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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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II domenica di Quaresima – anno C – 2019

Abramo ChagallGen 15,5-12.17-18; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36

“Quando fu tramontato il sole, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse un’alleanza con Abramo”. Un modello di alleanza tra popoli diviene segno per indicare ciò che è indescrivibile: l’esperienza dell’irrompere di Dio e della sua chiamata nella vita di Abramo.

Secondo l’antico rito due gruppi che facevano pace dopo una guerra dovevano passare tra gli animali divisi per impegnarsi in un nuovo legame di fedeltà. Il loro gesto alludeva al dire: ‘accada a me come a questi animali se non rispetto il patto che da ora ci lega’. Era questo il segno espresso con il ‘tagliare un patto’, (da cui l’ebraico berit, alleanza).

Il rapporto tra Dio e Abramo è così presentato come un incontro. E Abramo diviene l’amico di Dio nel legame nuovo che ha inizio. Un impegno di fedeltà prima di tutto di Dio stesso. Nella scena biblica tra gli animali squartati al tramonto passa solamente ‘un forno fumante e una fiaccola ardente’. Il fuoco indica la presenza di Dio, fiaccola che arde e il forno fumante richiama al fumo che nasconde come sarà nel Sinai per Mosè quando alla consegna della Legge tutta la montagna divenne fumante.

Ma in mezzo a quegli animali non passò Abramo. L’impegno è unicamente da parte di Dio, e da Lui solo. In quel tramonto l’alleanza si compie come dono di fedeltà da parte di Dio che s’impegna a non far venir meno la sua promessa. Ad Abramo è solamente richiesto l’abbandono, nella fiducia disarmata. A lui è chiesto di vivere sospeso alla promessa e alla memoria di quell’esperienza espressa nei termini di un rito di allenaza ma che è in radice esperienza interiore di scoprirsi chiamato da Dio e con lui la sua discendenza come le stelle del cielo, in un disegno di comunione. Affidandosi senza riserve. E così ‘Abramo credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia’ (Gen 15,7).

La Pasqua è compimento della promessa di fedeltà di Dio che s’impegna ad essere il ‘Dio vicinissimo’ ad Abramo e, in lui, a tutti coloro chiamati a quel medesimo cammino di uscita e di pellegrinaggio che è la vita stessa.

La trasfigurazione è racconto ricco di simboli: può essere ricordo di un momento di preghiera vissuto accanto a Gesù, o anche un riferimento all’esperienza dell’incontro con lui vivente dopo la Pasqua. Tutto in questa pagina fa riferimento ai giorni della Pasqua: nel dialogo con Mosè ed Elia ‘parlavano del suo esodo che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme’. Gesù sul monte viene indicato dalla voce: ‘questi è il Figlio mio, l’eletto, ascoltatelo’

Luca parla di metamorfosi, evento conosciuto nel mondo greco. Descrive così l’aspetto di Gesù nei termini in cui si parla di Mosè nell’esodo dopo la discesa dal Sinai: con il volto risplendente di luce poiché aveva parlato con Dio (Es 34,29-30). L’intera vita di Gesù è cammino di un nuovo esodo, e di una salita. Come Israele uscì dall’Egitto e salì verso la terra promessa, così Gesù, dirigendosi a Gerusalemme apre un esodo nuovo.

L’ esito di questa salita sarà il calvario e la croce ma ancora oltre, perché si compie nella salita al Padre: movimento che Luca descrive come un salire per stare accanto al Padre. E’ una salita non solo di Gesù ma anche di tanti altri con lui. L’incontro con lui, nel suo passare accanto a noi è esperienza che apre a condividere la comunione con il Padre.

Tutto il cammino di Gesù è orientato a Gerusalemme: una luce è presente nel suo volto umano. Nella ‘normalità’ della sua esistenza si può scorgere una luce. Così nei tratti del suo volto crocifisso si può cogliere la luce che è l’amore del Padre che ha misericordia e dona il perdono.

L’invito conclusivo è ‘ascoltatelo’ (cfr. Dt 18,15): Luca richiama all’ascolto di Gesù e all’ascolto del comunicarsi di Dio nella umanità. La nube ricorda che la presenza di Dio è sempre velata e non afferrabile dallo sguardo, ma sta vicino e accompagna.

Paolo, alla comunità di Filippi a cui è profondamente legato indica la speranza che lui ha sperimentato nell’accogliere Cristo ‘Gesù Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso’: tutto della nostra vita è portato nella comunione con Dio: la Pasqua è risurrezione di Cristo che coinvolge l’umanità in questo dono di vita nuova e di speranza per tutti.

Alessandro Cortesi op

Donald TrumpLa nube e la firma

Dio non firma libri: con questo titolo Michele Serra sigilla la sua riflessione quotidiana nella rubrica ’Amaca (“la Repubblica” 12 marzo 2019). Questa volta si sofferma sul gesto sconcertante e indecente (nel senso etimologico della parola: ‘che si pone contro il decus/decoro’) del presidente degli Stati Uniti che, inseguendo un costume assai diffuso negli eventi di presentazioni di libri, ha voluto offrire occasione di contatto con i suoi fans apponendo la sua firma non su di un libro da lui scritto – cosa peraltro difficile solo a pensarsi – ma su Bibbie che gli venivano portate dai fan convinti di essere fedeli osservanti del messaggio lì contenuto.

“Vedere Donald Trump che autografa Bibbie, in Alabama, come un battitore che firma palline da baseball, non fa pensare alla religione, ma al marketing politico nella sua forma più miserabile. Le ha firmate sulla copertina, quell’omone protervo, con un tratto smodato di pennarello, e i fedeli (suoi e di Dio) non solo non hanno trovato niente da ridire, non solo non gli hanno detto “guardi che non si fa, guardi che quella sarebbe la parola di Dio”, ma parevano estasiati”.

Quella firma apposta sul libro come un segno di controllo e di dominio, come una pretesa di possederne il segreto e di averne chiari i significati è gesto di una protervia inaudita e tanto più sorprendente per l’assenza di reazioni di indignazione da parte di chi gli stava intorno. Un gesto che rivela in modo spudorato il modo di intendere la religione come instrumentum regni, un utilizzo dei simboli religiosi staccati totalmente dal messaggio che recano. La Parola di Dio contenuta in quel libro per i credenti è parola che non può mai essere ridotta nei confini di progetti umani, richiama sempre ad un limite, va ascoltata come parola altra non riducibile ad alcun progetto politico o economico e tanto meno di un potere che si fa dominio e oppressione.

Anche per chi non condivide la fede nella Scrittura come Parola di Dio, come ben osserva Serra, tale gesto appare non tanto blasfemo, ma scostumato. Com’è scostumato un volgare bullo che pretende di imporre la sua presunta grandezza senza riconoscere la sua reale condizione di pover’uomo. E che pur nutre pretese di conoscere la Bibbia (forse senza mai averla lette) e di essere all’altezza delle parole contenute in quel libro.

“Di tutte le affettazioni e le ipocrisie che il potere genera a ciclo continuo, la confidenza con Dio è forse la più turpe. Non perché sia indimostrabile (e lo è), ma per l’orribile sproporzione tra la statura del potere e la dimensione del sacro. Vale anche per chi bacia il rosario ai comizi”.

Appaiono in questi gesti chiari i confini tra una fede vissuta nei termini di apertura all’oltre, magari vissuta nel segreto del cuore da chi dicendosi ateo ricerca un volto autentico di Dio, che per chiunque anche credente rimane avvolto nella nube, e una religione asfittica e depravata, attitudine che si fa alienazione e capovolgimento della fede stessa:

“Ci sono atei che abbracciano le stelle, e vivono nel rispetto della vita e della morte. E ci sono ferventi ultras di questa o quella Chiesa che dimostrano lo stesso tasso di spiritualità di un paracarro”.

Alessandro Cortesi op

II domenica di quaresima – anno B – 2018

IMG_2209.jpgGn 22,1-18; Rm 8,31-34; Mc 9,2-10

Nelle prima letture del tempo di quaresima in quest’anno siamo accompagnati a ripercorrere una storia di alleanza in cui anche le nostre storie personali si collocano.

La narrazione della legatura di Isacco è passaggio decisivo nell’alleanza con Abramo può essere definito ‘il sacrificio del sacrificio’. Il racconto costituisce espressione della scoperta di un volto nuovo di Dio: non è Dio violento che vuole la morte ed esige i sacrifici umani, ma Dio della promessa e della vita.

Abramo risponde alla chiamata con disponibilità radicale. Fino a costruire l’altare e sistemare la legna per restituire a Dio quel figlio che era il segno della promessa di Dio stesso. Sul monte Mòria, indicato dal Signore, Abramo sale insieme ad Isacco. Ma un angelo del Signore sventa il suo gesto. Abramo messo alla prova nella sua fede scopre che il Dio dell’alleanza non chiede la morte dei suoi figli.

Abramo ha sperimentato che la chiamata di Dio è totale, e pone la vita in un cammino di fede mai concluso, come ascolto alla sua Parola. Ma a lui Dio si rivela come Dio della vita, donatore di una discendenza ‘come le stelle del cielo e come la sabbia del mare’, Dio della vita e della benedizione. E’ il Dio che benedice e che lo rinvia ad un cammino di ascolto: ‘tu hai obbedito alla mia voce’.

Paolo ha probabilmente davanti a sé la vicenda di Abramo quando si rivolge ai cristiani di Roma dicendo: “se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà ogni cosa insieme a lui?”

La consegna è il movimento di tutta la vita di Gesù: davanti al Padre e per gli altri. Liberamente ha consegnato se stesso e tutta la sua vita sta nella linea del dono. E’ da scorgere in quest’orizzonte il senso del termine ‘sacrificio’ che si presta tuttavia a profonde incomprensioni. In Gesù è dono di sé, fino alla fine, vissuto nella solidarietà con le vittime.

Nel suo consegnarsi la sua vita manifesta il volto del Padre che consegna egli stesso il Figlio e in lui il suo amore. Gesù vive così il restituire tutto al Padre perché tutto ha ricevuto.  In Gesù si svela il volto del Padre che consegna e si consegna nel Figlio.

Il dono di sé è ciò che vive Gesù nella sua Pasqua. Marco pone il racconto della ‘trasfigurazione’ al centro del cammino di Gesù, offrendo così una chiave per comprendere la sua morte.

Marco usa un verbo al passivo: “fu trasfigurato” per esprimere un evento che coinvolge la persona di Gesù. E in questo passivo è celato il rinvio all’azione di Dio stesso. Quanto Gesù compie ha radice in Dio stesso. Questo racconto parla della Pasqua di Gesù. Il monte rinvia all’altura del Calvario. Accanto a Gesù compaiono tre discepoli, gli stessi che saranno con lui nell’orto del Getsemani (Mc 14,33). La luce che irrompe e splende parla della vita e della gloria del risorto.

La presenza di Mosè e Elia suggerisce il riferimento al percorso delle alleanze di Dio. Marco offre così un collegamento con la passione e la morte di Gesù nel suo consegnarsi al Padre e agli altri. Al centro la luce del suo corpo in vesti così bianche che ‘nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche’: la sua è una esistenza luminosa nell’amore che risplende e comunica. Pietro propone di fare tre tende, con allusione alla festa ebraica delle capanne, la festa che anticipa il riposo della fine dei tempi e ricordando il luogo della ‘dimora’ di Dio: ora la dimora è la stessa umanità di Gesù.

La nube che avvolge nell’ombra, evocazione della presenza di Dio nella tradizione dell’Esodo (Es 16,10;24,18) lascia spazio ad una voce: “Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo”. Anche qui come al momento del battesimo al Giordano, la voce indica Gesù come il Figlio: è il mistero della sua identità. Ora la voce è rivolta ai discepoli e invita ad ascoltare lui.

All’inizio del percorso quaresimale la liturgia della Parola ricordando l’alleanza con Abramo provoca ad interrogarci sul cammino della fede e dell’ascolto del Signore Gesù seguendo la via che ha percorso.

L’episodio della trasfigurazione è un testo pasquale: il cammino di Cristo verso la croce, come scelta di dono di sé e di servizio è via che rivela una luce inaccessibile, la luce del volto di Dio. Il progetto di Gesù è associare i suoi nella sua strada. Il nostro cammino verso la pasqua quest’anno può essere percorso di speranza: nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio

Alessandro Cortesi op

 

the-sacrifice-of-isaac-1966(M.Chagall, Il sacrificio di Isacco, Nizza – Musée National Message Biblique Marc Chagall, 1960-66)

Slegare

Al centro della narrazione di Gen 22 sta un gesto con il coltello: anziché uccidere il figlio, Abramo taglia la legatura che teneva bloccato Isacco.

“C’è motivo se questo episodio dell’Antico Testamento ha tanto appassionato pensatori come Kierkegaard e Derrida, ed è la sua natura di sacrificio sospeso. La mano di Abramo non sferra il colpo, perché qui la vera vittima non è Isacco, ma il dispositivo del sacrificio. In questo modo il figlio si pone come l’’insacrificabile’, (…) Ecco, il fatto che l’uomo, nella sua singolarità, sia sottratto per sempre al sacrificio rappresenta, secondo me, la più importante acquisizione politica del cristianesimo”. (Massimo Recalcati, Intervista a cura di A.Zaccuri, Lo psicanalista. Massimo Recalcati: ‘Oltre la logica del sacrificio’, La Repubblica 3 dicembre 2017)

Così afferma Massimo Recalcati in un’intervista in cui ripercorre la sua ricerca ed il modo in cui proprio attraverso la psicanalisi è giunto a riscoprire le radici bibliche di questa scienza e scorgere come psicoanalisi e cristianesimo “hanno in comune l’obiettivo di sacrificare il sacrificio”. E’ quanto articola in modo ampio nel suo libro Contro il sacrificio (ed.Cortina 2017).

Egli sottolinea che: “la mistica del sacrificio sta alla base di tutte le ideologie totalitarie, dal nazismo allo stalinismo, fino ai fondamentalismi nostri contemporanei. Nel momento in cui ci rendiamo conto che in questa accezione lo ‘spirito di sacrificio’ è estraneo al cristianesimo, diventa impossibile cancellare l’uomo in nome di un presunto ideale. Più in profondità, il fatto di riconoscere in ogni uomo il volto di Dio ci permette di stabilire relazioni reciproche libere e feconde, che si fondano sulla consapevolezza del carattere insacrificabile della singolarità di ciascuno» (Intervista a Massimo Recalcati, “La Repubblica” 3 dicembre 2017)

S. Kierkegaard nella sua opera Timore e tremore aveva offerto una lettura di questa pagina cogliendo in esssa il dramma del conflitto tra due tipi di leggi che non possono stare insieme, la legge etica umana quella che chiede la responsabilità del padre nei confronti del figlio, e la legge di Dio che richiede un’obbedienza senza limiti religiosa. Abramo è posto davanti a un aut aut nel suo essere “cavaliere della fede”.

Nel suo approccio dal punto di vista psicanalitico Recalcati osserva come la questione riguardi il rapporto con Isacco in quanto figlio della promessa. La richiesta da parte di Dio al cuore di questa pagina non è il sacrificio, piuttosto è una grande provocazione a slegare, a lasciare andare. Dio richiede ad Abramo la rinuncia a possedere ed ad intendere proprietà tutto ciò che è dono nella vita, anche il figlio della promessa. E’ proposta di un amore che lascia la libertà dell’altro e lo libera dal considerarlo proprietà. L’amore come responsabilità che apre e scioglie.

“Non è forse questo il gesto che più di ogni altro riflette il dono di un padre e di una madre? Saper abbandonare, dopo averli amati e cresciuti, i loro figli nel deserto dell’esistenza? Non a caso Sara morirà all’indomani del ritorno di Abramo. E Isacco potrà trovare moglie in Rebecca solo una volta disceso senza la compagnia del padre dal monte Moria” (M.Recalcati, Il gesto di Abramo padre tormentato tra amore e timore, “La Repubblica” 15 maggio 2016).

“La croce di Gesù è l’atto di donazione in cui la Legge trova compimento Ma già in Isacco viene salvaguardata la singolarità dell’essere umano”.

In un Midrash, che riporta i commenti rabbinici a Genesi, (Midrash Bereshit Rabba 3) nel commento a Gen 22,6: “Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco” il commento rabbinico segnala: “come quello che porta la sua croce sulla spalla”. Tale interpretazione accosta il profilo di Isacco che porta la legna del sacrificio a quello di un uomo che porta la croce. E’ lettura rabbinica che lascia aperte interpretazioni e interrogativi.

Una lettura cristiana di questa pagina è attestata nella Lettera agli Ebrei (11,17-19): Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: Mediante Isacco avrai una tua discendenza. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo”. In Isacco è vista un’allusione a Gesù, la sua morte e risurrezione, a colui che si avvia verso il Golgota «portando la croce» (Gv 19,17).

Una lettura artistica del gesto di Abramo può essere colta in una grande tela di Marc Chagall dal titolo Il sacrificio di Isacco (1966) in cui in primo piano sta il volto di Abramo nel momento in cui la sua mano su Isacco legato. Essa è fermata nello scendere di un angelo a braccia aperte a fermare la sua mano, e sullo sfondo si può scorgere la figura di Gesù «come colui che porta la propria croce sulla spalla». Figura questa – nella simbologia di Chagall – delle sofferenze dell’intero popolo ebraico e insieme di tutta l’umanità che porta sulle sue spalle il peso della violenza e dell’oppressione.

Alessandro Cortesi op

 

II domenica di Quaresima – anno A – 2017

(Giovanni Bellini, Trasfigurazione, 1478 part.)

Gen 12,1-4a; 2Tim 1,8b-10; Mt 17,1-9

Quaresima è tempo per pensare l’esperienza di credenti come un viaggio. La fede è cammino: uscita da sicurezze per vivere accogliendo una chiamata di Dio. Nelle domeniche di questo periodo sono delineati alcuni tratti di tale cammino: la tentazione, la bellezza e la passione, la ricerca e la sete, l’apertura alla luce, la scoperta della vita come dono, la via della croce. In questa domenica sono indicati i caratteri del viaggio e del legame tra via della croce e risurrezione: ‘sul monte Gesù manifestò la sua gloria e indicò agli apostoli che solo attraverso la passione si giunge alla risurrezione’.

Il cammino di Abramo è storia di fede suscitata dalla chiamata del Dio della promessa. ‘Va’, lascia…’: Abramo sulla base di questa parola abbandona una situazione conosciuta e si apre ad un futuro nascosto nelle mani di Dio. ‘Farò di te un grande popolo e ti benedirò… in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra’. La sua vita si allarga a relazioni nuove: sarà benedizione per altri in una dimensione che oltrepassa i confini del prevedibile. E’ chiamato a superare la fatica del non vedere, la delusione, il dubbio passo dopo passo, non una volta ma quale costante del suo cammino. L’affidamento a Dio non è di un istante ma deve rinnovarsi. Le vie di Dio non sono le vie dell’uomo. Nella vicenda di Abramo è così delineato il cammino di ogni credente.

Al cuore del vangelo di Matteo il racconto della trasfigurazione fa intravedere il senso del cammino di Gesù. In questo racconto è racchiusa la testimonianza pasquale: il crocifisso è risorto. Il volto del messia che segue la via della passione è il medesimo volto del risorto. La sua risurrezione è vittoria del male e della morte ed acquista il suo senso se si guarda alla via del dono e del servizio che Gesù ha percorso in fedeltà al Padre. Gesù incontra fallimento e rifiuto ma viene confermato da Dio perché la sua vita è stata segnata dall’amore.

Matteo situa questa pagina subito dopo l’annuncio della passione e dopo le parole di Gesù ai discepoli per seguirlo sulla via in cui troverà ostilità e rifiuto fino alla morte. Gesù sta camminando verso Gerusalemme ma il suo volto sul monte risplende di luce: le sue vesti divengono splendenti. Matteo riprende riferimenti al libro di Daniele che parla dei tempi ultimi: “ecco, mi apparve un uomo vestito di lino con i fianchi cinti da oro puro. Il suo corpo era come il crisolito, il suo aspetto come la folgore, i suoi occhi come fiamme di fuoco… appena udii il suono delle sue parole caddi stordito con la faccia a terra” (Dan 10,6). La luce che avvolge il monte è un aiuto per scorgere il senso profondo del cammino di Gesù.

Gesù è presentato insieme a Mosè ed Elia che conversano con lui. Questo ricordo rinvia all’intero percorso di Israele, la legge e i profeti. Elia (2Re 2,11) come Enoc (Gen 5,24) era figura attesa alla fine dei tempi. Tutto il contesto poi rinvia al deserto, dove Mosè sul monte Sinai visse l’esperienza dell’incontro con Dio e il dono della legge.

Il monte, lo splendore, la nube, la voce richiamano l’esodo e il manifestarsi della vicinanza di Dio (la sua gloria) che accompagnava il cammino del popolo nel segno della nube: “Allora la nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì la dimora. Mosè non poté entrare nella tenda del convegno, perché la nube dimorava su di essa e la gloria del Signore riempiva la dimora…la nube del Signore durante il giorno rimaneva sulla dimora, e durante la notte vi era in essa un fuoco, visibile a tutta la casa d’Israele, per tutto il tempo del loro viaggio’ (Es 40,34-38)

L’umanità di Gesù è ora tenda e dimora in cui si rende vicino l’amore del Padre. In questo momento Pietro si rivolge a Gesù e chiamandolo ‘Signore’ titolo del risorto, riconosce già nel volto di colui che si prepara a vivere la via della croce il profilo del risorto. Il riferimento alle tende fa pensare alla festa delle capanne, ricordo dell’esodo, festa di attesa messianica. Nelle parole di Pietro che esprime il desiderio di fermarsi, di costruire tre tende, sta l’annuncio che ormai i tempi del messia sono giunti (2Pt1,16-18).

Il racconto della trasfigurazione di Gesù sul monte è quindi ricco di teologia. Può essere il ricordo di un momento intenso di preghiera, ma è anche racconto pasquale: intende esprimere ed annunciare una testimonianza sull’identità di Gesù. Al momento del battesimo la voce divina aveva indicato l’identità di Gesù come messia (Mt 3,17). Sulle acque del lago i discepoli lo riconoscono come messia: ‘tu sei veramente il figlio di Dio’ (Mt 14,33). Anche Pietro lo riconosce come Figlio di Dio, cioè messia (Mt 16,16). Il messia ha il volto di colui che percorre la via del dono e del servizio ed è il risorto.

Questo racconto non solo parla di chi è Gesù, ma racchiude anche un messaggio sul volto dei discepoli: questi sono coloro che sono chiamati a seguire Gesù sulla medesima via. Sono coloro che avvertono il desiderio di fermarsi: ‘è bello per noi stare qui’, ma sono inviati a stare nel cammino. I discepoli infine sono coloro che accolgono l’invito: ‘Ascoltatelo’.

La quaresima può essere tempo in cui lasciare spazio al silenzio ed alla povertà dell’ascolto della Parola di Dio ed al seguire Gesù.

Alessandro Cortesi op

(René Magritte, La Reponse imprévue, 1933)

Credere, andare, vedere oltre

Nel 1960 l’artista francese Magritte dipingeva un quadro che intitolò “l’atto di fede” (L’acte de foi). Circa trent’anni prima aveva dipinto un altro quadro in cui compare il medesimo motivo della porta a lui caro, che intitolò La réponse imprévue. In esso è raffigurata una porta chiusa contornata da una parete color rosso mattone. La porta è ben chiusa e tuttavia uno squarcio la rende vuota al suo interno. E’ infatti sfondata e si può cogliere come oltre quel limite ci è un altro spazio. Il pavimento della stanza infatti continua oltre la soglia. Ma lo spazio al di là è solo parzialmente visibile perché un’ombra buia impedisce di scorgere cosa vi sia oltre. La porta chiusa nella pittura di Magritte intende esprimere una dimensione della realtà entro la quale si realizza la nostra percezione che è bloccata. La maniglia sigilla questa chiusura.

Tuttavia questa porta non impedisce di guardare al di là, perché uno squarcio la sfonda e le linee della rottura disegnano una sorta di umano ritagliato senza precisione. L’apertura è così invito ad oltrepassare la porta stessa con lo sguardo, ad andare al di là, a scorgere dimensioni più lontane, oltre le chiusure e i muri.

Se La Reponse imprévue fa intravedere uno spazio nero, insondabile, oltre la porta, il dipinto del 1960, L’acte de foi rappresenta un diverso orizzonte. Ancora compare il motivo del muro e della porta. Qui la porta è di un interno di casa signorile, laccata di bianco, ancora è contornata da un muro rosa. Ma la porta è sfondata questa volta non su uno spazio d’ombra, ma su un balconcino delimitato da una ringhiera che si affaccia su un cielo notturno. Oltre il balcone un cielo e un mare – forse? – indistinto dal cielo, e sullo fondo il profilo di un esile spicchio di luna. Un cielo notturno sta al di là della porta chiusa. E’ possibile osservarlo solamente attraverso lo squarcio della porta sfondata, andando oltre la sagoma disegnata. Oltre la porta c’è ancora un’oscurità, ma in questo dipinto è oscurità notturna, illuminata.

La pittura di Magritte non è pittura di definizioni o di risposte; è piuttosto arte che richiama al valore delle immagini che non sono al servizio delle parole ma rivendicano la loro autonomia: un linguaggio diverso dalle parole, evocativo di percorsi unici. Le immagini non fungono a rappresentazione di pensiero ma  sono pensiero esse stesse, tentativo di andare oltre le illusioni, allegoria che dà a pensare. Nella porta sfondata è racchiuso un invito ad andare oltre, a volgere lo sguardo ad una realtà che ha dimensioni più profonde di quella che trattiene il nostro quotidiano. Oltre ad essa c’è una oscurità da affrontare, ma anche la prospettiva di una luce verso cui andare. E’ invito a partire, a solcare la soglia per entrare in orizzonti che sembravano chiusi e che invece sono aperti oltre il reale a portata di mano. E’ anche invito a vivere la fede come oltrepassamento per non lasciarsi rinchiudere entro un mondo dove tutto sembra sia chiaro e spiegato entro confini determinati.

L’Acte de foi può essere una immagine che fa scorgere la dimensione della fede come viaggio, come un andare oltre. E d’altra parte indica come la fede stessa sia immersione in un ‘oltre’ fatto di oscurità, ma anche di spazi sconfinati solcati da luce, pur nella notte, per entrare in una realtà più autentica di quella che appare a portata di mano e che delimita e racchiude. Richiesta di superamnto di barriere. La porta sfondata evoca un passaggio di sfondamento per liberarsi dall’illusione, per scorgere la molteplicità che sta dentro al reale, per non lasciarci rinchiudere nel dominio di parole ma lasciarsi guidare dalla luce.

(René Magritte, L’acte de foi, 1960)

Domenico Pompili, vescovo di Rieti, zona toccata dal terremoto dell’estate e autunno 2016 ha scritto una lettera pastorale intitolata “L’atto di fede” riflettendo su come vivere la condizione di chi è stato segnato fortemente dall’esperienza dei lutti, della distruzione e della paura del terremoto. Verso la conclusione di questa lettera riprende il riferimento al quadro di Magritte annotando: “in questo attraversare in prima persona le macerie di un mondo da ricostruire siamo anche, noi per primi, a guardare la vita dalla prospettiva di quella porta sfondata. Pronti a quel salto non garantito che è l’atto di fede adulta. Più vicini alla verità, più capaci di sentire nelle fibre del nostro essere che si può vivere, con dignità e umanità, senza muri, ma non senza fede. Che poi è corda, legame, senso della connessione di tutto con tutto. Sapere che ogni nostro gesto, parola, silenzio porta inevitabilmente qualcosa nell’universo, dà forma al mondo.” (D.Pompili, L’atto di fede, Lettera pastorale 2017)

Alessandro Cortesi op

 

 

XVII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0440Gen 18,20-21.23-32; Col 2,12-14; Lc 11,1-13

“Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?”. Abramo è il padre dei credenti, nel suo cammino si può ritrovare il percorso di ogni credente. Ha vissuto l’accoglienza di una speranza inattesa, ha ricevuto la promessa di futuro e discendenza nel segno delle nelle luci di un cielo stelato, ha scoperto la presenza di un Dio vicino e fedele nell’alleanza. Nei volti degli stranieri giunti alla sua tenda ha accolto la visita di Dio nella sua vita. Di Abramo si ricorda anche il suo atteggiamento verso la città, il suo intercedere per un mondo vasto in cui forse vi è la presenza di alcuni giusti. La sua preghiera si fa speranza di cambiamento per la città inospitale, fondata sul seme dei giusti. La sua preghiera è espressione della sua fede in Jahwè. Abramo è il credente che sta davanti a Dio e intercede per altri. Non difende la città empia dall’ira di un Dio assetato di vendetta; piuttosto diviene nella sua preghiera specchio della speranza di Dio che non vuole la morte del peccatore. La sua preghiera svela il volto di un Dio che non vuole il male, ma desidera che ogni male sia vinto e superato nella scelta del bene. Svela anche il volto di un Dio che desidera che la sua cura divenga quella del suo fedele. Abramo assume il profilo di colui che in se stesso reca l’immagine stessa di Dio, specchio della ricerca di Dio di un solo giusto che possa essere segno di salvezza per tutta la città.

La preghiera di Abramo sembra trovare eco e interpretazione nelle parole di Etty Hillesum riportate nel suo Diario in data 11 di luglio del 1942 (uno Shabbat). Così scriveva nel tempo della violenza e dello sterminio: “Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi… Sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita? E quasi ad ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi».

Per Abramo la preghiera si fa eco della speranza di Dio, che nella grande città si attui un cambiamento. Abramo diviene uomo capace di non rimanere ripiegato su di sé. E’ aperto a de-centrarsi: la sua fede lo spinge a farsi carico di una storia segnata dal peccato, scorge come la sua esperienza può divenire vita per altri. La sua preghiera è anche sguardo all’invisibile, tensione a scorgere che vi è nella storia la presenza di alcuni giusti, una presenza spesso nascosta. Ma proprio tale presenza è preziosa: un solo giusto può essere seme di cambiamento per tutti. La preghiera diviene luogo non tanto per cambiare Dio ma per cambiare l’idea di Dio che abbiamo, convertendoci al Dio dell’alleanza e della promessa di vita.

Nel vangelo di Luca Gesù ad un certo punto viene sollecitato dai suoi ad insegnare a pregare ‘come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli’. Gesù ‘si trovava in un luogo a pregare’: quando ebbe finito i suoi discepoli si rivolgono a lui. Gesù viveva la sua preghiera nel prendere le distanze dalle folle, nella solitudine, non si appoggia su altri elementi, è indicazione della suo spazio dato all’incontro con il Padre nella sua vita.

Ai suoi indica che la preghiera non è una pratica da eseguire. Piuttosto è imparare a stare davanti al Padre riconoscendolo come Presenza non per qualcuno solamente ma ‘nostro’. Le poche parole che Gesù lascia ai suoi indicano la debolezza del pregare. Pregare non è riducibile a fare qualcosa, ma si racchiude nel riconoscersi accoglienti: è vivere nella confidenza e affidamento, invocando il regno, rivolgere a Dio un balbettio di bambini, scorgere che ha cura di noi.

Le parole sono poche indicazioni, rinvio a scoprire che Dio è vicino nella nostra storia. Il suo nome, la sua santità si sta manifestando, il regno sta venendo. Accogliere il suo nome coinvolge. La parola chiave è allora ‘Padre’, indicato come ‘nostro’, che contrasta ogni logica di ridurre a Dio e la vita stessa ad una questione di proprietà e di vantaggi in senso individualista.

Le prime due richieste riguardano il realizzarsi del progetto di Dio: il suo nome ci è comunicato, il regno viene. Dio rivela il suo nome quando libera e salva, ed attua il regno quando prende la parte degli oppressi liberandoli. Le altre richieste, sono il pane, il perdono e la fortezza nella prova. Il pane è necessità quotidiana e semplice dell’uomo, che reca con sé il simbolo della condivisione. Il perdono è dono senza confini che ha origine da Dio, e passa attraverso i percorsi umani di riconciliazione. E’ dono da invocare e ricevere, ed è anche via sulla quale scoprire la possibilità di rapporti nuovi. L’ultima invocazione è di non soccombere nella prova. Nel momento della sua prova Gesù vive un affidamento radicale al Padre (Lc 22,39-46).

In queste parole confluiscono come due corsi d’acqua lo sguardo al regno e l’impegno per rapporti nuovi in una storia di riconciliazione. Il Padre dona lo Spirito santo, la sua stessa vita. Luca ricorda che la preghiera reca in sé fecondità non secondo calcoli umani, ma oltre ogni attesa: ‘Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate vi sarà aperto’.

Alessandro Cortesi op

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Intercedere

E’ sempre difficile passare in mezzo e attraversare. E’ passaggio irto di pericoli ogni attraversamento sul confine tra terre lontane e situazioni diverse. Inter-cedere è attitudine di chi sceglie di porsi nel mezzo, di non farsi da parte con indifferenza, di non assumere una visione semplicistica, soprattutto di fronte a chi è responsabile di male. Intercedere è movimento di chi vive la consapevolezza di essere inserito in una rete di relazioni, in cui scoprire la propria responsabilità. Chi intercede sa cogliere le differenze, e sa distinguere: anche di fronte all’ingiustizia, alla cattiveria all’egoismo intercedere è attitudine che mantiene lucidità, che non confonde il male con il bene, ma sa cogliere l’importanza di distinguere lo sguardo alla persona, nel suo presente e nel suo possibile futuro, e il giudizio sulle sue scelte e azioni.

Intercedere è attitudine di chi non semplifica la realtà, di chi non rivolge uno sguardo a situazioni e persone in termini riduttivi. Intercedere è capacità di schierarsi dalla parte delle vittime per difendere i più deboli ed evitare nuove ingiustizie e malvagità. Intercedere implica camminare scorgendo che dietro ad ogni gesto c’è una persona che può distaccarsi dal male, dalle azioni compiute ed aprirsi ad una novità esigente.

Intercedere è anche un camminare in mezzo scorgendo nelle zone di conflitto i punti di passaggio, i varchi e le fessure per una riconciliazione possibile, per una giustizia più grande che implica superamento della logica della vendetta, rifiuto della violenza quale metodo di soluzione. Usando fermezza e forza per fermare ogni operatore di malvagità e con il coraggio di denunciare e opporsi all’ingiustizia.

Intercedere è scelta faticosa perché facilmente si può essere giudicati come conniventi con l’oppressione o con il male o, per contro partigiani di una sola parte. Così il card. Martini parlava dell’intercedere di Gesù sulla croce: “Questa è l’intercessione cristiana evangelica. Per essa è necessaria una duplice solidarietà. Tale solidarietà è un elemento indispensabile dell’atto di intercessione. Devo potere e volere abbracciare con amore e senza sottintesi tutte le parti in causa. Devo resistere in questa situazione anche se non capito o respinto dall’una o dall’altra, anche se pago di persona. Devo perseverare pure nella solitudine e nell’abbandono. Devo avere fiducia soltanto nella potenza di Dio, devo fare onore alla fede in Colui che risuscita i morti”. (Omelia veglia per la pace, 29 gennaio 1991).

Intercedere implica un atteggiamento di chi cammina, di chi rimane in ricerca, e continua a inquietare e inquietarsi e non viene meno nel dare spazio a tutto ciò che implica un prendersi carico della vita altrui e attui riconciliazione possibile.

Nei terribili conflitti del nostro tempo è sempre più urgente la presenza di chi si faccia carico nello stare in mezzo ai luoghi di frattura e conflitto, camminando tra le frontiere, inter-cedendo nel tentativo paziente, spesso fallimentare, di costruire ponti di dialogo, parole di comunicazione, nella fatica di scorgere i volti di quei giusti che sono seme di cambiamento per tutti.

Così scriveva Fedör Dostojevskij ne I fratelli Karamazov presentando il senso della preghiera di intercessione, nel discorso dello staretz Zosima a un giovane: «Ragazzo, non scordare la preghiera. Nella tua preghiera, se è sincera, trasparirà ogni volta un nuovo sentimento e una nuova idea che prima ignoravi e che ti ridarà coraggio; e comprenderai che la preghiera educa. Rammenta poi di ripetere dentro di te, ogni giorno, anzi ogni volta che puoi: “Signore, abbi pietà di tutti coloro che oggi sono comparsi dinanzi a te”. Poiché a ogni ora, a ogni istante migliaia di uomini abbandonano la loro vita su questa Terra e le loro anime si presentano al cospetto del Signore e quanti di loro lasciano la Terra in solitudine, senza che lo si venga a sapere, perché nessuno li piange né sa neppure se abbiano mai vissuto. Ma ecco che forse, dall’estremo opposto della Terra, si leva allora la tua preghiera al Signore per l’anima di questo morente, benché tu non lo conosca affatto né lui abbia conosciuto te. Come si commuoverà la sua anima, quando comparirà timorosa dinanzi al Signore, nel sentire in quell’istante che vi è qualcuno che prega anche per lei, che sulla Terra è rimasto un essere umano che ama pure lei. E lo sguardo di Dio sarà più benevolo verso entrambi, poiché se tu hai avuto tanta pietà di quell’uomo, quanto più ne avrà Lui, che ha infinitamente più misericordia e più amore di te. Egli perdonerà grazie a te».

Alessandro Cortesi op

 

XVI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0265_2Gen 18,1-10; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

“il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno”. L’incontro con il Signore nella vita di Abramo è evento che irrompe in diversi modi. Qui è venire inatteso nel quotidiano: nell’ora del mezzogiorno, presso la tenda, la sua casa, nel giungere di tre sconosciuti.

Negli ospiti che Abramo accoglie offrendo ristoro una visita di Dio tocca la sua vita. Di fronte a questi stranieri Abramo scorge la presenza di Dio: “Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo”.

I gesti di Abramo sono quelli dell’ospitalità: procura riposo agli stranieri, li pone al centro dell’attenzione, fa preparare il cibo e vi provvede, lo condivide nel mangiare insieme.

Gesù nella casa di Betania vive l’ospitalità amica. Nella casa di Betania si respira l’atmosfera di accoglienza della tenda di Abramo. Dopo la parabola del samaritano l’episodio di Betania completa la risposta alla domanda ‘maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?’ (Lc 10,25-42).

Nella parabola lo straniero è l’unico capace di fermarsi e ‘vedere’ il volto del sofferente, e agisce concretamente ponendo gesti di cura e vicinanza. Ciò che vale veramente è il servizio e la cura. Nella casa di Betania Marta continua questo stile di azione: è ‘presa dai tanti servizi’. Accanto a lei Maria ‘ascoltava’ la parola di Gesù.

Marta e Maria vanno viste insieme: in quella casa sono entrambi tese all’accoglienza. Nei loro volti sta l’indicazione di due attitudini da non separare e da tenere unite per vivere l’incontro con Gesù. Vivono insieme, in modi diversi, il servizio e l’ascolto. Ogni servizio autentico sorge dal lasciar spazio ad un parola presente nel profondo della vita e ogni ascolto è vuoto se non si traduce in prassi di servizio. Ricordando anche che una sola cosa è essenziale: le parole di Gesù richiamano a quanto è necessario per non farsi prendere dall’affanno.

Quale l’autentica cosa necessaria? Non la vita contemplativa come migliore rispetto alla vita attiva, non la contrapposizione tra chi sta in silenzio e prega e chi opera e si dà da fare. La cosa necessaria, l’unica, è intendere la vita nell’incontro, maturare uno sguardo capace di scorgere che decentra ed apre all’irruzione dell’Altro e all’incontro con i volti. La vera sorgente di fecondità della vita nonsta  nel proprio affannarsi, che talvolta genera orgoglio, non nel sentirsi a posto e appagati per l’efficienza del proprio organizzare, e neppure nel silenzio di un ascolto che rischia sempre di essere disincarnato, disimpegnato,vissuto nell’indifferenza per chi fatica, nel non farsi carico di scelte operative.  Nasce invece qualcosa di nuovo solo dalla presenza di un Altro nella vita che irrompe come ospite. In questo scorgere il limite della nostra vita, nell’accogliere il vuoto e la mancanza nel nostro esistere sorge la disponibilità di accogliere, si apre la possibilità della scoperta che l’incontro con Dio si fa vicino, si rende esperienza possibile nell’incontro con gli altri. La fede che ne sgorga è fede umile, si concepisce come cammino nella mancanza, nell’apertura all’Atro e agli altri, si scopre quale incontro che non oppone Dio e mondo, aldilà e aldiqua, materia e spirito. E’ la fede capace di vedere come il tessuto della vita stessa reca in sé i tratti della vita di Dio ed è chiamata ad ascoltare la sua chiamata all’ospitalità.

Alessandro Cortesi op

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Ospite

Per Edmund Jabès autore de Il libro dell’Ospitalità (Cortina, Milano 1991) l’ospitalità è esperienza che permette alle persone umane di incontrarsi e di riconoscersi: “L’ospitalità è crocevia di cammini”. “Ti benedico, ospite mio, mio invitato poiché il tuo nome è colui che cammina. / Il cammino è nel tuo nome / L’ospitalità è crocevia di cammini”.

Fondamentale, in questo cammino dell’ospitalità, è l’attitudine di chi riconosce un vuoto in sé, una mancanza che non ha nome e non sa nemmeno quali siano le direzioni del desiderio si fa attesa: “Davvero ospitale è, fino in fondo, l’Attesa”.

Ospitanti e ospitati: forse per scorgere le frontiere dell’ospitalità è in primo luogo richiesto di scorgere la nostra condizione esistenziale di ospitati. Solo da questo riconoscimento può germogliare la capacità di vivere l’apertura dell’accogliere. Ci si deve infatti guardare dal viverla come offerta paternalistica di ricchi, nella nascosta preoccupazione di non farsi minacciare. Ospitalità può divenire esperienza che de-centra e si fa condivisione della medesima condizione umana. Scoperta che lo straniero è rivelatore delle profondità di se stessi e di dimensioni inedite della vita: stranieri a se stessi.

La tenda di Abramo è così metafora dell’ospitalità perché si lascia attraversare da ciò che viene e da chi viene: “una certa rinuncia incondizionata alla sovranità è richiesta a priori” (J.Derrida).

Per rimanere tale, e quindi capace di essere gesti di pace l’ospitalità deve mantenere il senso dell’estraneità. C’è un disagio che sorge di fronte allo sconosciuto, allo straniero. Ignorare le emozioni suscitate nell’incontro e nel percepire diversità sarebbe cadere nella falsa logica dell’assimilazione dell’inconsistenza delle differenze, del confermare solo la propria identità. Il venire di un altro porta sempre sconcerto. Forse sta qui la ragione del fatto che medesima è la radice latina per i due termini ‘ospite’ e ‘nemico’ (hospes – hostis): “questa ambiguità deriva dalla presunzione di un diritto, quello dell’appartenenza al luogo che abitiamo come fosse originariamente nostro, e la possibilità di ospitare non confermasse in fondo altro che il nostro possesso. E se così non fosse?” (S.Tarter, Evento e ospitalità. Lèvinas Derrida e la questione straniera, Cittadella, Assisi 2004,104).

Alessandro Cortesi op

II domenica di Quaresima – anno C – 2016

0002.jpgGen 15,5-12.17-18; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36

“Venne la parola di Adonai ad Abramo nella visione”. La traduzione letterale del testo può aiutare a cogliere l’esperienza di Abramo. I profeti non solo ascoltano ma in qualche modo ‘vedono’ la Parola efficace di Dio venire incontro a loro, sono perciò veggenti  della Parola (cfr. 1Sam 9,11; 2Sam 24,11; 2Re 17,13): vedono perché coinvolti in un movimento di comunicazione che li prende e trasforma il loro sguardo. Dio stesso è il protagonista. Abramo, chiamato profeta (Gen 20,7) vive questa esperienza di incontro: senza figli chiede a Dio che cosa gli darà e vive la fatica di accogliere la promessa di Dio nella sua vita, la promessa della discendenza.

A questo punto Dio lo condusse fuori: Adonai è il Dio dell’esodo che trae fuori. Conduce Abramo a guardare le stelle. Egli credette al Signore che glielo accreditò come giustizia. Abramo vive un affidamento a Dio nella prova: per questo è il padre dei credenti (cfr. Rm 4,13.16-25). Credere per Abramo è porre in Dio la sua sicurezza, fidarsi di lui lasciando che sia Lui a disporre della sua vita.

Nel secondo racconto di questa pagina ancora Dio è presentato come colui che fa uscire: Ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo paese. Dio dona la terra ad Abramo: in questo sta  il segno di liberazione. Chi dona la terra è colui che riscatta dalla schiavitù. È la prima volta che la vocazione di Abramo è strettamente legata al possesso della terra, ma anche alla vicinanza di Dio come quella del parente più vicino.

Al tramonto Abramo è chiamato a porre animali squartati sulla terra, secondo un rito di alleanza tra popoli che stringono un patto. Il gesto di disporre gli animali divisi era seguito dal percorso dei contraenti che dovevano passare in mezzo agli animali. Esprimeva così una sorta di minaccia di ciò che poteva accadere in caso di infedeltà al patto stabilito (Ger 34,17-20). Ma quella notte solamente un forno di fuoco passa in mezzo agli animali. Nell’immagine del braciere fumante e della fiaccola fumante compare un riferimento all’alleanza del Sinai, quando il monte stesso divenne infuocato per la presenza di Dio (Es 19,16; 20,18; 24,17). Il fuoco è simbolo della presenza di Dio, inafferrabile come forza imprendibile e trascendente. Il rito esprime la relazione personale tra chi contrae alleanza. Abramo obbedisce e assiste in silenzio al passare di Adonai. Solamente Dio passa, Abramo sta solo a guardare. Nel fuoco è la presenza di Dio che passa: Dio solo si impegna a rimanere fedele all’alleanza non verrà meno. Per Abramo quella notte fu inizio dell’esperienza della fede come fuoco che brucia e investe nella gratuità la sua vita. La fede è relazione personale, incontro di vita in riferimento alla presenza del Dio della promessa che apre al futuro di una terra verso cui andare. Il Signore concluse questa alleanza con Abramo…alla tua discendenza io do questa terra dal fiume d’Egitto…al fiume Eufrate.

Luca pone il racconto della trasfigurazione dopo la professione di fede di Pietro che risponde alla domanda di Gesù Voi chi dite che io sia? (Lc 9, 20-21). A questo punto, e per la prima volta, è presentata la prospettiva della passione: Il Figlio dell’uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno (Lc 9, 22).

Gesù si rivolge a tutti: Poi, a tutti, diceva: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua (Lc 9, 23). Luca sta forse pensando alla sua comunità che vive la fatica della fedeltà nel tempo al vangelo. Prendere la croce non è ricerca di sofferenza, ma sequela della via seguita da Gesù, condivisione del suo passare come colui che guarisce e risana. Si tratta di prendere la croce ‘ogni giorno’: è cammino che implica la durata e il saper ogni giorno ricominciare. Non solo i grandi momenti eroici, piuttosto la quotidianità, talvolta monotona e non eclatante dell’esistenza. La pagina della trasfigurazione va quindi letta come annuncio della passione di Gesù, e nel contempo annuncio anche della strada che i discepoli sono chiamati a seguire ogni giorno.

La croce di Gesù non è ricerca della sofferenza. E’ piuttosto via di fedeltà all’amore nel dono di sé. Gesù accetta di andare incontro all’ostilità e alla condanna, contestando l’ingiustizia e la violenza degli uomini in coerenza con tutte le scelte della sua vita. La sua stessa morte può essere letta come fedeltà al disegno di bene e di vita che Dio ha sulla storia.

Dinanzi al rifiuto Gesù decide di continuare il suo cammino nella consegna al Padre e agli altri: una vita spesa per gli altri, un pro-esistere. In una fiducia totale di attuare così la chiamata del Padre, il senso della sua vita: Nelle tue mani affido il mio spirito. La croce è così esito di una scelta di coerenza in un darsi che oltrepassa confini e divisioni di tipo politico e religioso. Luca presenta Gesù nella passione come il testimone, che subisce ingiustizia ma rimane fedele con uno sguardo di bene rivolto a tutti, anche ai nemici. Ha parole di perdono, non salva se stesso ma salva gli altri; dona speranza e salvezza a chi si rivolge a lui con fiducia: ‘oggi sarai con me nel paradiso’. In questo senso Luva presenta in gesù il volto di Dio come misericordia.

La trasfigurazione parla della passione ed insieme della risurrezione: è evento luminoso, esperienza di trasparenza. Mosè aveva il volto trasformato dalla luce nei momenti in cui aveva parlato con Dio faccia a faccia (Es 33,11); di lui si parla come del profeta che parlò con Dio ‘bocca a bocca’ (Num 12,7-8). Così pure Elia aveva incontrato Dio sul monte Oreb (1Re 19). Nello stesso modo si parla qui di Gesù nel suo rapporto con Dio, il Padre: il suo volto è trasfigurato.

Mosè Gesù e Elia, parlano del suo ‘esodo’: la morte di Gesù è evocata come ‘esodo’. Tutta la storia d’Israele sta sotto il segno dell’esodo: nel passaggio dalla schiavitù alla libertà, Israele scopre il volto di Dio come liberatore che fa alleanza. L’esodo di Gesù si innesta nell’esodo del popolo d’Israele e dell’umanità e apre alla vita della chiesa come cammino. Pietro che aveva riconosciuto Gesù il Cristo di Dio (Lc 9,20) è tra i testimoni chiamati a far suo questo cammino: li prese con sé e salì sul monte a pregare…. Sta qui il senso del cammino dei discepoli. Gesù li prende con sé perché si aprano ad incontrarlo in un modo nuovo di intendere la vita. La comunità dei discepoli non sarà un gruppo di potere teso a portare una visione politica e sociale da applicare alla storia ma una comunità di testimoni disponibili a lasciarsi trasfigurare da Lui, a guardare Lui solo che si fa incontrare nell’umanità e nella storia, a seguire la strada di servizio che Lui ha percorso.

Alessandro Cortesi op

 

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La notte di fuoco

Eric-Emmanuel Schmitt è un letterato, drammaturgo, autore di varie opere che hanno avuto un successo non solo letterario e teatrale – e rappresentate in più di cinquanta paesi – ma anche nella loro trasposizione cinematografica: si pensi tra le altre alla deliziosa storia di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano. Più recentemente ha scritto un romanzo dal titolo Il vangelo di Pilato (2000) in cui ripercorre la vicenda di Gesù e gli interrogativi del prefetto romano  rappresentante dell’impero nella Palestina degli anni 20 e 30 del I secolo.

In questi giorni esce l’ultimo suo libro che non è un romanzo ma si connota per essere un testo autobiografico, una narrazione personale e intima del suo percorso di incontro prima con il divino e poi della sua scoperta dei vangeli e di Gesù (Eric-Emmanuel Schmitt, La notte di fuoco, edizioni e/o, 2016).

La narrazione è accattivante perché parte dalla situazione in cui Schmitt viveva, nutrito di studi di filosofia e lontano dall’interrogarsi sul cristianesimo, come egli stesso testimonia: «Ho impiegato molto tempo a pormi il problema del cristianesimo sia perché sono nato alla fine di un secolo che ha accumulato tante guerre e genocidi da proibire ai suoi figli lucidi di credere ancora al bene, sia perché sono cresciuto ateo in una famiglia atea e sia perché ho fatto i miei studi di filosofia in una Parigi divenuta completamente materialista. Non avevo pertanto prestato attenzione alcuna a questa strana storia di un falegname, morto su una croce, costruita da un altro falegname.”

La storia richiama un tempo, il 1989 e un viaggio nelle terre di Algeria. Schmiti partecipa insieme ad un gruppo più vasto del progetto di recarsi nelle terre del massiccio dell’Hoggar in Africa, sulle tracce di Charles de Foucauld (1858-1916) con l’intento di girare un documentario sulla vicenda di questo grande testimone del vangelo che fece del deserto in terra di presenza musulmana il luogo del suo seguire Gesù in una scelta di essenzialità e povertà.

La magia del deserto coinvolge e attrae: “il deserto ci elevava fino ai cieli. Le stelle scintillavano così vicino che avrei potuto coglierle. Pendevano come grosse mele brillanti a portata di mano su quel frutteto chiamato Hoggar. Di notte il Sahara assume un’aria di festa. Mentre sotto il sole infligge l’ascesi, col buio diventa ricco, profuso, generoso, orientale, prodigo di un’orgia di gioielli realizzati dal più pazzo dei gioiellieri, collane, spille, diademi di diamanti, catene d’oro e braccialetti di scintille. Migliaia di stelle ornano lo scrigno di velluto color bistro, e l’argentea luna sovrana, come la regina del ballo, spande tutto intorno la sua imperiosa chiarezza. Ci eravamo allontanati dal fuoco per abituare le pupille alla luminosità degli astri. La terra lugubre amalgamava pianure, dune e rocce in uno stesso crogiolo cinereo. In mezzo ai quei pellegrini avvolti nelle coperte Jean-Pierre, in piedi, ci dava una lezione d’astronomia. Da scienziato all’osservatorio di Tolosa e docente all’università, insegnare in quell’aula stravagante lo faceva vibrare di emozione. Per la prima volta in vita sua poteva indicare una determinata stella con la coda dell’occhio o tracciare col dito sulla lavagna del cielo le linee che formavano una costellazione. Mai Orione, l’Orsa Minore o l’Orsa Maggiore avevano avuto quella consistenza e quella prossimità. In assenza di qualsiasi inquinamento luminoso dovuto alla civiltà il cosmo concedeva i suoi splendori. A me sarebbe bastato contemplarli…”

Tuttavia nello svolgersi di quel viaggio e nel procedere del lavoro avviene l’imprevedibile: Schmitt, allora ventinovenne, perde contatto con il gruppo e si ritrova solo a vagare disperso in un deserto che gli si rivela nei suoi aspetti più inospitali e drammatici. Si trova di fronte al rischio di perdere la vita, nella solitudine. Si scava una buca nel terreno e vi trascorre la notte. Così egli stesso ne narra: “Un giorno, discendendo da una montagna, mi sono messo alla testa della comitiva, impaziente e veloce, senza mai voltarmi indietro, incurante di verificare il tragitto. È capitato quanto, senza dubbio, cercavo: mi sono perduto. Alle sette di sera è piombata la notte, si è alzato il vento, il freddo ha riempito lo spazio, e mi sono trovato solo, a varie centinaia di chilometri dal vicino villaggio, senza né acqua né cibo, consegnato all’angoscia, promesso presto alla morte e agli avvoltoi. Invece di cadere nella paura, ho avvertito, distendendomi sotto un cielo carico di stelle, grandi come mele, il contrario della paura: la fiducia. Durante questa notte di fuoco, ho vissuto un’esperienza mistica, l’incontro con un Dio trascendente che mi placava, mi istruiva e mi dotava di una forza che non poteva provenire da me. Al mattino, come una traccia, in impronta, deposta nel più intimo di me, c’era la fede. Dono. Grazia. Meraviglia. Potevo morire con la fede o vivere con la fede”.

Il giovane drammaturgo conspevole delle sue capacità di pensiero e di scrittura si ritrova meravigliato e trasfigurato, lo sguardo immerso nelle stelle, la sua vita avvolta nel buio della notte nel deserto, nel suo silenzio che non lo impaurisce più come assenza, ma quale atmosfrea che reca il calore di una presenza.

Quella notte si trasforma per lui in una notte di fuoco. In quella notte sotto le stelle che costituiscono il panorama luccicante del deserto, vive l’incontro con l’assoluto che lo immette in una ricerca nuova. Riesce a ricongiungersi con il gruppo nei giorni successivi ma la sua vita è cambiata, segnata da un incontro. Ha vissuto la sua notte di fuoco e come Pascal riconosce il divino che brucia al di là di ogni percorso di ragionamento e di sapere. Blaise Pascal appuntò quel momento del 1654 facendosi cucire nella fodera della giacca quel foglietto memoriale della notte di fuoco, della sua scoperta del Dio di Abramo di Isacco di Giacobbe, Dio dei viventi che solo alla sua morte fu ritrovato.

In questo percorso Schmitt è spinto a fare della sua attività di scrittore il luogo in cui lasciar scorrere una parola che lo attraversa dentro, facendogli maturare una fede che lo poneva in rapporto con i cammini dell’umanità. In qualche modo anche Schmitt mantiene questa esperienza celata in una ricerca che da quel momento lo conduce a divenire curioso dei percorsi religiosi dell’umanità, fino ad accompagnarlo a leggere e rileggere i vangeli e a riconoscere in quell’esperienza del trascendente la presenza del Dio di Gesù.

“A lungo ho tenuto segreta la mia fede. Mi modificava in sordina. Mentre si scavava il suo alveo, la mia percezione del mondo si arricchiva: leggevo libri che spingevano alla spiritualità, sia orientale che occidentale, entravo nel giardino delle religioni dalla porticina di fondo, quella discreta, la porta dei poeti mistici, uomini ritrosi, lontani dai dogmi e dalle istituzioni, che sentono anziché prescrivere. Allo sguardo umanista con cui vedevo le credenze dei popoli si aggiungeva la fiamma interiore, quella che condividevo con individui di tutte le epoche e tutte le latitudini. Si tessevano fratellanze.

L’universo si ingrandiva. Tornato dallo Hoggar, lo scrittore embrionale che sonnecchiava in me da sempre si è seduto al tavolo ed è diventato lo scriba delle storie che lo attraversano. Sono nato due volte: la prima a Lione, nel 1960, e la seconda nel Sahara, nel 1989. Da allora si sono susseguiti romanzi, opere teatrali, novelle e racconti tracciati dalla mia penna sotto un cielo sereno, a volte con difficoltà, spesso con facilità, sempre con passione.

La notte ispirata mi aveva reso armonico: anziché andare ognuno per conto proprio, corpo, cuore e intelligenza vibravano di concerto. L’esperienza mi aveva conferito soprattutto una legittimità. Un talento rimane fatuo se si mette al servizio di se stesso, senza altro scopo che farsi riconoscere, ammirare o applaudire. Un autentico talento deve trasmettere valori che lo veicolano e lo superano. Dato che una sera ero stato il destinatario di una rivelazione, a mio modo di vedere avevo il diritto di prendere la parola…”

Finchè un giorno, nel dialogo con una giornalista, si sente provocato da una domanda che lo raggiunge e suscita in lui una risposta sincera improvvisamente gli fa trovare la forza di di riconoscere ed esprimere la radice della sua ricerca e del suo scrivere:

“«Come mai nelle cose che lei scrive risplendono tanto amore per la vita e tanta pace del cuore?» continuava a ripetere. «Per quale miracolo è capace di affrontare argomenti tragici senza compiacimento né pathos né disperazione?». La conoscevo, la apprezzavo, sapevo che era protestante, e di fronte alla sua insistente lucidità le ho confessato che avevo conosciuto Dio ai piedi del monte Tahat. «Ci ritornerebbe?» mi ha chiesto. «Ritornarci… Perché?». Una volta è sufficiente. Anche una fede è sufficiente. Quando uno si imbatte nella sollecitazione dell’invisibile bisogna che se la cavi con quel che gli è stato regalato. La cosa sorprendente di una rivelazione è che, malgrado la prova provata, si continua a essere liberi. Liberi di non vedere quello che è successo. Liberi di darne una lettura riduttiva. Liberi di allontanarsene. Liberi di dimenticarla. Non mi sono mai sentito così libero come dopo aver incontrato Dio, perché possiedo ancora il potere di negarlo.

Non mi sono mai sentito così libero come dopo essere stato manipolato dal destino, perché posso sempre rifugiarmi nella superstizione del caso. Un’esperienza mistica si rivela un’esperienza paradossale: la forza di Dio non annienta la mia, il contatto tra l’io e l’Assoluto non impedisce che poi l’io torni al primo posto, l’intensità perentoria del sentimento non sopprime affatto le deliberazioni dell’intelletto. «Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano. È ben debole, se non giunge a riconoscerlo». Sennonché spontaneamente la ragione non ha la minima umiltà, bisogna scuoterla. Pascal, razionalista supremo, filosofo, matematico e virtuoso dell’intelligenza, il 23 novembre del 1654 era stato costretto ad arrendersi: verso mezzanotte Dio l’aveva folgorato. Per tutta la vita, di cui ormai aveva scoperto il significato, aveva portato su di sé, nascosto nella fodera della giacca, il racconto sibillino di quella notte, che lui chiamava la notte di fuoco. «La fede è diversa dalla prova. La prima è umana, la seconda è un dono di Dio. Il cuore, non la ragione, sente Dio. E questa è la fede: Dio sensibile al cuore, non alla ragione ». Durante la mia notte nel Sahara non ho imparato niente, ho creduto”.”

Alessandro Cortesi op

Domenica nell’ottava di Natale – Santa Famiglia di Gesù Giuseppe e Maria – anno B – 2014

2014-12-19 22.05.43Gen15,1-6; 21,1-3; Sal 104; Eb 11,8-19; Lc 2,22-40

“Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle, e soggiunse: Tale sarà la tua discendenza”. Contare le stelle…: è espressione che richiama un gioco di bambini. Come lo stare con il naso all’insù seduti su un prato a guardare le nuvole che cambiano l’aspetto e formano profili di draghi, eroi e buffi personaggi nei caldi pomeriggi d’estate. Così contare le stelle, lo sguardo stupito, in una notte estiva o sfidando il freddo, intirizziti, nelle notti d’inverno, quando le stelle sembrano gocce di luce o minuscoli fori che bucano la coltre nera del cielo e lasciano attraversare aghi di luce. Guardare le nuvole e contare le stelle: gesti di bambini, che raccontano il gioco di fronte alla grandezza, alla lontananza, all’infinito da cui siamo avvolti. E lasciano aprirsi sguardi a profondità inscrutabili verso alto e nell’intimo. Ed insieme raccolgono lo stupore di fronte a ciò che è grande, irraggiungibile.

Quali emozioni e pensieri, reca con sè, indelebile nello scorrere del tempo, il ricordo di veglie alle stelle vissute a un campo scout o in una traversata nel silenzio della montagna, momenti a volte decisivi per l’orientamento della propria vita, per scelte e scoperte interiori,  indimenticabili. Queste esperienze sono diventata merce rara nel tempo in cui la notte è sconfitta dalle luci artificiali e in cui il tempo per sostare in silenzio nel buio sotto il cielo stellato, non c’è più, sopraffatto da tante altre cose da fare. L’umanità con la sua tecnica è giunta a conquistare i pianeti e ad inviare navette fino alle stelle, ma il cielo stellato rimane quel libro meraviglioso che si apre in notti indimenticabili quando il tempo appare nella sua gratuità come tempo da accogliere, non da sfruttare, per stare lì sotto, a scoprirsi nella povertà di creature, senza utilità immediata, in una piccolezza custodita.

Abramo è invitato a contare le stelle per aprirsi all’impossibile dell’operare di Dio nella sua vita. Ogni percorso umano, ogni esperienza di famiglia sorge da tale meraviglia, lo stupore dell’amore che apre a contare le stelle, ad aprirsi all’incalcolabile, al non programmabile e genera un cammino, faticoso, sotto un cielo che talvolta appare chiuso e senza luce. Il cammino di Abramo è il cammino del credente segnato da una promessa di relazione. La grande famiglia a cui Dio chiama è la famiglia dei popoli, famiglia da accogliere e custodire in modi sempre nuovi negli intrecci di volti e storie che recano in sé una promessa di Dio affidata alla nostra fragilità.

“Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare”.

La solitudine e la discendenza: sono questi i due termini entro i quali si muove la nostra esistenza. Solitudine nello scoprire la condizione esistenziale propria della nostra vita, come Abramo uomo solo e segnato dalla morte. Ma vi può essere una solitudine di isolamento che non comunica, e per contro una solitudine ospitale, che si fa spazio per incontrare, per aprirsi alla meraviglia di ‘colui che è fedele’, feconda di discendenza. Così per Sara e per Abramo, visitati nella loro solitudine e nella loro aridità dal Dio della novità e della vita. “… ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso…”: Sara scopre nel volto degli ospiti nel deserto, alle querce di Mamre, la promessa di ‘colui che è degno di fede’. Il Signore stesso si fa incontro nei volti di stranieri giunti inaspettatamente. Così anche per noi oggi, presso le nostre case.

Nel mistero dell’ospitalità data e ricevuta, che prima di essere apertura di porte è apertura dei cuori, uscita dalla solitudine e disponibilità a lasciarsi incontrare dall’altro. Il Dio umanissimo si rende vicino nella debolezza dell’ospite che arriva inatteso, nel suo bisogno di cibo, casa, lavoro. La vita umana è un’esperienza di scoperta che la realtà della famiglia non è un dato, un modello fissato e statico ma un’esperienza fondamentale impastata di storia, esperienza di relazioni che nel tempo, nelle circostanze conducono ad aprirsi alla promessa di colui che apre la vita ad una novità improgrammabile, come le stelle, come la sabbia che non si può contare.

“Simeone li benedisse…”. C’è un gesto ed una parola che possono cambiare il modo di guardare agli altri, alle situazioni, alle cose: è il gesto e la parola della benedizione. Dire il bene. Non a caso nel vangelo questo gesto è di un anziano: Simeone. L’età, l’esperienza della vita, il cammino percorso e le tante vicende vissute e persone incontrate sono tanti frammenti che conducono a scoprire l’importanza del benedire. Passare dicendo il bene è il frutto di lunga maturazione, è punto di arrivo di percorsi che hanno condotto a liberarsi dalla preoccupazione di trattenere e accumulare. Solamente chi ha maturato libertà da un ripiegamento su di sé è capace di dire il bene, di scovarlo là dove esso si nasconde, di dargli spazio anche dove il male sovrasta e tende a soffocare ogni respiro.

Dire il bene è gesto di chi è capace di futuro guardando oltre a se stesso. E’ il segreto di ogni presenza educativa, capace di cogliere tracce di futuro in un presente confuso, di scorgere piccoli germogli, di coltivare uno sguardo lungo sulla vita e sui volti per scorgere più in là di tutto ciò che provoca delusione e fatica.

Benedire dovrebbe essere il tratto proprio del credente, che non rinchiude la vita in uno schema di dottrina, in un codice da applicare o in un modello da ripetere, sia esso di famiglia, di comunità, di relazioni. Benedire è la sfida a cogliere nella storia la fecondità e la forza di vita dell’amore che è traccia di Dio. Così in un tempo in cui la vita delle famiglie è percorsa da tante tensioni, cambiamenti, differenze benedire è saper guardare il bene presente, quanto preca in sé una promessa e una tensione anche se si tratta solamente di germogli, piccole foglie, fioriture incompiute: l’amore che nasce e cresce, la fedeltà, l’accettazione della fatica, la sofferenza nascosta. Dire il bene è dono che cambia e apre a scoprire che nella vita negli sguardi e nelle parole umane c’è un tratto dello sguardo e della parola di Dio che è solo parola di bene.

Alessandro Cortesi op2014-12-19 22.03.45

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