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Giornata della memoria e dell’accoglienza

IMG_1306.jpgOggi 3 ottobre è giornata di memoria delle vittime del naufragio vicino alle coste di Lampedusa in cui nel 2013 persero la vita 368 bambini, donne e uomini e di tutte le vittime dei viaggi delle migrazioni. Giornata di preghiera per le vittime e per maturare un impegno sempre nuovo di accoglienza.

E’ stata resa nota oggi una Dichiarazione congiunta da parte di Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), Commissione delle chiese per i migranti in Europa (CCME) e Conferenza delle chiese europee (KEK) che richiama come “la tutela del  migrante e l’accolgienza del porfugo e del perseguitato sono al centro della nostra fede in Cristo”.

“Ricordiamoci che ogni muro che ci separa dal nostro prossimo e ferma chi fugge da persecuzioni e violenze, ci allontana dall’amore di Dio e dalla sua vocazione ad accogliere e proteggere, così come Lui ci ha accolto e protetto” (…).

La dichiarazione presenta un appello: “Per questo ci opponiamo a ogni politica di chiusura o di spostamento dei confini per prevenire o negare l’accesso a uomini e donne che avrebbero diritto alla protezione internazionale”.

Si rivolge poi a governi e istituzioni internazionali “perché garantiscano passaggi sicuri e corridoi umanitari ai profughi, ai richiedenti asilo e a quanti vivono in condizioni di vulnerabilità e di rischio per la propria vita”.

E altresì chiede “di garantire una più ampia e inclusiva interpretazione del diritto alla protezione internazionale e all’asilo”.

Una parola anche è rivolta alle chiese: “vogliamo sollecitare le nostre chiese perché premano sui governi e le autorità per promuovere politiche più umane e aperte per i rifugiati, per costruire ponti come strumenti di solidarietà e segnali di speranza”.

Domenica scorsa a Bologna, nella sua prima tappa di visita alla città, papa Francesco così si è espresso:

“Ho voluto che fosse proprio qui il mio primo incontro con Bologna. Questo è il ‘porto’ di approdo di coloro che vengono da più lontano e con sacrifici che a volte non riuscite nemmeno a raccontare. Molti non vi conoscono e hanno paura. Questa li fa sentire in diritto di giudicare e di poterlo fare con durezza e freddezza credendo anche di vedere bene. Ma non è così. Si vede bene solo con la vicinanza che dà la misericordia. (…)

Da lontano possiamo dire e pensare qualsiasi cosa, come facilmente accade quando si scrivono frasi terribili e insulti via internet. Se guardiamo il prossimo senza misericordia, non ci rendiamo conto della sua sofferenza, dei suoi problemi. (…)

In voi vedo, come in ogni forestiero che bussa alla nostra porta, Gesù Cristo, che si identifica con lo straniero, di ogni epoca e condizione, accolto o rifiutato (Mt 25,35.43) (…)

Credo davvero necessario che un numero maggiore di Paesi adottino programmi di sostegno privato e comunitario all’accoglienza e aprano corridoi umanitari per i rifugiati in situazioni più difficili, per evitare attese insopportabili e tempi persi che possono illudere.

L’integrazione inizia con la conoscenza. Il contatto con l’altro porta a scoprire il ‘segreto’ che ognuno porta con sé e anche il dono che rappresenta, ad aprirsi a lui per accoglierne gli aspetti validi, imparando così a volergli bene e vincendo la paura, aiutandolo ad inserirsi nella nuova comunità che lo accoglie. Ognuno di voi ha la propria storia, mi diceva la signora che mi accompagnava. E questa storia è qualcosa di sacro, dobbiamo rispettarla, accettarla, accoglierla e aiutare ad andare avanti (…)

Voglio portare con me i vostri volti che chiedono di essere ricordati, aiutati, direi “adottati”, perché in fondo cercate qualcuno che scommetta su di voi, che vi dia fiducia, che vi aiuti a trovare quel futuro la cui speranza vi ha fatto arrivare fino a qui. Sapete cosa siete voi? Siete dei “lottatori di speranza”! Qualcuno non è arrivato perché è stato inghiottito dal deserto o dal mare. Gli uomini non li ricordano, ma Dio conosce i loro nomi e li accoglie accanto a sé.”

(ac)

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Tre anelli di un padre buono. Note su di un libro sulle religioni a scuola

 

tre anelli Prenna.jpgDio fece tre anelli

Lino Prenna è filosofo di formazione, acuto studioso di Rosmini. Per lunghi anni ha coltivato nell’insegnamento la sua competenza in ambito filosofico insieme all’attenzione educativa. All’Università di Perugia è stato docente ordinario di filosofia dell’educazione. Ha condotto il suo percorso di riflessione unendo insieme impegno ecclesiale e civile. Nell’ambito politico ha manifestato particolare cura nel tenere uniti insieme pensiero e azione. E’ stato negli anni educatore di giovani generazioni ed uno tra i maestri di pensiero che hanno guidato i percorsi dei cattolici democratici in Italia. Uno stile di sobrietà gentile e di profondità di pensiero nell’indicare chiari orientamenti è tratto del suo agire.

Il suo denso libro Dio fece tre anelli. Le religioni a scuola, (ed. Aliseicoop Perugia 2016) può essere letto quale sintesi di studio e progettualità derivante da una lunga maturazione negli ambiti della filosofia, dell’approccio scientifico alle religioni e dell’educazione scolastica. Come indica il titolo il testo si presenta quale contributo in rapporto all’importanza di un posto delle scienze religiose nell’ambito della scuola.

I tre anelli rinviano al racconto che attraversa diverse culture da Baghdad nel VIII secolo – nel dialogo fra il patriarca nestoriano Timoteo I e il califfo al-Mahdi – sino a Gottfried Ephraim Lessing (Nathan il saggio) e riportato da Giovanni Boccaccio nel Decameron: il Saladino pone all’ebreo Melchisedec la domanda su quale sia il monoteismo da considerare vero.

E quest’ultimo racconta di un padre che, volendo lasciare un anello prezioso ai suoi tre figli, non sapendo a quale dei tre affidarlo, ne fa due copie talmente perfette da non poter essere distinte dall’originale. Ogni figlio quindi potrà avere un anello che non potrà essere distinto.

In riferimento alla questione dell’attenzione al fatto religioso nell’insegnamento e nella scuola Lino Prenna presenta una elaborazione teorica di grande spessore unitamente ad una proposta operativa quale punto di approdo: “La proposta non intende esautorare l’insegnamento di religione cattolica, che anzi andrebbe pienamente scolarizzato, ma dilatare lo spazio scolastico del discorso religioso, oggi marginalizzato nell’era concordataria. Non si tratta infatti di togliere ciò che c’è, ma di aggiungere ciò che manca” (p.12)

La prospettiva interreligiosa con attenzione alle tre religioni monoteiste, particolarmente significative nel contesto storico e culturale italiano, costituisce l’orizzonte per conoscere le differenze culturali e il mondo plurale in cui viviamo. Prenna individua nell’attuale momento “un’occasione per ripensare l’assetto scolastico dei saperi religiosi, nella convinzione che l’istruzione religiosa, adeguatamente impartita, completa l’area dei saperi essenziali alla piena istruzione educativa” (p.12).

Il libro si articola in dieci capitoli. Nel primo capitolo è sottolineata la caratterizzazione plurale del mondo attuale e viene posta la domanda come far convivere per i credenti il ruolo di cittadino con la propria condizione di credente nella società plurale. Il tratto multireligioso dell’attuale contesto europeo e italiano ed il nuovo paradigma del pluralismo religioso pone l’istanza di riflettere sull’ospitalità interreligiosa e chiede ad ogni religione di sviluppare la sua apertura alla relazione all’altro.

Seguono alcuni capitoli nei quali si articola una riflessione su alcuni grandi nuclei tematici in relazione alle scienze religiose e sul loro statuto disciplinare nel quadro delle scienze umane. L’orizzonte in cui si pone il ragionamento è nella linea di un superamento di un approccio positivistico e sulla scorta delle acquisizioni della fenomenologia ermeneutica. Lo studio delle religioni è così considerato quale ambito di sapere appartenente a pieno titolo alle scienze dello spirito (distinte dalle scienze della natura) in cui è convolta la conoscenza dell’uomo: “Anche la religione rientra fra le attività umane, in quanto manifestazione dell’homo religiosus e, come tale, può essere oggetto d studio delle scienze dell’uomo”(p.38)

Viene sottolineato a tal riguardo un aspetto proprio presente nell’esperienza religiosa e di essa caratterizzante: nella religione è infatti implicata una struttura duale che rinvia da un lato all’uomo dall’altro a Dio quali principio e termine di una relazione.

Da qui deriva una originalità dello studio della religione non assimilabile né alle scienze della natura né pienamente alle scienze dello spirito. D’altra parte tale studio si distingue anche dall’approccio specificamente teologico che ha come suo ambito proprio l’intelligenza della fede. Le scienze della religione hanno come riferimento fondamentale la natura relazionale dell’uomo e la natura relazionale di Dio. “Oggetto dello studio non è né l’uomo né Dio, ma l’uomo che nella religione fa l’esperienza di Dio (homo religiosus) e Dio che fa esperienza dell’uomo (Deus religatus e/o re-legatus)… la religione consiste in questa relazione intrecciata” (p.38).

L’oggetto della disciplina viene così a configurarsi come una relazione duplice: la relazione dell’uomo con Dio e quella di Dio con l’uomo che si manifesta nei fenomeni umani di coscienza e di esperienza. Ogni religione poi si esprime nei segni propri di una cultura e in un linguaggio. Da qui deriva la scelta di studiare il fenomeno religioso secondo un approccio fenomenologico e storico e con un metodo ermeneutico, capace di leggere e interpretare i fatti.

In questi capitoli l’autore sintetizza un lungo percorso di studi nei quali coglie la valenza specifica dello studio di una disciplina che a pieno titolo va inserita nell’ambito delle conoscenze riguardanti la vita umana e per una comprensione dell’altro nella varietà delle esperienze religiose che pure hanno aspetti fondamentali comuni.

Prenna sottolinea così un altro aspetto rilevante: la religione è da osservare come un fenomeno complesso non riducibile ad alcuni aspetti limitati e settoriali. Un approfondimento dell’antropologia della religione deve percorrere una via fenomenologico storica ed ermeneutico simbolica. Il sacro infatti si manifesta in fatti culturali che possono essere studiati nei tre momenti della spiegazione, della comprensione, dell’espressione. Le manifestazioni religiose nella coscienza e nella storia vanno infatti spiegate, comprese con un approccio di interpretazione (ermeneutico) e con l’approfondimento della scienze del linguaggio. E’ un percorso che richiede vari apporti disciplinari. La religione va accostata come simbolica della fede (p. 51).

Il linguaggio religioso come rappresentazione simbolica è approfondito nel cap. 4. In esso si sottolinea l’esperienza religiosa nella sua dimensione propria di azione comunicativa: nei linguaggi religiosi sono presenti particolari codici espressivi propri di tale esperienza che non è riducibile al linguaggio della logica. L’uomo parla di Dio nel linguaggio della narrazione, l’uomo parla a Dio nei modi della celebrazione; Dio parla all’uomo nelle forme della rivelazione (pp. 59-67). Il linguaggio religioso ha una sua specificità da considerare e interpretare: è fondamentalmente un linguaggio mitico e simbolico, che si esplica nel mito, nel rito e nella realtà letta come simbolo.

Nel cap. 5 Prenna propone una delicata distinzione tra il compito della teologia e quello delle scienze religiose: distingue infatti le scienze della religione come scienze a pieno titolo emancipate dalla teologia che ha un suo ambito proprio e diverso. Le scienze religiose trovano la loro specificità nell’accostare i fatti che sono il portato dell’esperienza religiosa come fenomeno duale (dell’uomo che si relazione a Dio e di Dio che si lega all’uomo). In quanto tali esse possono essere approfondite in modo laico, con una osservazione che, anche da parte del credente, deve maturare un’attitudine di sospensione nel coinvolgimento personale e possa essere spazio di un dibattito pubblico e scientifico anche da parte di chi non appartiene ad una determinata tradizione religiosa: “la religione risulta così un universo oggettivo di fatti e di valori, visibile e rilevabile, segnato dalla intenzionalità di fede dell’uomo e dalla condiscendente manifestazione di Dio” (p.73).

Lo sviluppo del ragionamento condotto non sempre è di approccio facile: talvolta in alcune pagine si ritrova condensata una sintesi di riferimenti e rinvii teoretici di non immediata comprensione. Tuttavia si può apprezzare una paziente costruzione che nel corso delle pagine gradualmente guida il lettore: passo dopo passo sono presentati e motivati gli argomenti per uno sguardo approfondito al fenomeno religioso e alle religioni. Queste sono così presentate quale ambito di esperienza umana che si espone ad una indagine e ad un sapere scientifico nel quadro delle scienze umane con una sua propria specificità. Da questa fondamentale impostazione si possono cogliere i successivi passaggi.

Dopo i primi cinque capitoli si apre così la seconda parte del libro. Il capitolo sesto è snodo di passaggio. Viene sottolineato come la sfida dell’epoca contemporanea sia la costruzione di una ‘società conoscitiva’ nella quale il conoscere sia la condizione per essere. Per questo è società che apprende in contrasto ai movimenti che conducono il mondo ad esser ridotto a mercato. La società conoscitiva può anche essere espressa – nei termini che Prenna deriva dal libro bianco di Delors – come ‘società educante’.

Nel settimo e ottavo capitolo si passa alla considerazione delle scienze religiose con attenzione dell’educazione scolastica. Prenna suggerisce di individuare per la scuola una funzione specificamente educativa che si esercita attraverso il processo conoscitivo: una educazione quindi attraverso la cultura. Compito della scuola sempre più urgente in una società che vive la deriva mercantile è quello di insegnare a pensare e a rielaborare i significati del vivere umano. Si tratta di un compito non solamente esplicativo ma interpretativo della realtà. In tale senso (è il tema del cap. 8) viene indicato lo specifico dell’educazione scolastica come istruzione educativa. “insegnare è il compito proprio della scuola, che educa in quanto insegna” (p.114). In contrasto con posizioni che riservano la funzione educante solamente alla scuola non statale e l’incompetenza educativa della scuola statale Prenna sottolinea il modulo specifico della scuola dato dall’insegnamento/apprendimento ed afferma come la scuola statale stessa abbia una finalità educativa: “Come le altre istituzioni raggiungono il fine comune dell’educare, attraverso un’attività specifica che caratterizza ciascuna, così la scuola educa istruendo” (p.119). Suo compito è primariamente un avvio al ‘come pensare’ non tanto offrire indicazioni su ‘come vivere’.

In tale quadro di ragionamento si può cogliere quale esito del percorso l’affermazione “Anche la religione, perché sia scolasticamente dicibile, deve entrare nella forma di una disciplina, cioè deve essere pensata e detta nell’orizzonte della razionalità scolastica”. Ma c’è da aggiungere anche che “la religione risulta scolasticamente formata nella misura in cui assume le finalità proprie della scuola. In questo caso parliamo opportunamente di istruzione religiosa” (p.123).

Già nel passato Prenna insieme ad altri si era fatto promotore di una proposta di una disciplina per tutti gli studenti che considerasse lo studio trasversale dei fatti religiosi. Conoscenza dei fatti religiosi in relazione alle tre grandi religioni che hanno segnato la cultura mediterranea. Il profilo di tale corso – si suggeriva in un documento citato del 1997 – potrebbe assumere l’approccio dell’antropologia culturale. Anche i fatti religiosi sono espressione di un modo di pensare vivere di uomini e donne e ogni religione può essere considerata un sistema di fatti e valori all’interno dell’universo culturale umano.

A tal proposto si situa la proposta che è la conseguenza operativa della riflessione offerta nel testo: l’istituzione autonoma da parte della scuola di un corso di istruzione religiosa per tutti con attenzione alle tre grandi religioni, non in alternativa e sostituzione dell’attuale insegnamento della religione cattolica, ma come ampliamento per aggiungere ciò che manca.

Nel cap. 9 sono affrontate le questioni relative all’insegnamento della religione cattolica nella scuola italiana, con una considerazione storica e nella presa d’atto della situazione determinatasi con gli accordi della revisione del concordato (1984).

Viene rilevato come gli accordi abbiano chiuso e mortificato una stagione vivace che aveva aperto la considerazione della religione come problema scolastico relativo alle finalità della scuola più che a quelle della chiesa cattolica, in riferimento a mete e obiettivi dell’istituzione scolastica. Si è giunti all’affermazione della oggettiva valenza culturale della religione ma nel contempo se ne è fatta un disciplina facoltativa con il permanere di un aspetto confessionale per lo meno nella concessione della titolarità dell’insegnamento riservato alla autorità ecclesiastica cattolica.

Prenna si dichiara favorevole ad una applicazione integrale e approfondita dell’Accordo per quel che riguarda l’insegnamento della religione cattolica (pp.132-135), ma osserva anche che “la riduzione del discorso religioso all’insegnamento concordatario contribuisce ad accreditare la concezione confessionale della religione, come riserva ecclesiastica, e non come vicenda dell’uomo e della sua cultura finendo, così, col proporre agli studenti una visione della religione isolata dalle materie di studio e marginale rispetto ai fatti della complessa vicenda culturale” (p.137).

Da qui emerge la proposta di approfondire una linea prevista dall’Accordo per l’attivazione di un corso di cultura religiosa a carattere storico critico, con profilo interreligioso, come risposta alla situazione del contesto multiculturale della società attuale. L’Accordo infatti (al paragrafo 9,2) pone le premesse per una attivazione di un insegnamento duplice, uno obbligatorio per tutti, l’altro facoltativo. Non si tratterebbe di ridurre gli spazi scolastici, al contrario, di ampliarli offrendo a tutti gli studenti una proposta di istruzione con carattere aperto alla considerazione di diverse religioni.

In questa prospettiva l’insegnamento delle religioni si porrebbe pienamente all’interno delle finalità della scuola in quanto istituzione che educa nell’istruzione e diviene laboratorio di conoscenza, confronto, rispetto delle differenze e di interazione per imparare a vivere insieme agli altri.

A conclusione d tale esame del testo di Lino Prenna vorrei presentare alcune brevi considerazioni di valutazione.

Innanzitutto vorrei segnalare l’importanza dell’approfondimento condotto a livello filosofico e con specifica attenzione alla dimensione educativa riguardo alla specificità e alla rilevanza delle scienze religiose.

E’ rimarchevole nella riflessione la preoccupazione per l’istituzione scolastica quale luogo in cui maturare le basi per la costruzione di una società della conoscenza che trovi modi per sottrarsi alle logiche del mercato, dell’utilità e dell’efficienza oggi così pervasive.

Ritengo particolarmente interessante la proposta di un insegnamento specifico per tutti a livello scolastico del fenomeno religioso e delle religioni, in cui certamente le tre grandi tradizioni abramitiche hanno una rilevanza particolare nella cultura mediterranea. Non sarebbe da dimenticare il grande influsso e diffusione delle religioni orientali anche nelle loro traduzioni occidentali quale fenomeno che sta incidendo sempre più nella società europea. E soprattutto la questione di un approccio interreligioso aperto che si ponga oltre ogni esclusivismo eredità di uno sguardo occidentale ed eurocentrico.

E’ anche lodevole il tentativo di scorgere una via di mediazione tra la situazione attuale dell’IRC e l’individuazione di possibilità che vengono individuate senza contrasto, anzi sfruttando premesse presenti nell’Accordo stesso relativo al Concordato. Per certi aspetti questo tentativo appare a mio avviso manchevole di una valutazione critica della attuale situazione dell’IRC e delle oggettive difficoltà in cui si trovano soprattutto gli insegnanti di religione cattolica nella scuola. E ciò nonostante la preparazione e la generosità della maggioranza di essi, costretti in una condizione per vari aspetti ambigua e difficile.

Al termine della lettura emerge un interrogativo di fondo che andrebbe affrontato con coraggio: nell’attuale situazione sociale in Italia il mantenimento di un insegnamento di tipo confessionale sotto il controllo dell’autorità ecclesiastica cattolica è elemento positivo e fecondo quale risposta alle nuove esigenze di conoscenza del fatto religioso e delle religioni o le difficoltà e ambiguità che esso reca con sé costituiscono un ostacolo ad un’effettiva considerazione da parte di tutti dell’esperienza religiosa? Certamente sono da considerare le motivazioni storiche che hanno condotto a questo tipo di strutturazione dell’insegnamento religioso in Italia e il peso della storia è ancora pesante nel nostro paese. Tuttavia le sfide educative del momento attuale poste dalla diversità e dal pluralismo e dall’esigenza di formare una conoscenza seria e profonda delle religioni non dovrebbero forse aprire a nuove modalità di impostazione dell’insegnamento riguardo alle religioni nella scuola?

La maturazione di un pensiero ecclesiologico in cui la chiesa concepisce la sua azione a servizio di un cammino comune della società distaccandosi da pretese di potere o privilegi, insieme ad uno sguardo dei processi di cambiamento (si pensi solo ai diversi aspetti della secolarizzazione, ed alla nuova rilevanza degli aspetti religiosi nella realtà sociale) dovrebbero essere spinta per una considerazione rinnovata.

Vi sono infatti sfide culturali e sociali che andrebbero affrontate con un ripensamento globale dell’istruzione religiosa all’interno dell’istituzione scolastica. Proprio i processi che interessano la storia e le vicende dei popoli in modi nuovi oggi, il carattere multiculturale e multireligioso della società, la presenza di migranti e di seconde e terze generazioni di immigrazione richiedono sempre più una conoscenza di tradizioni, culture e modi di vita, ed una capacità di lettura, interpretazione e discernimento. Così pure sarebbe oggi quanto mai urgente anche una formazione di tipo interreligioso quale percorso per tutti, non secondo la via della presenza confessionale ma con un serio approccio di tipo culturale. La formazione catechistica, l’approfondimento della fede e dei suoi aspetti morali è compito proprio delle comunità religiose, compito specifico della scuola è l’educazione, attraverso l’istruzione, ad una convivenza nel pluralismo delle convinzioni, nell’orizzonte della promozione di cittadinanza responsabile e democratica.

Penso inoltre che una urgenza culturale presente nel nostro paese sia quella di predisporre sedi universitarie laiche o in qualche modo con riconoscimento civile in cui sia sviluppata una ricerca su tali ambiti e siano offerti i titoli valevoli per un insegnamento delle scienze religiose, da inserire a pieno diritto quali discipline all’interno dell’istituzione scolastica con riferimento alle mete e ai metodi propri della scuola, anche nel riconoscimento della titolarità dell’insegnamento.

Il libro di Lino Prenna è una preziosa proposta che con rigore e capacità di mediazione apre a considerare questioni che in Italia è difficile affrontare. Speriamo che nell’attuale stagione si possa aprire anche in ambito ecclesiale un ripensamento in fedeltà al vangelo e agli appelli della storia. Conoscere, saper interpretare le religioni e le loro manifestazioni, assumere una attitudine dialogica, non può essere una questione limitata alla religione cattolica, neppure può essere una questione confessionale ma, contro tutte le derive dell’ignoranza e dei fondamentalismi, della strumentalizzazione ideologica delle religioni e dell’uso della violenza con motivazioni religiose, è ambito di attenzione urgente per promuovere una convivenza umana e civile nel mondo plurale.

Il racconto dei tre anelli ha al suo centro la figura del padre che decide di fare copie identiche in coerenza al suo affetto indistinto per i tre figli. E i tre anelli ricordano tutti insieme nella loro indistinguibilità che al centro essi recano un vuoto, che dice apertura ad una presenza di amore, invito a ricercare la necessità dell’altro e spinta a scoprire la disponibilità ad imparare, con umiltà e senza arroganza, dall’altro, rifuggendo dai fondamentalismi e dalle pretese di esclusività. Non è forse questo un contributo formativo fondamentale che potrebbe portare un insegnamento delle religioni in stile interreligioso nella scuola?

Alessandro Cortesi op

Rifugiati: un’opportunità per crescere insieme

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“Nel mondo uomini donne e bambini sono costretti a causa della violenza, di persecuzioni, di disastri naturali o causati dall’uomo, di carestie o di altri fattori a lasciare le loro terre. Il desiderio di fuggire è più forte delle barriere innalzate per bloccare le loro strade. L’opposizione di alcuni paesi alle migrazioni di profughi non tratterrà dal lasciare le loro case coloro che sopportano sofferenze indicibili.

I paesi sviluppati non possono trascurare le loro responsabilità per le ferite inflitte al nostro pianeta – disastri ambientali, commercio di armi, disuguaglianze nello sviluppo – che conducono a migrazioni forzate e alla tratta di esseri umani (…) Papa Francesco pone una domanda a tutti: “Come viviamo tali cambiamenti non come ostacolo ad un autentico sviluppo, ma come un’opportunità per un’autentica crescita umana sociale e spirituale?” Le società che trovano il coraggio e la visione di superare la paura verso gli stranieri e i migranti presto scoprono le ricchezze che i migranti portano con sé e che sempre hanno.  (…)

Si possono moltiplicare segni di solidarietà al di là dei confini di religioni e culture. Incontrare credenti di altre tradizioni incoraggia ad approfondire la conoscenza della propria fede e nell’incontro con fratelli e sorelle rifugiati Dio ci parla e ci benedice…

In ogni autentico incontro si attua uno scambio di doni. Condividere ciò che noi abbiamo e possediamo ci conduce a scoprire che tutto è donato liberamente da Dio. Nel medesimo tempo nell’accogliere coloro che incontriamo, incontriamo Dio stesso che è sempre già presente in coloro che sono vulnerabili, nelle periferie e nell’altro.

(…) I fratelli e sorelle rifugiati ci presentano l’opportunità per un mutuo arricchimento e per crescere: è Dio che ci raccoglie insieme” .

L’appello ecumenico presentato da una ventina di entità e organizzazioni cristiane tra cui Dominicans for Justice and Peace per la giornata del rifugiato del 2017 (20.06.2017) s’intitola: ‘Rifugiati: un’opportunità per crescere insieme’.

In esso si possono trovare indicazioni per un impegno concreto delle nostre comunità in rapporto a quanto sta accadendo oggi nel mondo. In Italia il tema delle migrazioni è particolarmente sentito per la particolare situazione geografica del paese al centro del Mediterraneo luogo di approdo di chi si sposta dai paesi dell’area subsahariana. L’afflusso dei migranti è letto nel contesto europeo attuale come una questione di sicurezza e una minaccia sociale in un tempo di crisi economico. Raramente si guarda a tale fenomeno con altre lenti, con uno sguardo lungo ad una vicenda dell’umanità chiamata a scorgere modi di incontro e di accoglienza solidale. Le voci che si levano a ricordare le responsabilità dei paesi occidentali sviluppati nei confronti dei paesi impoveriti e sfruttati e quelle che ricordano la grande opportunità a ripensare la propria vita in rapporto a chi giunge nelle nostre città con il desiderio di una vita dignitosa e di pane sono una profezia del nostro tempo.

Le vie concrete ad affrontare un fenomeno che potrebbe essere governato senza particolari problemi in un continente di 500 milioni di persone come l’Europa vanno cercate in un orientamento a scorgere nelle migrazioni di chi fugge l’impoverimento e la violazione di diritti umani un appello ad un cambiamento e l’opportunità per una crescita nuova a livello sociale, culturale ed anche spirituale. Le migrazioni sono una chiamata a scorgere nuove vie per crescere in umanità.

Un recente appello alla 35 Sessione dell’ONU sui diritti umani a Ginevra di Caritas internationalis e sottoscritto anche da Dominicans for Justice and Peace chiede una particolare attenzione verso i minori che vivono situazioni di migrazione e che molto spesso sono minori non accompagnati:

“Desideriamo richiamare l’attenzione del Consiglio peri diritti umani ad intensificare la promozione e promuovere i diritti dei bambini migranti in accordo con gli standard internazionali di diritti umani e in particolar modo con la convenzione dei diritti dei bambini. In un tempo in cui i diritti umani dei rifugiati e dei migranti in generale vengono limitati e violati a livelli allarmanti il Consiglio ha il dovere di mostrare una forte guida per proteggere i bambini migranti, specialmente quando si trovano a viaggiare da soli” (Joint Oral Statement at 35th Regular Session of the UN Human Rights Council, Geneva. Dominicans for Justice and Peace è co-firmatario dell’appello 5.07.2017).

Annunciare il vangelo oggi passa attraverso la solidarietà con tutti coloro che vivono il dramma della miseria, della oppressione e affrontano la migrazione. L’incontro con questi volti è luogo di incontro con Dio e opportunità offerta per crescere nell’esperienza di umanità e di fede.

Alessandro Cortesi op

Riapertura della Biblioteca dei domenicani di Pistoia

Sabato 1 aprile alle ore 16.30 si terrà la celebrazione di inaugurazione e riapertura della biblioteca dei domenicani a Pistoia.

Nell’occasione riporto qui di seguito l’intervista rilasciata al settimanale diocesano ‘La Vita’ – Pistoia

Sabato 1 aprile si terrà la celebrazione di inaugurazione e riapertura della biblioteca dei domenicani a Pistoia. Per saperne di più ne parliamo insieme al priore del Convento fr. Alessandro Cortesi.

È un anno significativo per i domenicani della nostra diocesi, perché la riapertura della biblioteca si inserisce nell’anniversario degli ottocento anni di storia dalla fondazione dell’ordine. Anche la storia della biblioteca pistoiese è molto antica: alcune testimonianze documentarie la ricordano fin dal XIII secolo. D’altra parte l’ordine si è sempre distinto per l’attenzione all’approfondimento teologico. Può aiutarci a comprenderne le ragioni?

Il 2016-2017 è effettivamente un anno particolare. E’ memoria della conferma da parte di papa Onorio III che indicò la comunità raccolta da Domenico di Guzman come ‘ordine dei predicatori’. Tale missione fondamentale della predicazione, cioè annuncio e testimonianza del vangelo, sin dagli inizi è stata vissuta con un forte impegno a scorgere in ogni ambito del sapere una traccia della sapienza del creatore. Per accogliere la Parola di Dio per i domenicani è fondamentale ascoltare e conoscere le parole umane. I periodi più fecondi di questa storia sono stati quando si è vissuto un dialogo in ascolto delle inquietudini dei propri contemporanei. L’importanza dello studio e della fatica di intelligenza della fede in rapporto al proprio tempo è una costante nella storia dell’Ordine.

Un recente contributo di Alberto Coco (“La Biblioteca dei Domenicani di Pistoia. Ottocento anni di storia”, Nerbini, Firenze 2016), permette di scoprire la storia della biblioteca domenicana. Una realtà che, come scrive fr.Cortesi nell’introduzione al volume, “può essere guardata come frammento di uno specchio in cui s’infrange non solo la storia di una comunità dell’Ordine presente a Pistoia dalla prima metà del XIII secolo (…)  ma anche la storia della città in un intreccio tra vita sociale e religiosa”. Potrebbe spiegarci meglio i motivi di questo singolare intreccio?

Sono contento che proprio in quest’anno sia uscito il libro curato da Alberto Coco, un giovane competente che lavora come bibliotecario nella nostra Biblioteca ed è anche uno storico. Il libro riprende studi precedenti condotti tra altri dalla prof. Elettra Giaconi nostra cara collaboratrice e presenta un bel panorama della storia della biblioteca nelle sue diverse fasi, legata alla vita della città nei momenti belli e in momenti drammatici, tra cui in particolare l’allontanamento dei domenicani da Pistoia alla fine del ‘700. Un tratto proprio della vita di questo convento è stato il rapporto con la vita cittadina. Nei secoli è stato significativo ad esempio il rapporto con le famiglie che avevano nella chiesa e nel chiostro le loro sepolture e che commissionavano le opere d’arte presenti nella chiesa. Nei secoli passati attorno alla comunità gravitavano confraternite laicali, oggi persone e gruppi diversi. E’ poi senz’altro da rammentare la figura del beato Andrea Franchi, domenicano, vescovo della fine del ‘300 che ebbe un importante ruolo nella vita cittadina. Mi piace anche ricordare che dal Comune vennero i proventi per la prima costruzione della biblioteca per sistemare il libri lasciati dal beato Giovanni da Pistoia alla fine del ‘400. In tempi più recenti l’intreccio tra vita della comunità e città si è sviluppato nella vita di riviste e centri culturali che qui hanno avuto e continuano ad avere sede, nella promozione di dibattiti e momenti di discussione su temi ecclesiali e sociali. Questa comunità dei domenicani di Pistoia ha vissuto in varie forme una predicazione attenta alle questioni del tempo in spirito di dialogo. Anche l’attenzione che la Fondazione Cassa di risparmio ha avuto offrendo un contributo economico per la ristrutturazione della Biblioteca è segno di questo rapporto tra convento e città.

Che cosa contiene di originale e prezioso la vostra Biblioteca?

La Biblioteca custodisce innanzitutto un fondo antico, con incunaboli, cinquecentine e libri a stampa dei secoli XVI-XVIII. C’è poi un importante fondo che deriva dalla donazione di fr.Mariano Cordovani al tempo della ricostruzione dopo la devastazione del bombardamento alleato del 1943. Una parte rilevante del patrimonio librario consiste nella raccolta di riviste di ambito storico, sociologico, biblico e teologico. Alcuni fondamentali strumenti di ricerca storica e teologica sono presenti. L’intera collana del Migne, Sources Chrétiennes e il Corpus christianorum per la patristica, l’edizione Leonina delle opere di san Tommaso, testi di storia locale. La sistemazione di fondi di alcuni confratelli rende oggi fruibili particolari ricchezze nell’ambito della teologia, della letteratura e della poesia.

La biblioteca è stata nuovamente riallestita. Che interventi sono stati realizzati in vista della riapertura?

La biblioteca del convento nei secoli nel passato era sempre stata ad uso di una comunità che ospitava lo Studium provinciale per la formazione dei giovani, quindi con utilizzo interno. Nel secolo scorso è stata aperta anche a studiosi e persone interessate – giovani pistoiesi hanno condotto qui la preparazione ad esami o studi particolari e ricercatori hanno consultato materiale per i loro scritti e ricerche – ma gli impianti e la struttura non erano a norma per l’apertura al pubblico. Gli interventi effettuati nel restauro condotto dal 2014 ad oggi sono stati finalizzati a rendere possibile una apertura al pubblico in nuovi spazi di consultazione recuperati al piano terra. E’ stato operato il rifacimento di coperture, un rafforzamento dei solai dell’area deposito e sono stati predisposti nuovi impianti secondo le normative vigenti della sicurezza, in particolare un importante sistema anti-incendio.

Che significato riveste per la città la riapertura della vostra biblioteca?

Penso che nell’anno in cui Pistoia è capitale italiana della cultura questa riapertura venga a situarsi come un tassello nel mosaico delle molteplici iniziative che fioriscono in città. Si respira una vivacità che si sta esprimendo a tanti livelli. Mi sembra importante sottolineare che cultura non significa solamente eventi riservati ad élite ma è attenzione a promuovere un convivere sociale fatto di relazioni buone, di cura, di attenzione ai più deboli. La riapertura della biblioteca si accompagna ad un’altra opera realizzata a san Domenico negli ultimi anni, la ristrutturazione dell’intera ala est del convento con l’interessamento e la collaborazione della cooperativa Arkè. Ora questa parte è utilizzata per l’accoglienza dei richiedenti asilo, di minori e per progetti di inclusione lavorativa. In tale quadro la riapertura della biblioteca per un utilizzo più aperto alla città è una scelta che valorizza un’eredità che proviene dal passato con sguardo all’accoglienza, ad un utilizzo comune dei beni, a favorire percorsi di umanizzazione nella vita comune che si radicano nella coltivazione del sapere, nel dialogo, nell’apertura all’altro.

All’inaugurazione sarà presente Padre Aldo Tarquini, priore provinciale della Provincia Romana di Santa Caterina da Siena cui appartiene il convento di Pistoia. Un ospite importante che vuole rilanciare  anche la vostra presenza in città?

La presenza del priore provinciale in questa circostanza è certamente importante perché egli rappresenta l’intera Provincia che ha sostenuto e condotto questa importante opera. Ma il suo essere tra noi è presenza fraterna di chi viene in semplicità per festeggiare insieme la conclusione di un ingente lavoro che ha visto tante collaborazioni. Nell’Ordine i superiori sono eletti per un periodo limitato per svolgere un servizio di governo insieme ad un consiglio. Fra pochi mesi si terrà il Capitolo provinciale nel quale verrà eletto il provinciale per i prossimi quattro anni e saranno decisi orientamenti per il futuro dell’intera provincia. Viviamo un tempo che presenta particolari difficoltà e non mancano problemi. La struttura democratica dell’Ordine, che riteniamo un aspetto molto importante della nostra vita, fa sì che in sede di Capitolo saranno individuate vie di impegno ed elaborate scelte con ricadute sulla vita dei singoli frati e delle comunità. Tutto questo riguarderà anche il convento di Pistoia. Penso che nostro compito sia vivere il presente che ci è dato con impegno e fiducia soprattutto non pensando ai propri interessi ma con spirito di servizio.      (a.c)

(sala consultazione Marie-Dominique Chenu)

(sala di consultazione beato Andrea Franchi)

(corridoio sale di consultazione – piano terra)

(ingresso)

(sala deposito – piano superiore)

In memoria di un teologo e testimone del vangelo: Claude Geffré

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In memoria di un uomo di ricerca, teologo che ha saputo unire preghiera e impegno, appassionata riflessione su Dio e passione per l’umanità nella sua storia. 

Claude Geffré, domenicano, teologo (1926-2017)

Claude Geffré è stato un frate domenicano della Provincia di Francia. Nato nel 1926 a Niort (Deux-Sèvres), dopo essere entrato nell’Ordine dei Predicatori nel 1948 ha condotto i suoi studi a Le Saulchoir a Etiolles dove ha emesso professione solenne il 23 settembre 1952 ed ha ricevuto l’ordinazione presbiterale il 12 luglio 1953. Ha condotto poi studi a Roma fino al dottorato, conseguito all’Angelicum nel 1957 con una tesi sul peccato come ingiustizia e mancanza di amore.

Tornato in Francia da subito ha intrapreso l’attività di insegnamento di teologia. E’ stato docente di teologia dogmatica dal 1957 al 1968 presso la Facoltà di teologia di Le Saulchoir di cui è stato anche rettore dal 1965 al 1968. Successivamente ha proseguito il suo insegnamento presso l’Institut Catholique: professore di teologia fondamentale nella Unité d’Enseignement et de Recherche dal 1968 al 1988 e direttore del ciclo di studi di dottorato in teologia (1973-1984). Successivamente professore di ermeneutica e teologia delle religioni (1988-1996). Nel 1996 fu nominato direttore della Ecole biblique di Gerusalemme e ha poi svolto tale mandato per tre anni. E’ stato anche direttore della collana di studi teologici Cogitatio fidei promossa dalle casa editrice Cerf dal 1970 al 2004.

Ha svolto attività come docente invitato in varie università in Europa, America del Nord e in Africa. Nel 2007 gli è stata conferito un dottorato honoris causa per la sua opera teologica dalla facoltà di teologia di Kinshasa ma dalla Congregazione per l’educazione cattolica, gli è stato negato senza offrire motivazioni, il permesso di riceverlo.

Claude Geffré ha continuato la sua attività negli ultimi anni affrontando la pesante limitazione provocata da una malattia agli occhi che gli aveva provocato un progressivo abbassamento della capacità visiva sino al punto di non riuscire più a leggere. Ha portato avanti ciononostante il lavoro scientifico valendosi della collaborazione e dell’aiuto di confratelli e studiosi fino a pochi giorni prima di una crisi che l’ha condotto prima al ricovero in ospedale nei giorni di Natale 2016 poi alla morte avvenuta il 9 febbraio 2017.

Geffré ha elaborato un pensiero teologico a partire dalle radici di un approccio a Tommaso secondo le linee della teologia dell’incarnazione di Marie-Dominique Chenu.[1] L’ha approfondito nella linea di una pratica ermeneutica della teologia e con la sua riflessione teologica in rapporto alla storia ha aperto le vie di una teologia del pluralismo religioso. Alcuni percorsi della sua teologia sono testimonianza di una ricerca intellettuale e di vita vissute nel dialogo.

c4o8w-dwaaaeeflUna teologia dell’incarnazione

La sua indagine si è sempre mossa infatti nel tentativo di cercare il dialogo tra fede ed esperienza umana storica. Dopo gli studi, incaricato della cattedra di teologia fondamentale negli anni del post Concilio, Geffré s’interroga su un nuovo modo di fare teologia. La sua preoccupazione è quella di una rinnovata attenzione alla Scrittura da un lato e dell’incontro con le attese e i linguaggi del mondo contemporaneo.

Per lui credere e comprendere non sono due movimenti successivi, ma costituiscono un’interazione continua tra l’esperienza di fede e l’intelligenza nella sua ricerca. La Parola di Dio giunge all’umanità in parole umane; le formulazioni umane della fede sono storiche e relative. Da qui l’esigenza di una continua interpretazione.

Del 1972 è la pubblicazione del testo: Una nuova epoca della teologia.[2] A distanza di pochi anni dalla conclusione del Vaticano II egli vede una ‘nuova età’ della teologia proprio nella linea dell’attuazione del dialogo o correlazione tra ascolto della Parola di Dio ed esperienza umana.

L’appartenenza alla scuola di Saulchoir, l’assunzione critica del pensiero di Marie-Dominique Chenu, la condivisione di una prospettiva di ‘teologia dell’incarnazione’ quale prospettiva di fondo, lo conducono alla comprensione della teologia come ermeneutica assumendo il rischio dell’interpretazione quale dimensione essenziale della fede cristiana.[3]

“il solo modo di rispondere a questa duplice esigenza sta nell’articolare una ermeneutica della Parola di Dio e un’ermeneutica dell’esistenza umana in tutte le sue dimensioni”.[4]

La teologia come pratica ermeneutica della fede

Geffré si pone quindi in continuità con la teologia dei segni dei tempi di Chenu e sviluppa soprattutto l’intuizione che lo Spirito Santo è all’opera non solamente entro le frontiere della chiesa visibile ma anche nella prassi storica dell’umanità.[5]

Tale ricerca sorge dal rispondere alla natura stessa della Parola di Dio e della fede, proprio perché la Parola è di Dio e comunicata in parole umane, e così fede, vita della chiesa e dell’umanità sono in questa medesima dinamica.

Nel suo studio fondamentale Le christianisme au risque de l’interprétation, Paris, Cerf, 1983, pubblicato nella collana Cogitatio fidei esprime l’idea che la fedeltà alla Scrittura esige in ogni tempo un lavoro che non consiste in una ripetizione ma nella ricerca di rendere intelligibile il linguaggio della rivelazione per una comunicazione nel contesto segnato dal rifiuto della fede e dall’indifferenza. Geffré ha condotto il suo studio nel tentativo di porre in dialogo la fede e la ragione della modernità, nel tentativo di uscire dal confinamento del discorso di fede e di apertura ad un dialogo con le istanze del pensiero contemporaneo.

Nell’approfondire la sua riflessione sulla teologia come ermeneutica indica il compito di prendere sul serio sia la storicità di ogni verità sia la storicità dell’uomo come soggetto interpretante.[6]

Il pensare teologico di fronte alla Scrittura non è lo stare davanti ad un dato di cui appropriarsi. La Scrittura è testimonianza credente e rinvia ad avvenimenti storici. E’ anch’essa interpretazione credente, storica, con caratteri di relatività. Il teologo, che riceve la Scrittura da una comunità in continuità con i primi testimoni, deve assumere il compito di una lettura credente della Scrittura che sin dal primo momento si connota come attività interpretativa.

L’approccio ermeneutico, da lui scelto per elaborare il suo itinerario teologico, lo conduce quindi ad affrontare il grande tema della verità. La teologia compresa come ermeneutica non si pone tuttavia come a-dogmatica, ma si distanzia e contesta l’uso di un linguaggio ‘autoritario: approfondisce l’originalità della verità cristiana nei suoi caratteri di testimonianza e di permanente avvenire nel presente della Chiesa. Critica così la concezioni della teologia come prolungamento del magistero, o il modello secondo cui essa si caratterizza come tematizzazione del vissuto di una comunità particolare con il rischio di divenire ideologica.

Nel 1999 in un libro intervista con Gwendoline Jarczik esprime il percorso di studio da lui seguito e la prospettiva teologica maturata: Profession théologien: Quelle pensée chrétienne pour le XXIe siècle ? Entretiens avec Gwendoline Jarczyk, Paris, Albin Michel, 1999 (Cerf 2014)

La teologia viene a connotarsi come percorso di reinterpretazione creatrice del messaggio cristiano.[7] “Si tratta di una verità intravista e mai posseduta. Il carattere mai pienamente attingibile del messaggio cristiano si radica nella distanza tra Parola di Dio consegnata nella Scrittura e il vangelo come pienezza escatologica. E’ ad un tempo memoria e promessa”.[8]

La trattazione su punti molteplici concernenti la questione della verità ritorna altrove nei suoi studi. Esito di tale percorso è il denso libro. [9] “La teologia è un cammino mai concluso verso una verità più piena”[10].

Nel 1985 scrive un articolo che apre un nuovo ambito della sua ricerca: La théologie des religions non-chrétiennes vingt ans après Vatican II (in “Islamochristiana” 11,1985). La riflessione ermeneutica lo conduce all’attenzione alla teologia delle religioni. Nel frattempo continua svolge la sua attività di predicazione: un testo ce raccoglie le sue prediche per un programma radiofonico appare con il titolo Passion de l’homme, passion de Dieu, Paris, Cerf, 1991.

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Nel 1996 accetta la nomina a direttore della Ecole biblique di Gerusalemme. Questa data e questo spostamento anche geografico – indicato come ‘esilio nel cuore della patria’ –[11] sono significativi di una maturazione della sua riflessione. Affronta il tema del pluralismo delle religioni sui fondamenti teologici delle aperture di Nostra Aetate.

Uno tra i suoi ultimi libri, che raccoglie molteplici suoi articoli pubblicati nel corso degli anni reca il titolo: De Babel à Pentecôte: Essais de théologie interreligieuse.[12]

Nella sua opera Le christianisme comme religion de l’Évangile, pubblicata nel 2012 Claude Geffré insiste sull’importanza di approfondire una teologia del pluralismo religioso nel quadro del XXI secolo.

Il cristianesimo come religione del vangelo nel pluralismo: dialogo e profezia

Il paradosso dell’incarnazione è punto di partenza e da qui egli ritrova la dimensione fondamentale del cristianesimo quale religione dell’incarnazione, della rivelazione finale e del dialogo.[13] Il paradosso dell’incarnazione fonda il carattere dialogico della fede cristiana in quanto fede che non confonde l’universalità del mistero di Cristo con l’universalità della religione cristiana stessa.[14]

Egli presenta la prospettiva di una chiesa profetica capace di testimoniare una responsabilità politica nella realtà del mondo;[15] Auspica che la chiesa viva come comunità confessante dei testimoni del vangelo. Ad essa è affidata la responsabilità di contestare contro tutto ciò che è inumano nella ricerca dell’umano autentico. Nel momento presente il cristianesimo è provocato a concepirsi come religione dell’alterità, testimone di un’esperienza umana fondamentale: l’uomo si definisce “per una carenza sia rispetto all’assoluto che è Dio, sia rispetto agli altri”.[16] Il vangelo è un bene non esclusivo ma per ogni persona umana.

Geffré osserva che dopo Auschwitz[17] le teologie della croce hanno ripensato l’onnipotenza di Dio nei termini di onnipotenza dell’amore: Cristo giunge fino alla paradossale debolezza della croce (cfr 1Cor 1,18). Da qui il cristianesimo è chiamato innanzitutto ad intendere il suo costituivo rapporto di fronte all’altro costituito da Israele, ma la situazione storica mondiale pone oggi insieme l’altra fondamentale esigenza di un’apertura all’altro non occidentale, il terzo, né giudeo, né greco.[18]

Geffrè, in attenzione al tempo, legge il pluralismo religioso del mondo contemporaneo come una questione teologica che sfida a ripensare tutta la teologia. Valorizza le aperture del Concilio Vaticano II con il suo superamento di una visione ecclesiocentrica e con il giudizio positivo sulle religioni non-cristiane. Ma ne vede anche il limite nel non aver dato un giudizio sul significato del pluralismo religioso. A tal riguardo scorge il compito di una teologia significativa per l’umanità contemporanea: “E’ proprio questo il compito di una teologia di orientamento ermeneutico che parte dalla nuova esperienza storica della chiesa per reinterpretare la nostra visione del piano di salvezza di Dio”.[19]

“E’ per questo che la corrente teologica più promettente all’interno del cattolicesimo è quella che cerca di superare una teologia del compimento per una teologia del pluralismo religioso, la quale senza compromettere l’unicità del mistero di Cristo, cioè un cristocentrismo costitutivo, non esiti a parlare di un pluralismo inclusivo nel senso di un riconoscimento di valori propri di altre religioni”.[20]

Fondamento del dialogo interreligioso sta nell’economia del Verbo incarnato che è sacramento di una economia più vasta che coincide con la storia religiosa dell’umanità. A partire da qui egli sottolinea come la manifestazione dell’assoluto di Dio attuata nella particolarità storica di Gesù di Nazaret è il punto di riferimento per aprirsi alla scoperta che la figura di Cristo, e quindi la fede in lui, non è esclusiva di altre manifestazioni di Dio nella storia. Se per un verso è da accogliere l’identificazione di Cristo e Dio stesso (Col 2,9: in lui abita corporalmente la pienezza della divinità), proprio questa identificazione nella vicenda storica di Gesù rinvia ad un mistero inaccessibile che si sottrae ad ogni limitazione storica.

Geffrè ama parlare del mistero dell’incarnazione nei termini del paradosso (unione dell’universale con il concreto e limitato). Proprio dal paradosso dell’incarnazione sorge l’esigenza di de-assolutizzare il cristianesimo in quanto religione storica e di affermarne quale tratto costitutivo la sua apertura all’alterità nel dialogo.

“La rivelazione contenuta nel Nuovo testamento non esaurisce dunque la pienezza delle ricchezze del mistero di Cristo. Si ha quindi il diritto di dire che la verità cristiana non è né esclusiva e nemmeno inclusiva di qualsiasi altra verità nell’ordine religioso. Essa è singolare e relativa alla parte di verità di cui sono portatrici le altre religioni. Tutto questo vuol dire che i germi di verità e di bontà disseminati nelle altre tradizioni religiose possono essere l’espressione dello Spirito di Cristo sempre all’opera nella storia e nel cuore degli uomini”.[21]

La diversità che s’incontra nella condizione del pluralismo e nell’apertura all’altro fanno scoprire la rilevanza teologica dell’incontro con l’altro e della presenza dello straniero:

“Secondo la pedagogia stessa di Dio nella storia della salvezza, c’è una funzione profetica dello straniero per una migliore intelligenza della propria identità”.[22]

In tale senso Geffré sviluppa uno sguardo alla verità cogliendone l’aspetto di verità relazionale: “la teologia dell’avvenire dovrà dare prova che la verità di cui dà testimonianza non è né esclusiva né inclusiva delle verità di cui possono essere portatrici le altre religioni… In un tempo di pluralismo religioso, la vocazione storica della teologia cristiana è quella di sottolineare il senso escatologico del suo linguaggio come linguaggio di verità”.[23]

Nonostante le divergenze che difficilmente possono essere superate il cammino di persone che affrontano il dialogo dovrebbe essere nell’orizzonte di un riconoscimento di una verità più alta che va oltre il carattere parziale di ogni verità particolare. E Geffrè parla qui anche di celebrazione comune di una verità più alta nel dialogo.

L’itinerario di vita e di studio di Claude Geffrè va letto come un percorso unitario e correlato insieme. Può essere sintetizzato nella intuizione fondamentale della sua esistenza e della sua vita come frate predicatore. Egli stesso confessa di essere stato affascinato dall’esperienza di Charles De Foucauld, dalla povertà e dalla sua ricerca: all’origine della sua vocazione religiosa fu una prima idea di vivere come missionario in Africa ed il fascino della figura di Charles De Foucauld: “A lui devo la mia vocazione: insieme la ricerca mistica di Dio nel deserto e la prossimità ai poveri”.[24]

La sua vita ha attuato un cammino operoso, appassionato e intellettualmente rigoroso di ricerca di Dio. L’attenzione al cammino dell’umanità e al volto dell’altro sono luoghi dell’incontro con Dio stesso. Sensibile alla vita delle comunità nei luoghi di frontiera e di periferia a partirre dalla loro esperienza rilegge il senso della missione nell’orizzonte del dialogo e della testimoninaza evangelica.

La vita l’ha condotto ad essere professore, formatore di generazioni di studenti e operatori pastorali, ispiratore di nuove vie teologiche ma il profilo di Geffré uomo di studio non può non tener conto di questa sua vocazione originaria: una chiamata alla missione e ad una ricerca di Dio e una prossimità vissuta nell’essere inerme, povero fratello in mezzo ad una umanità in ricerca.

Nel suo studio si riflette una ricerca esistenziale ed un desiderio che ha animato la sua interiorità e i suoi rapporti di amicizia e di vicinanza.

“Il cristiano adora un Dio personale che si è rivelato in Gesù Cristo. Ma grazie all’esperienza dell’Oriente sa meglio che Dio ha molti nomi e che l realtà indicibile di Dio è sempre al di là dei nomi che noi gli possiamo attribuire”.[25]

Il dialogo quale attitudine fondamentale della fede cristiana, nell’incontro interreligioso, la dimensione della ricerca di Dio, inconosciuto e sempre oltre le nostri pensieri, la sensibilità per una fede unita alla prassi con una responsabilità politica sono percorsi che Geffré ha aperto. Sono strade nuove in cui continuare il suo cammino grati di quanto ci ha lasciato.

Alessandro Cortesi op

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[1] C.Geffré, Le réalisme de l’incarnation dans la théologie du père M.-D. Chenu, “Revue des Sciences Philosophiques et Théologiques” 69 (1985) 389-399. Cfr. C.Geffré, Profession théologien: retour sur plus de quarante ans de pratique, “Laval théologique et philosophique” 62(2006) pp.7-21. Id., Profession théologien, 1999,9.

[2] C.Geffré, Un nouvel âge de la théologie, (Cogitatio fidei 68) Cerf Paris 1972, (tr. it. Una nuova epoca della teologia, Assisi Cittadella 1973). Cfr. C.Geffré, La théologie au sortir de la modernité, in Id., Christianisme et modernité, Colloque du centre Thomas More, Paris Cerf, 1990, 189-209.

[3] Cfr. C.Geffré, L’herméneutique chrétienne, in L’Etat des religions dans le monde, M.Clévenot (ed.), La Découverte – Cerf Paris, 1987, 449-456.

[4] C.Geffré, Un nouvel âge, cit. 61.

[5] C.Geffré, Théologie de l’Incarnation et théologie des signes des temps chez le Père Chenu, in Marie-Dominique Chenu. Moyen-Age et Modernité, Paris Cerf 1997, 131-153.

[6] Geffré, Le Christianisme au risque, cit. 20.

[7] Geffré, Profession théologien, cit. 93-94.

[8] Ibid. 99.

[9] C.Geffré, Croire et interpréter: Le tournant herméneutique de la théologie, Cerf, Paris 2001. Cfr. anche C.Geffré, La question de la vérité dans la théologie contemporaine, in CERIT (Centre d’études et de recherches interdisciplinaires en théologie, Strasbourg, ed.) La théologie à l’épreuve de la vérité, Paris Cerf 1984, pp.281-291.

[10] Geffré, Croire et interpréter, cit. 83.

[11] Geffré, Profession théologien, cit., 11-12.

[12] C.Geffré, De Babel à Pentecôte: Essais de théologie interreligieuse, Cerf, Paris 2006).

[13] L’espressione ‘religione della rivelazione finale’ intende esprimere in sé l’idea che unico assoluto è la venuta del regno: è ripresa delle tesi di Paul Tillich in vista di approfondire l’ecumenismo interreligioso.

[14] Ibid. p. 54.

[15] Cfr. Profession théologien, 252-254.

[16] Ibid. 262.

[17] De Babel, p.306.

[18] Ibid. 308.

[19] C.Geffré,Verso una nuova teologia delle religioni, in R.Gibellini (ed.), Prospettive teologiche per il XXI secolo, Queriniana Brescia 2003,359.

[20] Ibid.

[21] Ibid. 367.

[22] Ibid. 367.

[23] Ibid. 370.

[24] Geffré, Profession théologien, 2006, cit., 8.

[25] Geffré, De Babel, cit. 313.

La gioia dell’amore…

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Ieri domenica 27 novembre sono stato invitato all’assemblea di zona dell’AGESCI, scout di Pistoia, ad offrire una riflessione su ‘educare all’amore’ a partire da una lettura dell’esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco, vescovo di Roma. Chi ne fosse interessato può scaricare il testo dell’intervento cliccando qui e qui lo schema di presentazione. (ac)

 

Per approfondire riguardo al dibattito sinodale: la mia prefazione al libro di A.Oliva, L’amicizia più grande, ed. Nerbini 2015

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Dialogo sul fine vita

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Ho avuto occasione di partecipare con un intervento ad un dibattito sul fine vita dal titolo ‘Il caso Welby dieci anni dopo’, promosso dall’associazione ‘DemocraticaMente’ in collaborazione con l’associazione ‘Luca Coscioni’, che si è tenuto venerdì 28 ottobre u.s. alle ore 18.00 a Pistoia. All’incontro sono intervenuti Mina Welby e il sindaco di Pistoia Samuele Bertinelli. Si è trattato di un momento di confronto e approfondimento particolarmente interessante e coinvolgente per la tematica affrontata e per lo stile in cui è stato condotto il dialogo tra i presenti.

La registrazione integrale può essere ascoltata al link di Radio radicale cliccando qui.

In preparazione all’incontro ho scritto un testo più ampio. Chi fosse interessato può richiederlo scrivendo all’indirizzo mail: acortesi2013@gmail.com

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Domenicani e diritti umani – Congresso Salamanca 2016 – Dichiarazione finale

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Salamanca, Spain 1 – 5 September 2016

Final Statement

In this 800th Jubilee Year of the Dominican Order being entrusted by the Church to go forth and preach the Gospel, we, 200 Dominican friars, sisters, laity, nuns, priest associates and youth, ministering in 50 countries in all corners of the world, have gathered in Salamanca, Spain, from 1-5 September, 2016, to reflect on how our Dominican Family can renew its mission through the promotion and defence of human rights.

While the terminology of “human rights” is relatively recent, there is a growing consciousness in the Church that the focus on human rights touches and unifies every aspect of our work to respect and defend the inherent dignity and freedom of each and every person which is at the heart of the Good News that Jesus, the Incarnate Word, came to preach:

  • People and Creation. Respect for human dignity and the promotion of human rights are inseparable from respect and protection of Creation in all its integrity. There cannot be a flourishing human species, exercising human rights, if Earth’s eco-systems are depleted and unprotected. This broad respect for the whole of Creation gives flesh to the Church’s understanding of the “common good”.
  • Justice and Peace. Human rights enable us to translate the principle of justice into concrete, binding commitments. Human rights are recognized by the international community as constitutive of a peaceful and democratic order. All persons have rights, freedoms and responsibilities, which in turn enable each one to build a just world and nurture peace.
  • Multiple Dimensions of Rights and Responsibilities of Each Person. Human rights are now categorized into civil, political, economic, social and cultural rights. They are understood as universal, indivisible, and interdependent, while respecting cultural diversity. These principles, while not readily applied in our world, correspond to the emphasis of Catholic Social Teaching on the whole person.
  • Intellectual Life and Experience. Each of the human rights challenges us to reconsider the purpose of our study and research. They call us to direct our intellectual pursuits to exploring the meanings and structural roots of violations of dignity and freedom. This focus can only be accomplished if we continuously listen with respect and compassion to the testimonies of those who suffer.

Following Jesus and Dominic, we, therefore, are called to preach this Good News in a way that can touch the hearts of all people: those who suffer, those standing with them, those indifferent to them, those oppressing them, and those who abuse God’s gift of creation.

It is, therefore, no accident that we are meeting in Salamanca. We wish to breathe in the spirit that inspired our brothers, Pedro de Cordoba, Antonio de Montesinos, Bartolome de las Casas, Francisco de Vitoria and other Dominicans of the 16th century centered around the Salamanca School. In close collaboration, they expanded the meaning of human community. Emphasizing the need to recognize and protect the rights of indigenous peoples of the “new world”, Vitoria with his brothers laid the foundation of International Law and the need for global community and cooperation that has inspired the founders of the United Nations, today’s primary institution to promote global justice and peace.

Surveying the history of our Dominican Family, we recognize that often we have failed to promote and defend the rights of all. Nevertheless, throughout the ages, and even today, we acknowledge many brothers and sisters who are shining witnesses of compassion and defenders of the poor, the marginalized, the oppressed and the earth.

We recognize that we still have a long way to go to become true defenders of the rights of those who suffer, and so, gathered at this Congress, we commit ourselves to the following actions.

1.Embrace as an integral part of our Dominican charism the mission of justice and peace as constitutive to the preaching of the gospel.

2.Integrate Catholic Social Teaching and the defence of human rights into all aspects of the formation of the Dominican Family – brothers, sisters, nuns, laity, associates, priest fraternities, youth, and other movements and members of the family.

3. Promote the study of Laudato Si as a means for teaching an integral ecology that combines the well-being of humans with the whole of creation.

4. Adopt and promote the Salamanca Process which calls on Dominicans, our educational institutions, and ministerial programs to direct our study, research, analysis, and action towards addressing the challenges our world faces, thus creating a passionate synergy between our intellectual and apostolic lives.

5. Create and strengthen networks that enable collaboration at all levels of our mission.

6. Improve our structures of communication, using modern technologies effectively and seeking alternatives when necessary.

7. Develop and strengthen structures at all levels that facilitate the Dominican Family working together to address the root causes of injustice.

8. Strengthen the Dominican presence at the United Nations by ensuring that the voices of those suffering human rights abuses are heard at the highest levels through the sharing of the Dominican family on the ground and by increasing resources dedicated to that mission and concrete justice and peace projects.

9. Be in solidarity with our brothers and sisters whose mission experience is difficult and dangerous due to political, religious or economic factors.

10. Support those who take prophetic stands, like our early brothers and sisters, against sinful structures of power that oppress people and violate the whole of creation.

As we embark on this new stage of our history, we ask forgiveness for our many omissions, attitudes and actions against human rights, that have prevented the Good News being spread. We rely on the grace of God and the outpouring of the Holy Spirit so that, inspired only by the compassion of Jesus, we may become messengers of Truth and our preaching may bring hope to the millions of victims of violations of human rights and of the Earth that are crying out for Good News and for a new future.

Qui di seguito la versione spagnola e francese

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LOS DOMINICOS EN LA PROMOCIÓN Y DEFENSA DE LOS DERECHOS HUMANOS. PASADO, PRESENTE, FUTURO

Salamanca, España 1 – 5 de septiembre de 2016

Declaración final

En este año jubilar del octavo centenario de la Orden de Predicadores, a quien la Iglesia ha confiado la predicación del Evangelio, del 1 al 5 de septiembre, nos hemos reunido en Salamanca (España), 200 frailes, hermanas, laicos, monjas, sacerdotes asociados y jóvenes que ejercemos nuestro apostolado en 50 países de todos los rincones del mundo. Hemos reflexionado sobre cómo nuestra Familia Dominicana puede renovar su misión mediante la promoción y defensa de los derechos humanos.

Si bien la terminología “derechos humanos” es relativamente reciente, en la Iglesia hay una conciencia cada vez mayor de que centrarse en los derechos humanos unifica y afecta a cada uno de los aspectos de nuestro trabajo a favor del respeto y la defensa de la dignidad y la libertad inherentes a cada persona que están en el núcleo de la Buena Noticia que Jesús, la Palabra Encarnada, vino a predicar.

  • Las personas y la creación. El respeto de la dignidad humana y la promoción de los derechos humanos son inseparables del respeto y la protección de la Creación en toda su integridad. No puede haber una especie humana próspera, que ejerza los derechos humanos, si los ecosistemas de la Tierra están exhaustos y desprotegidos. Este respeto general por toda la Creación da cuerpo a la comprensión que la Iglesia tiene del “bien común”.
  • Justicia y Paz. Los derechos humanos nos permiten traducir el principio de la justicia en compromisos concretos y vinculantes. Los derechos humanos son reconocidos por la comunidad internacional como constitutivos de un orden democrático pacífico. Todas las personas tienen derechos, libertades y responsabilidades, que, a su vez, permiten a cada cual construir un mundo justo y promover la paz.
  • Las múltiples dimensiones de los derechos y responsabilidades de cada persona. Los derechos humanos se clasifican actualmente en derechos civiles, políticos, económicos, sociales y culturales. Se entienden como universales, indivisibles e interdependientes, dentro del respeto a la diversidad cultural. Aun cuando estos principios no se aplican fácilmente en nuestro mundo, se corresponden con el énfasis que la Doctrina Social de la Iglesia pone en la totalidad de la persona.
  • Vida intelectual y experiencia. Cada uno de los derechos humanos nos desafía a reconsiderar la finalidad de nuestro estudio y nuestra investigación. Nos llaman a dirigir nuestra actividad intelectual a abordar los significados y las raíces estructurales de las violaciones de la dignidad y la libertad. Solo lograremos centrarnos en esto si escuchamos continuamente, con respeto y compasión, los testimonios de la gente que sufre.

Siguiendo a Jesús y a Domingo, también nosotros somos llamados a predicar esta Buena Noticia de modo que pueda llegar a los corazones de todas las personas: las que sufren, las que están junto a ellas, las que permanecen indiferentes, aquellas que las oprimen y las que abusan del regalo de la creación que Dios nos ha dado.

Por eso, no es accidental que nos reunamos en Salamanca. Deseamos participar del espíritu que inspiró a nuestros hermanos, Pedro de Córdoba, Antonio de Montesinos, Bartolomé de las Casas, Francisco de Vitoria y demás frailes del siglo XVI que conformaron la Escuela de Salamanca. Colaborando estrechamente entre ellos, ampliaron el significado de la comunidad humana. Al insistir en la necesidad de reconocer y proteger los derechos de los pueblos originarios del “Nuevo Mundo”, Vitoria, con sus hermanos, puso los fundamentos del Derecho Internacional y mostró la necesidad de una comunidad y cooperación globales, que ha inspirado a los fundadores de las Naciones Unidas, el principal foro existente en la actualidad para la promoción de la justicia y la paz globales.

Al recorrer la historia de nuestra Familia Dominicana, reconocemos que en muchas ocasiones no hemos promovido ni defendido los derechos de todos. Sin embargo, en las distintas épocas y también hoy, reconocemos a muchos hermanos y hermanas que son testigos brillantes de la compasión y defensores de los empobrecidos, los marginados, los oprimidos y defensores de la Tierra.

Reconocemos que aún tenemos un largo camino por delante para llegar a ser verdaderos defensores de lo que sufren, por eso, reunidos en este congreso, nos comprometemos con las siguientes acciones:

  1. Acoger como parte integral de nuestro carisma dominicano la misión de justicia y paz como constitutiva de la predicación del Evangelio.
  1. Integrar la Doctrina Social de la Iglesia y la defensa de los derechos humanos en todos los aspectos de la formación de la Familia Dominicana –hermanos, hermanas, monjas, laicos, asociados, fraternidades sacerdotales, jóvenes y otros movimientos y asociaciones.
  1. Promover el estudio de Laudato Si como medio para enseñar una ecología integral que combine el bienestar de los seres humanos y el de toda la creación.
  1. Adoptar y promover el Proceso Salamanca, que llama a la Familia Dominicana, a nuestras instituciones educativas y programas de apostolado, a orientar nuestro estudio, investigación, análisis y acción para abordar los desafíos que afronta nuestro mundo, y a crear una sinergia entre nuestra vida intelectual y nuestra vida apostólica.
  1. Crear y fortalecer redes que permitan la colaboración en todos los niveles de nuestra misión.
  1. Mejorar nuestras estructuras de comunicación, haciendo uso de las tecnologías modernas de modo eficaz y buscando alternativas cuando sea necesario.
  1. Desarrollar y fortalecer, a todos los niveles, estructuras que faciliten que la Familia Dominicana trabaje unida para abordar las causas que están en la raíz de la injusticia.
  1. Fortalecer la presencia dominicana en las Naciones Unidas, asegurando que las voces de quienes sufren abusos en sus derechos humanos sean escuchadas en los niveles más altos, mediante la comunicación de los miembros de la Familia Dominicana que trabajan sobre el terreno, y aumentando los recursos dedicados a esa misión tanto como para proyectos concretos de justicia y paz.
  1. Ser solidarios con nuestros hermanos y hermanas cuya experiencia de misión es difícil y peligrosa, debido a factores políticos, religiosos o económicos.
  1. Apoyar, como hicieron nuestros primeros hermanos y hermanas, a quienes asumen posturas proféticas contra las estructuras pecaminosas de poder que oprimen a las personas y violentan la totalidad de la creación.

Al adentrarnos en esta nueva etapa de nuestra historia, pedimos perdón por nuestras muchas omisiones, actitudes y acciones en contra de los derechos humanos que han impedido que la Buena Nueva se difundiese. Confiamos en la gracia de Dios y la efusión del Espíritu Santo para que, inspirados solo por la compasión de Jesús, podamos llegar a ser mensajeros de la Verdad y nuestra predicación pueda llevar esperanza a los millones de víctimas de las violaciones de los derechos humanos y de la Tierra que claman por una Buena Noticia y por un nuevo futuro.

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LES DOMINICAINS DANS LA PROMOTION ET LA DÉFENSE DES DROITS HUMAINS : PASSÉ, PRÉSENT, FUTUR

Salamanque, Espagne 1 – 5 Septembre 2016

Déclaration Finale

Il y a 800 ans l’Église confiait à l’Ordre des Dominicains la mission de prêcher l’Évangile. A l’occasion de ce Jubilé, 200 frères, sœurs, laïcs, moniales, prêtres associés et jeunes dominicains, œuvrant dans 50 pays, se sont rassemblés à Salamanque en Espagne, du 1er au 5 septembre 2016, pour réfléchir sur la façon dont la Famille Dominicaine peut renouveler sa mission à travers la promotion et la défense des droits humains.

Bien que la terminologie de « droits humains » soit relativement récente, nous assistons dans l’Église à cette prise de conscience croissante : en portant notre attention sur les droits humains nous rejoignons et unifions tous les aspects de notre travail pour la défense de la dignité et de la liberté inhérentes à toute personne humaine, qui sont au cœur de la Bonne Nouvelle que Jésus, Verbe Incarné, est venu prêcher :

  • Personnes et Création. Le respect de la dignité humaine et la promotion des droits humains sont inséparables du respect et de la protection de la Création dans toute son intégrité. Il ne peut y avoir une espèce humaine épanouie, jouissant de l’exercice de tous ses droits, si les écosystèmes de la terre sont épuisés et si on ne les protège pas. Le respect intégral de toute la Création s’intègre dans ce que l’Église entend par « bien commun ».
  • Justice et Paix. Les Droits Humains nous permettent de traduire le principe de la justice dans des engagements concrets et exigeants. La communauté internationale les reconnaît comme partie intégrante d’un ordre pacifique et démocratique. Toutes les personnes ont des droits, des libertés et des responsabilités, ce qui permet à tout un chacun de construire un monde juste et de promouvoir la paix.
  • Les multiples dimensions des droits et des responsabilités des personnes. Lorsque l’on parle des droits humains, on distingue maintenant les droits civils, politiques, économiques, sociaux et culturels. Ils sont universels, indivisibles et interdépendants, dans le respect de la diversité culturelle. Ces principes, même s’ils ne sont pas facilement appliqués dans notre monde, constituent pourtant le nœud de l’Enseignement Social de l’Église sur la personne humaine.
  • La vie intellectuelle et l’expérience. Chacun de ces droits humains nous lance le défi de reconsidérer le but de notre étude et de notre recherche. Notre travail intellectuel est appelé à analyser la signification et les causes structurelles des violations de dignité et de liberté. Ceci ne peut se faire que si nous prêtons sans cesse une oreille respectueuse et compatissante aux témoignages de ceux qui souffrent.

Ainsi, à la suite de Jésus et de Dominique, nous sommes appelés à prêcher cette Bonne Nouvelle de telle manière qu’elle puisse toucher les cœurs de toutes les personnes : celles qui souffrent, celles qui les assistent, celles qui sont indifférentes à leurs souffrances, celles qui les oppriment, et celles qui violent ce don de Dieu qu’est la Création.

Ce n’est donc pas par hasard que nous nous sommes réunis à Salamanque. Nous avons voulu nous imprégner de l’esprit qui animait nos frères, Pedro de Cordoba, Antonio de Montesinos, Francisco de Vitoria, Bartolomé de Las Casas et autres Dominicains du XVIème siècle formés à l’École de Salamanque. En étroite collaboration les uns avec les autres, ils ont affirmé le sens de la communauté humaine. En insistant sur la nécessité de reconnaître et protéger les droits des peuples indigènes du « Nouveau Monde », Vitoria et ses frères ont posé les fondements du Droit International et ont témoigné de la nécessité d’une communauté et d’une coopération mondiales, ce qui inspira les fondateurs des Nations Unies, devenues aujourd’hui la principale institution pour la promotion de la Justice et de la Paix au niveau mondial.

En relisant l’histoire de notre Famille Dominicaine, nous reconnaissons que nous avons souvent omis de promouvoir et défendre les droits universels. Toutefois, tout au long de notre histoire – et c’est encore le cas aujourd’hui – beaucoup de frères et de sœurs ont été des témoins lumineux de la compassion et se sont faits les défenseurs des pauvres, des marginalisés, des opprimés et de la planète.

Nous reconnaissons que le chemin à parcourir pour être de véritables défenseurs des droits de ceux et celles qui souffrent est encore long. Aussi, ressemblés dans ce Congrès, nous nous engageons aux mesures suivantes :

  1. Assumer comme partie intégrante de notre charisme dominicain la mission de Justice et Paix. Elle est constitutive de la prédication de l’Évangile.
  1. Intégrer l’Enseignement Social de l’Église et la défense des droits humains dans tous les aspects de la formation de la Famille Dominicaine – frères, sœurs, moniales, laïcs, associés, fraternités de prêtres, jeunes et autres mouvements membres de la Famille.
  1. Promouvoir l’étude de Laudato Si comme un instrument d’enseignement d’une écologie intégrale qui combine le bien-être des personnes humaines et celui de toute la création.
  1. Adopter et promouvoir le « Processus de Salamanque » qui invite les Dominicains, nos Institutions académiques et nos programmes d’apostolat à diriger notre étude, nos recherches, nos analyses et nos actions vers la recherche de réponses aux questions que le monde actuel nous pose, et créer ainsi une synergie passionnée entre notre vie intellectuelle et notre vie apostolique.
  1. Créer et renforcer les réseaux qui permettent la collaboration dans notre mission à tous les niveaux.
  1. Améliorer nos structures de communication, utiliser efficacement les technologies modernes et chercher des alternatives, si nécessaire.
  1. Développer et renforcer des structures à tous les niveaux pour permettre à la Famille Dominicaine de mieux s’en prendre ensemble aux causes profondes de l’injustice.
  1. Renforcer la présence dominicaine aux Nations Unies en s’assurant que les voix de ceux dont les droits humains sont violés soient entendues au plus haut niveau, d’une part grâce aux rapports de la Famille Dominicaine présente sur le terrain, et d’autre part en augmentant les ressources nécessaires à cette mission et aux projets concrets de Justice et Paix.
  1. Être solidaires de nos frères et sœurs dont l’expérience de mission est rendue difficile et dangereuse par des facteurs politiques, religieux ou économiques.
  1. Soutenir les prophètes d’aujourd’hui qui dénoncent, comme nos premiers frères et sœurs, les structures de péché d’un pouvoir qui opprime les gens et viole l’intégrité de la création.

Alors que nous inaugurons une nouvelle étape de notre histoire, nous demandons pardon pour nos omissions, nos attitudes et nos actions contre les droits humains, qui ont fait obstacle à la diffusion de la Bonne Nouvelle. Nous implorons la Grâce divine et l’effusion de l’Esprit Saint afin qu’’inspirés par la compassion de Jésus, nous devenions des messagers de la Vérité : que par notre prédication nous puissions rendre espoir aux millions de victimes violées dans leurs droits humains et dans ceux de la Terre, qui aspirent à une Bonne Nouvelle et à un futur nouveau.

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