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Giorgio La Pira venerabile

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“Nessuno ha il diritto di ascoltare La Pira ed accontentarsi di applaudirlo. L’unico omaggio che gli si può rendere consiste nel non risparmiarsi, nel rischiare, nell’adoperarsi perché la giustizia e l’amore aprano la strada alla pace… Colui che non vuole uscire dall’egoismo, dal perbenismo, dalla viltà non ha diritto di ascoltare La Pira!»

Queste parole di dom Helder Camara possono essere chiave di lettura del riconoscimento avvenuto in questi giorni delle virtù eroiche di Giorgio La Pira (1904-1977) da parte della chiesa in modo ufficiale al termine di una procedimento che ha avuto il suo inizio nel 1986. La Pira è riconosciuto venerabile.

E’ un richiamo a considerare la testimonianza di un uomo, docente di diritto, profondamente credente, sensibile alla vita dei poveri, impegnatosi nella vita politica nell’essere uno dei protagonisti dell’elaborazione della Costituzione italiana e come sindaco della città di Firenze. Ha condotto un impegno e servizio nella vita sociale lungo tutta la sua esistenza con coerenza e umiltà. In particolare è stato tessitore di sentieri di dialogo e di pace con uno sguardo ai Paesi del Mediterraneo – che egli indicava come ‘nuovo lago di Tiberiade’ – terre di incrocio di culture e religioni e alle relazioni internazionali.

Il suo modo di intendere l’impegno politico costituisce un riferimento che oggi risulta per lo meno originale e strano. Siamo orami abituati ad una diffusa riduzione della politica all’inseguimento dei sondaggi elettorali o al perseguimento di interessi particolari e malaffare. Per La Pira “Bisogna entrare in politica con due soldi e uscirne con uno solo”, e, citando Rostand, amava dire: “È durante la notte che è bello credere nella luce: bisogna forzare la nascita dell’aurora”.

maxresdefault_1530791859Guardava alla primavera e alle rondini e così pensava ai giovani trovando in essi i segni una di novità nell’orizzonte della giustizia e della pace. “Le generazioni nuove sono, appunto, come gli uccelli migratori: come le rondini: sentono il tempo, sentono la stagione: quando viene la primavera essi si muovono ordinatamente, sospinti da un invincibile istinto vitale – che indica loro la rotta e i porti!- verso la terra ove la primavera è in fiore!
” (Conferenza internazionale della gioventù per la pace e il disarmo 26 febbraio 1964).

Fare la giustizia, ossia attuare scelte di rapporti di giustizia tra le persone, offrendo a ciascuno pari opportunità e i diritti fondamentali di pane, casa, lavoro, salute ed anche preghiera, era per lui essenziale attuazione del vangelo e modo di essere cristiano nel tempo. Così rispondeva ai consiglieri che gli avevano tolto la fiducia nel 1954: “Signori consiglieri, ve lo dico con fermezza fraterna, ma dura, voi avete nei miei confronti un solo diritto: quello di negarmi la fiducia, ma non anche il diritto di dirmi – signor sindaco, non si interessi delle creature senza lavoro, senza casa, senza assistenza – c’è un mio dovere fondamentale che non ammette discriminazioni, che mi deriva dalla mia posizione di responsabile della città e dalla mia coscienza di cristiano; c’è qui in gioco la sostanza stessa della grazia dell’Evangelo” (22 settembre 1954).

“Abbattere i muri e costruire i ponti” era la linea guida della sua visione e della sua azione: “ecco il problema – unico – di oggi: unificarlo facendo ovunque ponti ed abbattendo ovunque muri” (Lettera a Paolo VI 27 febbraio 1970)

E guardava alle città come ambito in cui è presente un seme di resistenza contro la distruzione, una voce di reazione alla possibilità reale di distruzione totale, un grido verso un legame che è nostalgia e che si fa per La Pira realismo dell’utopia della pace in spe contra spem.

“Sono due, in sostanza, queste questioni: la prima concerne la «scoperta», per così dire, del valore e del destino delle città; la seconda concerne le responsabilità nuove, immense, che pesano sugli uomini politici -gli uomini guida- della presente generazione. 
Parlo di «scoperta», perché il valore delle persone e delle cose si scopre sino in fondo proprio quando appare per la prima volta, nella nostra mente, il pensiero della loro possibile scomparsa. 
La minaccia della guerra atomica ha appunto operato questo effetto: fece scoprire -a quanti ne hanno la responsabilità e l’amore- il valore misterioso ed in certo modo infinito della città umana. 
Che cosa essa sia, che cosa valga a quale destino -temporale ed eterno- essa possieda è un problema che ciascuno di voi, signori Sindaci delle capitali, può prontamente risolvere nel suo spirito appena pensa alla storia delle città di cui è capo” (Discorso Le città non possono morire).

Ecco perché oggi non ci si deve accontentare di applaudirlo e l’unico omaggio che gli si può rendere consiste nel non risparmiarsi anche durante la notte per affrettare il venire della luce.

Alessandro Cortesi op

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Qui di seguito una mia scheda su Giorgio La Pira (per la mostra S.Sabina 2016)

“Ho conosciuto bene un professore siciliano che portava gli occhiali e i calzerotti bianchi dei domenicani, e che qualcuno chiamava ‘il bolscevico del vangelo’, e fu spesso oggetto di critiche aspre e di ironia e della scarsa considerazione dei benpensanti: a me sembrava un saggio dall’animo puro (…) Pensava che la cosa più urgente era ridare al popolo la speranza: vedeva nel povero un oppresso e nel ricco uno che non è libero, dentro. Capiva i tempi e intravedeva il futuro” Così descriveva il profilo di La Pira un grande giornalista italiano Enzo Biagi (L’albero dai fiori bianchi, BUR 1996)

Giorgio La Pira nacque il 9 gennaio 1904 a Pozzallo, paese della costa meridionale della Sicilia che si affaccia sul mare Mediterraneo. Di origini modeste si trasferì nel 1913 presso la famiglia di uno zio a Messina per poter continuare gli studi all’Istituto tecnico commerciale; poi, conseguita la maturità classica, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza.

Un momento di svolta decisiva della sua vita fu la Pasqua del 1924: culmine di un percorso di conversione, momento di incontro con Gesù risorto e di unione con lui che segnò tutta la sua esistenza. Egli lo appuntò nel libro del Digesto su cui studiava: fu momento iniziale di una vita vissuta come dedizione totale a Dio nelle varie fasi, nell’insegnamento come giurista e poi nell’impegno politico e per la pace.

Nel 1925 si traferisce a Firenze al seguito del suo professore Emilio Betti e lì giovanissimo si laurea e inizia ad insegnare ottenendo nel 1934 la cattedra di diritto romano.

L’incontro con Firenze è decisivo per La Pira che abita a san Marco presso il convento domenicano. Da lì matura la sua visione di Firenze come città chiamata ad una missione di pace e di umanesimo nel mondo. A Firenze maturerà anche la sua convinzione della vocazione storica delle città che espresse in un famoso discorso alla Croce Rossa a Ginevra nel 1954: ‘Ogni città è una luce e una bellezza destinata a illuminare…le città hanno una loro anima e un loro destino… sono abitazioni di uomini e ancor più misteriosamente abitazioni di Dio’.

Avvertiva nei poveri la presenza che lo aiutava a scoprire il vangelo e inaugura la messa di san Procolo, aperta ai poveri della città per attuare una concreta condivisione dei beni.

Nel 1939 mentre in Italia domina il fascismo, inizia la pubblicazione della rivista ‘Principi’ in chiara opposizione al regime e propone una riflessione sulla centralità della persona umana, sulla pace e sulla libertà. La rivista poté continuare solamente per pochi mesi. Nel 1943 sfugge all’arresto e si rifugia a Roma dove è accolto anche a casa di mons. Montini. Rientra nel 1944 a Firenze liberata e inizia il suo impegno politico.

E’ eletto all’Assemblea Costituente nelle file della Democrazia Cristiana e il suo lavoro delinea gli articoli fondamentali che costituiranno i testi fondamentali della Costituzione della Repubblica italiana . Nel 1945 pubblica La nostra vocazione sociale affermando la tesi che la socialità umana è una vocazione comune. Diviene sottosegretario al lavoro nel governo De Gasperi. Nel 1950 nel suo testo L’attesa della povera gente presenta una visione economica in contrasto con l’idea di stato liberista nel quadro di una ricerca della pace e della giustizia a livello mondiale.

Dal 1951 è eletto sindaco di Firenze e con alterne vicende lo sarà fino al 1965. Fu una seconda conversione nella sua vita, un passaggio alla vita di fede attuata nell’impegno politico. La sua azione fu oggetto di molte critiche anche all’interno della chiesa. Punti fondamentali del suo agire erano l’attenzione alla dignità delle persone, alle necessità della casa, del lavoro, ai luoghi della scuola, dell’ospedale e per pregare. La sua visione della città di Firenze in relazione alle città del mondo lo ispira nell’organizzare prima i Convegni per la pace e la civiltà cristiana (1952-1956), l’incontro dei sindaci delle città nel 1955, poi i Colloqui mediterranei (1958-1964) con attenzione all’incontro dei popoli e delle religioni per la pace. Si oppone alla guerra, favorisce l’obiezione di coscienza, si schiera nel 1976 contro la legge sull’aborto.

Intese l’impegno politico come dedizione quotidiana al prossimo, con uno sguardo rivolto alla costruzione della pace a livello internazionale: si recò a Gerusalemme nel 1956, in Russia al Cremlino nel 1959, in Vietnam ad incontrare Ho Chi Minh nel 1965 suggerendo l’ipotesi di un accordo di pace per porre fine alla guerra in Vietnam, promosse relazioni di incontro e di dialogo.

Intuizione guida del suo pensiero era ciò che egli indicava come ‘il sentiero di Isaia’: la storia del mondo è paragonabile al corso di un fiume che sotto la spinta della grazia va verso la sua foce, la pace e l’unità dei popoli. L’utopia della pace richiede l’impegno storico concreto in questa navigazione.

Morì a Firenze il 5 novembre 1977. E’ in corso la causa di beatificazione, dopo la conclusione della fase diocesana.

Alessandro Cortesi op – direttore Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ – socio fondatore della Fondazione ‘Giorgio La Pira’ di Firenze

Per approfondire ved. il sito della Fondazione Giorgio La Pira – Firenze

 

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MIGRAZIONI E EUROPA: UN APPELLO

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DOCUMENTO FINALE – APPELLO

L’EUROPA HA BISOGNO DI UN’ALTRA POLITICA SULLE MIGRAZIONI

I Promotori Provinciali di Giustizia e Pace dei Domenicani d’Europa si sono incontrati a Lille (Francia) dal 27 al 29 giugno. Tema principale è stato la sfida delle migrazioni. Nei medesimi giorni si è tenuto un vertice del Consiglio europeo per rispondere alla presunta crisi migratoria. Di fronte agli accordi raggiunti dai leader europei, dichiariamo che:

1.- Ancora una volta, la politica migratoria dell’Unione europea si concentra sull’esternalizzazione, il controllo e il ritorno di migranti e rifugiati. Questa risposta ignora la difficile situazione delle persone stesse nel fuggire dai loro paesi.

2. – Denunciamo la politica di immigrazione che non parla delle cause e del rispetto dei diritti di queste persone, né degli accordi internazionali al riguardo. Chiediamo che i fondi europei per l’asilo siano utilizzati per garantire il diritto di ottenere rifugio per coloro che fuggono dalla guerra e da persecuzioni.

3.- Riteniamo che sia un errore creare centri controllati orientati al modello di hotspot dove è permesso che le persone siano detenute. Non capiamo perché in un momento in cui gli arrivi nell’Unione europea sono particolarmente bassi rispetto al 2015, i leader dell’Unione europea trasmettono un senso di allarme al fine di eludere gli obblighi derivanti dalla legge e dai Trattati internazionali volti a proteggere le persone vulnerabili.

4.- Proponiamo la creazione di percorsi legali e sicuri e la necessità di procedere verso un sistema di asilo comune, basato sulla solidarietà tra gli Stati membri. Siamo preoccupati per il fatto che l’Unione europea nel progettare ‘piattaforme di sbarco regionali’ trasferisce la responsabilità a Paesi in cui il rispetto dei diritti umani non è garantito.

5.- Facciamo appello agli Stati membri dell’Unione europea di riconoscere e ri-affermare la loro comune responsabilità nel difendere i diritti dei migranti e adempiere i loro obblighi di salvataggio e protezione.

I promotori di giustizia, pace e salvaguardia del creato  – Frati domenicani – Europa – 29 giugno 2018 28214035417_5e4f2cacf7_k.jpg

 

List of participants: Mike Deeb, general promotor J&P (South Africa) – Xabier Gómez Garcia (Spain) – Rui Manuel Gracios das Neves (Portugal) –  Alessandro Cortesi (Italy) – Petro Balog (Poland-Ukraine) – Ivan Marija Tomič (Croatia) – Richard Finn (England) – Benoît Ente (France-Belgium) – Tobias Krahler (Austria) – Jesus Ngmema (Spain) – Salvador Becoba  (Spain) – Jacques-Benoît Rauscher (France)

IMG_0208(visita a Calais, 28 giugno 2018 – centro di accoglienza)

Letture e pensieri nella giornata del rifugiato

IMG_0129.jpg(Kamal Birmos, Omaggio alle donne – Illustrazione tratta da Il diritto d’asilo. Report 2018)

Forse in giorni come quelli che stiamo vivendo dovremmo scoprire l’urgenza di resistere, attraverso i piccoli gesti possibili e quotidiani all’ondata di disinformazione, di semplificazione volgare, di barbarie e cattiveria che sta diffondendosi nel nostro Paese e oltre: uno di questi gesti può essere la diffusione di voci che riflettono, ragionano, come quella di Annalisa Camilli, che scrive per “Internazionale” che smonta alcuni autentici miti che vengono ripetuti senza fondamento nel suo articolo Non è vero che c’è un’invasione di migranti in Italia :

“l’ostilità verso i migranti è stata alimentata da discorsi che incitano all’odio, notizie false, luoghi comuni e stereotipi che in alcuni casi si sono trasformati in veri e propri miti.(…) Nonostante la riduzione degli arrivi, in Italia si continua a parlare di un’invasione. Ma in termini assoluti non è l’Italia il paese che ospita più rifugiati e richiedenti asilo: è la Germania, che nel 2017 ha concesso lo status di rifugiato a 325.370 persone, dieci volte di più delle 35.130 dell’Italia (che pure è il terzo paese per numero di rifugiati accolti, dopo la Francia). (…) Non sappiamo esattamente quanti migranti irregolari risiedono al momento sul territorio italiano, ma se si sommano le richieste d’asilo respinte dalle commissioni territoriali dal 2014 a oggi si arriva a una cifra di poco superiore alle centomila persone (…) I dati mostrano che tra il 2015 e oggi le attività delle ong non hanno fatto da pull factor (cioè non sono un fattore di attrazione) e non sono correlate con l’aumento dei flussi. Che le ong operassero in mare o meno i flussi non ne erano influenzati (…) Gli stranieri non riducono l’occupazione degli italiani, ma assumono progressivamente le posizioni meno qualificate abbandonate dagli italiani, soprattutto nei servizi alla persona, nell’edilizia e in agricoltura: settori in cui il lavoro è prevalentemente manuale, più pesante, con paghe basse e contratti che non offrono nessuna stabilità”.

O come la voce di chi di richiama a riconoscere diritti senza pensare ad essere ‘buoni’ ma rimanendo capaci di osservare i diritti del’altro come questa intervista a Domenico Quirico.

O come le espressioni che sgorgano da testimoninze da una vita trascorsa nell’incontro concreto con volti, nomi, storie come nell’intervista al medico di Lampedusa, Pietro Bartolo il cui impegno è stato narrato nel film Fuocammare e che ripensa al passato provando vergogna di quanto sta accadendo in Italia nel presente (“Oggi mi vergogno di essere italiano”):

“Vedo mari differenti, come ci sono in Europa, e purtroppo anche in Italia adesso. Mari accoglienti e non. La stessa Italia che nel passato ha fatto tanto, fino al 2011, (dal 1991 con l’operazione Mare Nostrum da Lampedusa) non ha mai creato un muro o un filo spinato. Ha fatto onore all’umanità intera. Ma oggi è diverso.

Gli italiani si sono incattiviti? No, è un popolo di brava gente ma che è stato cattivamente informato, gli hanno detto un sacco di bugie: che i migranti portano le malattie, che rubano il lavoro, che prendo 35 euro al giorno; tutte queste maldicenze creano paure. È diventata una guerra tra i poveri.

Cosa pensa della gestione dei migranti in Italia?  Io dico sempre che siamo campioni del mondo in accoglienza, ma per quanto riguarda la gestione facciamo pena. E quando il ministro Salvini dice “adesso è finita la pacchia”, ma quale pacchia è? Quella di andare a lavorare nei campi come schiavi a 2 euro l’ora? Quella di andare a vivere sotto i ponti? La pacchia deve finire per chi si è arricchito sulla pelle di questa povera gente. Salvini quelli deve andare a scovare, quelli che si prendono i soldi sulla pelle di queste persone. Hanno fatto capire che c’è l’invasione, che dobbiamo avere paura. Ma chi ci va a raccogliere le patate? Chi va nelle serre? Perché non provano a conoscerli? Sono persone dolcissime, straordinarie. Qualche giorno fa ho medicato 4 donne incinte trasportate da una nave militare che ha soccorso Aquarius. Erano povere donne distrutte dopo quello che hanno passato, ma erano sorridenti. Sono persone migliori di noi perché non si lamentano mai e ringraziano sempre.

(…)  Certo, siamo stati bravi a ridurre gli sbarchi del 70 per cento, come siamo stati bravi a far morire la gente in Libia andando a fare accordi con i delinquenti, siamo pure molto orgogliosi. È veramente vergognoso. Hanno fatto una campagna elettorale basata sull’odio, ci hanno vinto le elezioni. Per tutti è stato un cavallo di battaglia. Come se tutti i problemi dell’Italia fossero gli immigrati”.

O ancora come le voci e singhiozzi di persone che avvertono ancora sussulti di umanità, come la giornalista della MSNBC che si lascia prendere dal pianto mentre legge le determinazioni di Trump sui bambini migranti.

O come infine le parole e i dati che provengono da strumenti di informazione e aggiornamento elaborati da chi ha uno sguardo nutrito di competenza ed insieme di esprienza diretta nell’incontro e nel servizio accanto a persone vulnerabili e segnate dalla violenza e dalla miseria. Tra queste il Report 2018 dal titolo Il diritto d’asilo report 2018. Accogliere proteggere promuovere integrare (ed. Tau 2018), curato dalla Fondazione Migrantes  con contributi di Mariacrisina Molfetta, Ulrich Stege, Elena Rozzi, Maurizio Veglio, Chiara Marchetti, Gianfranco Schiavone e Giovanni De Robertis.

Il testo richiama i quattro verbi suggeriti da papa Francesco nel Messaggio per la 104 Giornata Mondiale del Migrante rifugiato 2018 (14 gennaio 2018). Così si legge nell’introduzione: “L’augurio è che questo testo possa contribuire a costruire un sapere fondato rispetto a chi è in fuga, a chi arriva nel nostro continente e nel nostro Paese, e che possa esserci d’aiuto a “restare umani”, ad aprire la mente e il cuore allontanando diffidenza e paura”.

Mariacristina Molfetta, antropologa culturale impegnata nel mondo della cooperazione internazionale ed ha vissuto nei campi profughi in Pakistan, Darfur e Kurdistan conclude così il suo studio su La protezione internazionale in Europa nel 2016-2017 con queste parole che fanno pensare: “Capiamo infatti che al momento né l’Europa né l’Italia stanno andando speditamente nella direzione di proteggere le persone in fuga nel mondo da situazioni di guerra, crisi, violazione dei diritti o attentati terroristici, mentre diventa urgente e imperativo cominciare a farlo. Sappiamo però che nell’incontro e nelle risposte che sapremo dare loro, anche in termini di azioni concrete e di riconoscimento di diritti, non si gioca soltanto quello che possiamo fare per chi è in difficoltà ma anche che tipo di persone siamo noi, in che cosa crediamo e quali sono i nostri valori” (p.37).

Alessandro Cortesi op

90 anni di Gustavo Gutierrez

Gustavo_Gutirrez_Merino_OP_Photo_courtesy_of_Notre_Dame_Matt_Cashore_CNA_5_8_15Gustavo Gutierrez, teologo domenicano, uno dei padri della teologia della liberazione in America Latina, ha compiuto 90 anni il 8 giugno u.s. Qui di seguito il suo saluto ai presenti alla concelebrazione  e un suo testo tratto dalla discussione della sua tesi di dottorato:

“Certamente conoscete una piccola storia che si svolge al corteo di un funerale. Durante il funerale gli amici fanno così tanti elogi al defunto che la vedova dice a suo figlio: vai a vedere se non stiamo seguendo il feretro sbagliato… In questo momento mi sento un po’ quel defunto…

Stasera vari testi dell’Antico Testamento si sono incrociati nella mia testa: sono quelle piccole cose che si trattengono nella lettura e segnano la vita. Sto pensando a Michea 6,8 “ti ha detto” – è veramente questo testo è rivolto a tuta l’umanità – “ti ha detto come fare qualcosa di buono: rispettare la giustizia, amare gli altri e camminare umilmente con il tuo Dio”. Nelle parole di Jorge (P. Jorge Alvarez Calderon, amico d’infanzia di Gustavo che ha tenuto l’omelia ndr) l’altro testo, che si collega a Dio, ‘avere una lingua da discepolo’. Il desiderio di avere una lingua da discepolo: è chiara l’immagine.

Rispettare la giustizia è pienamente messaggio biblico, non è una questione sociale, è un questione cristiana teologica, l’amore per il proprio lavoro e il cammino, quando si raggiunge i 90 anni, uno si rende conto che ha camminato – io personalmente con qualche difficoltà, ma ho camminato -.   “Quella lingua di discepolo”. Vorrei dire un’altra cosa, che ho già detto altre volte: Jorge mi attribuisce il titolo di teologo. La teologia per me è come scrivere una lettera d’amore a Dio, alla Chiesa, di cui faccio parte, alle persone, al popolo di cui faccio parte. Lo avrò fatto bene, non lo so, in modo regolare, non lo so. Dio avrà misericordia, come ama dire Francesco. Sinceramente ho fatto uno sforzo per corrispondere nel camminare, a questa richiesta, a questa indicazione del testo di Michea.

E soprattutto avere una lingua di un discepolo, questo è ciò che siamo tutti noi qui presenti.  Desidero ringraziarvi per la vostra presenza, la mia famiglia qui presente, e tutti voi. L’essere umano non è mai solo, e se è solo non sa più chi è, noi siamo quello che siamo, ci arricchiamo gli uni gli altri nello scambio. Senza amicizia non c’è vita. Questo è un incontro di amicizia davvero. Vorrei ringraziare le persone che hanno inviato molti testi, anche se, come ha detto il padre provinciale, sono troppo lunghi per leggerli tutti e in questo momento, so che andrò a trovare nutrimento da essi. Amici, perché uno è così testardo? Nello sforzo della riflessione teologica, perché questa è amore. Grazie!

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“Seguire Gesù è ciò che definisce il cristiano. Stando alle fonti bibliche, questo itinerario è un’esperienza comunitaria, poiché è veramente un popolo a mettersi in marcia. I poveri dell’America Latina hanno cominciato a portare avanti la lotta per l’affermazione della loro dignità umana e della loro condizione di figli e figlie di Dio. In tale movimento si realizza un’esperienza spirituale, in altre parole, si presenta qui il luogo e il momento di un incontro col Signore, delineandosi così un cammino al seguito di Gesù Cristo.
Il carattere fontale della sequela Christi è una preoccupazione ormai di vecchia data nella riflessione teologica che si compie in America Latina (perché essa ha coscienza di essere preceduta dall’esperienza spirituale dei cristiani impegnati nel processo di liberazione). Tale inquietudine si è però fatta più urgente e più ricca col precipitare degli avvenimenti di questi ultimi anni. Nel contesto della lotta per la liberazione in funzione dell’amore e della giustizia per tutti, si apre forse in America Latina una via nuova per seguire Gesù. Spiritualità in germe che, per questa stessa ragione, sfugge ancora a un disegno preciso, al tentativo di identificarla e imprigionarla in pochi tratti caratteristici, ma che non per questo è meno reale e promettente”. (Gustavo Gutierrez)

Lasciami passare…

In vista della giornata dei migranti e rifugiati – domenica 14 gennaio 2018

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“Lasciai il mio paese / lo lasciai perché non avevo più tempo / avevo un grande appuntamento. / Ho visto il deserto / tanta sabbia, poca acqua e troppi morti. / Arrivato in Libia / perché tanto male? / Perché tanto odio / Non c’è niente da fare / e allora mare lasciami passare. / Non ho fatto niente, niente di male. / Sono sulla rotta nera / e l’acqua non è leggera / sento l’odore della benzina / e allora ti prego / manda un po’ di sole / su chi cammina solo tra milioni di persone. / Sono molto stanco / ma continuo a vivere / e vivo / perché non avrò niente di meglio da fare / finché non sarò morto. / Sono stato salvato / in fondo la vita è come un grosso girotondo / c’è il momento in cui stare su / e quello in cui cadere giù in fondo. / Ho cambiato paese, ho cambiato strada / e cambiando strada / ho cambiato idee / e con le idee posso cambiare il mondo / ma il mondo non cambia spesso / e allora la mia vera rivoluzione / è stata cambiare me stesso”

Questo testo non è opera di qualche noto cantautore. E’ invece una composizione di parole raccolte nei dialoghi con due giovani provenienti dall’Africa sub-sahariana giunti in Italia da soli. Nel raccontare la loro storia ne è venuta fuori una canzone in stile rap pensata e composta da loro. Le parole racchiudono le loro sofferenze, i ricordi bui da dimenticare, i sogni di chi è stato gettato violentemente nel dramma della vita.

Sono tra coloro che hanno viaggiato nelle piste del deserto, ce l’hanno fatta a passare attraverso l’inferno della Libia, hanno visto fucili puntati sulle loro teste, e sono approdati in Italia dopo aver attraversato le onde nere del Mediterraneo. Dietro di loro, famiglie che non c’erano più, inghiottite dalla violenza e dalle vicende della miseria. Davanti a loro l’incertezza e la domanda su un futuro solo sperato.

Questi due adolescenti sono un esempio dei tantissimi minori che giungono da soli nelle nostre città da soli, ‘minori non accompagnati’, nuovi profughi di una guerra a pezzetti che dilaga nel mondo. Secondo i dati del Ministero dell’Interno a inizio novembre 2017 l’80% delle richieste di asilo sono di uomini tra i 15 e i 35 anni, circa il 15% sono di donne per la maggioranza tra i 18 e i 35 anni.

Questi due giovani hanno trovato accoglienza in una casa famiglia a san Domenico di Pistoia nel quadro dei progetti gestiti dalla cooperativa sociale Arkè. Oggi nei locali del convento è possibile fare questi incontri: minori non accompagnati e richiedenti asilo sono ospitati. Più di una trentina di ospiti, a cui si aggiungono tutti coloro che partecipano ai progetti di inclusione al lavoro nelle attività diurne.**

Nei corridoi che nel passato sono stati del noviziato e degli studi di giovani che si affacciavano alla vita religiosa, in quegli spazi una volta di studio, preghiera, formazione alla vita, ora si apre un’accoglienza nuova. Chi giunge dai percorsi delle migrazioni trova approdo e vive il faticoso inizio di un inserimento tra mille difficoltà e ostacoli, nell’incertezza di chi ha lasciato dietro di sé tutto ed è partito senza sapere dove andava. E’ la storia di Abramo che si ripete, è la vicenda dell’esodo che attraverso il mare giunge ancora a noi… storie di iniquità e di violenza, di speranze e di liberazione.

In occasione del centenario della I guerra mondiale è stato ricordato che il convento di Pistoia nel 1917, in seguito alla disfatta di Caporetto, divenne una delle sedi di accoglienza di centinaia di profughi che fuggivano dalle terre devastate della guerra e dalla miseria. La storia a distanza di un secolo presenta situazioni analoghe che diventano chiamate a rinnovare ciò che solo costruisce futuro: la solidarietà con chi è vittima della violenza e dell’ingiustizia.

L’incontro con chi è povero è sempre momento di crescita, di cambiamento, sfida a guardare le cose e il mondo con occhi diversi da un altro punto di vista. Stare fianco a fianco con chi nel suo parlare evoca i suoni del Senegal, racconta i climi delle stagioni in Costa d’Avorio, descrive il cammino per recarsi al lavoro nelle piantagioni del Ghana, o ricorda le vicissitudini politiche del Bangla Desh, tutto questo apre ad uno sguardo nuovo sul mondo, sull’umanità di oggi. Anche perché non è comunicazione facile, ma faticoso comprendersi tra balbettii, gesti e poche storpiate parole. La vicinanza, il potersi guardare negli occhi, fa toccare con mano la vulnerabilità di chi ha affrontato la fuga da situazioni di violazioni di diritti e da condizioni di miseria e desolazione.

Incontrare volti e venire a contatto con storie ferite è anche occasione per scoprire in modo nuovo il significato di un convento. E’ luogo di convenire, di incontri. Le chiamate di Dio giungono nel tessuto dei cammini umani. Le domande provenienti dalle vittime di un mondo che esclude sono appello a vivere la fede come via di condivisione di tutto ciò che è più profondamente umano. L’ascolto della parola di Dio rinvia all’ascolto del grido dei poveri.

Alessandro Cortesi op

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** Dal 2015 in un’ampia parte della struttura del convento di Pistoia, sulla base di un accordo tra la Provincia romana di santa Caterina dei frati domenicani e la cooperativa sociale Arkè hanno avuto inizio alcuni progetti di accoglienza e inclusione sociale. Uno di essi riguarda l’ospitalità in case famiglia di minori non accompagnati provenienti prevalentemente da Albania e Paesi dell’Africa occidentale. Un altro progetto è per l’accoglienza di migranti che hanno fatto richiesta di riconoscimento di protezione umanitaria o asilo politico. Altri progetti nella medesima sede vedono come partecipanti persone in difficoltà dal punto di vista lavorativo (coltivazione dell’orto, formazione all’economia domestica, tessitura). Le attività sono condotte e gestite dalla cooperativa Arkè. Per i frati questa presenza è occasione per un accompagnamento quotidiano, per un dialogo di vita e per partecipare ad iniziative comuni. (ac)

Alcune foto di momenti diversi incontro spianessa.JPGincontro di richiedenti asilo con un gruppo scout ad un campo estivo

gita autunno.JPGgita autunnale nella foresta dell’Acquerino

visita mostra I guerra 3.JPGvisita alla mostra sulla Prima guerra mondiale a Pistoia

pannelli mostra I guerra.JPG

lezione con migranti.jpgincontro in sede a san Domenico

seminario arkè.JPGincontro di operatori

Accogliere Proteggere Promuovere Integrare

La-Giornata-mondiale-del-migrante-e-del-rifugiato_articleimageIl 14 gennaio è la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato

La rivista ‘Il Regno’ ha dedicato al tema un dossier di “Dialoghi Moralia” del 2018

Rinvio a questo dossier, coordinato dal prof. René Micallef sj della Pontificia Università Gregoriana, a cui ho avuto modo di collaborare. Le diverse schede, curate da vari autori, che commentano il Messaggio di papa Francesco per la Giornata della Pace 2018 si possono leggere al seguente link: Migranti: accogliere, proteggere, promuovere, integrare

In un tempo di paure e di rifiuto dell’altro quattro verbi ricordano un orizzonte di senso e provocano a traduzioni in scelte e stili di vita capaci di costruire una convivenza di cura per l’umanità. (ac)

 

Gerusalemme, Gerusalemme…

mappa-gerusalemme-madaba(Mosaico della chiesa greco-ortodossa di san Giorgio Madaba – Giordania – VI sec.)

In questi giorni in cui l’annuncio del presidente degli Stati Uniti sul riconoscimento di Gersualemme capitale dello Stato di Israele sta suscitando reazioni diverse e nuovi motivi di conflittualità, una riflessione si fa strada sul senso di Gerualemme quale città non di qualcuno, ma simbolo di un cammino umano universale.

Una analisi politica della situazione è condotta da un attento osservatore delle vicende medio orientali Janiki Cingoli del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (pubblicato sul magazine online Huffington Post), che s’interroga sulle ragioni di tale dichiarazione, tra le quali inserisce la preoccupazione di Trump di distrarre l’opinione pubblica dalle questioni interne americane delle investigazioni sul Russiagate:

“… se si legge bene il testo del suo discorso, si scorgono dei caveat, o meglio dei paletti, che probabilmente gli sono stati suggeriti dai concitati scambi telefonici avuti con i maggiori leader arabi ed europei, oltre che dai suoi collaboratori più impegnati nello sforzo negoziale (…) L’elemento più significativo è la sottolineatura che, con questo riconoscimento, gli Usa non stanno prendendo posizione su alcun aspetto riguardante il negoziato sul Final Status, compresi gli specifici confini della sovranità israeliana dentro Gerusalemme, o la risoluzione delle contestazioni sui confini tra le due parti. Tali questioni, si afferma, sono lasciate al negoziato tra le parti coinvolte. (…)

Il Premier di Israele sa che Trump resta essenzialmente un mercante, e con lui i debiti si pagano. Resta da vedere quale sarà, in concreto, questa proposta di pace. In questi giorni si rincorrono le anticipazioni, si parla di un’ampia porzione del Sinai egiziano, ai confini con Gaza, che verrebbe ceduta ai palestinesi per costruire il loro Stato, in cambio di una striscia della Cisgiordania, di circa il 12%, ove sono concentrati i maggiori insediamenti israeliani; si parla di una proposta di Capitale palestinese ad Abu Dis, un sobborgo di Gerusalemme Est (riesumando così vecchia proposta di accordo proposta nel 1995 dall’esponente israeliano Yosii Beilin e dall’attuale Presidente Palestinese Mahmoud Abbas, allora respinta dalla destra israeliana). Si parla di un quotidiano scambio di Sms tra Jared Kushner e Mbs, il Principe ereditario saudita Moḥammad bin Salmān, per definire i contorni regionali di tale proposta. Bisognerà vedere se alla fine la proposta potrà essere accettabile per il Presidente palestinese Abbas (e la proposta su Abu Dis capitale difficilmente lo sarebbe). E se Netanyahu potrà reggere senza che il suo Governo vada in frantumi. Un’equazione a molte incognite, che solo nei prossimi mesi potrà trovare la sua soluzione”.

Mappa-di-Gerusalemme-1200-ca.-Frammento-di-salterio.-LAja-KB-76-F-5.-Courtesy-Medieval-Illuminated-Manuscripts-Project-Koninklijke-Bibliotheek.-_-National-Library-of-the-Netherlands.jpg(Mappa di Gerusalemme, 1200 ca. Frammento di salterio. L’Aja, KB, 76 F 5. Courtesy Medieval Illuminated Manuscripts Project, Koninklijke Bibliotheek)

In ‘Cose dell’altro mondo’, blog curato dal giornalista e scrittore Riccardo Cristiano si può leggere una riflessione (Gerusalemme, il senso di una città.) che pone la questione del significato di Gerusalemme per un cammino che sin dal principio non è di isolamento e solitudine ma che solo può essere comune. Questa città il cui nome reca in sè la speranza e l’annuncio della pace rimane lo snodo di conflitti che investono popoli e religioni:

“Gerusalemme ha troppi significati, per questo rischia di perdere il suo vero senso. E’ una pietrificazione di pregiudizi, o forse di un’idea, cioè di un’idealismo estraneo a tutti i monoteismi, fatti di greggi, di migranti, non di idee. Gerusalemme così, in un’ottica sana, sta chiaramente lì a indicare il bisogno di tutti e tre i monoteismi di vivere insieme, di non essere soli, abbandonati, separati, isolati dagli altri.
Così Gerusalemme ha un senso, se viene vista come simbolo vivo di un islam che è attratto dalla città di ebrei e cristiani, perché non esiste islam senza ebraismo e cristianesimo, non si può credere nell’islam senza credere anche nell’ebraismo e nel cristianesimo. Gerusalemme recupera il suo senso anche se viene vista e capita come simbolo della persistenza della matrice giudaica nel cristianesimo paolino, universale. E’ di conseguenza Gerusalemme una città piena di senso se vista come segno di un destino comune, che richiede un cammino comune.
Se le religioni prediligono il tempo allo spazio, cioè se prediligono camminare con l’uomo, vivere con lui, nel tempo, nella storia, allora sono chiamate a farlo insieme, come sorelle della famiglia umana fatta di figli di Dio, cioè di fratelli, che hanno nella loro parentela e nella loro diversità il segno della volontà celeste. Ma se le religioni prediligono lo spazio al tempo, cioè il potere, la fortificazione, il possesso, allora non solo si fermano, non camminano più, ma si chiudono, si isolano, non sono più sorelle dell’umanità. I simboli delle religioni non sono più le greggi, le migrazioni, i pastori, ma le caserme. (…)

Ecco che Gerusalemme da simbolo di fratellanza e sorellanza celeste diviene simbolo chiuso di incomunicabilità, di separatezza, di cuori che si fanno di pietra invece che di pietre che hanno un cuore, o che parlano. L’unità di Gerusalemme è solo l’unità del plurimo, del non riducibile, del non assimilabile. (…)

Se c’è un valore eterno oggi evidente a Gerusalemme è quello del tradimento del suo valore fraterno, del messaggio di sorellanza, della sua consapevolezza che vivere da soli è contro la nostra natura e quindi contro il messaggio di quella creazione che è cominciata con la creazione di Adamo e subito dopo dell’altro, o altra, senza la quale la creatura sarebbe morta. Di solitudine”.

Vengono così oggi alla mente le parole del Salmo:

“Se ti dimentico, Gerusalemme,
si paralizzi la mia destra;
mi si attacchi la lingua al palato,
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia” (Salmo 136,5-6)

Alessandro Cortesi op

Giornata della memoria e dell’accoglienza

IMG_1306.jpgOggi 3 ottobre è giornata di memoria delle vittime del naufragio vicino alle coste di Lampedusa in cui nel 2013 persero la vita 368 bambini, donne e uomini e di tutte le vittime dei viaggi delle migrazioni. Giornata di preghiera per le vittime e per maturare un impegno sempre nuovo di accoglienza.

E’ stata resa nota oggi una Dichiarazione congiunta da parte di Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), Commissione delle chiese per i migranti in Europa (CCME) e Conferenza delle chiese europee (KEK) che richiama come “la tutela del  migrante e l’accolgienza del porfugo e del perseguitato sono al centro della nostra fede in Cristo”.

“Ricordiamoci che ogni muro che ci separa dal nostro prossimo e ferma chi fugge da persecuzioni e violenze, ci allontana dall’amore di Dio e dalla sua vocazione ad accogliere e proteggere, così come Lui ci ha accolto e protetto” (…).

La dichiarazione presenta un appello: “Per questo ci opponiamo a ogni politica di chiusura o di spostamento dei confini per prevenire o negare l’accesso a uomini e donne che avrebbero diritto alla protezione internazionale”.

Si rivolge poi a governi e istituzioni internazionali “perché garantiscano passaggi sicuri e corridoi umanitari ai profughi, ai richiedenti asilo e a quanti vivono in condizioni di vulnerabilità e di rischio per la propria vita”.

E altresì chiede “di garantire una più ampia e inclusiva interpretazione del diritto alla protezione internazionale e all’asilo”.

Una parola anche è rivolta alle chiese: “vogliamo sollecitare le nostre chiese perché premano sui governi e le autorità per promuovere politiche più umane e aperte per i rifugiati, per costruire ponti come strumenti di solidarietà e segnali di speranza”.

Domenica scorsa a Bologna, nella sua prima tappa di visita alla città, papa Francesco così si è espresso:

“Ho voluto che fosse proprio qui il mio primo incontro con Bologna. Questo è il ‘porto’ di approdo di coloro che vengono da più lontano e con sacrifici che a volte non riuscite nemmeno a raccontare. Molti non vi conoscono e hanno paura. Questa li fa sentire in diritto di giudicare e di poterlo fare con durezza e freddezza credendo anche di vedere bene. Ma non è così. Si vede bene solo con la vicinanza che dà la misericordia. (…)

Da lontano possiamo dire e pensare qualsiasi cosa, come facilmente accade quando si scrivono frasi terribili e insulti via internet. Se guardiamo il prossimo senza misericordia, non ci rendiamo conto della sua sofferenza, dei suoi problemi. (…)

In voi vedo, come in ogni forestiero che bussa alla nostra porta, Gesù Cristo, che si identifica con lo straniero, di ogni epoca e condizione, accolto o rifiutato (Mt 25,35.43) (…)

Credo davvero necessario che un numero maggiore di Paesi adottino programmi di sostegno privato e comunitario all’accoglienza e aprano corridoi umanitari per i rifugiati in situazioni più difficili, per evitare attese insopportabili e tempi persi che possono illudere.

L’integrazione inizia con la conoscenza. Il contatto con l’altro porta a scoprire il ‘segreto’ che ognuno porta con sé e anche il dono che rappresenta, ad aprirsi a lui per accoglierne gli aspetti validi, imparando così a volergli bene e vincendo la paura, aiutandolo ad inserirsi nella nuova comunità che lo accoglie. Ognuno di voi ha la propria storia, mi diceva la signora che mi accompagnava. E questa storia è qualcosa di sacro, dobbiamo rispettarla, accettarla, accoglierla e aiutare ad andare avanti (…)

Voglio portare con me i vostri volti che chiedono di essere ricordati, aiutati, direi “adottati”, perché in fondo cercate qualcuno che scommetta su di voi, che vi dia fiducia, che vi aiuti a trovare quel futuro la cui speranza vi ha fatto arrivare fino a qui. Sapete cosa siete voi? Siete dei “lottatori di speranza”! Qualcuno non è arrivato perché è stato inghiottito dal deserto o dal mare. Gli uomini non li ricordano, ma Dio conosce i loro nomi e li accoglie accanto a sé.”

(ac)

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Tre anelli di un padre buono. Note su di un libro sulle religioni a scuola

 

tre anelli Prenna.jpgDio fece tre anelli

Lino Prenna è filosofo di formazione, acuto studioso di Rosmini. Per lunghi anni ha coltivato nell’insegnamento la sua competenza in ambito filosofico insieme all’attenzione educativa. All’Università di Perugia è stato docente ordinario di filosofia dell’educazione. Ha condotto il suo percorso di riflessione unendo insieme impegno ecclesiale e civile. Nell’ambito politico ha manifestato particolare cura nel tenere uniti insieme pensiero e azione. E’ stato negli anni educatore di giovani generazioni ed uno tra i maestri di pensiero che hanno guidato i percorsi dei cattolici democratici in Italia. Uno stile di sobrietà gentile e di profondità di pensiero nell’indicare chiari orientamenti è tratto del suo agire.

Il suo denso libro Dio fece tre anelli. Le religioni a scuola, (ed. Aliseicoop Perugia 2016) può essere letto quale sintesi di studio e progettualità derivante da una lunga maturazione negli ambiti della filosofia, dell’approccio scientifico alle religioni e dell’educazione scolastica. Come indica il titolo il testo si presenta quale contributo in rapporto all’importanza di un posto delle scienze religiose nell’ambito della scuola.

I tre anelli rinviano al racconto che attraversa diverse culture da Baghdad nel VIII secolo – nel dialogo fra il patriarca nestoriano Timoteo I e il califfo al-Mahdi – sino a Gottfried Ephraim Lessing (Nathan il saggio) e riportato da Giovanni Boccaccio nel Decameron: il Saladino pone all’ebreo Melchisedec la domanda su quale sia il monoteismo da considerare vero.

E quest’ultimo racconta di un padre che, volendo lasciare un anello prezioso ai suoi tre figli, non sapendo a quale dei tre affidarlo, ne fa due copie talmente perfette da non poter essere distinte dall’originale. Ogni figlio quindi potrà avere un anello che non potrà essere distinto.

In riferimento alla questione dell’attenzione al fatto religioso nell’insegnamento e nella scuola Lino Prenna presenta una elaborazione teorica di grande spessore unitamente ad una proposta operativa quale punto di approdo: “La proposta non intende esautorare l’insegnamento di religione cattolica, che anzi andrebbe pienamente scolarizzato, ma dilatare lo spazio scolastico del discorso religioso, oggi marginalizzato nell’era concordataria. Non si tratta infatti di togliere ciò che c’è, ma di aggiungere ciò che manca” (p.12)

La prospettiva interreligiosa con attenzione alle tre religioni monoteiste, particolarmente significative nel contesto storico e culturale italiano, costituisce l’orizzonte per conoscere le differenze culturali e il mondo plurale in cui viviamo. Prenna individua nell’attuale momento “un’occasione per ripensare l’assetto scolastico dei saperi religiosi, nella convinzione che l’istruzione religiosa, adeguatamente impartita, completa l’area dei saperi essenziali alla piena istruzione educativa” (p.12).

Il libro si articola in dieci capitoli. Nel primo capitolo è sottolineata la caratterizzazione plurale del mondo attuale e viene posta la domanda come far convivere per i credenti il ruolo di cittadino con la propria condizione di credente nella società plurale. Il tratto multireligioso dell’attuale contesto europeo e italiano ed il nuovo paradigma del pluralismo religioso pone l’istanza di riflettere sull’ospitalità interreligiosa e chiede ad ogni religione di sviluppare la sua apertura alla relazione all’altro.

Seguono alcuni capitoli nei quali si articola una riflessione su alcuni grandi nuclei tematici in relazione alle scienze religiose e sul loro statuto disciplinare nel quadro delle scienze umane. L’orizzonte in cui si pone il ragionamento è nella linea di un superamento di un approccio positivistico e sulla scorta delle acquisizioni della fenomenologia ermeneutica. Lo studio delle religioni è così considerato quale ambito di sapere appartenente a pieno titolo alle scienze dello spirito (distinte dalle scienze della natura) in cui è convolta la conoscenza dell’uomo: “Anche la religione rientra fra le attività umane, in quanto manifestazione dell’homo religiosus e, come tale, può essere oggetto d studio delle scienze dell’uomo”(p.38)

Viene sottolineato a tal riguardo un aspetto proprio presente nell’esperienza religiosa e di essa caratterizzante: nella religione è infatti implicata una struttura duale che rinvia da un lato all’uomo dall’altro a Dio quali principio e termine di una relazione.

Da qui deriva una originalità dello studio della religione non assimilabile né alle scienze della natura né pienamente alle scienze dello spirito. D’altra parte tale studio si distingue anche dall’approccio specificamente teologico che ha come suo ambito proprio l’intelligenza della fede. Le scienze della religione hanno come riferimento fondamentale la natura relazionale dell’uomo e la natura relazionale di Dio. “Oggetto dello studio non è né l’uomo né Dio, ma l’uomo che nella religione fa l’esperienza di Dio (homo religiosus) e Dio che fa esperienza dell’uomo (Deus religatus e/o re-legatus)… la religione consiste in questa relazione intrecciata” (p.38).

L’oggetto della disciplina viene così a configurarsi come una relazione duplice: la relazione dell’uomo con Dio e quella di Dio con l’uomo che si manifesta nei fenomeni umani di coscienza e di esperienza. Ogni religione poi si esprime nei segni propri di una cultura e in un linguaggio. Da qui deriva la scelta di studiare il fenomeno religioso secondo un approccio fenomenologico e storico e con un metodo ermeneutico, capace di leggere e interpretare i fatti.

In questi capitoli l’autore sintetizza un lungo percorso di studi nei quali coglie la valenza specifica dello studio di una disciplina che a pieno titolo va inserita nell’ambito delle conoscenze riguardanti la vita umana e per una comprensione dell’altro nella varietà delle esperienze religiose che pure hanno aspetti fondamentali comuni.

Prenna sottolinea così un altro aspetto rilevante: la religione è da osservare come un fenomeno complesso non riducibile ad alcuni aspetti limitati e settoriali. Un approfondimento dell’antropologia della religione deve percorrere una via fenomenologico storica ed ermeneutico simbolica. Il sacro infatti si manifesta in fatti culturali che possono essere studiati nei tre momenti della spiegazione, della comprensione, dell’espressione. Le manifestazioni religiose nella coscienza e nella storia vanno infatti spiegate, comprese con un approccio di interpretazione (ermeneutico) e con l’approfondimento della scienze del linguaggio. E’ un percorso che richiede vari apporti disciplinari. La religione va accostata come simbolica della fede (p. 51).

Il linguaggio religioso come rappresentazione simbolica è approfondito nel cap. 4. In esso si sottolinea l’esperienza religiosa nella sua dimensione propria di azione comunicativa: nei linguaggi religiosi sono presenti particolari codici espressivi propri di tale esperienza che non è riducibile al linguaggio della logica. L’uomo parla di Dio nel linguaggio della narrazione, l’uomo parla a Dio nei modi della celebrazione; Dio parla all’uomo nelle forme della rivelazione (pp. 59-67). Il linguaggio religioso ha una sua specificità da considerare e interpretare: è fondamentalmente un linguaggio mitico e simbolico, che si esplica nel mito, nel rito e nella realtà letta come simbolo.

Nel cap. 5 Prenna propone una delicata distinzione tra il compito della teologia e quello delle scienze religiose: distingue infatti le scienze della religione come scienze a pieno titolo emancipate dalla teologia che ha un suo ambito proprio e diverso. Le scienze religiose trovano la loro specificità nell’accostare i fatti che sono il portato dell’esperienza religiosa come fenomeno duale (dell’uomo che si relazione a Dio e di Dio che si lega all’uomo). In quanto tali esse possono essere approfondite in modo laico, con una osservazione che, anche da parte del credente, deve maturare un’attitudine di sospensione nel coinvolgimento personale e possa essere spazio di un dibattito pubblico e scientifico anche da parte di chi non appartiene ad una determinata tradizione religiosa: “la religione risulta così un universo oggettivo di fatti e di valori, visibile e rilevabile, segnato dalla intenzionalità di fede dell’uomo e dalla condiscendente manifestazione di Dio” (p.73).

Lo sviluppo del ragionamento condotto non sempre è di approccio facile: talvolta in alcune pagine si ritrova condensata una sintesi di riferimenti e rinvii teoretici di non immediata comprensione. Tuttavia si può apprezzare una paziente costruzione che nel corso delle pagine gradualmente guida il lettore: passo dopo passo sono presentati e motivati gli argomenti per uno sguardo approfondito al fenomeno religioso e alle religioni. Queste sono così presentate quale ambito di esperienza umana che si espone ad una indagine e ad un sapere scientifico nel quadro delle scienze umane con una sua propria specificità. Da questa fondamentale impostazione si possono cogliere i successivi passaggi.

Dopo i primi cinque capitoli si apre così la seconda parte del libro. Il capitolo sesto è snodo di passaggio. Viene sottolineato come la sfida dell’epoca contemporanea sia la costruzione di una ‘società conoscitiva’ nella quale il conoscere sia la condizione per essere. Per questo è società che apprende in contrasto ai movimenti che conducono il mondo ad esser ridotto a mercato. La società conoscitiva può anche essere espressa – nei termini che Prenna deriva dal libro bianco di Delors – come ‘società educante’.

Nel settimo e ottavo capitolo si passa alla considerazione delle scienze religiose con attenzione dell’educazione scolastica. Prenna suggerisce di individuare per la scuola una funzione specificamente educativa che si esercita attraverso il processo conoscitivo: una educazione quindi attraverso la cultura. Compito della scuola sempre più urgente in una società che vive la deriva mercantile è quello di insegnare a pensare e a rielaborare i significati del vivere umano. Si tratta di un compito non solamente esplicativo ma interpretativo della realtà. In tale senso (è il tema del cap. 8) viene indicato lo specifico dell’educazione scolastica come istruzione educativa. “insegnare è il compito proprio della scuola, che educa in quanto insegna” (p.114). In contrasto con posizioni che riservano la funzione educante solamente alla scuola non statale e l’incompetenza educativa della scuola statale Prenna sottolinea il modulo specifico della scuola dato dall’insegnamento/apprendimento ed afferma come la scuola statale stessa abbia una finalità educativa: “Come le altre istituzioni raggiungono il fine comune dell’educare, attraverso un’attività specifica che caratterizza ciascuna, così la scuola educa istruendo” (p.119). Suo compito è primariamente un avvio al ‘come pensare’ non tanto offrire indicazioni su ‘come vivere’.

In tale quadro di ragionamento si può cogliere quale esito del percorso l’affermazione “Anche la religione, perché sia scolasticamente dicibile, deve entrare nella forma di una disciplina, cioè deve essere pensata e detta nell’orizzonte della razionalità scolastica”. Ma c’è da aggiungere anche che “la religione risulta scolasticamente formata nella misura in cui assume le finalità proprie della scuola. In questo caso parliamo opportunamente di istruzione religiosa” (p.123).

Già nel passato Prenna insieme ad altri si era fatto promotore di una proposta di una disciplina per tutti gli studenti che considerasse lo studio trasversale dei fatti religiosi. Conoscenza dei fatti religiosi in relazione alle tre grandi religioni che hanno segnato la cultura mediterranea. Il profilo di tale corso – si suggeriva in un documento citato del 1997 – potrebbe assumere l’approccio dell’antropologia culturale. Anche i fatti religiosi sono espressione di un modo di pensare vivere di uomini e donne e ogni religione può essere considerata un sistema di fatti e valori all’interno dell’universo culturale umano.

A tal proposto si situa la proposta che è la conseguenza operativa della riflessione offerta nel testo: l’istituzione autonoma da parte della scuola di un corso di istruzione religiosa per tutti con attenzione alle tre grandi religioni, non in alternativa e sostituzione dell’attuale insegnamento della religione cattolica, ma come ampliamento per aggiungere ciò che manca.

Nel cap. 9 sono affrontate le questioni relative all’insegnamento della religione cattolica nella scuola italiana, con una considerazione storica e nella presa d’atto della situazione determinatasi con gli accordi della revisione del concordato (1984).

Viene rilevato come gli accordi abbiano chiuso e mortificato una stagione vivace che aveva aperto la considerazione della religione come problema scolastico relativo alle finalità della scuola più che a quelle della chiesa cattolica, in riferimento a mete e obiettivi dell’istituzione scolastica. Si è giunti all’affermazione della oggettiva valenza culturale della religione ma nel contempo se ne è fatta un disciplina facoltativa con il permanere di un aspetto confessionale per lo meno nella concessione della titolarità dell’insegnamento riservato alla autorità ecclesiastica cattolica.

Prenna si dichiara favorevole ad una applicazione integrale e approfondita dell’Accordo per quel che riguarda l’insegnamento della religione cattolica (pp.132-135), ma osserva anche che “la riduzione del discorso religioso all’insegnamento concordatario contribuisce ad accreditare la concezione confessionale della religione, come riserva ecclesiastica, e non come vicenda dell’uomo e della sua cultura finendo, così, col proporre agli studenti una visione della religione isolata dalle materie di studio e marginale rispetto ai fatti della complessa vicenda culturale” (p.137).

Da qui emerge la proposta di approfondire una linea prevista dall’Accordo per l’attivazione di un corso di cultura religiosa a carattere storico critico, con profilo interreligioso, come risposta alla situazione del contesto multiculturale della società attuale. L’Accordo infatti (al paragrafo 9,2) pone le premesse per una attivazione di un insegnamento duplice, uno obbligatorio per tutti, l’altro facoltativo. Non si tratterebbe di ridurre gli spazi scolastici, al contrario, di ampliarli offrendo a tutti gli studenti una proposta di istruzione con carattere aperto alla considerazione di diverse religioni.

In questa prospettiva l’insegnamento delle religioni si porrebbe pienamente all’interno delle finalità della scuola in quanto istituzione che educa nell’istruzione e diviene laboratorio di conoscenza, confronto, rispetto delle differenze e di interazione per imparare a vivere insieme agli altri.

A conclusione d tale esame del testo di Lino Prenna vorrei presentare alcune brevi considerazioni di valutazione.

Innanzitutto vorrei segnalare l’importanza dell’approfondimento condotto a livello filosofico e con specifica attenzione alla dimensione educativa riguardo alla specificità e alla rilevanza delle scienze religiose.

E’ rimarchevole nella riflessione la preoccupazione per l’istituzione scolastica quale luogo in cui maturare le basi per la costruzione di una società della conoscenza che trovi modi per sottrarsi alle logiche del mercato, dell’utilità e dell’efficienza oggi così pervasive.

Ritengo particolarmente interessante la proposta di un insegnamento specifico per tutti a livello scolastico del fenomeno religioso e delle religioni, in cui certamente le tre grandi tradizioni abramitiche hanno una rilevanza particolare nella cultura mediterranea. Non sarebbe da dimenticare il grande influsso e diffusione delle religioni orientali anche nelle loro traduzioni occidentali quale fenomeno che sta incidendo sempre più nella società europea. E soprattutto la questione di un approccio interreligioso aperto che si ponga oltre ogni esclusivismo eredità di uno sguardo occidentale ed eurocentrico.

E’ anche lodevole il tentativo di scorgere una via di mediazione tra la situazione attuale dell’IRC e l’individuazione di possibilità che vengono individuate senza contrasto, anzi sfruttando premesse presenti nell’Accordo stesso relativo al Concordato. Per certi aspetti questo tentativo appare a mio avviso manchevole di una valutazione critica della attuale situazione dell’IRC e delle oggettive difficoltà in cui si trovano soprattutto gli insegnanti di religione cattolica nella scuola. E ciò nonostante la preparazione e la generosità della maggioranza di essi, costretti in una condizione per vari aspetti ambigua e difficile.

Al termine della lettura emerge un interrogativo di fondo che andrebbe affrontato con coraggio: nell’attuale situazione sociale in Italia il mantenimento di un insegnamento di tipo confessionale sotto il controllo dell’autorità ecclesiastica cattolica è elemento positivo e fecondo quale risposta alle nuove esigenze di conoscenza del fatto religioso e delle religioni o le difficoltà e ambiguità che esso reca con sé costituiscono un ostacolo ad un’effettiva considerazione da parte di tutti dell’esperienza religiosa? Certamente sono da considerare le motivazioni storiche che hanno condotto a questo tipo di strutturazione dell’insegnamento religioso in Italia e il peso della storia è ancora pesante nel nostro paese. Tuttavia le sfide educative del momento attuale poste dalla diversità e dal pluralismo e dall’esigenza di formare una conoscenza seria e profonda delle religioni non dovrebbero forse aprire a nuove modalità di impostazione dell’insegnamento riguardo alle religioni nella scuola?

La maturazione di un pensiero ecclesiologico in cui la chiesa concepisce la sua azione a servizio di un cammino comune della società distaccandosi da pretese di potere o privilegi, insieme ad uno sguardo dei processi di cambiamento (si pensi solo ai diversi aspetti della secolarizzazione, ed alla nuova rilevanza degli aspetti religiosi nella realtà sociale) dovrebbero essere spinta per una considerazione rinnovata.

Vi sono infatti sfide culturali e sociali che andrebbero affrontate con un ripensamento globale dell’istruzione religiosa all’interno dell’istituzione scolastica. Proprio i processi che interessano la storia e le vicende dei popoli in modi nuovi oggi, il carattere multiculturale e multireligioso della società, la presenza di migranti e di seconde e terze generazioni di immigrazione richiedono sempre più una conoscenza di tradizioni, culture e modi di vita, ed una capacità di lettura, interpretazione e discernimento. Così pure sarebbe oggi quanto mai urgente anche una formazione di tipo interreligioso quale percorso per tutti, non secondo la via della presenza confessionale ma con un serio approccio di tipo culturale. La formazione catechistica, l’approfondimento della fede e dei suoi aspetti morali è compito proprio delle comunità religiose, compito specifico della scuola è l’educazione, attraverso l’istruzione, ad una convivenza nel pluralismo delle convinzioni, nell’orizzonte della promozione di cittadinanza responsabile e democratica.

Penso inoltre che una urgenza culturale presente nel nostro paese sia quella di predisporre sedi universitarie laiche o in qualche modo con riconoscimento civile in cui sia sviluppata una ricerca su tali ambiti e siano offerti i titoli valevoli per un insegnamento delle scienze religiose, da inserire a pieno diritto quali discipline all’interno dell’istituzione scolastica con riferimento alle mete e ai metodi propri della scuola, anche nel riconoscimento della titolarità dell’insegnamento.

Il libro di Lino Prenna è una preziosa proposta che con rigore e capacità di mediazione apre a considerare questioni che in Italia è difficile affrontare. Speriamo che nell’attuale stagione si possa aprire anche in ambito ecclesiale un ripensamento in fedeltà al vangelo e agli appelli della storia. Conoscere, saper interpretare le religioni e le loro manifestazioni, assumere una attitudine dialogica, non può essere una questione limitata alla religione cattolica, neppure può essere una questione confessionale ma, contro tutte le derive dell’ignoranza e dei fondamentalismi, della strumentalizzazione ideologica delle religioni e dell’uso della violenza con motivazioni religiose, è ambito di attenzione urgente per promuovere una convivenza umana e civile nel mondo plurale.

Il racconto dei tre anelli ha al suo centro la figura del padre che decide di fare copie identiche in coerenza al suo affetto indistinto per i tre figli. E i tre anelli ricordano tutti insieme nella loro indistinguibilità che al centro essi recano un vuoto, che dice apertura ad una presenza di amore, invito a ricercare la necessità dell’altro e spinta a scoprire la disponibilità ad imparare, con umiltà e senza arroganza, dall’altro, rifuggendo dai fondamentalismi e dalle pretese di esclusività. Non è forse questo un contributo formativo fondamentale che potrebbe portare un insegnamento delle religioni in stile interreligioso nella scuola?

Alessandro Cortesi op

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