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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Accogliere Proteggere Promuovere Integrare

La-Giornata-mondiale-del-migrante-e-del-rifugiato_articleimageIl 14 gennaio è la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato

La rivista ‘Il Regno’ ha dedicato al tema un dossier di “Dialoghi Moralia” del 2018

Rinvio a questo dossier, coordinato dal prof. René Micallef sj della Pontificia Università Gregoriana, a cui ho avuto modo di collaborare. Le diverse schede, curate da vari autori, che commentano il Messaggio di papa Francesco per la Giornata della Pace 2018 si possono leggere al seguente link: Migranti: accogliere, proteggere, promuovere, integrare

In un tempo di paure e di rifiuto dell’altro quattro verbi ricordano un orizzonte di senso e provocano a traduzioni in scelte e stili di vita capaci di costruire una convivenza di cura per l’umanità. (ac)

 

II domenica dopo il Natale – anno C – 2016

DSCF6367.JPGSir 24,1-12; Ef 1,3-18;Gv 1,1-18

“Il creatore dell’universo mi fece piantare la tenda e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe e prendi in eredità Israele… Nella città amata mi ha fatto abitare, ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso”. L’immagine della tenda, e con essa l’idea dell’abitare, della casa, e del porre radici è al centro di questa pagina.

Il cammino della sapienza è visto come di presenza personale, accanto a Dio: è parola che esce da lui per una missione ricevuta da Dio stesso, mandata a percorrere un lungo viaggio attraverso la creazione e a prendere un’eredità affidata. Fino a giungere a piantare la sua tenda in mezzo alla città di Gerusalemme, tra il popolo di Israele. Il creatore la invia: in questo movimento di uscita si delinea un rapporto con la creazione e con la storia del popolo d’Israele. La sapienza pone la sua tenda in mezzo ad un popolo e lì abita. La tenda della sapienza, parola uscita dalla bocca di Dio è l’abitare di una comunicazione di vita e di amore.

Il IV vangelo riprende la medesima immagine: ‘egli pose la sua tenda tra di noi’, in noi. Le parole evocano quel segno della vicinanza di Dio, rappresentato dall’arca della alleanza, la shekinah, che ricordava e nel contempo nascondeva la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Gesù Cristo, nella sua vicenda umana concreta, di carne, è uomo in cui incontrare Dio stesso. Tutto si concentra sulla Parola, il Verbo di Dio. La Parola da sempre vive nella comunione di vita e di amore con il Padre tutto ricevendo da Lui ed è stata inviata come luce. Le tenebre, evocazione di peccato e morte, non l’hanno potuta trattenere. La presenza della Parola che entra nel mondo, viene espressa con l’immagine della luce: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo… Venne fra la sua gente…. Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

La Parola di Dio pone la sua tenda nella condizione umana prendendo su di sé la ‘carne’, tutta la povertà e la fragilità. L’evento dell’incarnazione reca in sé un tratto del volto e del disegno di Dio. Tutte le dimensioni che compongono la vita umana, senza lasciarne fuori nessuna sono prese e condivise. Il Figlio è presentato con i tratti della sapienza di Dio, parola del Padre: è inviato per salvare prendendo su di sé tutto ciò che è ‘carne’, umanità nelle sue varie espressioni e soprattutto nella sua debolezza. E’ luce vera perché accompagna ad entrare in rapporto Dio come presenza viva che si comunica e ci prende con sé.

La Parola di Dio scende in noi, mette la sua tenda fra le nostre tende, per salvarci, per spalancare alla nostra vita gli orizzonti di una vita di partecipazione a Lui stesso. E’ il medesimo movimento presentato nell’inno di Efesini. Un secondo movimento sorge da questo: a partire da questo discendere, noi stessi chiamati ad accogliere e ad entrare in una conoscenza di Lui che si fa dialogo e incontro. “Il Padre della gloria vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui.”

‘Conoscere’ nel linguaggio biblico non indica un sapere teorico ma esprime il rapporto e l’unione: chi conosce veramente è chi si lega nell’amore. La discesa della Parola di Dio, che ha posto la sua tenda tra noi, è feconda di un movimento di accoglienza e cammino: è lo spostare le tende per entrare nell’incontro con Lui: uno spostare le tende che conduce ad accogliere l’altro.

“Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati”. C’è una chiamata ad accogliere la luce di una presenza per aprirci a scoprire una speranza davanti a noi. Una speranza esigente, fatta di apertura e di far proprio il movimento della Parola: Gesù è già venuto e ha preso su di sé tutta la storia umana, ci rende responsabili di persone da accogliere e del cammino dell’umanità.

 

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Astri e terra

A fine anno alcuni quotidiani lanciano un sondaggio sulla parola più utilizzata nell’anno. La parola dell’anno 2014 fu ‘selfie’: un neologismo per indicare un tipo di foto fatte a se stessi possibile con i nuovi dispositivi di telefoni smartphone. Un termine rivelatore di una attitudine di sguardo autocentrato, di autocompiacimento e di voglia di apparire. Quasi una cifra di un tempo in cui il self, l’attenzione rivolta all’io, ai propri bisogni e al proprio volto è divenuto modalità di intendere la vita, secondo la logica presente nel mito di Narciso. Con la conseguente invasione dilagante sui social network di foto con il faccione in primo piano di chi orgogliosamente si ritrae al centro di panorami esotici, in compagnia dei propri animali domestici o accanto a pietanze, tra architetture avveniristiche o più spesso in mezzo a gruppi di amici con smorfie diverse.

Tra le parole indicate per l’anno del 2015, da Vatileaks a Grexit, ce n’è una che fa invece riferimento ad un impresa aerospaziale che ha attirato l’attenzione popolare. Si tratta della vicenda vissuta dall’astronauta italiana Samantha Cristoforetti, prima donna inserita negli equipaggi dell’Agenzia Spaziale Europea. Nel 2015 ha trascorso 200 giorni nello spazio vivendo nel laboratorio spaziale in cui si svolge una collaborazione di ricerca tra diverse nazioni. ‘Astrosamantha’ è così una tra le parole nuove del 2015, almeno in Italia: un orribile neologismo che tuttavia racchiude in sé, proprio per l’attenzione che evidenzia, alcuni messaggi o alcune nostalgie da far emergere nel tempo che viviamo: forse la nostalgia di una sapienza nuova e diversa?

Si potrebbe trovare in questa espressione quasi un rovesciamento della logica del selfie. E’ indice di un passaggio da uno sguardo centrato sull’io ad uno sguardo che fa scorgere altre dimensioni.

Dall’orbita spaziale sulla quale stava svolgendo il suo faticoso lavoro di ricerca e di sperimentazione Samantha Cristoforetti faceva giungere di tanto in tanto alcune foto che rendevano presente la terra vista dalla prospettiva del cielo, da quel ‘lassù’ lontano e remoto e tuttavia mai così vicino attraverso le opportunità di comunicazione. Una prospettiva nuova e insolita. Le immagini riportavano i contorni della terra vista dal cielo, di giorno e di notte: un pianeta che appariva piccolo e limitato, una sfera dispersa nelle immensità dello spazio cosmico. Richiamavano lo stupore di Pascal di fronte alla smisuratezza degli spazi e nella percezione dell’infinitamente piccolo.

Le foto talvolta delineavano da lontano i drammi che segnano la vita sulla terra: nelle foto notturne le luci presenti in regioni segnate dalla guerra apparivano limitatissime ed esigue a differenza di altri luoghi dove l’illuminazione intensa offriva il segnale di un pulsare della vita. Vista dallo spazio oltre l’atmosfera la terra appariva così veramente come un piccolo mondo correlato insieme, in cui forse le cause di disuguaglianze, iniquità, divisioni e conflitti potevano trovare soluzione solamente se il punto di vista si fosse elevato un po’. Pensare all’umanità da quella distanza non poteva non far percepire il senso di una missione comune tra tutti da condividere per far sì che la vita potesse svolgersi in pace, per risolvere i conflitti, per custodire la preziosità di un pianeta fragile.

La prima reazione di Samantha al suo rientro dopo mesi di lontananza è stata fissata nel suo sorriso stupito, espressione di una gioia serena nel poter percepire dopo tanto tempo – come ella stessa ebbe a dire – il profumo dell’erba fresca. La navicella che l’aveva riportata a terra era atterrata tra le steppe del Kazakhstan. L’impressione della terra guardata da lontano come piccola sfera sperduta nell’immensità dei cieli si mescolava ora con l’intensità del profumo della terra, delle sue zolle  dove affondavano ciuffi di erbe che, smosse dal vento della steppa, diffondevano profumi e fragranze.

In questo incrocio di percezioni sta forse la chiave di una esperienza cha ha certo impressionato l’opinione pubblica per la prima volta di una donna italiana nello spazio e per i risvolti tecnici e scientifici, ma che ha offerto la possibilità di uno sguardo insolito: uno sguardo che fa percepire la profondità di una sapienza da coltivare. Non un sapere riservato a pochi, ma quello sgorgante dal contemplare e toccare il piccolo e il grande, la fragilità di una terra che appare nella sua piccolezza di fronte alle ampiezze smisurate del cosmo, la meraviglia di fronte al respirare il profumo dell’erba. Sono esperienze che rinviano ad una sapienza da coltivare oggi.

“La sapienza fa il proprio elogio, in mezzo al suo popolo proclama a sua gloria…. Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo e come nube ho ricoperto la terra… ho percorso da sola il giro del cielo, ho passeggiato nelle profondità degli abissi… fra tutti questi ho cercato un luogo di riposo, qualcuno nel cui territorio potessi risiedere” (Sir 24,1-5).

Alessandro Cortesi op

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XII domenica tempo ordinario – anno B – 2015

DSCN0400Gb 38,1-8-11; 2Cor 5,14-17; Mc 4,35-40

“Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando usciva impetuoso dal seno materno, quando io lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola scura, quando gli ho fissato un limite?”

La pagina di Giobbe costituisce l’inizio di un lungo discorso, il primo, di Dio a Giobbe. Dalla sua condizione di sofferenza Giobbe aveva sfidato Dio, era giunto a maledire il giorno della sua nascita, e aveva posto una critica radicale al piano di Dio, al disegno della creazione. Gli amici giunti a visitarlo gli avevano presentato tentativi di spiegazione della sua condizione elaborando teologie costruite come ragionamenti con la pretesa di spiegare il suo dramma; ma erano costruzioni di ragione in cui Dio stesso risultava asservito ad un sistema di pensiero. Più che vedere Dio essi desideravano prevedere le sue opere.

A questo punto nel libro di Giobbe prende la parola Dio stesso. Il suo discorso non è una risposta che offre soluzioni o spiegazione al dramma di Giobbe, al suo dolore. E’ piuttosto un accompagnamento ad interrogarsi su se stesso e sulla realtà attorno, a maturare uno sguardo attraverso lo stupore di fronte alla bellezza e grandezza della creazione. Il discorso è una presentazione, passo passo, dei vari elementi, la terra, il mare, la luce, gli abissi e le porte della morte, le tenebre, i fenomeni atmosferici e poi la vita degli animali, in particolare di alcuni tra essi che sfuggono al controllo umano. Una presentazione ricca di poesia di un mondo in cui si può cogliere traccia della grandezza di Dio come creatore di ogni cosa e custode nella cura. Giobbe viene guidato a scoprire di essere piccolo e fragile. E’ un lungo attraversamento fatto di domande.

E il Signore parla a Giobbe nel turbine: si presenta come il Signore di Israele che guida il suo popolo nell’attraversare il mare. Non il Dio lontano distributore di pene e retribuzioni, oggetto inaridito della teologia degli amici di Giobbe, ma il Signore vicino, Colui che non risolve la domanda sul male ma aiuta Giobbe a scoprire un nuovo modo di stare davanti a Lui. L’intero discorso è contrappuntato da una interrogativo ‘dov’eri tu?’ In questa parola sta un incontro con Dio come Tu che si rivolge a Giobbe: è parola che lo cambia. Gli fa scoprire che la sua vita, e la vita dell’umanità stessa, non sta al centro o al di sopra delle altre creature ma va accostata come parte di una realtà più grande, nella sua fragilità e debolezza, piccolo frammento di una creazione tenuta dalla custodia e dalla cura da Dio. Lo fa uscire da una visione in cui l’uomo sta al centro, e lo apre a scorgere che c’è una bellezza ed una libertà nel creato. Il volto stesso di Dio non può essere racchiuso in categorie anguste di un ragionare che tutto pretende esaurire e dominare.

Nella creazione c’è un limite per tutto, anche per le insondabili forze del male. E Dio stesso si pone un limite di fronte alla libertà umana. La consapevolezza di essere piccolo, di non essere a capo e al centro, conduce Giobbe a decentrarsi, a scoprire di dover mettersi in rapporto con Dio in modo nuovo. Non a partire dalla sua imprecazione o dalla sua pretesa di spiegazione, ma accogliendo Dio come presenza nascosta, da ricercare, da riconoscere. Scopre che deve giudicare le cose non dal suo punto di vista ma da un altro punto, inattingibile, che lo supera, e scoprire la sua piccolezza e il suo limite.

Si apre così ad una meraviglia nuova. A Giobbe si manifesta il volto di Dio che non offre soluzioni alle sue domande e non spiega il perché del suo dolore, ma soffre insieme a lui e gli fa scoprire che lui si pone come vicino, in relazione con lui. Si potrà parlare di Dio solamente a partire dalla sofferenza dell’innocente. Giobbe si rende consapevole del suo essere piccolo di fronte a Dio. Scopre così di poter scorgere la sua presenza vicina solamente quando vive il passaggio di accettare di non vedere e di non trattenerlo entro i limiti angusti di un ragionamento umano.

Gustavo Gutierrez individua la linea di fondo del libro di Giobbe nell’apertura all’esperienza di una fede gratuita, nuda, vissuta come affidamento radicale. E’ possibilità che può attuarsi solo mantenendo insieme ribellione e speranza, dolore individuale e compassione per la sofferenza presente nel resto del creato: “Solo sapendo tacere e sapendo compromettersi con la sofferenza dei poveri si potrà parlare loro della speranza. Solo prendendo sul serio il dolore dell’umanità, la sofferenza dell’innocente, e vivendo alla luce pasquale il mistero della croce, in mezzo a questa stessa realtà, sarà possibile evitare che la nostra teologia sia un discorso fatuo. Solo allora non meriteremo, da parte dei poveri di oggi, il rimprovero che Giobbe gettava in faccia ai suoi amici ‘siete tutti consolatori stucchevoli’ (Gb 16,2)” (Gustavo Gutierrez, Parlare di Dio a partire dalla sofferenza dell’innocente. Una riflessione sul libro di Giobbe, ed. Queriniana)

Marco nel racconto della tempesta calmata evoca l’agire di Dio che ha messo un limite alle acque del mare e lo ha racchiuso come in un otre. Dio è presentato nei salmi come colui che sgrida le acque ed esse si acquietano (Sal 104/103,5-9; 106/105,9). Al cuore del brano sta una domanda sull’identità di Gesù. E’ colui che è più forte, a cui il vento e il mare, simboli del male, ma anche gli spiriti impuri obbediscono (cf. il passo che può essere letto in parallelo di Mc 1,24-28). Il brano è percorso da un’allusione all’evento della morte e della risurrezione: sulla barca i discepoli si sentono soli e abbandonati, Gesù ‘dorme’: è un verbo che allude alla sua morte. Ma si risveglia al grido dei suoi e li rimporvera. Si manifesta più potente delle forze scatenatesi dal mare in burrasca: sono le forze della natura ma anche le forze del male.

Gesù non abbandona i suoi, ci dice Marco, e la sua Parola vince la tempesta. La sua presenza è nella barca e risponde alla drammatica invocazione ‘non ti importa che siamo perduti?’. Marco spinge così il lettore ad interrogarsi sull’identità di Gesù ‘Chi è costui?’. Nell’immagine della barca sta il rinvio alla vita di una comunità che nel tempo vive la tempesta, le prove. Ma è chiamata a scoprire che la presenza di Gesù risorto come vicina, più forte di ogni male, che spinge ada vere un affidamento a lui, a non avere paura di ‘passare all’altra riva’, di vivere cambiamenti e aperture e a subire l’opposizione e la persecuzione per causa del suo nome, in fedeltà al vangelo.

11535862_649321331870976_2825218545965594869_nAlcune riflessioni per noi oggi

Limite: è oggi parola chiave per intendere un rapporto con la natura in cui scoprire che le risorse sono limitate ma anche e soprattutto che la presenza dell’umanità ha dei limiti nei confronti della possibilità di utilizzo delle realtà naturali, delle risorse. Di fronte alle possibilità aperte dalle potenzialità della tecnologia è richiesta oggi una responsabilità nuove nell’orizzonte del porre limiti e nell’assumere responsabilità. Si pone oggi sempre più urgente l’interrogativo tra possibilità dell’azione tecnica e di trasformazione e la custodia del creato. Una question posta all’umanità, uomini e donne che vivono la specifica situazione di poter essere consapevoli e responsabili.

A tal riguardo importanti suggerimenti provengono da Simone Morandini in una sua nota dal titolo ‘La lode e la custodia’ su ‘Moralia’ (in preparazione all’enciclica di Francesco ‘Laudato si’): “L’interrogativo morale sarà allora piuttosto come orientare alla sostenibilità e alla custodia la stessa azione tecnica e trasformatrice; come farne espressione di solidarietà e non di desiderio di profitto per pochi; come far sì che essa rafforzi il nostro legame con la terra e non lo estenui. Essenziale diviene qui la categoria di limite, ma essa stessa essenziale a un orizzonte mobile, a una lettura del mondo che ricerchi in essa sempre e di nuovo in esso gli spazi per un agire teso al bene comune, al bene possibile”.

11009909_10206626955543404_6996312186235649658_nprofughi a Ventimiglia (giugno 2015)

La sofferenza di Giobbe si fa vicina in tutti coloro che cercano di gridare in questi giorni al mondo il dramma della loro vita segnata dal dolore e dalla violenza. Se oggi è possibile parlare di Dio solo a partire dalla sofferenza degli innocenti le vicende di coloro che cercano solamente un posto per vivere ma non lo trovano perché ‘non c’era per loro posto nell’albergo’ sono per noi appello.

Oggi potremmo dire che non trovano posto nell’Europa che ha tradito i motivi fondanti del suo sorgere e si è strutturata come compagine di paesi preoccupati dei propri interessi, del dominio della finanza, della società ridotta a mercato. I loro viaggi che evocano l’esodo e la vicenda di Gesù sono un appello per noi.

Appello innanzitutto a non perdere di vista le cause di tali movimenti di popoli, a non dimenticare le guerre, le dittature – come in Eritrea dove la feroce dittatura di Isaias Afewerki ha trasformato il paese in una prigione a cielo aperto – i luoghi dove è quotidiana la violazioni di diritti e la violenza (come in Sud Sudan, Mali, Nigeria, Somalia, Libia)  da cui tante persone cercano di fuggire.

Essere nati e trovarsi a vivere in una terra dove c’è la guerra è una condizione non determinata dalle scelte dei singoli e dovrebbe essere motivo, da parte di chi si trova in condizioni di pace, per sentire più profondamente il senso di solidarietà del fare propria la sofferenza dell’altro e porre in tutti i modi un limite al male. Ci sono guerre – si pensi a quella in Siria giunta al suo quarto anno – che non scaldano più i cuori, ma se ciò avviene è un problema di cuori da cambiare.

La sofferenza di coloro che cercano di varcare i confini segnati da filo spinato della Siria: , la solitudine di chi attende di poter ricongiungersi da profugo ai propri cari già esiliati, la condizione di chi è stato cacciato dalle proprie case nella valle di Mosul, la vita quotidiana delle migliaia di persone ospitate nei campi profughi ai confini tra Siria e Giordania – si calcolano circa quattro milioni di profughi di cui due milioni di bambini, la più grandi crisi umanitaria dopo la seconda guerra mondiale – la sofferenza di chi deve attraversare il deserto nella speranza di fuggire la dittatura e la miseria, sono un appello non per cercare spiegazioni, ma per vivere l’incontro con Dio nel farsi carico di coloor che soffrono.

Uomini e donne come noi che devono essere chiamato con il loro nome ‘compagne e compagni nella medesima umanità’, fratelli sorelle segnati dal dolore. Sono proprio loro, i migranti, i profughi, i rifiutati e respinti da chi vive la paura e il sospetto che ci provocano a comprendere in modo nuovo la nostra esistenza nell’unica direzione che può dare un senso al nostro vivere individuale e sociale: dare ospitalità alla sofferenza dell’altro e lasciarci ospitare e cambiare in questo incontro.

DSCF5780Un’ultima riflessione la trarrei dal riferimento all’immagine della barca. Simbolo di comunità nella tempesta, ma anche simbolo di una umanità che nella storia percorre una navigazione in cui si può distruggere ogni cosa ma si può anche seguire e indirizzare la barca nel corso che lungo il fiume della storia, va verso il mare: è immagine utilizzata da Giorgio La Pira che la utilizzava per sintetizzare la sua visione sulla storia. Scriveva “la storia dei popoli (ed anche, in un certo senso la storia stessa del cosmo) è come un unico fiume che viene da una sorgente e va inevitabilmente (attraverso frequenti e spesso dolorose anse) verso una foce! Tutti i popoli (la storia di ogni popolo) formano con la loro storia – come tanti affluenti – questo fiume unico: si tratta di tante storie particolari che formano insieme – nel corso dei secoli e dei millenni – la storia unica e totale del mondo” (Lettera  Pino Arpioni 14/04/68, in G.La Pira, Il sentiero di Isaia, 367).

E ancora evocando l’espressione ‘I care’ – mi sta a cuore, mi interessa – di don Milani: “.. nessun popolo e nessuna persona può dire : – non mi riguarda e non mi interessa! Non ti riguarda e non ti interessa? Ma come, si tratta del destino della tua esistenza e del tuo inevitabile cammino lungo l’intiero corso della tua vita: come fai a dire ‘non mi interessa’? E’ questa la cosa fondamentale che deve interessare la tua meditazione, la tua preghiera (se sei credente) e la tua azione! Credente o non credente, giovane o anziano, volente o nolente: il fatto esiste: sei imbarcato e la navigazione alla quale, volente o nolente, tu partecipi, interessa l’intiero corso della tua vita! Sei sulla barca ed un colpo di remo lo dai inevitabilmente, anche tu! Sei sulla barca, e se la barca affonda, affondi anche tu; e se la barca giunge in porto, giungi in porto anche tu” (Lettera  a Pio XII, 19/02/58, in G.La Pira, Beatissimo Padre, 226).

Il viaggio di tanti su barconi stracarichi, con nel cuore la speranza di vita e di salvezza, è viaggio che richiama una navigazione di popoli, oggi, sulla barca dell’umanità in cui tutti siamo imbarcati insieme, in cui non si può dire ‘non m’interessa’.

Alessandro Cortesi op

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