la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XVIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0210.JPGIs 55,1-3; Rom 8,35.37-39; Mt 14,13-21

“O voi assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente”. Sono parole cariche di quell’utopia che fa marciare la storia: gli assetati anche senza denaro possano trovare acqua per dissetarsi. E’ il delinearsi di un mondo alternativo in cui Dio stesso è provvidenza per tutte le creature: ‘la tenerezza del Signore si espande su tutte le creature. Gli occhi di tutti sono rivolti a te in attesa e tu provvedi loro il cibo a suo tempo. Tu apri la tua mano e sazi la fame di ogni vivente’.

Acqua vino e latte sono simboli di libertà. La terra riconsegnata è ricca di nuova fertilità: una abbondanza di vita e di incontro pervade questa pagina. Dio è rimasto fedele al suo popolo e lo conduce ad un nuovo inizio. Egli stesso preparerà un banchetto e per tutti ci sarà posto: “…preparerà per tutti i popoli su questo monte un banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti e di bevande raffinate” (Is 25,6). Nutrimento, accoglienza, incontro nella pace: è desiderio al cuore di ogni esistenza ed è anche il realismo dell’utopia che genera storia nuova dove si accetta di rischiare in questa direzione.

Gesù accolse nella sua vita questo sogno: lo guidava nei suoi gesti. I pani distribuiti sono il segno di un modo nuovo di intendere l’esistenza. Non come accaparramento ma come condivisione. Ricordano il percorso dell’esodo, la sorpresa di scoprire che Dio provvede per tutto il popolo un cibo che non può essere trattenuto e accumulato, ma va raccolto e sufficiente per un giorno. Quei pani ricordano anche la promessa del banchetto promesso nei tempi ultimi, il grande incontro di popoli attorno ad una mensa dove per tutti c’è posto.

Matteo nel riportare i gesti di Gesù riporta anche quelli che la sua comunità vive nella memoria del risorto. Alzare gli occhi la cielo, pronunziare la benedizione, spezzare i pani sono i momenti un evento divenuto celebrazione. In questo modo la comunità di Matteo faceva memoria di Gesù e ripeteva il suo gesto di spezzare i pani per darli. E c’è una sottolineatura particolare: ai discepoli sono dati i pani perché essi stessi li distribuissero.

Non è un miracolo strepitoso, legato al desiderio di meraviglia e di eccezionalità propri di tanta sensibilità religiosa. E’ invece indicazione che nel quotidiano sono da scorgere miracoli che si attuano nell’indifferenza dei più. Il moltiplicare il cibo è frutto del distribuire. E’ un miracolo che si può ripetere nella quotidianità quando la vita e i beni vengono condivisi. E’ gesto che ricorda che Dio sogna un mondo in cui non vi sia chi soffre la fame e la sete. ‘Tutti mangiarono e furono saziati’.

La solidarietà nella lotta per l’equa distribuzione dei beni della terra è in questo senso opera eucaristica che dovrebbe impegnare la comunità cristiana proprio a partire dall’ascolto della parola nel presente della nostra storia. La distribuzione dei pani è anche rinvio ad un volto di Dio che ha cura di tutti i suoi figli: la testimonianza della comunità cristiana a questo dovrebbe mirare, a rendere visibile nei suoi gesti e nelle sue scelte la profezia di un mondo di condivisione.

Alessandro Cortesi op

 

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Pane

Ne Il sentiero dei nidi di ragno, di Italo Calvino ambientato nel ponente ligure nel tempo della seconda guerra mondiale, la resistenza è letta con gli occhi di un bambino. Pin, rimasto orfano, vive con la sorella, di nome Nera, che fa la prostituta in via del Carrugio lungo. Pin è una figura solitaria, alla ricerca di qualcuno che lo sappia comprendere e accogliere, lui che vivendo tra adulti non è più bambino e che tuttavia è tenuto a distanza dagli adulti che lo allontanano.

Viene arrestato e messo in carcere per aver rubato una pistola ad un soldato tedesco, e lì incontra Lupo rosso, combattente di un gruppo della Resistenza che lo aiuterà a fuggire insieme a lui. Ma anche Lupo rosso ad un certo punto lo abbandona. Ad un certo punto incontra un partigiano e sente la paura che lo afferra e lo porta a piangere:

““Chi va là!” dice l’uomo.
Pin non sa cosa rispondere, ha le lacrime che urgono, e ripiomba in un pianto totale, disperato.
L’uomo s’avvicina: è grande e grosso, vestito in borghese e armato di mitra, con una mantellina arrotolata a tracolla.
Dì, perché piangi?” dice.
Pin lo guarda: è un omone con la faccia camusa come un mascherone da fontana: ha un paio di baffi spioventi e pochi denti in bocca.
“Che cosa fai qui, a quest’ora?” dice l’uomo “ti sei perso?” 
(…)

“Lo conosci Lupo Rosso?” chiede Pin.
“Perdio, se lo conosco; Lupo Rosso è uno del Biondo. Io sono uno del Dritto. E tu come lo conosci?”
Ero con lui, con Lupo Rosso, e l’ho perduto. Siamo scappati di prigione. Abbiamo messo l’elmo alla sentinella. A me prima m’hanno frustato con la cinghia della pistola. Perché l’ho rubata al marinaio di mia sorella. Mia sorella è la Nera di Carrugio Lungo.”
L’omone in berrettino di lana si passa un dito sui baffi: “Già già già già… dice, nello sforzo di capire la storia tutta in una volta.. E adesso dove vuoi andare?”
“Non lo so”, dice Pin. “Tu dove vai?”
“Io vado all’accampamento.”
“Mi ci porti?” dice Pin.
“Vieni. Hai mangiato?”
“Ciliege” dice Pin.
“Ben. Tieni del pane”, e tira fuori di tasca il pane e glielo dà.
Ora camminano per un campo d’olivi. Pin morde il pane: ancora qualche lacrima gli cola per le guance e lui la inghiotte assieme al pane masticato. L’uomo lo ha preso per mano: è una mano grandissima, calda e soffice, sembra fatta di pane.

Quell’omone incontrato nel bosco, combattente partigiano, fa parte di un gruppo della resistenza e lo chiamano Cugino: in lui Pin incontra una presenza forte che non si delinea come figura eccezionale, anzi per ceri aspetti rischia di deluderlo come tutti gli altri adulti incontrati. Ma Cugino condivide con lui del pane, gli dà da mangiare e soprattutto lo tiene per mano e Pin sente in quella mano calda qualcosa come il pane.

Pin scopre nel Cugino un amico. Il pane che gli aveva dato è il pane dell’amicizia che suggella anche l’ultima pagina del romanzo nella scena in cui Pin e Cugino se ne vanno nel buio, tra le lucciole, tenendosi per mano.

Pin è tutto contento. È davvero il Grande Amico, il Cugino.
Il Cugino si rimette il mitra in spalla e restituisce la pistola a Pin. Ora camminano per la campagna e Pin tiene la sua mano in quella soffice e calma del Cugino, in quella gran mano di pane.
Il buio è punteggiato di piccoli chiarori: ci sono grandi voli di lucciole intorno alle siepi. (…)

“C’è pieno di lucciole”, dice il Cugino.
“A vederle da vicino, le lucciole”, dice Pin, “sono bestie schifose anche loro, rossicce.
“Sì”, dice il Cugino, “ma viste così sono belle.”
E continuano a camminare, l’omone e il bambino, nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano”.
 

Alessandro Cortesi op

 

 

 

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XV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_2469.JPG(Kris Martin – Water – 2012 – Installazione artistica – nartece s.Sabina Roma –  gennaio 2017 – una serie di recipienti d’acqua di diverse forme, materiali e dimensioni riempiti ciascuno secondo la propria misura)

“Nel nartece di santa Sabina, ‘Water’ stupisce i visitatori. Questi contenitori sistemati i maniera casuale da Kris Martin racchiudono il loro volume d’acqua. Mentre all’altro lato della piazza l’acqua scorre giorno e notte, ogni giorno dell’anno senza interruzione, dalla fontana pubblica, qui essa è conservata preziosamente in piccole quantità in vasi di ceramica, metallo e vetro. Un tale contrasto tra abbondanza e rarità si può, mutatis mutandis, rapportare alla situazione idrologica del nostro pianeta blu. Mentre certe regioni della terra godono di abbondanza d’acqua altre sofforno di una carenza crudele del liquido prezioso: le conseguenze di questo squilibrio sono enormi  (…)

Il nartece era il luogo del limitare della chiesa dal quale i catecumeni che si preparavano al battesimo, e i penitenti seguivano le funzioni che si svolgevano nella chiesa (…)

Come i catecumeni, i vasi di Kris Martin sono anch’essi nell’attesa. aspettano di poter servire, di placare una sete, d lavare un abito. Essi hanno bisogno, per fare questo, di una mano d’uomo o di donna che li porterà per versare il loro contenuto, come l’uomo ha bisogno di un intervento umano per poter scoprire la fede, che non si trasmette che per testimonianza” (Dal catalogo ‘Auguri’ Mostra d’arte contemporanea Roma s.Sabina 23 nov 2016 – 24 gen 2017 commento di Alain Arnould op) 

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IMG_2466.JPGIs 55,10-11, Rom 8,18-23; Mt 13,1-23

La pioggia che scende dal cielo porta vita e dove giunge arreca ristoro e fa fiorire anche il deserto. Dall’incontro dell’acqua con la terra sorge una realtà nuova. L’acqua è elemento essenziale per la vita. Isaia si riferisce alla pioggia come metafora della parola di Dio: anch’essa viene dall’alto e genera una trasformazione che porta al nutrimento per gli uomini. “Come la pioggia scende dal cielo e non vi ritorna senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare perché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca” (Is 55,10)

La pioggia è dono di un Dio i cui pensieri sono distanti dai nostri pensieri: i suoi pensieri sono infatti riflessi nella corrente di vita che l’acqua reca con sé. Sono pensieri di dono, di possibilità di vita e felicità per tutti, di gratuità che non fa differenze ed esclusioni. Come lo scendere della pioggia è dono abbondante, diffuso, così la parola irriga ovunque.

L’acqua incontra la terra dove sono presenti semi che attendono di poter germogliare: c’è una realtà in attesa di esser fecondata, ed una promessa di vita. L’acqua che scende non distrugge ma porta forza di fecondità e rimane totalmente dono.

La pioggia fa riferimento alla Parola di Dio come dono di vita. Ogni frutto e germoglio nasce da questo discendere e ogni crescita trova la sua origine in un venire della parola di Dio. Il ‘parlare’ di Dio è efficace. Come all’origine della creazione, movimento che continua. Dio parla e le cose sono fatte: “Dio disse ‘sia la luce’. E la luce fu” (Gen 1,3). Quando Dio comunica la sua parola, comunica se stesso e dona la forza creatrice di vita: quando la parola di Dio raggiunge la terra Dio è all’opera per noi, in noi. Come la pioggia e la neve non ritornano al cielo senza aver operato una trasformazione “così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’avevo mandata” (Is 55,11).

Paolo ai Romani parla dell’attesa della creazione, come in un parto: “tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito”. La vicenda dell’umanità è legata insieme a quella della creazione e ne è parte. C’è un medesimo respiro che tiene insieme la vita di ogni elemento. La creazione, dice Paolo, è permeata dello spirito, presenza di Dio dentro nella creazione che vi reca un sospiro e un’attesa di liberazione. C’è un soffio di vita che unisce creazione e umanità. Gesù ha donato con la sua vita lo spirito e questo spirito genera una consapevolezza nuova della comunione della storia con la vicenda cosmica.

Nelle sue parole Gesù parla del seminatore. E’ una parabola che indica la fecondità della Parola di Dio: è seminata con abbondanza dal seminatore e non viene meno. La parabola porta a concentrarsi sul seminatore e sul seme stesso. Al cuore della parabola sta la fiducia del seminatore e l’abbondanza della sua semina. Nella prima parabola Gesù non accentua la diversità dei terreni ma l’abbondanza della semina. Il gesto del seminatore è infatti senza calcoli: getta il seme ovunque, senza preoccupazione di spreco. Nel suo agire c’è una gratuità di fiducia. Il seminatore esce a seminare e il seme cade ovunque. Il riferimento ad una azione quotidiana, conosciuta da chi ascoltava, è modo con cui Gesù coinvolge chi ascolta. Genera attenzione e coinvolgimento. Di fronte all’azione del seminatore che sparge con tanta abbondanza che fare? L’invito è riconoscere questa gratuità, lasciarsi coinvolgere: ‘che ne dite?’ E’ provocazione a chi ascolta per scegliere da che parte stare.

La parabola si fa invito alla speranza: alla fine il raccolto sarà abbondante nonostante tutte le difficoltà che contrastano la crescita, nonostante l’impressione che seminare sia una fatica vana. L’esito finale vedrà un raccolto addirittura spropositato nella misura. La parola di Dio è efficace: noi vediamo i fallimenti, gli impedimenti, le contraddizioni, ma questa parabola parla di un Dio i cui pensieri non sono i nostri pensieri, il suo amore ha una fecondità oltre ogni calcolo. E il seme che sembrava sprecato porta frutto oltre ogni previsione. Gesù invita a far proprio lo sguardo del seminatore che nel suo andare distribuisce in perdita il seme nella fiducia. Gesù provoca ad imparare ad attendere e a lasciarsi coinvolgere con disponibilità. E’ lo stile di Dio. La fecondità della vita sta nell’accoglienza della sua parola. La seconda parabola che concentra attenzione sui terreni presenta poi un invito a riconoscere i terreni, a saper cogliere gli ostacoli che rendono difficile l’accoglienza della Parola. Da questa consapevolezza può sorgere una disponibilità nuova.

Alessandro Cortesi op

IMG_2860.JPGParole e ambiente

Amitav Ghosh, scrittore indiano, nel suo ultimo saggio, La grande cecità. I cambiamenti climatici e l’impensabile (Neri Pozza, Vicenza 2017), ricorda un’esperienza da lui vissuta in prima persona. Quando era giovane un ciclone colpì la città di Delhi causando molti morti e feriti ed egli racconta l’esperienza di una inattesa catastrofe giunta sulla città che trovò molti abitanti impreparati ad affrontare l’emergenza ed incapaci di trovare un riparo.

Questa esperienza lo ha condotto a riflettere sull’assenza nella letteratura di una capacità di parlare di fenomeni quali il cambiamento climatico che fa giungere in modo improvviso e inatteso eventi di distruzione e mutamenti profondi della vita della natura e degli uomini.

“Prima della fine degli anni Novanta non si poteva scrivere di cambiamento climatico perché non lo si conosceva. Ma oggi un giovane scrittore che voglia parlare del suo tempo non può fingere di non sapere e deve creare una lingua letteraria per confrontarsi con un’epoca completamente diversa” (Huffington Post 11.07.2017; G.Fantasia, Amitav Ghosh: “Non lasciamo i cambiamenti climatici agli scienziati, raccontiamoli” )

“Il cambiamento climatico distrugge la lingua così come distrugge il mondo”, ha detto Ghosh e per questo auspica la ricerca di parole nuove per parlarne. Nel libro La grande cecità egli affronta tale questione e pone l’esigenza di ricerca di termini per poter affrontare ciò che il cambiamento climatico costituisce per l’umanità e la terra. Amitav Ghosh parla del cambiamento del clima che genera lo spostamento di popolazioni e cambia volto ai profili dell’ambiente.

Egli tuttavia osserva che l’attenzione al cambiamento climatico come questione che investe profondamente la vita dell’umanità oggi in relazione al mondo non umano non trova spazio nella letteratura: “Quando il tema del cambiamento climatico fa capolino in queste pubblicazioni, si tratta quasi sempre di saggistica; difficile che in tale orizzonte compaiano romanzi e racconti. Anzi, si potrebbe sostenere che la narrativa che si occupa di cambiamento climatico sia un genere che le riviste letterarie serie non prendono sul serio; la sola menzione dell’argomento basta a relegare un romanzo o un racconto nel campo della fantascienza. È come se nell’immaginazione letteraria il cambiamento climatico fosse in qualche modo imparentato con gli extraterrestri o i viaggi interplanetari”. (La Repubblica, Robinson, 16 aprile 2017).

La sua riflessione diviene così denuncia di un grande occultamento posto in atto nella cultura che non si pone la domanda sugli stili di vita e le scelte di sistemi di sviluppo di una parte dell’umanità che sono cause delle modifiche del clima e stanno alla radice di conseguenze disastrose in cui sono coinvolte insieme la questione della sopravvivenza delle future generazioni e la vita della terra, delle sue specie animali e vegetali.

“… le questioni che oggi gli scrittori e gli artisti dovrebbero affrontare non riguardano solo gli aspetti politici dell’economia dei combustibili fossili, ma anche i nostri stili di vita e il modo in cui essi ci rendono complici degli occultamenti messi in atto dalla cultura in cui siamo immersi”.

Con questa domanda, con sensibilità di letterato e di artista egli parla dell’attuale contesto culturale come quello segnato dalla grande cecità: “che cosa nel cambiamento climatico fa sì che il solo menzionarlo comporti l’esclusione dai ranghi della letteratura seria? In un mondo sostanzialmente alterato, un mondo in cui l’innalzamento del livello dei mari avrà inghiottito le Sundarban e reso inabitabili città come Kolkata, New York e Bangkok, i lettori e i frequentatori di musei si rivolgeranno all’arte e alla letteratura della nostra epoca cercandovi innanzitutto tracce e segni premonitori del mondo alterato che avranno ricevuto in eredità. E non trovandone, cosa potranno, cosa dovranno fare, se non concludere che nella nostra epoca arte e letteratura venivano praticate perlopiù in modo da nascondere la realtà cui si andava incontro? E allora questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità”.

C’è una pioggia che devasta, esito di scelte umane che conducono al cambiamento climatico e devastano l’ambiente; e c’è una pioggia che reca acqua alla terra e seme al seminatore e pane da mangiare…

Alessandro Cortesi op

Battesimo del Signore – anno A – 2017

12_St. Albans Psalter_Baptism, The Artwork: Baptism, The Artist: UNKNOWN; Illustrator of 'St. Albans Psalter', England, first half of 12th century Date: First half of the 12th century Technique: Miniature Location: University of Aberdeen, Historic Collections Notes: From the

St. Albans Psalter Baptism University of Aberdeen

Is 42,1-4.6-7; Sal 28; At 10,34-38; Mt 3,13-17

I racconti del battesimo di Gesù da parte dei sinottici possono essere letti scorgendo diversi elementi e accenti. Marco narra il momento dell’immersione e dice che ‘Gesù vide i cieli squarciarsi’: non si tratta di qualcosa che accade in cielo, ma è indicazione che esprime l’identità di Gesù: in lui qualcosa di nuovo si apre nel rapporto tra Dio e l’umanità. Nei profeti i cieli chiusi dicono il silenzio di Dio (Is 51,9-10): ora si aprono e lo Spirito scende su Gesù come colomba (Mc 1,10). Nell’Esodo si narra che quando Mosè risalì dal mare ricevette lo Spirito. Ora Gesù sale dalle acque: si pone nel cammino dell’esodo e si compie una liberazione nuova. Nella sua vita c’è il farsi vicino di Dio, il Dio che scese a liberare il suo popolo nella schiavitù. Gesù guida il cammino di tutto un popolo in rapporto all’alleanza con Dio. Lo Spirito scende e lo spinge ad una missione. L’intero racconto di Marco è teso ad indicare questa missione: è il Figlio diletto nel quale Dio si compiace, è il ‘servo’ amato (Is 42,1), è il Figlio (con riferimento al salmo 2,7). Gesù – ci dice questo testo – attua la missione del servo che Isaia aveva indicato. La voce che proviene dal cielo (richiama a Is 44,2 e 62,4) manifesta la sua identità e missione: è epifania della sua vita.

Il racconto di Matteo riprende Marco e vi aggiunge e modifica qualcosa: sottolinea la scelta libera di Gesù di recarsi da Giovanni per farsi battezzare. Non racconta l’immersione di Gesù ma inserisce un breve dialogo tra lui e il Battista. Nello scambio di parole emerge il significato del gesto. Gesù non si fa battezzare per la remissione dei peccati ma ‘per realizzare ogni giustizia’. Per Matteo la ‘giustizia’ è prima di tutto un dono di Dio, e si attua nell’accogliere la sua fedeltà e vicinanza. Gesù compie un gesto coerente con la legge giudaica: adempie la legge ma nello stesso tempo la supera perché manifesta una fedeltà (giustizia) nuova che non dipende più dalla legge. Con il suo battesimo apre ad una nuova giustizia quale dono di Dio. In lui, il servo, tutti avranno possibilità di perdono e di speranza nuova non per una giustizia derivante dalla legge, ma per la misericordia di Dio, la sua fedeltà, quale dono che da Lui solo viene. E’ il messaggio del discorso del monte: “Se la vostra giustizia non sarà più sovrabbondante di quella degli scribi e farisei, non entrerete nel regno dei cieli…”

Luca sottolinea a sua volta altri aspetti: inserisce il battesimo di Gesù in un contesto di preghiera e lo situa nel quadro della storia della salvezza. Vede infatti in Gesù che si immerge il nuovo Adamo, inizio di una nuova umanità e compimento della creazione: il significato del suo discendere sta in rapporto al popolo di Dio che da lui ha inizio, aperto a raccogliere tutta l’umanità. Nella pagina successiva Luca pone la genealogia di Gesù: una lunga lista di nomi che giungono sino ad Adamo. Gesù è visto poi da Luca come messia che inizia la comunità degli ultimi tempi. L’annotazione singolare che il Battista è in prigione quando Gesù si fa battezzare apre una domanda su chi attua il battesimo e questo fa risaltare il ruolo dello Spirito. L’intero cammino di Gesù stesso sarà sotto l’impulso dello Spirito. Il battesimo di Gesù è presentato poi da Luca – autore anche degli Atti degli apostoli – in parallelo al racconto la pentecoste (At 1): anche i discepoli, come Gesù, erano in preghiera quando lo Spirito discese su di loro e sono inviati nella forza dello Spirito della Pasqua. Nel vangelo un detto di Gesù (Lc 12,49-50) può essere una chiave di lettura: “devo ricevere un battesimo ma sono nell’angoscia finché non sia consumato”. Il dono dello Spirito al Giordano si attua pienamente nella morte e risurrezione di Cristo: lì avviene fino in fondo la discesa/immersione di Gesù. La Pasqua di Gesù è il suo discendere e servire fino alla consegna di sé come colui che serve. Luca vede il battesimo in rapporto alla vita di una comunità chiamata ad entrare in rapporto con Gesù e a seguirlo nel quotidiano.

Gesù si sottomette ad un gesto di penitenza e di cambiamento. E’ il primo passo della missione di Gesù come messia. Il battesimo è letto allora come momento di manifestazione (epifania) dell’identità di Gesù che si manifesta nella croce e nella risurrezione: Gesù è l’inviato, l’amato del Padre di misericordia che vuole che tutti trovino liberazione e salvezza. La sua è la via del messia che si fa servo e solidale con l’umanità. Da qui un messaggio per noi: siamo condotti ad incontrare Dio seguendo la sua vita e il suo agire nel servizio e nella solidarietà.

Alessandro Cortesi op

img_1842(Firenze Palazzo Strozzi – Installazione Ai Weiwei – settembre 2016)

Sotto le acque

Fatima Jawara era una giovane atleta, giocatrice di calcio, nel suo paese il Gambia, un territorio piccolissimo inserito nel cuore del Senegal, con meno di due milioni di abitanti. Non era una campionessa, Fatima, ma era stata scelta per giocare in porta nella squadra nazionale del suo Paese. Il calcio era la sua passione e sognava una vita diversa lontana dalla sua terra. Abbandonare la terra delle proprie origini, delle proprie radici, dei propri legami, non è cosa facile per nessun uomo e donna: lo sanno bene i migranti di tutti i tempi e di ogni latitudine. Solo qualcosa che non è più sopportabile spinge ad andare via, a cercare altrove ciò che dà respiro alla vita. In Gambia un dittatore, Yahya Jammeh, che ha mantenuto il potere per 22 anni sino ad ora, ha reso questo paese uno dei luoghi dove vi sono violazioni sistematiche di diritti: nelle carceri si praticano tortura e sevizie, attivisti sono uccisi e fatti sparire. Un terzo della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Recentemente Jammeh ha fatto adottare l’arabo come lingua ufficiale e ha imposto alle impiegate degli uffici pubblici di indossare il velo imponendo così norme coraniche a livello pubblico, caso unico in Africa insieme alla Mauritania, per attirare nel paese i ricchi investimenti di Arabia saudita e dei paesi del Golfo. Naturalmente la corruzione nel paese è diffusa senza limiti ad ogni livello. Dopo aver perso le elezioni all’inizio di dicembre 2016 aveva promesso di lasciare la presidenza ma successivamente ha ritirato la sua parola. Fatima era partita dal Gambia, come tantissimi altri giovani come lei, ma non è giunta in Europa. Il barcone su cui era stata imbarcata a Misurata si è rovesciato e come lei sono stati contati 97 tra morti e dispersi. Fatima come Samia Yusuf Omar, atleta somala nata nel 1991 che nel 2008 era giunta in finale ai giochi olimpici di Pechino nei 200 metri. Aveva gareggiato fino alla fine, esile con la sua bandana bianca a tenerle i capelli, ricordo drammatico del suo paese e della sua famiglia. Era arrivata ultima ma era arrivata fino in fondo, lei che correva a piedi scalzi sulla terra battuta del suo paese, mentre tra disordini e violenze prendevano piede i gruppi fondamentalisti, i miliziani di Al-Shabab. E coltivava il sogno di poter allenarsi e far germogliare il suo talento per giungere alle olimpiadi di Londra del 2012. Il suo mito era il fondista somalo Mo Farah, che aveva ottenuto la cittadinanza britannica, campione dei 5000 e dei 10.000 metri piani. Ma il suo sogno è stato inghiottito dalle acque del mar Mediterraneo, davanti a Lampedusa. La sua storia è divenuta nota per il libro di Giuseppe Catozzella (Non dirmi che hai paura, Feltrinelli).

Anche lei come Fatima, immerse nel Mediterraneo: una folla di donne uomini e bambini. Assistiamo ad una continua immersione di vite che non tornano più: sono vite che rimangono domande aperte sulle contraddizioni di un’Europa incapace di scelte politiche di fronte all’iniquità del nostro tempo e in risposta alla ricerca di pane e dignità di popoli interi.

Per chi crede in Gesù Cristo sono vite, in particolare di donne e bambini, che ci chiedono il senso di questo segno, il battesimo, gesto di colui che è disceso nelle acque ed è sceso fino a condividere la sorte di chi muore disprezzato e dimenticato.

Immersi nelle acque… una domanda su cosa significhi oggi vivere il battesimo… un rito religioso o un’immersione di vita?

Alessandro Cortesi op

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Battesimo del Signore – anno C – 2016

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(mosaico – Ravenna – battistero degli ariani)

Is 42,1-4.6-7; At 10,34-38; Lc 3,15-16.21-22

“Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”

Giovanni il Battista presenta colui che deve venire come ‘il forte’ allo stesso modo in cui Isaia aveva parlato del messia, ‘forte, potente come Dio’ (Is 9,5); dicendo ‘viene uno che è più forte di me’ rievoca anche le espressioni del salmo rivolte al messia: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore’ (Sal 118) ripreso anche da Zaccaria ‘Ecco Sion, a te viene il tuo re…’ (Zac 9,9).

I quattro vangeli canonici riportano il battesimo al Giordano di Gesù, momento di svolta per la sua vita, per opera di Giovanni il battezzatore. La predicazione di Giovanni e la sua scelta di ritirarsi in una zona desertica per proporre un gesto di penitenza e di cambiamento di vita trovano motivazione nell’atmosfera di attesa di un messia liberatore del popolo e portatore di un rinnovamento religioso e di un regno di giustizia e di pace diffusa nell’ambiente d’Israele del I secolo.

Il fatto che Gesù si sia associato a questo gesto di purificazione genera interrogativo e scandalo per la prima comunità. Ma proprio per questo è tanto più importante sostare e coglierne la portata fondamentale nella vita di Gesù. Così viene ricordato sin dalla primitiva predicazione: “voi siete al corrente di quello che è accaduto in Galilea prima e in Giudea poi, dopo che Giovanni era venuto a predicare e a battezzare…” (At 10,37; cfr At 13,24-25).

Questo gesto agli inizi dell’attività pubblica è letto da Luca come momento di manifestazione dell’identità e della missione di Gesù. Luca non narra il momeno dell’immersione. Aveva poi presentato la discesa dello Spirito, la sua unzione fin dall’annuncio a Maria. Il momento del battesimo è occasione per indicare il volto di Gesù che anticipa la manifestzione sul monte Tabor e sul monte Calvario. Per dire questo utilizza tre elementi: il cielo aperto, la colomba, la voce dal cielo.

“Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: ‘Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto’”.

Il cielo aperto è metafora di comunicazione fra Dio, il cui luogo è il cielo e la terra. E’ ripresa dell’invocazione del salmo ‘se tu squarciassi i cieli e scendessi…’. La colomba simbolo dello Spirito di Dio effuso sul messia rinvia alla profezia di Isaia: “Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2) La colomba era anche in qualche modo segno del popolo d’Israele (Sal 68,14; Os 7,11) e questo rinvia ad un inizio della comunità e del popolo di Dio che segue il messia.

La voce divina echeggia il salmo 2,7, salmo dedicato al re quando saliva al trono: parla dell’intervento di Dio: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”. Re e messia erano pensati come figli adottivi di Dio. Così Luca indica in Gesù il Figlio. La voce da cielo cita un testo di Isaia: “Ecco il mio servo che io sostengo, ecco il mio eletto in cui pongo la mia compiacenza” (Is 42).

Gesù ha il profilo del servo di Jahwè: in lui si attua la speranza di un messia che rinvia alla promessa a Davide (2Sam 7). Ma Gesù ha tatti del servo, segnato dalla sofferenza che offre se stesso: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio Spirito sopra di lui… ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri”.

Una voce dal cielo voce torna per tre volte nel vangelo di Luca: al momento del battesimo al Giordano, alla trasfigurazione ed infine al calvario, quando Gesù si rivolge al Padre e a lui si affida: lì Gesù si rivolge a Dio chimandolo ‘padre’, ora all’inizio del suo cammino è chiamato ‘figlio’.

Il Giordano luogo di lontananza da Gerusalemme e dal tempio, luogo del passaggio nel cammino verso la terra diviene il luogo in cui Gesù riceve l’invio per la sua missione ad essere il messia servo. Un momento di epifania: così lo legge Luca. Sarà un centurione romano proveniente dal mondo dei pagani a riconoscere sotto la croce che ‘ egli era veramente un uomo giusto’ (Lc 23,47).

Le acque del Giordano, che non solo attraversano tutta la terra di Palestina dal nord fino al Mar Morto, ma attraversano anche i due Testamenti, sono le acque che si prolungano in quella immersione (battesimo) che costituisce il momento di inizio di un cammino che è di Gesù e insieme a lui anche di coloro che lo seguono.

Alessandro Cortesi op

un Re è venuto tra noi.JPG

Acque

“Si è svegliato e ha sentito delle urla… In quel periodo però ci sono le berte. Le berte di prima mattina stridono… Ma lui aveva uno strano presentimento. Allora si è alzato, è andato a prua, ha preso in mano il timone della barca e si è diretto lentamente verso quelle strane grida. Sentiva le voci, e alcune sembravano umane. Gli sembrava di riconoscere delle parole.

“Appena ha albeggiato, ha visto delle macchie di colore in mare e si è accorto che erano corpi umani. Allora ha dato l’allarme. Sono riusciti a prenderne quarantacinque, poi si è fermato un latro peschereccio. E subito dopo siamo arrivati noi. Per loro era più difficile tirarli su perché avevano le murate alte, mentre io e Onder avevamo una barca da pesca molto più bassa e molto più piccola, di soli cinque metri e venti. Potevamo prenderli dall’acqua con più facilità. Ma non tantissimi, però, se no andavamo a fondo pure noi”.

E’ la testimonianza di Costantino, pescatore, originario della Puglia e trasferitosi a Lampedusa negli anni 70 e lì stabilitosi. E’ riportata nel racconto raccolto da Alessandro Leogrande nel suo libro ‘La frontiera’ (ed. Feltrinelli 2015) un anno dopo la strage di Lampedusa. Fu quello il naufragio avvenuto il 3 ottobre 2013: una barca caricata di migranti all’inverosimile, tutti stipati, proprio di fronte alle coste al largo dell’isola dei conigli, calò a picco per lo spostamento delle persone e la perdita del bilanciamento, mentre divampava un incendio. 368 furono i morti: 360 eritrei e 8 etiopi.

Il racconto ricostruisce il ricordo di quel momento e riporta, a un anno di distanza, parole e gesti degli eritrei sopravvissuti e dei loro compagni, fuggiti alla dittatura implacabile in un paese ridotto ad una caserma sotto un regime di violenza e controllo, tornati a Lampedusa per ricordare: “le onde sono alte, i fulmini cadono vicini alla costa. Il diluvio non scende a gocce, ma a secchiate fredde, sbattute dal vento. Eppure gli eritrei, che hanno cantato per tutta la durata del corteo e che hanno proseguito appena arrivati nei pressi della Porta quando lampi e tuoni si sono intensificati, continuano farlo, come se ci fosse ancora il sole. Rimangono imperturbabili, con i fiori in mano e lo sguardo puntato verso le onde, dentro le loro magliette nere su cui è scritto in bianco ‘Proteggere le persone, non i confini’. Cantano impassibili.”

Il 3 ottobre 2013 è data simbolo di una tragedia immane che è continuata come stillicidio implacabile, nel tempo e fino ad oggi continua in modo drammatico: una tragedia di acqua e di volti. Una schiera senza numero ha trovato nel mare la morte. Una tragedia di caduta e inabissamento nelle acque. Non sono mancate le mani robuste tese a tirare su corpi ritenuti senza vita e che hanno ripreso respiro. Ma sono piccola goccia. E’ la tragedia di questo tempo fatta di speranze e di tristezza, di morte e vita riassunte nel canto e nell’invocazione, nel senso di legame tra chi cammina ancora e chi non c’è più.

“Cantano e pregano per almeno mezz’ora mentre la pioggia picchia a secchiate e il vento diventa gelido… Non ho mai partecipato a niente di così intensamente religioso in tutta la mia vita. Non ho mai percepito, come in questo momento per certi versi assurdo, una tale tensione verso se stessi e gli altri, un tale stringersi intorno a un testo cantato e a delle persone che non ci sono più”.

Battesimo è immersione e uscita dalle acque, simbolo di novità e di rinnovamento. Battesimo è segno di acqua, ad indicare un dono, e la benedizione di Dio sulla vita. Le acque del mare sono divenute oggi luogo di morte e di esclusione. Quelle acque sono un confine di morte o di vita. Lì si possono attuare scelte di morte o di vita per far uscire, ma anche e prima di tutto per uscire dall’immobilità e dall’indifferenza, per vivere in modo diverso. E’ un cambiamento che non si risolve in un rito ma in un modo nuovo di intendere la vita. Capace di sentirsi legata ad altri.

Alessandro Cortesi op

Dedicazione della Basilica Lateranense – 2014

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Ez 47,1-12; Sal 45; 1Cor 3,9-17; Gv 2,13-22

La visione di Ezechiele parla del significato della costruzione del tempio di Gerusalemme in un’epoca in cui il tempio distrutto dopo l’esilio veniva poco alla volta ricostruito. L’immagine del tempio è legata all’altra grande immagine dell’acqua portatrice di vita e fecondità che sgorga dal suo interno e dilaga al di fuori. Il tempio è così letto come luogo di presenza di Dio, sorgente di fecondità. Da lì fuoriesce l’acqua che non può essere trattenuta entro i limiti della costruzione e abbonda in modo sorprendente espandendosi progressivamente. L’acqua che sgorga verso oriente è grande simbolo dell’abbondanza di una vita comunicata ad ogni creatura.rinvio alla creazione stessa quale tempio vivente, spazio di vita che racchiude la presenza di Dio. Tempio della gloria di Dio è quindi il creato, luogo della vita, dove scorre un’acqua portatrice di forza e guarigione. E’ forza che risana, ed è anche simbolo di una presenza. Il Dio del creato non solo è all’origine di tutte le cose ma è Dio presente nella creazione, che permea con la sua presenza dal di dentro ogni realtà. Con il suo respiro di vita donata, con lo spirito e l’energia vitale posta nelle realtà uscite dalle sue mani, Dio stesso attua una presenza non dall’esterno, ma dal di dentro. Il tempio di Gerusalemme è simbolo della presenza di Dio e del suo spirito in mezzo al suo popolo, una presenza di dono, come sorgente da cui sgorga energia di vita, grazia in abbondanza.

“Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere’. Gli dissero allora i giudei: ‘questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere? Ma egli parlava del tempio del suo corpo”. Il IV vangelo colloca il gesto provocatorio di Gesù di scacciare dal tempio i venditori insieme agli animali proprio ai primi capitoli nel contesto di una polemica di coloro che guardavano alle grandi opere di iniziativa di Erode il grande. Gesù pone un gesto di rottura presentato come un segno profetico, che costtuisce una protesta di fronte al luogo del tempio divenuto mercato e racchiude un annuncio sulla vita stessa di Gesù, sulla sua identità.

Non è solamente richiamo a non scambiare le cose di Dio con gli affari umani e a non fare della casa di preghiera un luogo di mercato. C’è infatti qualcosa di più profondo: Gesù accompagna il gesto con una parola. Parla della distruzione del tempio ma anche del ‘sorgere nuovo’ di un altro tempio. Tutti pensano alla distruzione e all’impossibile ricostruzione di un edificio di pietre, imponente e grandioso. Gesù invece ‘parlava del suo corpo’. L’annuncio profetico è critica radicale rivolta ad ogni genere di tempio che pretende di racchiudere la presenza di Dio e rende il rapporto con Dio una questione di potere religioso che s’incrocia e si mescola con altri poteri. E’ contestazione del modo di intendere la fede come istituzione religiosa che assume la medesima logica dei poteri mondani assoggettandosi al dominio del denaro e ad un modo di intendere la vita come mercato.

Con questo gesto Gesù annuncia che l’autentico tempio, il luogo dell’incontro con Dio, è il suo ‘corpo’. La sua umanità, i suoi gesti, il suo morire sono lo spazio nuovo in cui incontrare il Padre. L’umanità vivente il suo condividere l’intera esperienza umana è lugoo dell’incontro con Dio. Nessun tempio umano, nessuna basilica o costruzione, e nessuna istituzione stabilita su un qualsiasi potere può sostituire il tempio che è il corpo di Gesù: il ‘tempio’ autentico è il suo corpo e l’incontro con Dio si compirà non su uno o un altro tempio ma nella apertura a riconoscere il corpo di Gesù nel corpo di tutti i crocifissi con cui Gesù stesso si identifica.

“Secondo la grazia che mi è stata data, come un architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo”. Paolo rivolge queste parole alla comunità di Corinto. Diversi predicatori con fascino carismatico e riscontrando successo e seguito rivendicavano un’autorità particolare sulla comunità e venivano riconosciuti da diverse fazioni tra loro in conflitto. Paolo scorge in questo un venir meno a qulacosa di essenziale dell’esperienza di fede. Intende così ricondurre alla grande domanda sul fondamento. Qual è il fondamento di ogni costruzione, ma anche il fondamento di quella costruzione che è una comunità? Per quale ragione esiste una chiesa, quale il motivo che sta al fondo dell’esperienza di una comunità? Paolo indica l’importanza di recuperare il riferimento essenziale a Gesù. Così ricorda il centro della fede: l’unico fondamento è Cristo. Invita a tornare e a lui e fare di lui il criterio delle scelte e della vita. Un ritorno all’essenziale, una provocazione a non perdersi e a non confondere il fondamento con chi ha costruito sopra o ha portato il suo contributo nella crescita della comunità stessa. E l’edificio diviene metafora per la vita della chiesa come comunione vivente: si tratta di un edificio non di pietre ma di persone ciamate ad edificarsi in modo reciproco. La vita della fede viene così descritta come un’esperienza segnata da dinamismo, come edificio che viene poco alla volta costruito ed ha bisgono di mantenimento e di restauro. E’ un edificare nella rete di relazioni reciproche e molteplice. Paolo ricorda ai cristiani di Corinto che ‘lo Spirito abita in voi’. L’esperienza della chiesa è quella di un cantiere sempre aperto, un edificio in costruzione: lo Spirito è al cuore di comunità in cui tutti sono chiamati ad essere protagonisti e responsabili insieme. In cammino sull’unico fondamento di Cristo crocifisso.

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Alcune riflessioni per l’oggi.

L’acqua che sgorga dal tempio nella visione di Ezechiele e che porta energia e vita apre a considerare la forza di vita proveniente da Dio. Il fluire di quest’acqua non rimane chiuso, regimato entro argini fissati, e non può nemmeno essere contenuto all’interno della costruzione del tempio, ma tende ad uscire, porta fecondità oltre ogni confine, al di fuori del tempio. La natura stessa, ogni suo elemento della vita animale e vegetale, gli alberi nella loro diversità e nei frutti sono toccati dalla forza vivificante di quest’acqua. Tempio è quindi la terra, la creazione stessa e tutto ciò che le appartiene, e in questo tempio è da riscoprire il senso nascosto della presenza di Dio che si rende vicino nel respiro della creazione.

Il richiamo di Paolo è rivolto a recuperare l’unico fondamento su cui si costruisce la comunità. Tempio è quindi anche la comunità, quel tempio vivente che è la compresenza di tutti coloro che si ritrovano in Cristo. Paolo pone la domanda di fondo: su che cosa si costruisce la vita delle comunità? Su quale tipo di fondamenti? Su quali criteri si edifica? E’ anche richiamo a quell’arte di edificare la comunità che non tocca solamente gli aspetti istituzionali della chiesa, ma tutte le forme di vita comune che sorgono nelle case, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro e di attività, in tutti gli spazi umani di relazione. Oggi viviamo la difficoltà a vivere una dimensione relazionale che non sia relegata all’ambito virtuale – quel modo di relazionarsi che genera la solitudine del cittadino globale – e senza effettivo coinvolgimento in relazioni significative. Costruire comunità è opera quotidiana, faticosa uscita dai bastioni di difesa di individualità impaurite o aggressive, tessitura faticosa di percorsi di relazioni che lascino spazio a quella presenza di Dio che passa e si rende presente nel dialogo e nell’incontro.

“Il tempio di Dio siete voi”: Paolo richiama ad una ulteriore dimensione del ‘tempio’. Tempio è la persona umana, il corpo stesso nel suo significato di sede di relazione con altri. Alcuni riferimenti della cronaca recente possono essere collegati a questo invito. Abbiamo potuto vedere ancora in questi giorni le foto di un corpo martoriato di un giovane, Stefano Cucchi, che dopo l’arresto causato dal suo essere caduto nel vortice della tossicodipendenza, ha subito botte e torture. E’ stato malmenato, costretto alla fame, e condotto alla morte mentre era affidato nelle mani della polizia penitenziaria, di medici e infermieri in carcere. Il fatto che in sede gudiziaria non sia stata appurata alcuna responsabilità per questa uccisione ha suscitato l’indignazione e la reazione di fronte all’incapacità di riconoscere responsabilità di tali violenze e violazioni del diritto fondamentale alla dignità umana, del diritto ad essere custoditi con rispetto anche nella condizione di arresto. Ha condotto a riflettere sulle condizioni di chi è più fragile ed è messo in custodia di altre mani, delle istituzioni sociali e statali, nelle situazioni di infermità fisica o mentale e nell’esperienza di chi è ristretto nelle carceri. Abbiamo visto le riprese di attacchi condotti dalla polizia su ordine di responsabili a livelli superiori con manganellate contro un corteo di lavoratori, a dimostrazione di un disprezzo verso chi difende la fondamentale dignità del lavoro a fronte di un predominio di un mercato sempre più dominato dalla finanza. Abbiamo anche visto le immagini di profughi provenienti stremati dall’Africa lasciati senza soccorsi per ore sulle coste spagnole a motivo del sospetto che fossero portatori del contagio del virus Ebola, e poi portati via ammassati su di un camion della spazzatura. Segno evocativo di un modo di trattare esseri umani, corpi affaticati e spossati, come spazzatura e come scarti. Ogni atto che sfigura il corpo umano e lo rende assoggettato, asservito, disprezzato, ogni atteggiamento che non riconosce la persona, soprattutto quella inerme e più fragile, come depositaria di una dignità unica, è attentato alla presenza di Dio. Tempio è il corpo di ogni persona. L’autentico tempio in cui oggi incontrare il Dio di Gesù Cristo è il corpo di coloro che sono vittime e crocifissi. Nel mondo dominato dalla logica del mercato che pone il profitto come primo orizzonte che dà senso alla vita la provocazione a pensare il senso del tempio fuori dai confini e oltre ogni tempio, nel respiro della terra, nella vita, nei corpi, nelle relazioni, è motivo di profonda riflessione e di nuovi orientamenti.

Alessandro Cortesi op

XVIII domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

193453Mosaico – s.Apollinare nuovo Ravenna, sec. VI –

(nel mosaico della moltiplicazione i pani sono quattro, mentre l’episodio del vangelo parla di cinque pani e due pesci – Mc 6,38; Mt 14,17 -: tale particolare dell’immagine rinvia a riconoscere in Gesù stesso il pane della vita, in rapporto all’Eucaristia).

Is 55,1-3; Rom 8,35.37-39; Mt 14,13-21

La prima moltiplicazione dei pani è collocata da Matteo in un passaggio critico della vicenda di Gesù, immediatamente dopo aver udito la notizia dell’uccisione del Battista. L’episodio costituisce una sorta di spartiacque tra una prima fase dell’attività di Gesù e un secondo momento successivo alla morte del Battista. Sino a questo momento Gesù è stato presentato con il profilo del predicatore itinerante e del guaritore. A questo punto Matteo lo descrive in un movimento di ricerca della solitudine nel ritirarsi in un luogo deserto: Gesù si ritira in un luogo solitario. Su questo suo ritirarsi Matteo insiste più volte nel vangelo e lo rende elemento del suo presentarsi nella sua identità più profonda che si manifesta nel suo agire e nel suo stile di vita.

Gesù si ritira ma il sopraggiungere di molte persone che lo seguono genera in lui un nuovo movimento, espresso nei termini della compassione. Compassione è avvertire su di sé le sofferenze e il bisogno degli altri e Gesù lascia che il suo desiderio di solitudine sia interrotto e indirizzato verso l’incontro e ascolto delle folle, verso le loro esigenze: “fu mosso a compassione e guarì i loro infermi”. La giornata è interamente presa da tale accoglienza. I discepoli venuta la sera invitano Gesù a congedare la folla: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla, perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. ‘Congedare’ è termine utilizzato per indicare una separazione: Gesù però si rifiuta di mandare via le persone e non intende lasciarle senza nulla. Invita così i discepoli: “date loro da mangiare”. In questo modo prepara un segno: il segno di un banchetto. I discepoli hanno però solo cinque pani e due pesci.

Alcuni elementi indicati da Matteo aiutano a cogliere il significato di questo segno: l’episodio è collocato nel deserto. E nel deserto Israele aveva ricevuto il dono della manna come cibo per procedere nel cammino della liberazione. Matteo rinvia con qualche accenno a questo momento del cammino dell’esodo con evocazione della primavera nell’indicazione dell’erba verde che richiama il banchetto pasquale e con l’esplicitazione che furono sfamati “cinquemila uomini, senza contare le donne i bambini”(cfr Es 12,37).

C’è una sproporzione tra i cinque pani e due pesci e la moltitudine di chi potè mangiare. Questi pani e pesci furono portati a Gesù: ‘Portatemeli qui’ è una parola che dice l’autorevolezza di Gesù, presentato da Matteo come colui a cui i discepoli sono chiamati ad affidarsi. Saranno loro a dare da mangiare alla folla, ma sono invitati a portare a Gesù i pani e i pesci. Gesù pronuncia la benedizione: era quella la benedizione ebraica sul pane: ‘benedetto sei tu Signore, re del mondo che fai uscire il pane dalla terra’. E’ benedizione a Dio, parola di bene rivolta a Dio solo che fa uscire il pane dalla terra, riconoscimento di un dono e di una presenza.

Tutti mangiarono e furono sazi, e il pane fu così abbondante che avanzò. I doni di Dio sono senza misura e i numeri dei cinquemila uomini e delle dodici ceste racchiudono anche un riferimento a significati per la comunità di Matteo. Gesù prepara un banchetto per una folla stanca e bisognosa di attenzione e di cura. E’ il banchetto proprio del messia evocato nel gesto di Davide di benedire il popolo e di distribuire un pane per ciascuno (2Sam 6,19). Il re in Israele aveva come compito provvedere a far sì che il popolo avesse da mangiare. Gesù si pone come messia, sposo del popolo, che non lo abbandona e non lo lascia andare, non congeda, ma dice nel gesto dello spezzare e condividere il pane l’abbondanza di una vita che viene dalla benedizione di Dio che ha cura dell’umanità, e la possibilità di una vita nuova di relazioni fondate sulla condivisione del pane.

Matteo legge in modo simbolico una cura che guarda da un lato ad Israele (nella prima moltiplicazione avanzano dodici ceste rinvio alle dodici tribù) e dall’altro a tutti i popoli (nella seconda moltiplicazione che risulta una sorta di doppione della prima – Mt 15,32-39 – avanzano sette ceste rinvio al numero delle genti pagane, settanta). Suggerisce così al lettore che Gesù prepara un banchetto aperto che non eslcude, ma è invito ad una comunione che include il cammino di tutti i popoli della terra.

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Alcune riflessioni per noi oggi

“date loro voi stessi da mangiare” Matteo vede il gesto dello spezzare i pani da parte di Gesù come un segno che indica lo stile di tutta la sua vita. Dare da mangiare è profonda partecipazione alla sofferenza degli altri: ‘vide una grande folla e sentì compassione per loro’. Il deserto è luogo non solo geografico, ma simbolico. Esso richiama l’esodo e il cammino percorso da Israele. Gesù, presentato con il profilo di nuovo Mosè, si prende cura prova compassione: sente su di sé quel dolore che prende le viscere, condivide le attese e le sofferenze di quelli che sono con lui. Il gesto di spezzare il pane dice la sua cura per la vita, in tutti i suoi aspetti, nelle esigenze immediate e nelle seti più profonde. Questo stile di Gesù è chiamata a seguirlo, a partecipare alla sua compassione per le sofferenze di chi ha fame e sete.

Gesù incarica i suoi di farsi continuatori di questa consegna. Li coinvolge nell’esperienza dell’offrire un dono che viene da una benedizione e genera condivisione. Li educa così ad essere loro stessi a dare seguito al suo inizio. Possiamo chiederci quale sete e fame presente siano presenti nelle persone vicino a noi e in un mondo segnato dall’iniquità e dalla iniqua distribuzione delle ricchezze e dei beni.

“O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e senza spesa, vino e latte”. Queste parole acquistano una particolare rilevanza oggi: il problema dell’acqua si sta facendo sempre più urgente. L’acqua, da bene per tutti diviene sempre più bene solo di qualcuno; le privatizzazioni delle risorse idriche costringono a dipendere dai grandi monopoli dell’acqua. Nei paesi in cui vi è abbondanza d’acqua utilizzabile per i grandi impianti idroelettrici le privatizzazioni e l’allontanamento di popolazioni che dipendono per la loro sopravvivenza da fonti e fiumi è processo che conduce al soffocamento di intere economie.

I beni che sono per la vita chiedono di essere distribuiti a tutti. Beni comuni come l’acqua l’aria, la terra, ma oltre ad essi la dignità umana non possono essere soggetti alle leggi del mercato, alla compravendita. Beni comuni esigono una custodia particolare perché non siano appropriati da qualcuno senza gli altri o contro gli altri. C’è un’esigenza di gratuità fondamentale nella vita. Un messaggio destabilizzante in una realtà dove tutto ha un prezzo ed anche la vita umana è ridotta in termini di denaro.

Nessuno dovrebbe patire la fame o la penuria di beni essenziali, la mancanza d’acqua e con l’acqua ciò che è necessario per vivere. E’ forte appello al poter partecipare ai beni del banchetto anche da parte dei poveri, da parte di chi non ha mezzi con cui pagare. Un appello alla condivisione. La comunione come orizzonte della vita è così essenzialmente un dono da accogliere, di fronte a cui stupirsi, ricevere e imparare a condividere.

Pane e vino sono i segni di un banchetto, luogo di comunicazione e di relazioni umane, segni che rinviano ad una relazione con Dio che convoca ad una mensa in cui per tutti e per ognuno c’è un posto. In questo testo c’è anche una critica rivolta al tentativo sempre presente di trovare una sistemazione, di ricercare un benessere vano e illusorio, ‘lo spendere i propri beni per ciò che non è pane’. Lo sperpero quando a qualcuno manca l’essenziale. La sovrabbondanza di beni, la ricerca di altre sicurezze o garanzie fa perdere di vista l’alleanza con Dio che si concretizza in stili di vita di solidarietà: far sì che vi sia acqua e pane e latte per tutti. Non un intervento miracoloso dall’esterno, ma il miracolo del fare spazio alla condivisione e all’attenzione all’altro.

Alessandro Cortesi op

 

III domenica di Quaresima – anno A – 2014

ges_e_la_samaritana (affresco XI sec., scuola bizantino-campana, Basilica di s.Angelo in Formis, Capua)

Es 17,3-7; Sal 94; Rom 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42

Gesù incontra una donna, straniera. L’incontro è un incrocio di seti diverse: è Gesù che per primo presenta la richiesta ‘dammi da bere’. Questo suo primo passo che suscita la meraviglia della donna perchè i rapporti tra giudei e samaritani erano di ostilità ed anche perchè non dovevano esserci contatti in pubblico tra un uomo e una donna, diviene occasione per l’emergere della sete presente nel cuore della samaritana.

Si tratta così di un incontro che conduce ad entrare in un dialogo e in un lento percorso di conoscenza e di rivelazione: è un darsi ad incontrare di Gesù a questa donna, è scoperta per lei del senso della sua vita, è apertura ad una fede vissuta in spirito e verità. Un incontro che non rinchiude in una religione del monte ma che apre.

Nel IV vangelo le persone che Gesù incontra divengono esempi e paradigmi di percorsi umani con i quali chi legge può identificarsi. E il percorso è scoperta del volto di Gesù: nel conoscere lui si apre un itinerario di scoperta del proprio volto e di apertura ad una comunicazione nuova come la donna sperimentò alla fine con i suoi compaesani (Gv 4,39: “molti samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna che testimoniava…”).

L’incontro con la donna di Samaria è innanzitutto memoria degli incontri di Gesù, e della sua accoglienza verso le donne, del suo sconfinare andando oltre le barriere che relegavano le donne in ambiti marginali. Gesù rompe con schemi culturali e religiosi che creavano esclusione e distanza. Ma la donna di Samaria diviene anche simbolo di chi è lontano e straniero. Nel suo profilo si può infatti cogliere la vicenda di ogni lontano e straniero che viene accolto nello spazio di ospitalità di cui Gesù era capace non perché possessore di beni, ma perché aperto nel cuore. Non solo: la donna è qualificata come samaritana, appartiene ad un popolo, i samaritani, ritenuto eretico, lontano dal punto di vista religioso. Nel dialogo l’allusione ai cinque mariti è rinvio alle divinità dei cinque popoli di origini non ebraiche che stavano all’origine del gruppo dei Samaritani (2Re 17,24-41) e che adoravano divinità pagane. Infine la donna può essere vista come figura di tutti coloro che hanno nel cuore una sete, una ricerca profonda senza sapere nemmeno dare ad essa un nome.

Gli incontri di Gesù nel IV vangelo sono letti come itinerari di un credere che apre a percorsi di scoperta di un dono racchiuso nella propria vita, della dignità della propria storia, di accoglienza in un rapporto nuovo.

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(affresco IV sec., Ipogeo di via Dino Compagni Roma, cubicolo F)

Il dialogo si svolge attorno all’acqua, in una serie continua di equivoci: la donna cerca un’acqua materiale, Gesù le propone un’altra acqua, un’acqua viva, che non viene meno come quella del pozzo. Poco alla volta apre lo sguardo della donna a conoscere nella sua vita un dono di Dio e a riconoscere nella sua presenza una risposta alla sua sete. Gesù chiede ‘dammi da bere’, ma la sua sete è altra rispetto al bisogno di acqua del pozzo, è passione per donare salvezza, per far scoprire il dono della vita di Dio nel cuore (cfr. Gv 19,28: ‘ho sete’). Proprio lì vicino al pozzo che nella Bibbia è luogo dell’incontro, di inizio di storie d’amore.

Nel dialogo Gesù apre la donna a due grandi orizzonti: il primo è la scoperta che la sua vita non è giudicata, non è tenuta lontana, ma è amata. Il dono di Dio è dono di una vita in cui scoprirsi amati e accolti. L’esistenza di Gesù è il farsi vicino di questo dono.

Ogni persona reca in sè stessa una sete che non può essere placata dall’acqua del pozzo. Gesù accompagna la donna a scoprire la ricerca di amore e di vita che sta nel profondo del suo cuore. La accompagna a scavare nel pozzo della sua vita, a vivere la sua ricerca di un amore che giunge sino alla fine: è quell’amore che Gesù vive nell’amare i suoi fino al segno supremo. Per questo conduce la donna a scoprire il suo volto come quello di profeta, di messia atteso, di salvatore. Lei stessa alla fine diventa testimone presso i suoi compaesani: abbandona l’anfora e va (Gv 4,28).

Il secondo orizzonte che il dialogo sottolinea è che Dio stesso è alla ricerca. La ricerca umana, la sete umana di senso e di amore, è apertura che proviene da un dono e s’incontra con la ricerca di Dio. L’intero dialogo inizia da una richiesta di Gesù che chiede da bere. Così Dio cerca adoratori, persone capaci di riconoscerlo oltre ogni monte. Il monte è luogo in cui si pensa sia racchiusa la presenza di Dio in sistemi religiosi costruzione di uomini. Dio cerca adoratori che accolgano la sfida di un incontro personale, interiore, in Spirito e verità. Spirito è rinvio al dono dell’amore e verità è riferimento all’incontro con Gesù stesso come verità vivente mai esaurita.

DSCF0352Propongo alcuni suggerimenti per una lettura di questa pagina nel nostro presente.

Viviamo un tempo in cui sembra che non vi siano più le grandi domande. E’ il tempo dell’indifferenza, o dell’assopimento di una vita che si accontenta di piccoli cabotaggi, di soddisfare bisogni immediati, senza aperture ad orizzonti di senso globale. L’incontro di Gesù con la donna di Samaria, ripiegata in una ricerca di un’acqua accettata come indispensabile per andare avanti giorno per giorno senza guardare oltre, apre a considerare come quella sete è spazio di una ricerca e di un’attesa più profonda. Gesù apre ad una ricerca di un’acqua – fonte di vita – che possa soddisfare ricerche interiori, nascoste e spesso lasciate agli angoli dell’esistenza. Gesù non disprezza i percorsi e le seti di ogni persona. Vi si inserisce con una domanda. Non impone ma accompagna lentamente ad un conoscenza che è incontro, per scoprire la gratuità dell’amore: se tu conoscessi il dono di Dio…. Anche nelle piccole seti che popolano la vita di ogni persona sta racchiusa una sete più grande e profonda, la sete del senso stesso della vita.

Gesù si fa incontro ad una donna, straniera. In questo incontro c’è una sorta di approfondimento di quanto è espesso nel Prologo: “veniva tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto, a quanti però l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio…” (Gv 1,11-12). Il IV vangelo presenta la contraddizione di una accoglienza della luce non dei vicini, ma dei lontani, di quanti sono in ricerca e non hanno la pretesa di possedere la verità. Possiamo chiederci in quale modo manteniamo aperta la nostra vita alla ricerca e non ad una fissità che impedisce di ascoltare la richiesta di Gesù che ci fa uscire dalle nostre chiusure e ci fa entrare in una relazione in cui accogliere l’acqua dello Spirito.

L’incontro di Gesù con la donna di Samaria conduce a riflettere sulla apertura di Gesù all’altro, sulla sua attitudine ad accogliere la domanda al cuore di ogni esistenza, sulla sua scelta di accoglienza delle donne. Viviamo un tempo di violenza a livello globale, che si rende presente in particolare nel rapporto tra uomini e donne. E’ questo un sintomo di una difficoltà a vivere la relazione, ad accogliere chi è diverso: è il frutto malato di una impostazione culturale regolata dalla mentalità maschile del dominio e della competizione in cui non c’è spazio per la gratuità e per l’ascolto. Anche la chiesa ha pesanti responsabilità per questo. Oggi spazi nuovi di presenza delle donne e di crescita di consapevolezza maturate anche indipendentemente dai percorsi ecclesiali sono occasione per scoprire un nuovo modo di intendere la stessa identità, che si costruisce nella relazione, nella capacità di accogliere la diversità, nella fatica e nella gradualità dell’incontro. E’ sfida a superare ogni mentalità di prevaricazione, di pretesa di assimilazione dell’altro, di vivere la pazienza della scoperta mai conclusa dell’altro. L’incontro con la donna di Samaria ci riporta a tornare allo stile di Gesù, alla questione di uscire da mentalità di potere di tipo maschilista che vige nella società e nella chiesa. Si apre l’interrogativo su quali vie percorrere per aprire ad un riconoscimento del contributo delle donne nella vita della società e della chiesa, un riconoscimento che non sia solo retorico in vuote forme di idealizzazione o di elogio che non prevedono percorsi concreti di cambiamento, ma che rechi effettive scelte di attenzione, di ascolto, di spazi riconosciuti, di affidamento di ruoli e responsabilità sinora esclusiva maschile.

Al cuore del dialogo tra Gesù e la donna di Samaria sta la ricerca dell’acqua. L’acqua è elemento che dà vita: l’acqua è realtà che risponde alla sete e poter accedere all’acqua è possibilità di sopravvivenza per persone e popoli. Dovremmo maturare consapevolezza dell’importanza basilare dell’acqua per la vita. Gli sprechi dell’acqua, un modello di vita economica che prevede consumi di acqua che privano popolazioni della possibilità di avere accesso all’acqua potabile pone la questione della attenzione alla vita, non solo dei vicini, ma dei lontani. L’acqua come elemento materiale è connessa anche all’attenzione dello Spirito nella creazione: un rinnovato rapporto con le cose, con i beni comuni apre a vivere l’accoglienza di un dono di Dio per tutti, un dono che va oltre il consumo di beni, ma che implica un modo nuovo di rapportarsi alle cose, di intendere i rapporti con gli altri, nella condivisione.

Gesù infine libera da una religiosità fatta di esteriorità che non genera cambiamento: è la religiosità che chiude la presenza di Dio sui monti contrapposti, a Gerusalemme o nel Garizim. E’ giunto il tempo in cui Dio non deve essere incontrato nei templi, ma in quel tempio che è la vita stessa di Gesù che rinvia al tempio di ogni volto, soprattutto di chi è escluso.

Alessandro Cortesi op DSCF0107

Acqua bene comune

22 marzo: giornata mondiale dell’acqua. Un giorno per pensare ad un elemento essenziale della vita da cui intere popolazioni sono escluse. E’ in atto nel nostro tempo  la guerra dell’acqua fondata sulla ricerca del profitto e sull’avidità per avere il monopolio e controllo di questa risorsa fondamentale e attraverso di essa della vita dei popoli. Il voto del referendum sull’acqua del 2011 anche in Italia attende di essere rispettato.

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“Quando in alto il cielo non era nominato 
ed in basso la terra non aveva nome,
 Apsu, il primordiale, li generò,
Tiamat, la genitrice, li partorì tutti: 
le loro acque insieme si mescolavano. Nessuna dimora era stata costruita,
 nessun canneto era ancora visibile. 
Nessuno degli dei era stato creato 
ed essi non portavano ancora un nome 
ed i destini non erano stati ancora fissati: 
allora gli dei furono creati in seno ad essi”. 


E’ questo il testo della prima di quattro tavolette in cui è giunto a noi l’Enuma Elis (Quando in alto), poema babilonese che canta la grandezza del dio Marduk fondatore di Babilonia: la situazione del caos primordiale è evocata nell’immagine delle acque abbondanti che si mescolavano contenendo i due principi, maschile (Apsu) e femminile (Tiamat). L’acqua è principio indistinto agli inizi. Come nei racconti biblici del primo capitolo di Genesi: la bontà del giardino è data dall’abbondanza delle acque. Ben quattro lo fiumi attraversano. Al principio l’acqua è elemento originario sul quale sta, quasi in atto di covare, una colomba, simbolo dello Spirito di Dio. L’acqua in questi miti è all’origine del mondo in cui viviamo, è percepita come elemento all’origine della vita. Essi esprimono il sentimento profondo ed esistenziale che lega l’acqua alla vita. Nelle diverse religioni e tradizioni attorno alle fonti d’acqua si è sviluppato un senso di rispetto e sacralità.

La scena del mondo attuale ci pone davanti una situazione in cui quasi un miliardo e mezzo di persone non ha accesso all’acqua potabile e più di due milioni di persone non hanno la possibilità di avere servizi igienici adeguati, cifre destinate a crescere per i processi di desertificazione in atto e per le conseguenze dell’effetto serra. E’ questa tra altre, e lo sarà in futuro, la causa dello spostamento e dell’esodo di intere popolazioni che non possono più vivere in una terra abitabile, e motivo di guerre e conflitti. Proprio la questione dell’acqua costituisce una delle sfide fondamentali per il futuro della convivenza sulla terra: l’acqua infatti può essere vista come bene economico anzitutto, da sfruttare o da cui trarre il massimo profitto garantendosi il monopolio dell’utilizzo delle acque pulite. O, per contro, può essere accostata come uno tra i beni di tutti, i beni comuni che hanno un significato ed un valore fondamentale per la società e per l’ambiente.

In un passato ancora non lontano la presenza di fontane nelle piazze e vie di città e paesi, accompagnava i percorsi della vita quotidiana. Un bene di tutti, a disposizione, senza prezzo e senza tasse da pagare. Ma la presenza di un bene comune esige attenzione e cura: se nessuno si prende cura di ciò che è di tutti, lo spreco e l’uso indebito e sproporzionato fanno sorgere nuovi problemi.

Eppure l’accesso all’acqua non è solamente un bene tra altri, ma è uno dei diritti fondamentali per la vita umana (R.Petrella, Il manifesto dell’acqua, Edizioni Gruppo Abele 2001). Se è importante pensare al costo economico dell’uso dell’acqua – e di qui la necessità di una regolamentazione ed una attenzione a limitare il consumo indebito -, è altrettanto urgente considerare che l’acqua è un bene primario della vita, non può essere oggetto di mercato, non è un bene da porre sullo stesso piano di altri beni. L’accesso all’acqua è determinante al punto che da esso dipende la capacità di libertà degli individui. Di fronte ai problemi posti dalla scarsità dell’acqua a livello planetario la strada della commercializzazione dell’acqua significa dare il monopolio ad alcune multinazionali e non riconoscere un diritto fondamentale alla libertà e alla vita di milioni di persone.

L’utilizzo dell’acqua come bene di tutti esige il ripensamento ed il cambiamento di stili di vita e di indirizzi economici, nella consapevolezza della destinazione universale, per tutti, delle risorse della terra. Il principio di fondo a cui rifarsi nella distribuzione dell’acqua non dovrebbe essere la competitività del mercato, piuttosto la scelta di essere solidali. E’ la via di una solidarietà consapevole dell’ambiente, lungimirante nel guardare al futuro, capace di porre in discussione gli stili di vita diffusi in Occidente in cui si è diffusa una vera e propria abitudine allo spreco e al non rispetto dell’acqua – concretamente nell’uso spropositato di acqua e bibite in bottiglia. Contro una cultura del monopolio e dello sfruttamento si apre la via di una cultura “del condividere, del dare e del ricevere acqua come dono gratuito” (Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, Feltrinelli 2003).

L’acqua non può essere usata come bene privato: sta forse nel pensare ad una proprietà pubblica e  ad un governo pubblico partecipato dalle comunità locali la sfida per garantire risorse di vita e attenzione alle generazioni future e per costruire percorsi di pace.

“In quei giorni Gesù venne da Nazareth di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba…” (Mc 1,9-10).

(tratto da A.Cortesi, Lessico dell’incontro, ed. Nerbini 2011)

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Al termine del cammino di questa Quaresima, nella veglia della notte pasquale pregheremo con parole molto evocative sul significato dell’acqua nel quadro del disegno della creazione e come segno che rinvia alla morte e risurrezione di Cristo ed alla presenza dello Spirito nella nostra vita, rinvio al battesimo da vivere e riscoprire ogni giorno come fedeltà a Dio e solidarietà con gli altri:

O Dio, per mezzo dei segni sacramentali, tu operi con invisibile potenza le meraviglie della salvezza; e in molti modi, attraverso i tempi, hai preparato l’acqua, tua creatura, ad essere segno del Battesimo.
Fin dalle origini il tuo Spirito si librava sulle acque perché contenessero in germe la forza di santificare; e anche nel diluvio hai prefigurato il battesimo, perché, oggi come allora, l’acqua segnasse la fine del peccato e l’inizio della vita nuova.
Tu hai liberato dalla schiavitù i figli di Abramo, facendoli passare illesi attraverso il Mar Rosso, perché fossero immagine del futuro popolo dei battezzati.
Infine, nella pienezza dei tempi, il tuo Figlio, battezzato da Giovanni nell’acqua del Giordano, fu consacrato dallo Spirito Santo; innalzato sulla croce, egli versò dal suo fianco sangue e acqua, e dopo la sua risurrezione comandò ai discepoli:«Andate, annunziate il Vangelo a tutti i popoli, e battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».
Ora, Padre, guarda con amore la tua Chiesa e fa scaturire per lei la sorgente del Battesimo.

Infondi in quest’acqua, per opera dello Spirito Santo, la grazia del tuo unico Figlio, perché con il sacramento del Battesimo l’uomo, fatto a tua immagine, sia lavato dalla macchia del peccato, e dall’acqua e dallo Spirito Santo rinasca come nuova creatura.  

Discenda, Padre, in quest’acqua, per opera del tuo Figlio, la potenza dello Spirito Santo.

Tutti coloro che in essa riceveranno il Battesimo, sepolti insieme con Cristo nella morte, con lui risorgano alla vita immortale. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Sorgenti delle acque, benedite il Signore: lodatelo ed esaltatelo nei secoli.

Fratelli carissimi, preghiamo umilmente il Signore Dio nostro, perché benedica quest’acqua con la quale saremo aspersi in ricordo del nostro Battesimo. Il Signore ci rinnovi interiormente, perché siamo sempre fedeli allo Spirito che ci è stato dato in dono.

Signore Dio nostro, sii presente in mezzo al tuo popolo, che veglia in preghiera in questa santissima notte, rievocando l’opera ammirabile della nostra creazione e l’opera ancor più ammirabile della nostra salvezza. Degnati di benedire quest’acqua, che hai creato perché dia fertilità alla terra, freschezza e sollievo ai nostri corpi.
Di questo dono della creazione hai fatto un segno della tua bontà: attraverso l’acqua del Mar Rosso hai liberato il tuo popolo dalla schiavitù; nel deserto hai fatto scaturire una sorgente per saziare la sua sete; con l’immagine dell’acqua viva i profeti hanno preannunziato la nuova alleanza che tu intendevi offrire agli uomini; Infine nell’acqua del Giordano, santificata dal Cristo, hai inaugurato il sacramento della rinascita, che segna l’inizio dell’umanità nuova libera dalla corruzione del peccato.
Ravviva in noi, Signore, nel segno di quest’acqua benedetta, il ricordo del nostro Battesimo, perché possiamo unirci all’assemblea gioiosa di tutti i fratelli, battezzati nella Pasqua di Cristo nostro Signore. Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

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