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Nel tempo della violenza stare nei luoghi di frattura

In questi tempi e giorni la violenza attuata in varie forme appare come un’ onda che  prende e trasforma, trascinando tutto con sè, generando rabbia e reazione, incapacità di giudizio e di lettura critica, e anche da parte di chi si dice cristiano venir meno del riferimento al vangelo. Può essere motivo di orientamento e forza riandare alla testimonianza di chi ha saputo leggere i segni dei tempi e impegnarsi con la vita nelle vie esigenti del dialogo e dell’incontro. Qui di seguito riporto in mia traduzione l’omelia tenuta oggi al Capitolo generale dell’Ordine domenicano da fr. Jean Jacques Pérennès a vent’anni dall’assassinio  di fr.Pierre Claverie: un testimone da ascoltare. (ac)

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Vent’anni fa, in questo giorno, il 1 agosto veniva assassinato il nostro confratello fr. Pierre Claverie. Anche se le circostanze della sua morte non sono state completamente chiarite ciò che è certo è che lo hanno ucciso per farlo tacere.

L’Algeria viveva allora un periodo di guerra civile che opponeva partiti islamisti, un regime militare pronto alla repressione e una società civile che aspirava a maggiore libertà. In tale difficile contesto Pierre aveva deciso di parlare nonostante i rischi, per sostenere l’aspirazione degli algerini alla libertà, per denunciare la violenza da qualunque parte provenisse, violenza degli islamisti o violenza dello Stato, e contribuire alla promozione di una società plurale e fraterna.

Ha fatto questa scelta in solidarietà con molti algerini vittime di una violenza che non risparmiava nessuno. E’ significativo il fatto che sia morto in compagnia di un giovane musulmano, Mohamed Bouchikhi, che lo accompagnava nei suoi spostamenti nel periodo estivo ed aveva assunto il rischio di frequentare un cristiano. Questo destino condiviso rimane vent’anni dopo come un grande messaggio. La forza della parola di Pierre proviene innanzitutto dal fatto che egli stesso ha sperimentato la necessità di aprirsi all’altro.

Nato ad Algeri in un contesto coloniale prese poco alla volta coscienza di vivere in ciò che indicava una ‘bolla’, la ‘bolla coloniale’. Lo cito: “Ho vissuto la mia infanzia ad Algeri in un quartiere popolare di questa città mediterranea cosmopolita. A differenza di altri europei nati in campagna o in piccole città, io non ho mai avuto amici arabi, né alla scuola del mio quartiere in cui non c’erano, né al liceo in cui erano pochi, e nel tempo in cui la guerra di Algeria iniziava a creare un clima esplosivo. Non eravamo razzisti, solamente indifferenti, ignorando la maggioranza degli abitanti di questo paese. Facevano parte del paesaggio delle nostre uscite, del decoro dei nostri incontri e delle nostre vite. Non sono mai stati dei compagni… Ho dovuto ascoltare molte omelie sull’amore del prossimo, perché ero cristiano ed anche scout, senza mai rendermi conto che anche gli arabi erano il mio prossimo. Non sono uscito da questa bolla, come altri hanno fatto, per andare alla scoperta di questo mondo differente che accostavo continuamente senza conoscerlo. C’è voluta una guerra perché la bolla si rompesse”.

Questa scoperta dell’altro è stata per Pierre un apprendimento doloroso, ma più tardi indicherà che questo è stata la sua vera nascita come uomo. In seguito impegnerà tutta la sua vita ad essere artigiano del dialogo, un dialogo nella verità che non riduce, ma al contrario, prende in conto la differenza irriducibile dell’altro.

Un secondo aspetto del suo messaggio merita di essere sottolineato e si riassume in una frase: “io ho bisogno della verità degli altri”. Dopo i suoi studi domenicani Pierre ritorna in Algeria, il paese in cui era nato. Ben presto gli vengono affidate responsabilità nella chiesa di Algeria che viveva un passaggio radicale dalla situazione di una chiesa in contesto coloniale a quello di una chiesa la cui missione era innanzitutto testimoniare Cristo in un paese musulmano.

Apprese ben presto e bene la lingua araba, si fece molti amici musulmani e aiutò la chiesa a comprendere meglio il senso di una presenza in un paese quasi esclusivamente musulmano. Cosa significa stare lì, essere testimoni di Cristo, senza poter convertire gli altri? Alla fine della sua vita Pierre scrisse su tale questione un testo ispirato: “In questa esperienza fatta della chiusura, poi della crisi e dell’emergenza dell’individuo, ho maturato la convinzione personale che non vi è che una umanità plurale e quando noi pretendiamo di possedere la verità – nella chiesa cattolica ne abbiamo triste esperienza nella nostra storia – o di parlare a nome dell’umanità, cadiamo nel totalitarismo e nell’esclusione. Nessuno possiede la verità, ognuno la ricerca, ci sono certamente verità oggettive ma esse ci oltrepassano tutti e ad esse non si può accedere se non attraverso un lungo cammino e ricomponendo poco alla volta quella verità, spigolando nelle altre culture, negli altri tipi di umanità, quanto anche gli altri hanno acquisito ed hanno cercato nel loro cammino verso la verità. Sono credente, credo in un solo Dio, ma non ho la pretesa di possedere Dio stesso né per mezzo di Gesù che me lo rivela, né con i dogmi della mia fede. Non si possiede Dio, non si possiede la verità e ho bisogno della verità degli altri”.

Siamo chiari: Pierre Claverie non fa l’apologia del relativismo. Sottolinea invece l’importanza di riconoscere la presenza dello spirito di Dio nella ricerca di ogni essere umano che è in ricerca sincera della verità. Riconoscere che anche lui ha accesso a ciò che l’islamologo Louis Massignon chiamava “le acque sotterranee della grazia” e che lui può arricchire la mia stessa ricerca di Dio.

Il terzo messaggio che Pierre Claverie ci lascia è un invito a donare la vita. Un mese prima della sua morte, nel momento in cui questa diveniva prevedibile, si recò a Prouilhe luogo di nascita dell’Ordine domenicano. Non vi era mai andato prima.

L’omelia che pronunciò ha l’andamento di un testamento spirituale: “Dall’inizio del dramma algerino spesso mi è stato chiesto: che cosa fate lì? Perché rimanete? Sbattete la polvere dai vostri sandali! Rientrate a casa vostra!… A casa vostra?… Dove siamo a casa nostra? Noi siamo lì a causa di questo messia crocifisso. Per nessun altra persona e per nessun’altra causa! Non abbiamo nessun interesse da salvaguardare, nessuna influenza da mantenere. Non siamo spinti da non so quale perversione masochista. Non abbiamo alcun potere, ma siamo lì come al capezzale di un amico, di un fratello malato, in silenzio, tenendogli la mano, asciugandogli la fronte. A causa di Gesù perché è lui che soffre là, in questa violenza che non risparmia nessuno, crocifisso di nuovo nella carne di migliaia di innocenti. Come Maria, sua madre e san Giovanni, siamo là, ai piedi della croce, dove Gesù muore abbandonato dai suoi e deriso dalla folla. Non è per caso essenziale per il cristiano essere presente nei luoghi di derelizione e di abbandono?… La chiesa si sbaglia e inganna il mondo se si pone come una potenza tra le altre, come una organizzazione umanitaria o come un movimento evangelico per apparire. Può brillare, ma non brucia del fuoco dell’amore di Dio, ‘forte come la morte’, dice il Cantico dei Cantici. Perché qui si tratta proprio di amore, d’amore innanzitutto e d’amore solamente. Una passione di cui Gesù ci ha dato il gusto e ha tracciato il cammino. ‘Non c’è amore più grande che dare la vita per coloro che si amano'”.

Hanno ucciso il nostro fratello Pierre per farlo tacere, ma la sua vita e il modo in cui è morto continuano ad avere un’eco forte nel nostro Ordine, nella chiesa e nella società. Se la sua voce richiama così tanto è perché tocca una delle questioni essenziali del nostro tempo: lì dove c’è rifiuto dell’altro, dell’alterità, si è condannati alla violenza. L’attualità di questi giorni ce lo ricorda tristemente. Mentre questo capitolo generale s’interroga sul rinnovamento della missione in un mondo che sembra abbandonato alla violenza, Pierre nostro fratello ci invita a porre le nostre vite su quelle ‘luoghi di frattura’ dell’umanità, domandando al Padre di ogni amore di compiere la sua opera di risurrezione nella carne crocifissa. San Domenico ci aiuti a rispondere a questo appello con creatività coraggio, e nella gioia. Amen.

Omelia di fr. Jean Jacques Pérennès direttore de l’Ecole Biblique et Archéologique Française di Gerusalemme, al Capitolo generale dell’Ordine domenicano nella messa di anniversario a 20 anni dall’assassinio di mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano (Algeria) – Bologna 1 agosto 2016.

Qui un articolo di Filippo Rizzi in ‘Avvenire’ 31.07.16: Claverie e Mohamed meticci nella santità

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Date loro voi stessi da mangiare…

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La condivisione dei pani, è racconto ripetuto più volte nei vangeli e nella redazione è posto in stretta relazione con l’eucaristia (viene esplicitato nel discorso di Gesù presentato nel IV vangelo al cap. 6).

E’ gesto che interroga per coglierne il significato per noi oggi, per un cammino di fede. Il gesto dei pani infatti fu un gesto della condivisione: furono pani e pesce condivisi. A questo gesto fa riferimento il rito religioso dell’eucaristia.

In questo passaggio si è attuata una trasformazione che ha generato uno spostamento ed uno svuotamento dei significati del gesto di Gesù. Uno spostamento contro cui già Paolo era consapevole quando scriveva alla comunità di Corinto, che viveva un rito senza che cambiasse la vita: alcuni infatti non aspettavano gli altri, non accoglievano (1Cor 11). Un rito rischia come tutti i rituali religiosi, di farsi abitudine che pacifica le coscienze ma non modifica la vita. Può anche divenire un atto di esteriorità e di visibilità. Al centro viene posta l’adorazione e la devozione, ma non si attua un cambiamento della comunità chiesa né della società.

Questo gesto ha subito un altro cambiamento: l’eucaristia è divenuto sacramento della presenza di Dio da adorare, da vedere e nella storia si è giunti al non comunicarsi più (con l’uso di non comunicarsi se non ci si era confessati, oppure ad un allontanamento dall’eucaristia in quanto il sacramento anziché essere aiuto per la vita è divenuto ostacolo al camminare nella fede. Ma Gesù ha scelto il pane per dire e significare la sua presenza… dal mangiare si è passati al vedere all’adorare, ma il pane è da mangiare.

L’eucaristia non è il premio dei buoni, ma il pane dei pellegrini, è il cibo per andare avanti nel cammino: è prendere forza nella relazione con Gesù perché la sua presenza ci trasformi e cambi dentro. Accogliere l’eucaristia non è proclamare che siamo buoni ma riconoscerci bisognosi di alimento e di far rimanere la sua presenza in noi, per essere cambiati. Tutti e insieme. Non è un mezzo per un incontro da soli a soli con Gesù, ma è un mangiare che fa divenire, insieme ed in relazione, corpo di Cristo. Questo è molto importante perché abbiamo reso la ‘comunione’ un rito e un fatto privato, mentre essere comunicanti significa entrare in relazione, vivere una nuova appartenenza: ci apparteniamo gli uni e le une agli altri

E’ importante pensare che nel gesto di Gesù stava il desiderio di condividere la mensa, il cibo. Gesù suscitò reazione e scandalo perché a tavola sedeva insieme con peccatori e pubblicani, con gli esclusi e i poveri che lo seguivano e diceva che gli ultimi dovevano essere i primi.

Questo modo di vedere la vita di Gesù si scontra con il modo che noi abbiamo di concepire i rapporti sociali. Gesù non invitava a praticare una sorta di elemosina in questa esperienza della mensa. Il messaggio racchiuso nel gesto della condivisione dei pani costituiva l’indicazione di un modo nuovo di pensare i rapporti e la vita nella società. Un modo che fosse riflesso e accoglienza del progetto di Dio. Per Gesù la possibilità di incontrare Dio non sta fuori dalla storia ma dentro la vita nella concretezza degli incontri. Amare Dio, incontrare il Padre è un’esperienza che sta dentro ad un cambiamento della vita, cambiando il modo di vedere gli altri, le cose aprendosi allo stile di Dio stesso che è quello della condivisione.

Gesù ha vissuto proponendo un progetto di una società completamente diversa da quella in cui viviamo. Voleva una società in cui le persone fossero considerate come uguali con uguale dignità e diritti, tutti importanti e unici.

Noi oggi viviamo una drammatica contraddizione. Un modello di società secondo lo stile della convivialità e della condivisione è in netto contrasto con il sistema economico che ci viene imposto e domina il nostro quotidiano. E’ questo un sistema pensato e gestito per produrre disuguaglianze e iniquità: disuguaglianze di tipo economico con la concentrazione del capitale mondiale in pochi paesi e in grandi imprese multinazionali nelle mani di pochi senza scrupoli nell’usare violenza e dominazione, con il dominio della finanza e lo svuotamento del lavoro delle persone. Sperimentiamo disuguaglianze nel campo dei diritti: milioni di persone non sono riconosciute nel loro essere appartenenti all’unica famiglia umana, e sono costretti a vivere nella paura e nella clandestinità.

Con tutti questi generi di disuguaglianze le religioni possono divenire luoghi di conferma e sostegno di un sistema oppressivo e spesso ne stanno al servizio: utilizzano i loro rituali per tranquillizzare coscienze e perpetuare i sistemi della violenza e della morte.

Oggi è la festa dell’eucaristia. La memoria dei gesti di Gesù che ha invitato i suoi dicendo ‘date loro voi stessi da mangiare’ e nella condivisione dei pani ha accompagnato a scorgere che nel condividere c’è incontro e abbondanza per tutti, apre una domanda: cosa significa continuare i gesti di Gesù? A cosa ci chiama oggi il vangelo?

Alessandro Cortesi op

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Giovedì santo – cena del Signore

Maestro Guglielmo, Ultima Cena : Cattura di Cristo (1199 circa) – Cripta della Cattedrale di San Zeno (Pistoia).jpg

Maestro Guglielmo, Ultima cena / Arresto di Gesù, Cripta Cattedrale Pistoia – 1199

Omelia

“Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano: lo mangerete in fretta. E’ la Pasqua del Signore”

Giovedì santo: memoria della pasqua. E’ la pasqua lontana del popolo di Israele che ci parla di una partenza improvvisa, di una notte di liberazione. E’ una storia rimasta impressa nella memoria e che è divenuta rito per rivivere nel presente l’esperienza di quella notte, l’incontro con il Dio che fa uscire.

Celebrare è vivere il tempo in modo nuovo, scorgere che il nostro tempo è legato insieme ad altri tempi. Il rito, quest’esperienza umana che interrompe il tempo ci provoca a ricordare, a scorgere quanto sta dentro e quanto sta oltre il nostro tempo C’è uno spessore del tempo da scoprire. Questo tempo è un tempo visitato, è spazio di un incontro di alleanza, di storia con Dio.

“mangerete l’agnello con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano…”

Uomini, donne bambini, anziani in questi giorni si stanno mettendo in cammino, sono bloccati nel loro cammino da muri e barriere. Sono stati spinti dal non poter sostenere più la schiavitù, da una ricerca di libertà, attratti da una promessa che fa loro intravedere luce nel buio e nella desolazione del loro presente. E’ la vicenda dell’esodo di popoli che continua e si ripete.

Oggi viviamo questo rito, legati al popolo d’Israele, e legati a tutti i popoli che nel tempo si sono messi in cammino, a quelli che sono ora in cammino, a tutti coloro che sperano di uscire da schiavitù, da violenza, dalla paura. Celebriamo la pasqua per ricordarci che Dio che ha chiamato Israele è Dio di ogni cammino di liberazione, Dio che fa partire, i fianchi cinti, il bastone in mano… In questa storia è nascosta una memoria di compagnia, di promessa, di speranza.

Pasqua è memoria che provoca la vita. E’ ricordo di un cammino da intraprendere, di un passaggio sempre da compiere. Non c’è da sostare, bisogna partire e ripartire. I fianchi cinti, i sandali ai piedi: sono i segni di chi si mette in viaggio e si apre ad una novità, ad un rischio, ad una speranza. Il partire di tanti oggi, il cammino di chi fugge dalla guerra, dalla fame, dalla distruzione, è domanda aperta per noi, è vita che ci rinvia a quel partire nella notte, ad un esodo da condividere, oltre i confini di sistemi religiosi in cui abbiamo rinchiuso il volto del Dio vivente, che vuole libertà e vita, salvezza, per ogni uomo e donna. La chiamata di Dio sta fuori, si fa presente nella vita di chi è oppresso, nei percorsi di chi sogna liberazione.

Ascoltare gli esodi di questo tempo, vivere la pasqua come memoria che ci raggiunge nella vita è provocazione ad vivere la fede come cammino, senza garanzie, senza sicurezze. Si può rimanere chiusi, ripiegati sul proprio passato, invecchiati a ripetere le stesse cose, prigionieri della propria storia e della propria virtù. Chi parte guarda lontano, sa guardare oltre.

I sandali, le scarpe, sono indispensabili per chi cammina. C’è un partire fisico e c’è un partire del cuore. Ci sono sandali da indossare sandali da togliersi davanti al cammino di chi giunge con i sandali consumati.

I fianchi cinti sono il vestito di chi non ha una casa propria, sicurezze di attività ma vive la sincerità di scoprirsi inerme e vulnerabile, capace di rivolgere la parola, di dialogare, di chi vive una leggerezza buona rispetto alle cose. Solo chi non ha tutto e sa accontentarsi di poco può apprezzare le cose le cose più semplici, può provare gioia: l’acqua, un riparo, il cibo, il lavoro, gli incontri. E’ questa la grazia del deserto, del cammino.

3402241555_df61d26799.jpgAffresco Lavanda dei piedi – s.Angelo in Formis 1080 ca.

“Si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio se lo cinse attorno alla vita…

Anche Gesù ha vissuto la pasqua con i fianchi cinti: lui che è presentato dai vangeli sempre in cammino, che sulla via ha istruito i suoi discepoli, che sulla strada ha compiuto i suoi gesti più belli, che ha aperto la possibilità di vedere a quel cieco che poi si mise a seguirlo proprio sulla strada. Lui che sulla strada trovava i luoghi della sosta e del riposo e dell’incontro. Ed erano luoghi di parola, di amicizia, di fraternità.

Quand’era a tavola si alzò: non dovrebbero essere così anche le nostre comunità? luogo di fraternità, dove ci si può ristorare durante il cammino, dove attorno alla tavola ci si accoglie, luogo dove si può passare (fare pasqua, appunto) scoprendo apertura di condivisione? Sono domande aperte per la chiesa, per le chiese, ma anche per le nostre case, per le nostre comunità. E avvertiamo la distanza, il tradimento di cui noi siamo responsabili.

Gesù ha vissuto la pasqua con i fianchi cinti. Se li è cinti con un asciugatoio nel gesto del servo, di chinarsi e lavare i piedi. Ci ha raccontato così, nel silenzio di gesto, il senso della sua esistenza.

I discepoli dei saggi indiani si chinano per toccarne i piedi, e con questo gesto dicono la loro inferiorità. In molte culture vi è usanza che i figli si inchinino ai piedi dei genitori e toccandoli esprimano il loro rispetto.

Gesù pone un gesto che esce da questi significati. Non lava nemmeno i piedi ai poveri come si fa oggi nelle celebrazioni. Lava i piedi a poveri come lui, a uomini come lui, ai discepoli. Lava i piedi agli amici. Facendo questo non pone un gesto di ossequio e nemmeno di umiliazione. Impedisce d’ora in avanti di essere omaggiato come i maestri. I suoi discepoli sono maestri come lui. Per questo tale gesto rinvia ad una reciprocità e apertura. Si pone un’interruzione dell’inchino dei sudditi, della sottomissione a gerarchie di ruoli e di meriti.

Un bel testo di Erri De Luca dal titolo Elogio dei piedi, ci ricorda l’importanza dei piedi:

Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

Gesù ci ha raccontato che si vive pasqua quando la vita è cammino, nella scoperta di sé, della propria identità più vera in relazione con gli altri. Si è chinato, l’opposto dell’innalzarsi. E in questo chinarsi sta racchiusa la sua storia, la via del suo abbassamento, contro ogni pretesa di grandezza.

Viviamo una religiosità fatta da un lato fatta di devozioni, osservanze, dall’altro relegata in costruzioni intellettuali oppure in un fare preoccupato del proprio io, del proprio apparire. E nel contempo stesso ci scopriamo capaci di ripiegamenti di egoismo, di indifferenza e cattiveria fino alla violenza contro l’altro, la violenza del disprezzo, del disinteresse, dell’esclusione.

Forse proprio per questo, davanti ad una comunità che aveva perso il senso dello spezzare il pane l’autore del IV vangelo pone una provocazione: nel momento della cena ricorda che la sera di pasqua Gesù aveva compiuto un gesto sconvolgente, inatteso. Il maestro ha compiuto il gesto dello schiavo si è messo a lavare i piedi ai discepoli.

Con l’asciugatoio attorno ai fianchi ci ha detto anche che questo cammino non è di solitudini, ma di incontri, e di servizio. Con i più vicini, con i più lontani. Gesù iniziò a lavare i piedi ai suoi e chiese proprio a loro di continuare a fare questo: sta qui il senso profondo del gesto che le prime comunità chiamavano lo spezzare il pane. Spezzare il pane, memoria di una vita condivisa. Scorgere che spezzare il pane rinvia ad intendere la vita come cammino in cui scoprire il servizio, l’accogliere l’altro: perché lavare i piedi è gesto del servo ma è anche segno bello dell’ospitalità. La prima mossa di lavare i piedi all’ospite è quella di Abramo che alle querce di Mambre accoglie tre ospiti sconosciuti e per prima cosa offe loro ombra per ristorarsi e acqua per lavarsi i piedi (Gen 18,4).

Celebrare la pasqua è occasione per fermarci e fare nostra la domanda di Pietro. ‘Signore, tu lavi i piedi a me?’ Non è già la scoperta che questo dovrò farlo anch’io, che dovremo seguire l’esempio di Gesù, che dovremo lavare i piedi agli altri… questo è forse troppo.

Forse celebrare è scoprire questa profondità della nostra vita: non un agitarci per tante cose, ma un lasciarci incontrare. Possiamo solo fermarci a vivere lo sconcerto perché… ‘tu, proprio tu, lavi i piedi a me’. e la meraviglia perché quei fianchi cinti per partire sono i tuoi fianchi… e la gratitudine perché quei fianchi sono cinti con il grembiule della cura, dell’attenzione. Le sue pieghe racchiudono quella tenerezza e quella misericordia che è cosa rara oggi: tanto predicata quanto lontana dal nostro presente.

E tutti noi siamo coinvolti in questo tuo lavare i piedi. E questo forse è già tutto nel tramonto di questo giorno in cui ci troviamo a ripetere ‘Rimani con noi, in mezzo a noi, perché si fa sera…’

Alessandro Cortesi op

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Sieger Köder, Ultima cena

San Domenico: compassione e fraternità

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(Pietro Cavallini, crocifissione)

Ci sono due caratteristiche del profilo e dell’esistenza di san Domenico che possono essere importanti per la nostra vita oggi.

Un primo aspetto è la sua capacità di cambiare nel corso della sua esistenza, di essere aperto a seguire le chiamate che egli coglieva come Parola di Dio nella sua vita nel rapportarsi alle sofferenze degli altri. I testimoni che l’hanno conosciuto sono concordi nel dire che uno di tratti propri della sua esperienza fu l’attitudine di compassione. Compassione è quella capacità di avvertire come propria la sofferenza e l’angustia dell’altro e dell’altra che s’incontra. Per san Domenico vivere la compassione significava non rimanere indifferente di fronte alle richieste che provenivano dalle persone che incontrava, richieste immediate, concrete, e attese di senso della vita. Non aveva paura di piangere per le sofferenze che pesavano sulla vita di chi incrociava la sua strada. In questo lasciarsi toccare dai pesi altrui coglieva una chiamata di Dio, una Parola che lo portava ad uscire, ad orientare in modi sempre nuovi la sua esistenza, a scorgere traduzioni possibili di quella tensione a testimoniare il vangelo nella concretezza di un tempo e di un luogo. Domenico scorgeva la Parola di Dio nelle parole umane: in quelle pronunciate come attesa e speranza nel dialogo a cui dedicava tempo, e le parole non dette del dolore e delle fatiche. Non rimaneva indifferente ma si lasciava coinvolgere.

Mi sembra questo un tratta particolarmente importante oggi in cui l’atmosfera preponderante è quella dell’indifferenza, del tenersi a distanza non solo da drammi di persone e popoli pensati come lontani, ma anche del non vedere e non farsi carico di chi è vicino. In tal senso quella di Domenico è spiritualità di occhi aperti e orecchie sensibili.

Un secondo tratto della vita di san Domenico è stato il suo orientamento a costruire fraternità e sororità. Al di là delle sua capacità e delle doti singolari la tendenza profonda del suo agire e delle sue scelte è stata sempre quella di costruire esperienze di condivisione e fraternità in cui al centro fosse la missione del vangelo. Fu desiderio di condivisione il suo far parte dei proventi nel vendere i suoi libri nel tempo della carestia. Ma fu ancora desiderio di comunità il partecipare alla vita dei canonici di Osma con il vescovo Folco. Ancora fu apertura alla condivisione la scelta di trovare un luogo e modalità per cui alcune donne che avevano abbandonato famiglie catare potessro vivere insieme sostenendosi. Fu quella condivisione di vita, insieme anche a laici il primo nucleo di quella che fu chiamata la ‘santa predicazione’, una comunità di vita e di preghiera unita dalla passione di vivere il vangelo e il suo annuncio. E infine fu desiderio di fraternità la sua lucida volontà di costruire un Ordine in cui fossero individuati strumenti per vivere insieme nel senso della fraternità guardando al futuro.

Mi sembra che questo elemento della sua vita sia particolarmente importante oggi in un tempo in cui sperimentiamo la fatica di esperienze di solidarietà e di condivisione comunitaria ai tanti livelli della vita sociale. A livello globale e internazionale viviamo oggi il venir meno dei legami e della attenzione al tessere percorsi di interrelazione, ma anche nel microcosmo di famiglie e comunità avvertiamo la fatica di custodire e promuovere legami di appartenenza reciproca e di impegno comune e condiviso in un contesto segnato da una parossistica prevalenza della preoccupazione per se stessi o tutt’al più per un piccolo gruppo.

Questi due aspetti della vita di Domenico mi appaiono come provocazione ad una riflessione nostra oggi e come un eredità che ci rende responsabili.

Alessandro Cortesi op

‘… perché per loro non c’era posto nell’alloggio…’

In questo giorno di Natale vorrei commentare alcune immagini che ci possono aiutare ad entrare nel significato di questa festa e accogliere la chiamata che essa racchiude per ognuno.
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La prima immagine è un quadro del 1600, di Georges de la Tour. mi pongo di fronte ad essa non con la competenza di uno storico dell’arte, ma cercando di coglierne alcuni elementi di interpretazione della fede, teologici. De la Tour è un pittore del ‘600 influenzato da Caravaggio, particolarmente attento alla contrapposizione di luci e ombre. E’ una adorazione dei pastori in cui i personaggi sono disposti in una scena che compone quasi un arco, divisi in due gruppi, sulla destra e sulla sinistra rispetto al centro costituito dal bambino sulla mangiatoia. A sinistra Maria, seduta, con un atteggiamento pensoso e attonito, in un vestito rosso, a destra Giuseppe con una candela tenuta con la mano destra mentre con l’altra protegge la fiamma. Al centro tre altri personaggi: sono i pastori che per primi sono giunti ad guardare il bambino, a rimanere stupiti e silenziosi davanti al sonno di questo neonato. Sono tre figure che si distanziano dalla iconografia tradizionale. Non ci sono aureole, né angeli, non ci sono elementi che fanno pensare ad una dimensione trascendente, ma c’è invece una rappresentazione di una quotidianità vicina. I loro volti sono ritratti di persone che potevano essere i contadini del tempo, e di un ambiente contemporaneo al pittore. Tutto è immerso in una luce che avvolge e genera contrasti. De la Tour rappresenta i pastori nelle fogge dei contadini della sua epoca ed evoca così la vita degli umili del suo tempo. A sinistra di Maria un pastore giovane, con pizzetto e baffi, con un tocco di raffinatezza nel vestito, il collare della camicia ricamato: lo sguardo è tutto preso verso il bambino, raffigurato al centro, disteso, addormentato, avvolto in fasce e adagiato sulla mangiatoia. Al centro un altro pastore, ripreso in un veloce movimento in cui sta portando la mano al cappello per toglierselo dinanzi al bambino, in un gesto antico di rispetto e gentilezza. E con l’altra mano regge un flauto. Il suo volto è attraversato da un sorriso lieve.
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L’atmosfera del dipinto è segnata da una dimensione intima, e conduce a percorrere il semicerchio di sguardi e volti segnati dalla luce e la linea delle mani dei personaggi. Una donna, una tra i pastori reca in mano un coccio coperto da un piatto; le sue mani reggono questo dono che sta portando forse al bambino, un po’ di latte o forse del cibo per i genitori. E alla sinistra Giuseppe: i suoi occhi sono scintillanti come piccole luci e sono tutti presi da uno stupore e da una gioia sobria che si esprime nel silenzio che avvolge la scena.
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Un momento di silenzio attorno al bambino. Non sono presenti gli elementi classici del presepe, non ci sono l’asino e il bue, ma solo un agnello. Un’indicazione che rinvia alla Pasqua di Gesù, agnello ferito e inerme di fronte ai suoi uccisori. E Gesù è presentato come deposto, in fasce, nel sonno di una morte che non rimane l’ultima parola della sua vita. Nel volto del neonato c’è già l’indicazione del crocifisso, di colui che ha vissuto la sua esistenza come dono per gli altri sino alla fine. Il suo volto è fonte di luce che non trova ostacolo in nessun elemento di ombra. ‘Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo’ (Gv 1,9). Il dipinto sembra accennare a questa luce che è presente in ogni uomo e donna, una luce da lasciar emergere nella vita, la luce della coscienza, la luce che guida a divenire umani e a seguire le ispirazioni più profonde della vita, in tutti: per i pastori questa luce è vivere l’accogliere e l’essere accolti. E Giuseppe trattenendo la candela tra le mani sembra rinviare al volto luminoso del bambino per cogliere una sorgente di luce. E’ luce che non è trattenuta: quasi allusione all’altra espressione del prologo di Giovanni “la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno potuta trattenere” (Gv 1,5).

E’ questa un’immagine che ci riporta al senso del silenzio di fronte al Dio umanissimo che Gesù nella sua vita ha raccontato. Ci parla di luce che vince le tenebre, di uno sguardo al natale come rinvio all’intera vita umana di Gesù, alla sua croce e al suo essere agnello, testimone di nonviolenza di fronte alla vioenza del potere. Ci parla anche del dono: i primi a portare un dono sono i pastori. I tre pastori raffigurati portano tre doni. La donna reca del cibo, il pastore di sinistra porta un agnello, e quello al centro porta la musica del suo flauto. Sono tre doni che ricordano alcune dimensioni essenziali della vita umana. Ogni uomo e donna ha bisogno di cibo e nutrimento condiviso, ha bisogno di lavoro vissuto non nella concorrenza ma nella mitezza, e ha bisogno anche di bellezza, di gratuità, quella bellezza e gratuità espresse dala gioia e dalla musica. Abbiamo bisogno di nutrimento, di bellezza, di mitezza. Il dono che offrono a Gesù sono il sorriso e gli sguardi. Gesù è accolto dai poveri e si fa ritrovare da chi ha lo sguardo capace dello stupore dei poveri. C’è un messaggio allora da cogliere: questa luce che sgorga dal volto del bambino, il segno inerme di un volto di Dio che si fa incontrare dai piccoli e dai poveri, è luce che rende la vita umana e viene accolta da chi sa scoprire le dimensioni più quotidiane e profonde. Uomini e donne di ogni tempo, le persone normali, coloro che non contano nulla sono accolte in questa vivenda di luce che illumina i volti e vince le tenebre.

IMMIGRAZIONE: A LAMPEDUSA IN NOTTATA ALTRI 310 CLANDESTINI
Ma c’è una seconda serie di immagini che vorrei unire a queste: sono immagini questa volta contemporanee, dei nostri giorni. Sono le immagini dei naufraghi del 3 ottobre scorso a Lampedusa. Il 3 ottobre è stata la tragedia che ha portato all’attenzione un dramma che si va compiendo da anni e anni. Il Mediteraneo, il mare nostrum, è diventato il mare del rifiuto e della non accoglienza. A Lampedusa c’è un monumento, la porta dell’Europa, una porta aperta sul mare. Quella che dovrebbe essere una porta aperta è diventata una barriera. Lampedusa è diventato il simbolo di un mondo diviso in cui per qualcuno non c’è posto dove alloggiare e viene lasciato fuori. A Lampedusa la disponibilità e l’accoglienza degli abitanti di questa isola ha reso ancor più stridente il contrasto con politiche di respingimento e rifiuto.
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La luce che pervade il quadro di la Tour ci ricorda questa sfida per vivere con autenticità il Natale. Gesù nasce in una famiglia che cerca alloggio e si fa solidale con chi non ha luogo dove nascere ed essere accolto. Natale ci ricorda che Gesù è nato come profugo, in una situazione di chi non trovava alloggio e rifiutato nel momento di essere accolto. Nel naufragio di Lampedusa c’erano anche bambini appena nati e da poco una donna aveva partorito proprio in quella notte.
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Gesù è stato migrante ed è nato in una condizione di rifiuto. La sua vicenda ci dice che la luce della salvezza sta lì, in chi è rifiutato, non nei palazzi dei re. Questo ci ricorda il Natale. Il volto di Dio umanissimo si identifica con la vita di coloro che non hanno posto perché esclusi e tenuti ai margini. Eppure solo i poveri sono coloro che lo sanno accogliere. Natale ci dice che incontrare Gesù implica un divenire più umani, capaci di accoglienza e responsabilità capaci di divenire capaci di condivisione, poveri perché solidali con chi è tenuto fuori.
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E’ questa una tra le frontiere del nostro tempo: la frontiera non solo tra popoli dei Sud del mondo e quelli del Nord, ma tra l’accoglienza e il rifiuto, tra l’ospitalità e la chiusura egoista, tra la tranquillità dell’indifferenza e la ricerca di vie di convivenza solidale. E’ una frontiera che corre non solo nei confini geografici, ma attraversa le nostre città, i nostri incontri, l’interiorità. Celebrare il Natale è vivere il silenzio dinanzi alla domanda che proviene da chi lascia la propria terra, dai poveri in cerca di pane con cui Gesù si è identificato. Celebrare il Natale è aprire lo sguardo ad incontrare i volti di chi soffre, è entrare nella logica del dono e scoprire il dono dell’incontro come luogo di incontro con Dio.

Alessandro Cortesi op
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Omelia della veglia nella notte di Pasqua – 2013

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Il tempo regalato nella notte: è questo il primo segno di questa sera. E’ forse tempo per ricordare il senso del nostro tempo. Prima che tempo da sfruttare o da trattenere è tempo da restituire. Il vegliare vuol dire questo. E’ tempo da restituire nel camminare insieme, nell’ascoltare, nel custodire la luce di questa notte. La luce che è Cristo nostra Pasqua: è lui primizia di primavera e di risorgere di vita che ci accoglie e coinvolge.

E poi il fuoco, la luce. E le parole che hanno riannodato, accompagnando a riprendere il filo di un gomitolo, i vari momenti di una storia. Dio che si fa vicino e scende a liberare.

Il canto dell’Exsultet: al suo cuore sta l’elemento decisivo che sostiene la vita dei credenti: non una spiegazione della sofferenza, ma l’annuncio che solo la fiducia incondizionata e totale nel Dio benevolo e misericordioso apre le porte di una vita nella libertà. Nella croce di Gesù, che ha attraversato la sofferenza sta il consolante messaggio che Dio non abbandona nessun angolo della vita umana, anche quello oscuro segnato dall’abbandono, dall’insensatezza, dalla solitudine e dal vuoto. E questo esile annuncio di fede che ha solcato la pesantezza del buio della notte dà la speranza che la sofferenza e il male non è l’ultima parola, ma nella nostra vita e nella vita di ogni uomo e donna c’è l’orizzonte in cui la sofferenza sarà eliminata per sempre. Lui il crocifisso è stato risucitato dal Padre; lui il condannato della croce è costituito Unto e Signore, aprendoci la via della libertà.

E poi l’acqua: l’acqua del primo mare, l’acqua del mar Rosso, l’acqua della liberazione, l’acqua vista dalla Bibbia come rinvio alla parola: come l’acqua scende dal cielo, così la parola, come l’acqua non ritorna senza effetto, e fa germogliare e genera processi vitali frutti, cibo, vita, così la parola “non tornerà a me senza aver operato quanto desidero…”. La parola al centro, la parola di Dio nelle parole di uomini.

Ed è una parola l’annuncio che inizia con una domanda: “perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea”

E’ annuncio che distoglie da un presente chinato sul luogo della morte. Apre ad una ricerca nuova ed offre tracce nel passato. Solo ritornando a quello che Gesù ha fatto e detto si può vivere un incontro nuovo con lui. E’il vivente da cercare portando il ricordo, ma non lasciandosi imprigionare dal ricordo. Facendo del ricordo la spinta per maturare speranza.

Le donne recatesi quando era ancor buio al sepolcro, cercano ma non trovano. La loro ricerca è indirizzata al corpo del Signore. E questa ricerca fallita è illuminata dalla voce di due uomini – dice Luca -, portatori di una parola che viene da altrove. E’ la parola al centro della pagina costruita proprio attorno ad essa: il vivente non va cercato tra i morti, ma va cercato altrove, nei luoghi della vita. I credenti d’ora in poi sono invitati a cercare, a cercare sempre, a cercare oltre.

Non sono invitati ad altro se non a cercare, a cercare il suo corpo come corpo di un Vivente. La fede in lui come ricerca del suo corpo, della sua vita in relazione. Non è casuale questo invito. Nel vangelo di Luca si potrebbero rintracciare tante ricerche di Gesù. Sarebbe bello ripercorrere i vari percorsi della ricerca di Gesù nell’intero vangelo di Luca che sembra proprio tessuto su questo filo di base.[1]

‘Non cercate qui ma altrove…’ è l’invito dei messaggeri di Dio; per contro c’è l’indicazione di una ricerca da iniziare. Non nei luoghi della morte ma altrove. E’ vivo. Ma allora Gesù è da cercare, in un movimento che si pone tra la memoria e il presente, tra il ritorno alla Galilea, la ricerca delle sue tracce e l’inseguire i segni della sua vita.

Troppo spesso abbiamo rinchiuso Gesù in un possesso fissato in sistema religioso o nella prccupazione di costruire e mantenere strutture clericali, o in una dottrina chiusa nella pretesa di ridurre tutto a spiegazione, non aperta a ricerca, al silenzio delle domande radicali, alla fede nuda, al riconoscimento della alterità di Dio nella nostra esistenza. La fede è ricerca, la vita cristiana è ricerca, l’esistenza in rapporto al risorto è cercare nella vita.

Ma il cercare è l’attività di chi non sa, di chi chiede, di chi ha bisogno dell’altro, di chi si apre ad accogliere in modi insospettati il suo passare. Dentro la vita. E’ vivente. In queste parole si apre un modo di intendere la fede come relazione e apertura. Il cercatore è l’opposto del difensore tronfio e presuntuoso, è anche l’opposto di chi pur in atteggiamento umile, pensa di dover solo dare – si pensi alle varie forme di paternalismo così diffuse-: il cercatore è povero in radice. Povero perché sa che da ogni altra povertà può farsi cambiare e può lasciarsi aprire alla verità della sua vita e all’incontro con colui che si è fatto povero per noi… L’indicazione di cercare altrove è il delineare anche di una identità di chi crede, che non potrà mai essere identità senza l’altro, senza interrogare, senza leggere i segni, e senza lasciarsi provocare da altri.

Non cercate qui ma altrove, e forse anche c’è anche un altro invito che dovrebbe risuonare dalla lettura del tema dela rcierca nel vangelo di Luca: non intestardirti a cercare, ma lascia spazio a colui che ti cerca. Prima della ricerca umana c’è una ricerca che precede. Lui per primo viene a cercarci nel cammino della vita, e lui si fa vicino, in modi che lui solo sa, laddove non c’immaginiamo (come dirà il racconto dei due di Emmaus), talvolta nella presenza di uno sconosciuto o di un incontro imprevisto. La messa in guardia di Luca in questa pagina è di capovolgere il modo di pensare religioso. Stare nella vita, leggere il presente, accogliere i volti stranieri, lasciarsi interrogare dalle situazioni, dalle voci diverse, dalle altre culture, lasciarsi ferire dalla critica e dal rifiuto rintracciando anche lì la voce del Vivente che mette in cammino. D’ora in poi colui che è vivo si farà vicino nelle parole della vita, nelle parole scambiate, nei cammini condivisi, nei gesti che profumano di ospitalità.

E’ capace di cercare chi sa confrontarsi con una assenza: tutta la vita credente sorge da una assenza, da una mancanza, come anche tutta la vita umana si pone in una ricerca di un tu che sia di fronte, si confronta con il limite e con la mancanza. In questa esperienza di essere soli, Luca suggerisce che la Pasqua apre ad un percorso nuovo, rompe con i ritorni delusi per aprire sempre a nuove partenze.

Non solo ma ci dice anche che il vivente è più di ogni libro che parla di lui, è solamente nella vita che può essere incontrato, solo immergendoci nell’esistenza, nella comunicazione e nell’incontro è possibile trovare sue tracce che resteranno sempre e solo tracce che rinviano ancora a ricercarlo, mai a pretendere di essere coloro che esauriscono la conoscenza di lui. Così come lui si è fatto incontrare nella sua umanità: ritrovare l’umanità di Gesù, la semplicità dei suoi gesti, il senso profondo del suo passare facendo del bene.

Porto una domanda questa notte: quale è il significato possibile della Pasqua per credenti e per non credenti? Per i credenti è apertura alla ricerca, e direi anche per chi non crede. Etty Hillesum scrisse il 3 luglio 1942, prima di essere portata a morire ad Auschwitz: «Io guardavo in faccia la nostra distruzione imminente, la nostra prevedibile miserabile fine, che si manifestava già in molti momenti ordinari della nostra vita quotidiana. È questa possibilità che io ho incorporato nella percezione della mia vita, senza sperimentare quale conseguenza una diminuzione della mia vitalità. La possibilità della morte è una presenza assoluta nella mia vita, e a causa di ciò la mia vita ha acquistato una nuova dimensione». E ancora parlando di tempi angosciosi “Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me… l’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi e anche l’unica che veramente conti  è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio… tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”

Le donne sono le prime che accolgono l’annuncio della risurrezione. E’ indicazione fondamentale: la scelta delle donne in un mondo in cui la loro testimonianza non aveva valore e questa traccia conservata nei vangeli, mantenuta nonostante le possibili critiche a cui si esponeva. E’ traccia importante. Ancor oggi le parole più profonde di vangelo provengono da persone che non hanno diritti riconosciuti di testimonianza, da uomini e donne liberi, non integrati in appartenenze chiuse, non impauriti.  Sono le persone che vivono la fiducia nell’umanità, la ricerca dei volti degli altri, la capacità dei gesti di cura possibili, nel tessere relazioni nuove, anche in situazioni di morte. Sono costoro che fanno avanzare il mondo, credenti o non credenti. In questa fiducia sta il senso della Pasqua che unisce credenti e non credenti, in una medesima apertura a vivere la povertà di questa notte nella possibilità di attendere dagli altri e dall’Altro la luce che è lampada ai nostri passi.

Dono della Pasqua non è solo l’uscire dal luogo della morte di Gesù, ma è il dono di una possibilità offerta a noi di non rimanere chiusi da tutte le pietre che rinchiudono e opprimono la vita. E’ apertura ad una possibilità di libertà, anche nelle situazioni più pesanti e faticose. Nella fiducia in Dio e nell’umanità.

Alessandro Cortesi op


[1] A partire dal momento della sua infanzia quando Gesù viene rimproverato dalle parole di Maria: ‘tuo padre e io ti cercavamo…’ (Lc 2,44-48) Ma poi c’è anche la ricerca della folle che lo cercava dopo che avevano visto le guarigioni di Gesù a Cafarnao (Lc 4,42) e che cercava di toccarlo (Lc 6,19). Ma c’è anche un’altra ricerca, quella di Erode incuriosito, che cercava di vederlo (Lc 9,9). E Gesù nelle parole conservate da Luca invita alla ricerca ‘cercate e troverete’ (Lc 11,9). E d’altra parte Gesù ha parole dure per una generazione malvagia ‘che cerca un segno’ (Lc 11,29) ma ad essa non sarà dato se non ‘il segno di Giona’. E ancora ‘non cercate perciò che cosa mangerete o berrete, e non state con l’animo in ansia’ cercate piuttosto il regno di Dio (Lc 12,29-30): c’è una ricerca che mantiene nell’angoscia e c’è una ricerca che assorbe tutta la attenzione di Gesù, la ricerca del regno di Dio. C’è anche un ricerca presentata nelle parabole. E’ la ricerca di Dio che si fa incontro: un padrone che viene a cercare frutti dal fico piantato nella sua vigna (Lc 13,6). Ma c’è anche una donna che nella casa cerca attentamente se ritrova la dramma perduta (Lc 15,8) e così c’è il pastore che va dietro alla pecora perduta finché la ritrova: la cerca (Lc 15,4) così come il padre che va alla ricerca prima del figlio che si è allontanato da lui e poi dell’altro che è rimasto vicino. E anche Zaccheo – dice Luca – cercava di vedere Gesù, ma scopre di essere per primo da lui cercato: ‘il Figlio dell’uomo è venuto infatti a cercare e a salvare ciò che era perduto’ (Lc 19,10). C’è un contrasto di ricerche: anche scribi e farisei cercano ma nel tentativo di farlo perire (Lc 19,47), e così scribi e sommi sacerdoti cercarono di mettergli le mani addosso (Lc 20,19) ma ebbero paura del popolo. E il racconto della passione inizia ancora con un movimento di ricerca: ‘cercavano di toglierlo di mezzo’ (Lc 22,2) e così ‘Giuda cercava di trovare l’occasione propizia per consegnarlo loro di nascosto dalla folla’. Gesù proprio nel Getsemani dice a Pietro: ‘Simone satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano, ma io ho pregato per te’ (Lc 22,31). L’intero lavoro di Luca come evangelista si pone nell’orizzonte di ‘fare ricerche accurate’ (Lc 1,3).

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Pasqua di risurrezione – Omelia nella notte

At 10,34.37-43; 1Cor 5,6-8; Mc 16,1-8

Notte tra le notti

Questa notte ci parla di fuoco, di luce, di acqua, di olio… ci parla di vita che è più forte della morte. Ci parla di Gesù incontrato come il risorto, il vivente. E’ una notte di veglia e di liberazione. E’ come se fossimo noi ad essere liberati dall’Egitto in questa notte, fatti partecipi di quella storia che segna la nascita del popolo d’Israele. Ci pone sul crinale del rapporto con il popolo dell’alleanza, e ci rinvia alle promesse di Dio che mai sono state revocate. Ci pone in rapporto a Pesach, la festa del ‘saltare’ dell’angelo che saltò le case degli ebrei in Egitto, e ci fa vivere il memoriale di quella Pasqua e della Pasqua vissuta da Gesù che ha inteso la sua morte come dono fino alla fine.

Ma anche questa notte è un’eco della prima notte della creazione, e di tutte le notti segnate dal chiarore delle stelle, in cui Abramo e i credenti di ogni tempo, hanno scorto in bagliori di luci interiori e profonde il segno di una chiamata a partire. E’anche memoria della notte del passaggio del mare, dell’ingresso nel cammino verso la libertà dell’esodo, da non dimenticare, sempre da riprendere e rinnovare. E questa notte ci fa guardare alla notte ultima quando cielo e terra e tutta la storia, e le nostre speranze, e le fatiche e i dolori saranno presi e trasformati nell’ultima venuta del Signore nella gloria.

E’ anche una notte di annunci di gioia. Come dagli antichi amboni delle chiese romaniche a forma squadrata di sepolcro si innalzava la voce del diacono che cantava il canto di gioia dell’Exsultet così anche questa sera abbiamo cantato l’annuncio pasquale: ‘O meravigliosa condiscendenza del suo amore per noi…’. E abbiamo così raccolto l‘eco di quel misterioso annuncio accolto nel cuore dalle donne all’alba del primo giorno della settimana: ‘Non abbiate paura. Non è qui’

Dio nessuno lo ha mai visto, dice il IV vangelo, ma il Figlio, colui che era nel seno del Padre, colui che è divenuto carne, che ha condiviso la debolezza della nostra umanità fragile, lui ce lo ha raccontato. E ce lo ha raccontato nel gesto dello scendere, del cingersi, del lavare. O meravigliosa condiscendenza…

Gesù ci ha raccontato il volto di Dio come presenza capace di amare nel suo gesto dell’ultima cena: la lavanda dei piedi. Gesù ci ha parlato di un Dio che scende e si cinge per noi, per lavare i nostri piedi sporchi. E Gesù raccontandoci questo volto impensabile di Dio che non tiene nulla per sè ma si pone a servire ci dice anche cosa è stata tutta la sua vita. In questa notte ritroviamo la sorgente del nostro incontro con Gesù, il crocifisso che è risorto.

Notte solcata di luce

Lo stupore di questa notte è la meraviglia per la tenue luce del cero che solca il buio ed entra nella chiesa seguito dalle tante fiammelle  delle nostre candele. E’ un gesto che sintetizza la nostra vita. Prendiamo luce dalla vita di Gesù, dalla sua morte e risurrezione. Abbiamo ricevuto questo dono di luce nel battesimo e le fiammelle si dipanano come un piccolo rivo e poi come fiume. E la luce si comunica. Non è forse così la nostra vita?

Abbiamo ricevuto un dono di luce da qualcuno che è stato per noi testimone. Non solo qualcuno ha tenuto per noi in mano nel momento del battesimo quella fiammella, ma se siamo qui questa sera è perché c’è un dono di presenza che ci riporta a Gesù e che abbiamo scoperto in volti vicini e conosciuti. C’è al cuore della nostra vita qualcosa che non viene da noi e che abbiamo ricevuto da altri. E’ questa l’esperienza del credere che si affida alla debolezza della testimonianza.

Per questo possiamo dire grazie al Signore per tutti coloro che abbiamo incontrati come testimoni sulla nostra strada  e sono stati luce, capaci di trasmettere la bellezza dell’incontro con Gesù. Questo è il senso di tante letture che ci parlano nelle Scritture di Gesù stesso.

E possiamo anche scoprire che questa è l’esperienza umana di chi sosta a scoprire che nella propria esistenza ci sono luci di vita che provengono da altri e che fanno sorgere sentimenti di gratitudine, di dono e di stupore. C’è nell’esistenza qualcuno che spalanca orizzonti nuovi, che porta luce dove c’era buio, che offre significato.

Notte di buio e di luce

Eppure ancora il buio è presente nella nostra vita in tanti modi: ed è anche questa esperienza che accomuna tutti. Chi vive la malattia, chi una sofferenza forte, chi vive situazioni in cui il futuro si presenta come minaccioso e fonte di angoscia, chi ha lasciato il suo paese sperando in una vita migliore e si trova a fare i conti con vie che si chiudono davanti. In questa notte tante persone pensano con ansia e preoccupazione al loro lavoro, alla crisi che tocca in modo pesante i più deboli. E possiamo pensare al buio di chi vive in situazioni dove c’è la violenza, la malattia e la disperazione. Se la croce è il segno dell’uomo che produce morte, e dell’ingiustizia che condanna chi è debole e innocente, del male che ci schiaccia, la luce di questa sera è segno che la vita Gesù non è rimasta prigioniera delle forze del male, del buio, ma è fonte di luce. Ha attraversato il buio della morte portando quella luce che è l’amore che si offre, la vita di Dio, in ogni abisso.

Questa luce del cero pasquale che ha solcato il buio della notte ci parla di una luce che vince ogni tenebra, il buio dentro di noi e il buio attorno a noi. Non è una offerta di soluzione di problemi e di angustie, ma è dono di presenza. ‘Non vi lascerò soli’. Gesù non è nel luogo della morte: “Non è qui” è il cuore dell’annuncio pasquale.

Proprio la sua assenza, proprio il vuoto del sepolcro diviene luogo di un incontro nuovo e possibile senza la pretesa di rinchiudere la sua presenza dentro i nostri angusti confini. Il sepolcro vuoto è indicazione per un cammino. ‘Non è qui… vi precede’. Il sepolcro vuoto è quindi indicazione per non pretendere di avere in mano la sua presenza ma per inseguirla, per attenderla, per invocarla, là dove lui si fa vicino. Gli artisti hanno talvolta saputo esprimere questa presenza nuova nel vuoto dell’assenza, nel senso di gioia che apre porte e finestre e fa partire con un senso di presenza nel cuore, interiore che nessuno può portare via. Una assenza che diviene rinvio alla sua vita per trovare lì i criteri per il nostro cammino. Una assenza che ci sospinge a rileggere le Scritture per rintracciare nella storia di alleanza il significato più profondo della sua vita e della sua identità in rapporto al Dio amante e fedele.

E’ il crocifisso che è annunciato come il risorto. Da qui sorge la domanda: dove Gesù si fa vicino? dove si può incontrarlo vivente per noi? Possiamo anche noi incontrare Gesù risorto?

Il giovane che dà l’annuncio alle donne offre un’indicazione: “Vi precede in Galilea”. La Galilea è lo spazio di confine e marginale dove Gesù ha annunciato il regno di Dio, dove ha parlato in parabole, dove ha condiviso la mensa con gente per bene e irregolari. La Galilea  indica i luoghi in cui egli passava facendo del bene, accogliendo i malati e lasciandosi toccare dagli esclusi. La Galilea è luogo in cui Gesù ha accompagnato i suoi a rileggere la Scrittura e ha raccolto la sua comunità, dove ha parlato della sua via come quella di chi è venuto per servire. La Galilea ha i contorni di un quotidiano in cui l’apparente assenza di Dio diviene luogo di una ricerca per lasciarci trovare da lui e per incontrarlo oggi.

Notte attraversata da passi di donne

Questa notte è anche inizio di quel primo giorno della settimana, della visita delle donne con gli oli per ungere il corpo di Gesù. Le donne – ci dicono i racconti della passione – hanno seguito Gesù fino alla fine. Sono state le uniche a seguirlo mentre progressivamente tutti lo hanno abbandonato e non l’hanno capito. Il loro stare vicino a lui non aveva altri interessi, non erano preoccupate per sé. Erano capaci di gratuità e di cura. Capaci di avere lo sguardo dell’amore e di intuire che quella vita perduta per il Padre e per gli altri, era una vita così piena da essere il segno di qualcosa di più grande di inaudito, della vita stessa di Dio. I loro gesti di tenerezza, la libertà di sprecare tempo e denaro per andare a ungere un morto sono i gesti che rivelano le dimensioni dell’affetto. Gesti così pienamente umani da divenire luogo del manifestarsi di Dio stesso. E la loro presenza è alle origini della nostra fede. Ancora non ci apriamo a comprendere e vivere ciò che questo può significare per la vita delle chiese, per la nostra fede. Nel racconto della passione il loro profilo è indicate con poche parole ma cariche di significati: lo seguivano e lo servivano. A loro è affidata la parola ‘Non abbiate paura’.

Quell’olio che portavano in quell’alba racchiude un segreto: è l’olio dell’amore che guarda oltre la morte, è l’olio della cura che racconta della speranza oltre ogni buio, è l’olio della vicinanza che sa vedere nel volto di un condannato lo splendore della vita in Dio. In quell’olio sta un po’ il segreto della Pasqua. Laddove la nostra vita diviene olio sprecato lì c’è una parola che si fa incontro. Non abbiate paura Non è qui nel luogo della morte.  Vi precede. Tutta la nostra vita può aprirsi a rincorrere a stare dietro a colui che sempre ci precede, che sta davanti a noi.

Alessandro Cortesi op

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