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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXV domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1302(Spoleto, Chiesa di s.Eufemia)

Sap 2,12.17-20; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

La pagina della Sapienza presenta con brevi pennellate un dramma che attraversa la storia: il giusto innocente subisce persecuzione fino ad essere eliminato in modo violento. Gli empi vogliono toglierlo di mezzo “perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni”. E’ riflessione di un libro redatto nel I secolo a.C., ma è la storia di sempre: quella degli ingiusti e dei corrotti, assetati di potere e ricchezza, che non tollerano ostacoli nel perseguire i loro obiettivi, e giungono ad eliminare i giusti. Nel comportamento degli empi c’è un venir meno e un tradimento dell’educazione ricevuta, di quella formazione all’umano che sta alla base del vivere insieme: “il giusto … si oppone alle nostre azioni… cin rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta”. E’ la storia di chi costruisce sistemi di dominio e avverte fastidio nella stessa presenza del giusto: la sua vita è infatti denuncia palese o silenziosa e contestazione del proprio potere. Per questo gli empi vogliono togliere di mezzo il giusto con atteggiamento di sfida verso gli altri e verso Dio stesso: “vediamo se le sue parole sono vere; proviamo ciò che gli accadrà alla fine. Se il giusto è figlio di Dio egli l’assisterà, e lo libererà dalle mani dei suoi avversari”. Ma la vicenda del giusto innocente non rimane dimenticata agli occhi di Dio: l’esito della sua vita appare un fallimento ma anche la sua morte violenta reca in sé una forza di vita. Dio non abbandona il giusto perseguitato che soffre: è questo il messaggio al centro di tale riflessione sull’esperienza: “Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità… Coloro che confidano in lui comprenderanno la verità, i fedeli nell’amore rimarranno presso di lui, perché grazia e misericordia sono per i suoi eletti” (Sap 2,23;3,9).

Nella lettera di Giacomo la sapienza è contrapposta alle liti e alle guerre generate dalla ricerca del possesso e dall’invidia: “Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra”. Alla brama di possesso e dominio si oppone l’atteggiamento di chi sceglie la sapienza. Pace, mitezza, nonviolenza, misericordia, sincerità sono i suoi caratteri distintivi: è sapienza che si fa vita. Non coincide infatti con un conoscere teorico senza rapporto con l’esistenza ma è un modo di vivere, investe la concretezza dei rapporti, è stile di un agire che si sintetizza nel costruire la pace: “Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace”. La giustizia è così indicata come frutto, dono, per coloro che promuovono la pace. Vera sapienza non è di chi vuole imporre con la guerra la sua ragione e la sua verità, ma di chi fa opera di pace.

Marco nel suo vangelo presenta Gesù come il giusto innocente. Subisce l’umiliazione della condanna nella progressiva solitudine in cui viene lasciato. ‘E’ consegnato’ nelle mani dei violenti. La sua vicenda è posta nella linea di coloro che subiscono ostilità, violenza. Ma ‘dopo tre giorni risusciterà’: la sua vita inutile e fallita agli occhi degli uomini, trova la conferma del Padre che lo risuscita al terzo giorno. Con i suoi gesti e le sue parole Gesù suscita la domanda su chi è il più grande: “Allora sedutosi chiamò i dodici e disse loro: se uno vuol essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti’. E preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: ‘Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”. Il più grande è il più piccolo: è il capovolgimento della sguardo sull’altro e sul senso della vita.

L’accoglienza stessa di Gesù e del Padre dipende da questa capacità di accogliere. Al cuore del messaggio e della vita stessa di Gesù sta la proposta di convivialità ospitale. In questa esperienza si rende possibile entrare in contatto con Dio. Solo un cuore aperto ad accogliere può fare spazio. Gesù aggiunge con il suo gesto di mettere al centro i bambini approfondisce il senso dell’accogliere: pone infatti nel mezzo i senza diritti, le vittime di strutture sociali economiche ingiuste, coloro che sono tenuti ai margini dai sistemi religiosi. Indica loro come i soggetti da mettere al centro per comprendere chi è il più importante nell’ottica di Dio. Mentre i suoi discepoli discutono su chi è il più grande Gesù disorienta e capovolge le loro aspettative. Per comprendere qualcosa di Dio stesso, del suo agire e quindi del senso della propria vita c’è un cambiamento radicale da attuare. Gesù stesso è il figlio, si è fatto bambino, servo. Nel suo percorso indica che accogliere i bambini, le vittime, è entrare nel cammino per incontrare il Padre, e il modo concreto per porre i propri passi sulla sua via, per seguirlo.

DSCN1215Alcune osservazioni per noi oggi

La riflessione del libro della Sapienza invita a scorgere i giusti che vivono con responsabilità il proprio compito. Quanti giusti, sulle frontiere delle aule di giustizia, dell’impegno politico, del servizio ai poveri, della lotta per i diritti civili, economici e sociali vengono eliminati da chi trama per eliminare la loro vita che nel silenzio è voce che grida contro l’ingiustizia e il malaffare. Il giusto è la persona che rimane fedele alla sua coscienza nel praticare onestà là dove il costume diffuso è l’approfittarsene, giusto è chi risponde con fedeltà al proprio compito, giusto è chi corrisponde ad una educazione come formazione mai conclusa a coltivare l’attenzione al bene comune.

Gesù ha posto in mezzo i bambini abbracciandoli: l’abbraccio di Gesù esprime una umanità piena capace di vivere una sensibilità viva, gioiosa, che sa esprimersi in gesti autentici che investono la corporeità. Potremmo cogliere in questa apertura ad un contatto profondo con gli altri il segno di una maturità umana comunicativa. Il suo agire può essere indicazione per noi oggi di fronte alla domanda sull’educazione che comprenda l’attenzione alle questioni di genere.

In tale ambito si rende necessario un approfondimento che rifugga da superficialità e da posizioni caratterizzate da incomprensioni e allarmismi. Suggerisco due letture a mio avviso utili per interrogarsi con serietà e attenzione. La prima è una riflessione di Chiara Giaccardi dal titolo Non solo ideologia: riappropriamoci del genere (in “Avvenire”, 31 luglio 2015). L’articolo parte dall’osservazione che “La polarizzazione tra le fazioni opposte – no gender-pro gender – ha ipersemplificato e in molti casi banalizzato la questione, e sembra arrivata a un punto di stallo”. Viene poi osservato che “i «gender studies» hanno una tradizione di ormai mezzo secolo, e sono nati proprio per denunciare e contrastare posizioni teoriche astratte e pratiche consolidate, basate sulla disuguaglianza: per mostrare che l’essere umano è sempre un essere situato (prima di tutto in un corpo sessuato, poi in una storia, una cultura, un territorio); che il preteso universalismo delle culture e delle regole sociali è in realtà un’astrazione, che prescindendo dalla realtà la mortifica (nella fattispecie, il punto di vista femminile); che rispetto alla nostra corporeità la cultura è tutt’altro che irrilevante. Sin dalle origini i ‘gender studies’ hanno affrontato questioni di tutto rispetto, anzi, doverose (…) Dunque gli studi di genere sono diversificati al loro interno; hanno dato importanti risultati e molti possono ancora favorirne in termini di giustizia sociale; non sono esclusivamente né principalmente focalizzati sulla questione del ‘genere sessuale come scelta’ che prescinde dalla natura”. In sintesi si presentano poi due linee di interpretazione diversificate al loro interno. Una essenzialista per cui dall’anatomia si passa all’essenza: secondo tale visione le caratteristiche corporee esprimono l’essenza della differenza di genere. L’altra culturalista-costruttivista che legge il ‘gender’ come costruzione sociale e si articola in una versione moderata che sottolinea la rielaborazione culturale del dato biologico e una radicale secondo cui ha la prevalenza la scelta individuale e non conta la dimensione naturale. L’osservazione conclusiva apre ad affrontare la questione con sguardo problematico: “Oggi il dibattito sul ‘gender’ è identificato con quest’ultima tipologia, che è la più insensata. Non bisogna però cadere nell’errore della ‘cattiva sineddoche’: prendere una parte del dibattito”.

Come osserva Serena Noceti (Ecco perché è sbagliato demonizzare il gender, in “Jesus”, maggio 2014, 5): “Sono evidenti i rischi di disgregazione dell’identità dell’umano insiti in queste teorie radicali, denunciati per altro dal Magistero. Queste teorie di genere rappresentano un esito, non l’unico. Ricorrere al gender non comporta di per sé pensare a un’insignificanza della differenza biologica; vuol dire essere consapevoli che ogni differenza fisiologica e genetica — di uomini e di donne, perché non stiamo parlando solo di femminile — non può mai essere pensata a prescindere dalla lettura culturale. La domanda sull’identità si colloca al crocevia tra “natura” e “cultura”, senza riduzioni indebite al solo dato della differenza biologica e senza restringimenti a letture di “ruoli sociali” che dalla biologia vengono fatti derivare”. Il dibattito ha investito la scuola anche in questo tempo di inizio dell’anno scolastico. Interessante è a tal riguardo la posizione espressa dall’Ufficio diocesano pastorale della scuola di Padova in un documento redatto da don Lorenzo Celi. Riflettere sul gender implica ripensare oggi l’identità, la crescita nella relazione, il superamento delle forme di violenza e di discriminazione talvolta presenti in modi nascosti e pervasivi.

Gesù si è messo dalla parte delle vittime e la sua scelta di fedeltà nel predicare un regno di giustizia e di fraternità l’ha condotto al processo alla condanna e poi alla morte. Al centro della sua vita ha messi i piccoli, i marginali. Seguirlo non può passare se non per l’accoglienza che da lui si riceve e che chiede di essere allargata e comunicata. E’ una chiamata per noi oggi a vivere una accoglienza che investe il cuore, di fronte a chi cerca ospitalità, casa, riconoscimento. L’incontro con i poveri, con chi cerca casa, lavoro, dignità è occasione per scoprire la nostra profonda identità, occasione per cambiare radicalmente il nostro stile di vita scegliendo le vie della condivisione.

Nel tempo della ‘terza guerra mondiale a pezzetti’ scoprire la via della sapienza è sfida attuale per noi. La via indicata dalla lettera di Giacomo suggerisce una sapienza che investe la relazione tra le persone, i popoli, e le culture. Sapienza in tale orizzonte significa tessere riconciliazione, lottare contro le soluzioni violente e di guerra nei rapporti umani. Sapienza è dono dall’alto e nel contempo è dono che ha il nome di Gesù Cristo. E’ un dono di incontro che genera responsabilità per promuovere non una pace indistinta ma una pace che sorge come frutto di scelte di giustizia. Come vivere oggi una fortezza mite di fronte al male e una tensione a costruire pace in relazioni giuste?

Alessandro Cortesi op

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Ss.Trinità – anno C – 2013

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(William Congdon, La Trinità)

Prov 8,22-31; Sal 8; Rom 5,1-5; Gv 16,12-15

In una scena del film Decalogo – 1 (1988) del regista polacco Kieslowski (http://youtu.be/UJtaztcliys) una mamma dice al suo bambino “Dio esiste… è molto semplice se ci credi”. Il bambino stupito e incuriosito allora le chiede: “E tu ci credi che Dio esiste?… Chi è? Lo sai?”
Lei rimane in silenzio e lo guarda, poi lo avvolge con le sue braccia e lo stringe a sè, gli accarezza i capelli: “Dimmi come ti senti adesso”.
Il bambino risponde: “Ti voglio bene”.
“Esatto – gli dice la madre – e Lui è questo”.
Dio come un abbraccio. Dio come presenza che nel silenzio si fa sentire e comunica il suo voler bene  è immagine di Dio come Amore che si dona e genera reciprocità.

Ha senso celebrare una festa che fa puntare lo sguardo sul volto di Dio se ci rendiamo disponibili a ricominciare ad apprendere modi nuovi di parlare di Lui, a lasciarci cambiare dalla sua Parola che dovrebbe piegare le nostre parole e cambiare tutto il nostro vivere. Tre parole tra le letture di questa festa possono accompagnarci ad accogliere il comunicarsi di Dio come presenza dono che reca in sé la radice di ogni comunione e di ogni amore.

La prima parola compare nella prima lettura ed è una parola insolita: ‘giocare’: “giocavo davanti a lui in ogni istante”. La pagina dei Proverbi parla infatti di Dio come presenza in relazione. Dio non è chiuso in una solitudine appagata, ma si comunica e fa spazio ad altro da sé: le cose, la creazione. Il suo agire è descritto come un percorso di attenzione e di cura. Tutta la sua fatica sta nel porre un mondo bello, un cosmo, dove sia resa possibile l’esperienza della bellezza. Di Dio si può parlare pensandolo nell’atto di una comunicazione di bellezza. Di lui si può trovare traccia in tutti i frammenti di bellezza disseminati, in ogni cosa bella che si contrappone a ciò che è perdita, negazione, abbrutimento, nelle cose e nella vita delle persone.

Come la bellezza è inutile, così anche la relazione. Dio non è solo, ci dice questa pagina, ma si comunica in una parola e in un soffio. La sua parola è indicata come sapienza, presenza quasi personificata, descritta nella figura di un architetto ed in quella di una bambina che gioca e si diletta mentre Dio organizza il creato. Come architetto che immagina e lascia libertà alla propria fantasia creativa, così la sapienza con cui Dio si comunica nelle cose è comunicazione capace di creatività. E come una bambina è la sapienza che sta accanto a lui e che l’accompagna. Dio non è chiuso nella solitudine ma è vita in relazione.

Anche il gioco come la bellezza, è tra le ‘cose inutili’ della vita. Ma forse proprio per questo compare in questo testo come esperienza in cui scoprire un aspetto del volto di Dio. Il Dio che sa giocare come bambino è il Dio delle cose gratuite, il Dio che sa perdere tempo e lasciarsi tutto prendere nella gratuità del gioco. Come i bambini, catturati dalla magia di vicende immaginarie o dalla fantasia che trasforma semplici pezzi di legno in mirabolanti strumenti che trasfigurano tutta la realtà. Come i bambini che nel gioco costruiscono complesse storie insieme immaginandosi personaggi di altri mondi e faticano ad abbandonare i loro giochi quando sono chiamati all’ora di pranzo e della cena. Come i bambini che nel gioco imparano a rapportarsi scoprendo in chi condivide dei compagni indispensabili e realizzando sintonie meravigliose. Quanto tempo ‘perso’ nei giochi dell’infanzia ma anche nei giochi dell’età adulta è tempo ricordato con nostalgia, con piacere  profondo e con la consapevolezza che è stato tempo pieno e di scoperta di cose essenziali.

Il giocare dei bambini, quest’esperienza così determinante per la crescita e nello stesso tempo così lontana dalle programmazioni e dalla strutturazione di contenuti e modalità di apprendimento è un grande riferimento per comprendere qualcosa di Dio. Il Dio del gioco è il Dio che sa gioire di ciò che non produce, di ciò che non è calcolato sull’efficienza. Gioisce della relazione e della gratuità che il gioco reca sempre con sé.  Il gioco, esperienza di libertà e di piacere, esperienza che scardina le logiche del dovuto, di quella fissità che rende ostici e indigeribili i discorsi religiosi. Uno dei maggiori teologi contemporanei Jürgen Moltmann ha dedicato una sua opera a riflettere proprio sul gioco (Sul gioco. Saggi sulla gioia della libertà e sul piacere del gioco, ed. Queriniana Brescia 1988), come la caratteristica di Dio ma anche come esperienza di liberazione e di scoperta delle profondità della vita umana.

“Ci si libera nel gioco, e cioè giocando, dalla pressione dell’attuale sistema di vita e ridendo si riconosce che le cose non devono stare così come stanno e come viene asserito da tutti che così devono stare” (ibid. 25). Il gioco ha una portata eversiva nella vita umana ed apre a percorsi di liberazione. “Per questo la creazione è un gioco di Dio, un gioco della sua sapienza senza fondo e origine. Essa è lo spazio per il dispiegamento della magnificenza di Dio” (ibid. 32). Il Dio che crea non è solamente un Dio proteso a produrre, a programmare, a costruire come Deus faber, ma è il Dio poeta, che si apre a comunicare se stesso, alla gratuità del dono e della gioia dell’incontro, all’esistenza con gli altri. E questo dice anche una possibile immagine di umanità, in cui la chiamata ultima è scoprirsi in relazione, dove la persona “si rallegra della grazia che gli dà tutto gratuitamente e spera in un nuovo mondo in cui tutto si dà e si ha gratuitamente” (ibid. 54)

Una seconda parola è ‘amore versato’: “L’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori dallo Spirito santo che ci è stato donato”. Un volto di Dio comunione apre a considerare come la nostalgia insita nel cuore umano, il desiderio di comunione costituisce un luogo in cui accogliere la chiamata fondamentale alla relazione che è di per sé esperienza aperta ad una dimensione fontale. Dio che si comunica nell’umanità di Gesù e nel dono dello Spirito è Dio relazione. La sua identità più profonda può essere solo evocata con immagini come la danza di amore, la circolarità di sguardi, l’abbraccio che unisce o con l’immagine appunto del darsi, del ‘versare’. Paolo con linguaggio appassionato presenta la vicenda che ci coinvolge: lo Spirito è stato effuso, versato nei nostri cuori. Ci sono risorse immense di comunicazione nel cuore umano e queste trovano la fonte in colui che è presenza dono, nella relazione che è costitutiva dell’esistenza di Dio stesso e dell’uomo.

Una terza parola è ‘guida’: “Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera”. E’ consolante pensare che Gesù non ha offerto ai suoi e a noi definizioni e possessi. Ha invece aperto strade, ha indicato percorsi di vita che devono rimanere aperti in ogni momento e sono quindi apertura di speranza. Per tutti. Gesù ha aperto all’ascolto da attuare in modi sempre nuovi. Suggerisce come la vita si definisce come cammino al seguito di una guida e si tratta di inseguire qualcuno che precede: lo Spirito guida e accompagna nella via e verso la verità tutta intera. Per il IV vangelo via e verità non sono qualche cosa, ma sono qualcuno: via è Gesù come senso più profondo della nostra esistenza. E di lui, e del suo vangelo non tutto è accolto pienamente e compreso e vissuto. La sua è stata esistenza per gli altri nella promessa di una esistenza insieme, nell’offerta d una comunione, Gesù ha così reso vicino nei suoi gesti ospitali l’ospitalità, l’accoglienza e la relazione come tratto essenziale del volto di Dio. Ma non sono questi i tratti che rendono anche gli uomini e le donne più umani? Vivere una festa in cui pensare al volto di Dio come relazione e amore di dono e reciprocità aperta rinvia a scoprire la via per realizzare ogni giorno la fatica di diventare più umani, capaci di gioco, di gratuità, di relazione.

Alessandro Cortesi op

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