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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Ss. Trinità – anno B – 2015

girotondoDt 4,32-34.39-40; Rom 8,14-17; Mt 28,16-20

“Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore Dio è lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n’è altro”.

Cieli e terra, lassù e quaggiù. Sono le dimensioni della nostra esistenza. Ci sono i cieli lontani ma anche i cieli vicini, quelli interiori, quelli dentro al cuore. C’è una terra che sta sotto i piedi, la zolla di terra dove ha luogo l’esistenza quotidiana e il nostro lavoro e c’è una terra desiderata e sognata, quella che sta davanti a noi e che attrae nella tensione al futuro. Dio è presenza che avvolge cieli e terra, l’alto e il basso. Ma anche il tempo e i tempi della vita, il passato, il presente, il futuro, con tutte le stagioni e le età.

Contro le visioni che separano cieli e terra, luoghi del divino e luoghi dell’umano, nella Bibbia il volto di Dio è percepito come presenza personale dentro la vita, in tutte le sue dimensioni. Sta oltre, è ‘lassù’, ma anche è presente ‘quaggiù’. Il Dio lontano, il ‘totalmente altro’ è anche il vicinissimo, più intimo a noi di noi stessi. L’incontro con Dio non è allora esperienza remota, riservata a persone o momenti eccezionali, ma può essere esperienza vicina. Può essere vissuta nel cuore dell’esistenza, nei suoi momenti, nel quotidiano. Racchiude una presenza che mai è dominabile, sempre oltre e mai a disposizione di pretese di controllo e potere, e nessuna cosa e nessun uomo può essere considerato dio: per la Bibbia la grande incomprensione nei confronti di Dio, il grande peccato anche, sta nell’idolatria e nella costruzione di falsi divinità a cui dedicare tutta la vita.

Il Dio dei cieli e della terra è presenza che si fa incontro, comunica se stesso e rivolge la parola: “Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?”

Udire la voce è scoprire una parola donata ed entrare in un dialogo. Israele come popolo, guidato dai grandi profeti uomini dell’ascolto, ha scoperto l’agire di Dio nella propria storia, si è sentito chiamato e coinvolto. Per accostarsi a Dio, la via da percorrere attraversa l’esistenza: si tratta di ascoltare una storia. La sua chiamata non è per costituire in stato di privilegio ma comunicazione di un dono di alleanza e di liberazione. L’intera vicenda di Israele trae origine dalla chiamata di Dio che suscita un’apertura universale.

Gesù indica il volto di Dio chiamandolo Abbà, Padre. I vangeli testimoniano un rapporto vissuto in modo unico con Abbà da parte di Gesù. Si è affidato totalmente all’Abbà soprattutto nei momenti decisivi e drammatici della sua esistenza: così nell’orto degli ulivi (Mc 14,36; cfr Gv 11,41; 17,1). Ma anche nei momenti quotidiani delle sue giornate in cui il suo ritirarsi in disparte, lontano dalla folla, in preghiera, rimase nella memoria dei suoi. Tutto ciò è esplicitato nella prima comunità dopo la Pasqua con l’espressione a lui attribuita di ‘figlio’ (Mc 13,32; 12,6; Mt 11,27; 22,37; Lc 10,22). Gesù è figlio perché tutta la sua vita è stata in rapporto al Padre Abbà. In lui ogni discepola e discepolo è invitato a scoprirsi figlia, figlio, e insieme fratello e sorella. E’ l’esperienza della prima comunità dopo la pasqua, quando Gesù dona ai suoi di vivere la gioia di una sua presenza nuova nello Spirito.

Paolo esprime tale consapevolezza: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno Spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo Abbà, Padre. Lo Spirito stesso attesta al nostro Spirito che siamo figli di Dio”. Gridare Abbà è un dono di respiro, di voce. Ma è come vagito di un bimbo che cerca il volto che l’ha portato. E’ grido non di schiavi ma di figli. E’ voce di un’esistenza che si scopre in relazione ed avverte la propria fragilità. E’ un respiro che sta oltre la nostra misura e che pure è al più profondo di noi stessi. La presenza dello Spirito si incontra con lo spirito al cuore della vita. C’è un soffio di vita che proviene da Dio che è attesa e apertura al soffio dello Spirito. “Dio è Spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (Gv 4,24). Il termine Spirito (ruach) nella lingua ebraica è femminile ed esrpime la forza e la energia del soffio.

C’è una presenza dello Spirito nella natura e nella storia oltre ogni confine. Figli di Dio sono tutti coloro che sanno lasciare spazio all’agire dello Spirito. Negli appelli alla cura, alla accoglienza, alla riconciliazione, al servizio, alla benevolenza lì è presente un soffio silenzioso dello Spirito. Tutti coloro che intendono la vita non chiusa nei propri interessi ma per gli altri, chi vive di attenzione per chi è solo, chi accompagna deboli e indifesi, chi lotta per la giustizia e sta accanto a chi è oppresso, chi accompagna a crescere passo dopo passo, chi con il proprio lavoro e la propria attività quotidiana rende il mondo più umano, chi semina bellezza per dissetare ricerche di gratuità, chi vive il rispetto mite per gli esseri viventi e per le cose, tutti costoro sono persone disponibili all’opera delicata dello Spirito. E’ una chiamata che attraversa tutta l’umanità e il cosmo stesso. Lo spirito soffia nel desiderio umano di pane e di dignità, nella ricerca di affetti e di riconoscimento, nella costruzione di relazioni di ospitalità e cura, nella gratuità di chi spende il tempo nella preghiera e di chi lo vive nel servizio e nella dedizione ad educare.

“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo… ecco io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo”

L’incontro con Gesù risorto è anche invio: ora la sua presenza si fa vicina in modo nuovo nello Spirito. Gesù affida la sua promessa ai suoi discepoli dopo la Pasqua sul monte, come sul monte – secondo Matteo – aveva pronunciato il discorso in cui chiamava ‘beati’ tutti coloro che potevano scorgere nei suoi gesti la vicinanza di Dio. Li chiama ad andare e consegna anche una promessa. E’ una missione con orizzonti vasti: i discepoli sono inviati a tutti i popoli. Inviati a immergere (battezzare) nella vita di Gesù, a comunicare l’incontro con lui che coinvolge la vita, e a trasmettere le sue parole, la sua testimonianza. E’ un invio per far crescere persone libere capaci di ascolto della chiamata a seguirlo, capaci di vivere come lui ha vissuto, nel servizio. Ed è anche affidamento di una promessa. ‘Sarò con voi’: è questa la parola al cuore della speranza che sorregge la vita di chi segue Gesù.

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(Le Corbusier, Notre Dame du Haut Ronchamp)

Alcune riflessioni per l’oggi

Sostare sul volto di Dio come comunione conduce a pensare la vita personale e la vita di comunità. Siamo così chiamati a scoprire l’origine e  la radice della vita in un dono di relazione. Di qui siamo chiamati a compiere quell’immagine che è ancora promessa.

Essere docili all’agire dello Spirito non è facile: esige disponibilità interiore, libertà, coraggio nel lasciarsi condurre laddove lo Spirito attrae. “quando uno stormo si alza in volo – dice un proverbio africano – vuol dire che qualcuno per primo vi ha dato inizio”. Certamente esige ascolto, delle persone, delle situazioni, della natura. solamnete una vita più semplice può renderci sensibili a quella sintonia da trovare tra lo Spirito e il nostro spirito.

Insistenti segnali di esclusione e di chiusura sono presenti nella vita sociale: ‘andare’ è il verbo della missione. Ma missione non significa fare qualcosa, né entrare in una logica di proselitismo. La riflessione soprattutto dopo il Vaticano II ha condotto a scoprire che la chiesa non ha una missione, ma il suo essere stesso è missione, è coinvolgimento nell’invio di Gesù, è seguire le chiamate dello Spirito. Andare, vivere la missione oggi si declina nei termini del dialogo e dell’incontro, dell’ospitalità e della visita. Credere in un Dio comunione è oggi sfida a dire nella vita la fiducia nei rapporti e nel costruire tessiture di ‘noi’, di ascolto e di cura come luoghi in cui lasciare spazio al suo venire.

Alessandro Cortesi op

Solennità della Santissima Trinità – anno B

Dt 4,32-34.39-40; Rom 8,14-17; Mt 28,16-20

Quale è il luogo di Dio? Se la terra è luogo della vita umana il luogo di Dio è lassù, nel cielo. Ma l’esperienza fondamentale di Israele è che Dio si rende vicino e scende  nel ‘quaggiù’, ascolta il grido degli oppressi, scende a liberare. Quaggiù, nel luogo della vicenda umana, la terra. “Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore Dio è lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n’è altro”. Se da un lato Dio è il lontano, non s’identifica con nessuna realtà della storia e non può essere confuso con alcun elemento della creazione – è  Signore, infatti e creatore, contro ogni idolatria – tuttavia è anche il Dio vicinissimo, unico e vicino, è coinvolto nella vita di un popolo chiamato a diventare segno per tutti i popoli. A lui rivolge la sua parola, offre alleanza: “Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra, vi fu mai cosa grande come questa  e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?” La cosa grande è che Dio si fa vicino a un popolo piccolo, gli rivolge una parola.

Israele scopre così il volto di un Dio vicino. Dio chiama, sceglie non secondo i criteri della potenza ma si fa vicino ad  un popolo oppresso, si comunica per liberarlo. Il suo volto è quello di Dio liberatore. Israele è così continuamente chiamato a scorgere la voce di Dio che chiama nei segni della storia. Sarà sempre lì acanto alle vittime e nelle attese di liberazione. Stare in ascolto di Lui comporta uscire dagli schemi che lo pongono lassù, senza rapporto con il quaggiù. Non si può mai pretendere di possederlo o rinchiuderlo in pensieri umani. Il Primo Testamento è narrazione non tanto della ricerca umana di Dio, quanto del venire di Dio in cerca dell’uomo. E’ un venire, il suo, che continuamente si ripropone in modi nuovi, nella chiamata di un popolo che sia testimone per tutti del Dio che scende a liberare.

Gesù ha manifestato un tratto proprio che ha colpito i suoi ed è rimasto nella memoria di lui custodita dai vangeli: la sua vicinanza, il senso di affidamento a colui che egli chiama Abbà, Padre. A lui, l’Abbà, Gesù si affida senza riserve. Nei momenti decisivi della sua esistenza, nella sua preghiera, prima della passione nell’orto degli ulivi (Mc 14,36; cfr Gv 11,41; 17,1). E’ un rapporto di intimità particolare. Gesù vive la sua esperienza umana nell’affidamento radicale, nella fiducia che gli farà affrontare anche l’ostilità, il rifiuto, la morte nel mantenersi fedele a Dio, nella certezza che il suo regno si compie.

Gesù aveva comunicato ai suoi la sua fiducia parlando della preghiera. Preghiera non è sprecare tante parole come fanno i pagani, non è rivolgersi a un Dio lontano per controllarlo o piegarlo ai propri disegni, ma è aprirsi ad un rapporto con colui che Gesù chiama il Padre, l’Abbà. E’ Padre che ama e desidera vita e salvezza per tutti (Lc 11,1-4; Mt 6,9-13). Gesù usa questa parola così vicina all’esperienza umana dell’essere situati in un rapporto di amore: dietro quel volto del padre sta la tenerezza dell’amore femminile di un Dio che ha cura. Non il dio maschio e guerriero, ma il padre/madre che attende che abbraccia i suoi figli con tratto di donna.

Dopo la sua morte e risurrezione, Gesù è così riconosciuto e chiamato come ‘il figlio’, che viene dal Padre. In lui ognuno è invitato a scoprirsi figlio del Padre e fratello suo. E’ l’esperienza della prima comunità dopo la pasqua, quando Gesù dona ai suoi di vivere la gioia di una sua presenza nuova. Nello Spirito. Promette ai suoi che la sua assenza apre ad un incontro nuovo. Lo Spirito è presenza interiore, da inseguire, come il vento: nei vangeli si parla di lui come il grande suggeritore, colui che ricorderà tutto quello che Gesù ha detto (Gv 14,26)  colui che consola (Gv 14,15). In lui possiamo scoprirci innestati nella vita dell’Abbà, dono di comunione: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre… in quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi” (cfr. Gv 14,20).

Paolo esprime questo con le sue parole ai romani: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi per mezzo del quale gridiamo ‘Abbà, Padre’. Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio” (Rom 8,15-16) .

Riconoscere Dio come  Abbà  è in radice un dono,  non viene da noi, è possibilità che può provenire dall’accogliere la presenza dello Spirito, dono della Pasqua (cfr Gv 20,22).

Queste tracce ci aiutano a scoprire che il volto di Dio che Gesù ci ha raccontato è volto di comunione, di amore che si dona e genera accoglienza. Ma ci fa anche  scoprire che la nostra identità più profonda, la chiamata che sta al cuore della nostra vita umana  è comunione, dono di sé, apertura all’altro, gioia dell’incontro.

Nel cuore della nostra vita, negli affetti e legami che viviamo avvertiamo una sete ed una nostalgia di comunione. In queste aperture del nostro essere possiamo scorgere da dove proveniamo. La parola di Gesù ci dice che la vita del Padre del Figlio e dello Spirito, una vita di comunione e relazione, è sorgente e grembo della nostra stessa vita. E’ anche il porto dei nostri giorni. Ed è questo motivo di speranza nei giorni e nella fatica del presente.

E’ anche ricco di provocazione leggere che nel momento in cui Gesù affida ai suoi la promessa, nel vederlo essi però dubitavano (Mt 28,17). Gesù affida il racconto del Padre del Figlio e dello Spirito alla pochezza e alla debolezza degli undici. Non dovranno abituarsi a questo diventandone i padroni, ma dovranno mantenere sempre il senso della loro pochezza e lo smarrimento. Scoprire il Dio lontano eppure il vicinissimo fa sentire piccoli e inadeguati. Gesù accetta anche il nostro dubbio. Proprio a chi dubita si affida, perché si possa riconoscere il volto di Dio amicizia sempre al di là eppure anche dentro la nostra esperienza umana laddove si sperimenta comunione, apertura sincera all’altro, relazione.

Alessandro Cortesi op

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