seguirlo proprio sulla strada. Lui che sulla strada trovava i luoghi della sosta e del riposo e dell’incontro. Ed erano luoghi di parola, di amicizia, di fraternità.

Quand’era a tavola si alzò: non dovrebbero essere così anche le nostre comunità? luogo di fraternità, dove ci si può ristorare durante il cammino, dove attorno alla tavola ci si accoglie, luogo dove si può passare (fare pasqua, appunto) scoprendo apertura di condivisione? Sono domande aperte per la chiesa, per le chiese, ma anche per le nostre case, per le nostre comunità. E avvertiamo la distanza, il tradimento di cui noi siamo responsabili.

Gesù ha vissuto la pasqua con i fianchi cinti. Se li è cinti con un asciugatoio nel gesto del servo, di chinarsi e lavare i piedi. Ci ha raccontato così, nel silenzio di gesto, il senso della sua esistenza.

I discepoli dei saggi indiani si chinano per toccarne i piedi, e con questo gesto dicono la loro inferiorità. In molte culture vi è usanza che i figli si inchinino ai piedi dei genitori e toccandoli esprimano il loro rispetto.

Gesù pone un gesto che esce da questi significati. Non lava nemmeno i piedi ai poveri come si fa oggi nelle celebrazioni. Lava i piedi a poveri come lui, a uomini come lui, ai discepoli. Lava i piedi agli amici. Facendo questo non pone un gesto di ossequio e nemmeno di umiliazione. Impedisce d’ora in avanti di essere omaggiato come i maestri. I suoi discepoli sono maestri come lui. Per questo tale gesto rinvia ad una reciprocità e apertura. Si pone un’interruzione dell’inchino dei sudditi, della sottomissione a gerarchie di ruoli e di meriti.

Un bel testo di Erri De Luca dal titolo Elogio dei piedi, ci ricorda l’importanza dei piedi:

Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

Gesù ci ha raccontato che si vive pasqua quando la vita è cammino, nella scoperta di sé, della propria identità più vera in relazione con gli altri. Si è chinato, l’opposto dell’innalzarsi. E in questo chinarsi sta racchiusa la sua storia, la via del suo abbassamento, contro ogni pretesa di grandezza.

Viviamo una religiosità fatta da un lato fatta di devozioni, osservanze, dall’altro relegata in costruzioni intellettuali oppure in un fare preoccupato del proprio io, del proprio apparire. E nel contempo stesso ci scopriamo capaci di ripiegamenti di egoismo, di indifferenza e cattiveria fino alla violenza contro l’altro, la violenza del disprezzo, del disinteresse, dell’esclusione.

Forse proprio per questo, davanti ad una comunità che aveva perso il senso dello spezzare il pane l’autore del IV vangelo pone una provocazione: nel momento della cena ricorda che la sera di pasqua Gesù aveva compiuto un gesto sconvolgente, inatteso. Il maestro ha compiuto il gesto dello schiavo si è messo a lavare i piedi ai discepoli.

Con l’asciugatoio attorno ai fianchi ci ha detto anche che questo cammino non è di solitudini, ma di incontri, e di servizio. Con i più vicini, con i più lontani. Gesù iniziò a lavare i piedi ai suoi e chiese proprio a loro di continuare a fare questo: sta qui il senso profondo del gesto che le prime comunità chiamavano lo spezzare il pane. Spezzare il pane, memoria di una vita condivisa. Scorgere che spezzare il pane rinvia ad intendere la vita come cammino in cui scoprire il servizio, l’accogliere l’altro: perché lavare i piedi è gesto del servo ma è anche segno bello dell’ospitalità. La prima mossa di lavare i piedi all’ospite è quella di Abramo che alle querce di Mambre accoglie tre ospiti sconosciuti e per prima cosa offe loro ombra per ristorarsi e acqua per lavarsi i piedi (Gen 18,4).

Celebrare la pasqua è occasione per fermarci e fare nostra la domanda di Pietro. ‘Signore, tu lavi i piedi a me?’ Non è già la scoperta che questo dovrò farlo anch’io, che dovremo seguire l’esempio di Gesù, che dovremo lavare i piedi agli altri… questo è forse troppo.

Forse celebrare è scoprire questa profondità della nostra vita: non un agitarci per tante cose, ma un lasciarci incontrare. Possiamo solo fermarci a vivere lo sconcerto perché… ‘tu, proprio tu, lavi i piedi a me’. e la meraviglia perché quei fianchi cinti per partire sono i tuoi fianchi… e la gratitudine perché quei fianchi sono cinti con il grembiule della cura, dell’attenzione. Le sue pieghe racchiudono quella tenerezza e quella misericordia che è cosa rara oggi: tanto predicata quanto lontana dal nostro presente.

E tutti noi siamo coinvolti in questo tuo lavare i piedi. E questo forse è già tutto nel tramonto di questo giorno in cui ci troviamo a ripetere ‘Rimani con noi, in mezzo a noi, perché si fa sera…’

Alessandro Cortesi op

548367_3009679796187_1816403849_n.jpg

Sieger Köder, Ultima cena

Navigazione articolo