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I domenica di Quaresima – anno A – 2017

img_2582Gen 2,7-9;3,1-7; Rom 5,12-19; Mt 4,1-11

Tutto inizia in un giardino. Le letture di inizio quaresima rinviano al giardino delle origini e a Pasqua al centro sta ancora un giardino: quello della risurrezione. E’ già indicazione: quaresima è un tempo tutto rivolto alla Pasqua, per accoglierne il senso, per lasciarci coinvolgere nella via seguita da Gesù, nella sua morte e risurrezione, per lasciarci prendere dal dono dello Spirito.

Nel giardino bello, luogo della vita umana segnata dal respiro di Dio si attua una rottura. In una creazione segnata da bellezza e cose in relazione, non tutto è armonia: è presente la mancanza di comunicazione, il conflitto, l’incomprensione dell’altro, l’inganno, il male. E’ esperienza esistenziale. La domanda è ‘verso dove siamo diretti? Il cosmo e l’umanità sono assoggettati a forze di male, ad un perdersi nella disarmonia o c’è un altro orizzonte? Il capitolo terzo di Genesi si concentra sul dramma della rottura.

I capitoli 2 e 3 di Genesi sono così attraversati dalla grande domanda sulla condizione umana, sul peccato e sul male. Israele s’interroga alla luce dell’esperienza di fede: Dio è liberatore e vicino e il creato bello è opera sua. Tuttavia si fa esperienza del male. Il racconto di Genesi intende esprimere questa grande convinzione: il male proviene da scelte che derivano dall’uomo, non è una forza più grande di Dio. Ci sono rotture che sono frutto di una pretesa e del non accogliere di essere creature. Il racconto si sviluppa attorno al sospetto di Adamo ed Eva che la volontà di Dio non sia un progetto di compimento, di crescita e realizzazione umana. La grande tentazione è pensare a Dio come nemico che vuole il nostro male, come qualcuno da cui difendersi. La grande tentazione è non arrendersi ad accogliere il volto di un Dio che crea per comunicare il suo amore.

Dio non vuole il male. Da qui l’esigenza di far sì che ogni male sia tolto. L’atteggiamento richiesto al credente è la responsabilità per eliminare con impegno tutte le forme del male esistenti: non il terrore di fronte ad un Dio capriccioso e malvagio e nemmeno la passiva rassegnazione, ma la dedizione di tutto l’essere a compiere l’opera di Dio.

Il capitolo 3 di Genesi presenta la situazione dell’uomo consapevole della sua condizione di impossibilità a salvarsi da solo: nella sua radice il peccato si connota come mancanza di affidamento nel rapporto con Dio. Esso porta con sé una serie di rotture, dell’uomo con la donna, dell’umanità al suo interno, delle persone con la natura. La prospettiva che si apre è di un cammino in cui divenire immagine di Dio che si prende cura.

Paolo presenta Gesù Cristo come nuovo Adamo, o meglio ultimo Adamo. In lui si attua un legame nuovo non solo con Dio ma anche all’interno dell’umanità. Gesù Cristo ha portato una novità: come nuovo Adamo partecipa della nostra condizione umana, è in un legame di solidarietà. La condizione di povertà e peccato, che segna la condizione del terreno (Adamo) è da Gesù definitivamente vinta con la sua croce e risurrezione. Paolo pone al centro la scoperta della grazia di Gesù Cristo. Per contrasto sottolinea la realtà del peccato, ma questa ormai è una condizione che è vinta dalla nuova solidarietà di Cristo con tutta l’umanità: nuovo Adamo che apre una nuova storia.

La situazione di prova non fu un momento particolare ma la costante della vita di Gesù. Il racconto di Matteo la sintetizza presentando una scena di tre tentazioni.

Le tre richieste presentate da satana (il ‘divisore’), riguardano il modo in cui Gesù può intendere la sua missione: la questione di fondo è che tipo di ‘messia’ è Gesù. Non mira al potere e al dominio politico; non si pone secondo una visione miracolistica, non ricerca potenza o successo umano; non è messia venuto a portare benessere immediato. Nel deserto Gesù vive le tentazioni laddove Israele aveva vissuto il suo venir meno alla fedeltà a Dio (Dt 8,3; 6,16; 6,13). Gesù appare con i tratti di Mosè, guida verso un esodo nuovo in cui ripercorre i passi di Israele. Nel deserto era stato infedele, la scelta di Gesù si pone invece in fedeltà radicale al progetto di Dio. Sua unica preoccupazione è affidarsi totalmente al Padre. E’ un messia che rifiuta il successo umano, il potere e la violenza, la religione dei miracoli; sceglie la via del servizio e della condivisione.

All’inizio della quaresima è questa la via indicata non solo ai singoli ma anche alle comunità, per vivere in giustizia e solidarietà questo tempo di preparazione alla Pasqua.

Alessandro Cortesi op

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Ultimo Adamo

Nella chiesa della Trinità di Porto santo Stefano a Monte Argentario (Gr) un grande mosaico di Ivan Rupnik copre e adorna l’intera parete dell’abside. E’ un’immagine che in alto evoca la presenza del Padre solamente accennata nella mano che si protende dall’alto e insieme a Lui, lo Spirito raffigurata nella colomba in discesa verso il basso. Un fiume di frammenti colorati, di rosso, di arancione evoca luce, fuoco, amore che viene seminato indistintamente. Dono che proviene dall’alto e che si prolunga nella raffigurazione di una rete che si stende quasi ad avvolgere il globo fatto di cielo e terra in basso e aperto ad accogliere un irrompere di luce che si accentra sulla figura di Cristo.

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Al centro della scena in basso la figura di Gesù, con i segni della risurrezione, il nimbo crociato attorno al suo volto: crocifisso e risorto. E’ raffigurato nel gesto di prender per mano e di trascinare su, dagli abissi della terra la figura di un uomo alla sua destra, evocazione di Adamo, e la figura di una donna sinistra, Eva, la madre dei viventi. Due volti che stanno ad significare tutta l’umanità che trova accoglienza nelle mani di Gesù. In lui, il Figlio, nel suo gesto di discesa, nel suo prendere per mano e salire trova il senso della vita.

L’Adamo, il ‘terreno’ fatto di terra (adamah) che nella sua vita discende nella terra e che speriemneta il buio della sofferenza, della lontananza, del peccato,  trova salvezza e speranza nell’afferrare quella mano che gli si fa incontro. Gesù in questa iconografia così cara alla tradizione bizantina e che esprime il significato profondo della Pasqua, è l’ultimo Adamo. Per un verso il suo movimento è verso il basso: … umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte… Fa discendere l’amore di Dio fino a raggiungere, toccare anche gli abissi, rompendo le porte che tengono chiusi gli inferi – ogni situazione di inferno dei viventi e di sofferenza e lontananza umana -. Si fa solidale con tutti i lontani. Dall’altro trascina verso l’alto nella direzione della comunione e dell’incontro con Dio: viene accolto da Eva, anch’essa simbolo di tutta l’umanità uscita dalle mani di Dio, con il gesto carico di dolcezza di accostare il proprio volto alla mano, trattenendo a sé il braccio che le si offre: affetto e affidamento, stupore dell’amore. Il deserto di una terra arida e spaccata diviene giardino.

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La rete dell’amore di Dio gettata raduna e raccoglie un’umanità che al cuore della sua vita vive profondamente un’attesa, nelle sue sofferenze, nei suoi cammini. Gesù Cristo è in legame di solidarietà fino alle profondità più remote con l’esistenza umana. Il suo essere ultimo Adamo apre ad una comprensione nuova della vicenda umana. Apre ad uno sguardo nuovo sul cammino di questa umanità, di tutta l’umanità, fatta di volti, di diversità, di attese, che reca in sè un’immagine ed un legame con il Dio creatore e che per cammini diversi va verso quel compimento che è la vita in dono che Gesù ci ha indicato.

Alessandro Cortesi op

XXVII domenica del tempo ordinario B – 2015

DSCN0967Gn 2,18-24; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16

Il racconto di Genesi, con un linguaggio composto di elementi simbolici e narrativi, cerca di presentare il senso della vita degli esseri umani sulla terra: più che un racconto delle origini può essere letto e accostato come una grande pagina di riflessione sapienziale che pensa al futuro: la domanda che sta al cuore di queste pagine è: come potrebbe e dovrebbe essere la vita degli esseri umani? Quale il loro rapporto con la realtà in cui sono posti? Quale il senso profondo della loro esistenza nella relazione con Dio scoperto come liberatore e insieme creatore di ogni cosa? Il racconto ha alcuni aspetti momenti di concentrazione su aspetti particolari, una serie di messe a fuoco.

Una prima messa a fuoco è sulla condizione dell’essere umano nel rapporto alle cose, alla realtà del mondo in cui è situato. Nel ‘giardino’ dove è posto gli è affidato il compito di dare un nome agli esseri viventi. Ha un compito di parola, che proprio per questo è anche di custodia nel pronunciare e dare un nome. Dare il nome significa un rapporto fatto di conoscenza delle cose, della loro natura, delle loro potenzialità, della loro preziosità. E’ riconoscimento delle altre creature come dono con cui entrare in relazione. All’essere umano in tale quadro sta il compito di aprirsi alla consapevolezza di essere parte: partecipe di un mondo in cui non può e non deve fare da padrone. E’ invece responsabile, soggetto di una chiamata che proviene da Dio ad essere depositario di un affidamento, custode e pastore di un mondo affidato, a cui rispondere con l’impegno della vita. Non un dominatore, ma un custode chiamato a coltivare e custodire.

Tutto ciò è posto nel quadro di un disegno di Dio che va contro la solitudine: ‘Non è bene che l’essere umano sia solo’. E’ posta così in risalto una ricerca profonda: ‘l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile’. Sta qui una seconda messa a fuoco di questa pagina. La solitudine dell’essere umano è ferita che implica apertura a rapportarsi a qualcuno simile a lui, in una relazione di parola e di libertà.

Nel mondo bello a lui affidato l’essere tratto dalla terra (adam da adamah), partecipe della terra che è sorella e madre, vive il desiderio di qualcuno che ‘gli stia di fronte’. Tutti gli altri esseri viventi sono importanti, ma c’è una relazione unica possibile con una presenza altra e simile: una presenza che sola sta nella parità con lui, di fronte a lui, capace di dialogo, di accoglienza, di intesa. A questo punto è narrato il dono dell’altra persona: anch’essa creatura, uguale in tutto, simile, ma radicalmente diversa, proveniente da un dono insondabile di Dio. Opera di Dio mentre l’Adam, il partecipe della terra, dormiva. Il sonno di Adam è il modo poetico per indicare come l’altra creatura come lui non sia qualcosa proveniente dall’uomo, ma può essere solo presenza accolta come dono, non programmabile e vicina. Il narratore non parla di uomo e donna ma dell’umano.

Il sonno di Adam indica un agire libero e gratuito di Dio e un non sapere: il dono che egli si trova di fronte al suo risveglio implica l’accettazione di un non comprendere (che è rinuncia al possesso). La presenza nuova rimane mistero di gratuità. La isha’ (donna in ebraico) di fronte a ish (uomo) – uguale e diverso essere umano – è presenza scoperta, ritrovata accanto, inattesa e insperata. Anch’essa tratta dalla terra ma che condivide – cioè uguale e non dipendente – l’interiorità e la corporeità di Adam. Adam così reca in sè un mistero di privazione e di completamento. L’uomo tratto dalla terra, dovrà ricercare e ritrovare in isha’ una parte di sé al di fuori di sè per costituire insieme una umanità più grande. Dovrà accettare di non essere completo se non nella relazione e insieme a chi è volto di alterità. Per ricevere un dono dovrà accettare una mancanza e riconoscere un limite.

Isha’ è tratta dalla costola di ish, cioè partecipa della medesima vita, dalla, stessa terra: la ricerca e il desiderio di ish in rapporto a isha’ sarà d’ora in poi ricerca di divenire se stesso, possibile solo nell’apertura all’altra. Isha’ nello stesso tempo è anche diversa da ish: sta di fronte. E’ possibile specchiarsi, riconoscere un volto, ma è impossibile identificarsi perché è presenza altra, il suo volto implora ‘non uccidere’.

E’ simile, ‘carne della mia carne, osso dalle mie ossa’ canta l’uomo, nell’inno di gioia dopo il risveglio dinanzi ad una scoperta meravigliosa che spalanca l’esistenza. Ma quest’inno nasconde anche un profondo malinteso. L’uomo parla a se stesso, non si rivolge a chi gli sta di fronte. ‘Carne della mia carne’, nell’esteriorità nella dimensione corporea, ‘osso delle mie ossa’ simile nell’interiorità. Sono parole che racchiudono la bellezza e la fatica della comunicazione. Tuttavia in queste parole di meraviglia dell’uomo si può cogliere un’incapacità a comprendere il dono ricevuto. Intende infatti questa presenza altra come tutta funzionale a se stesso: ‘carne della mia carne’ nega la alterità, sottolinea soprattutto la somiglianza, il ‘mio’, non riconosce la diversità. Si pone come centro e vede la donna come prolungamento di sé e quasi una parte. Ed è questo un errore che segna la vicenda dei rapporti tra uomo e donna. L’uomo non accetta di non sapere, pretende di essere capace di comprendere sino in fondo e non si mantiene nel limite di quel sonno in cui ha ricevuto l’altra in dono.

Da questo dono e disegno che sta al principio sorge la vocazione all’incontro a cercare nel cammino della vita di vivere una relazione fragile (la fragilità sta dietro al termine ‘carne’), nello starsi di fronte come ‘diversi’ e come ‘simili’: ‘Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una carne sola’. ‘Per questo’ è annotazione che riconosce la consuetudine della vita. E’ traducibile nell’espressione ‘Poiché le cose stanno così’. ‘Poiché le cose stanno così’, continua l’autore, è necessario abbandonare le relazioni che sino a questo momento aveva dato rifugio e sicurezza. lasciare il padre e la madre, presenze rassicuranti, implica anche evitare che l’altro sostituisca le presenze conosciute. Congiungersi all’altro apre ad un cammino nuovo, diventare allora una carne sola. ‘Carne’ rinvia alle diverse dimensioni della corporeità, dell’interiorità, dell’affettività, ma anche al limite e fragilità di questo cammino. L’uomo e la donna si ricercheranno per formare insieme una vita in tensione a scorgere continuamente la chiamata di Dio sulla relazione.

Nella pagina del vangelo i farisei si accostano a Gesù e gli pongono una questione: ‘È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?’. La Torah prevedeva solamente per il marito la possibilità di allontanare la moglie nei casi in cui avesse riscontrato in lei «qualcosa di vergognoso» (lett. «un atto di nudità»); in tale situazione doveva però darle un atto di divorzio (secondo la normativa di Dt 24,1-4) che le consentiva di unirsi ad un altro uomo senza dover essere tacciata di adulterio. Nel dibattito al tempo di Gesù sono conosciuti diversi orientamenti d’interpretazione di tale questione. Per una tra le autorità del tempo, Shammai, questo ‘qualcosa di vergognoso’ doveva riguardare solo un atto di adulterio della donna, per Hillel poteva riferirsi a qualsiasi cosa che nella donna risultasse sgradita al marito.

Il dibattito sollevato di farisei con Gesù non verteva quindi sulla questione del ripudio, ma sulle cause che permettevano al marito di allontanare la donna. Ciò può trovare conferma nel testo parallelo di Matteo, dove i farisei chiedono a Gesù: ‘È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?’ (Mt 19,3).

Gesù risponde solamente rinviando a Mosè: ‘che cosa vi ha ordinato Mosè?’ i farisei controbattono: ‘Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla’. A questo punto Gesù osserva: ‘Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma’. La norma allora viene da Mosè non per una sua iniziativa, ma a causa della ‘durezza del cuore’: è la sklêrokardia, la causa di tale prescrizione. Mosè per adattarsi al cuore duro che esprime mancanza di amore, conseguenza del peccato (Ez 36,26) ha proposto quella norma.

Le parole di Gesù rinviano ad un ‘principio’. Riprende la Scrittura: ‘Ma all’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola’. In questa risposta compare il riferimento a due passi di Genesi – due testi della Torah quindi – posti insieme. Il primo è tratto dal racconto sacerdotale della creazione, il secondo da quello jahwista. Dio ha creato l’uomo e la donna come due esseri uguali e complementari (Gen 1,27) e li ha chiamati ad unirsi in modo tale da formare quasi un’unica carne (Gen 2,24). Da qui la conclusione: ‘Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto’. Nel disegno del principio uomo e donna sono chiamati ad intendere la propria vita nell’orizzonte dell’unione e l’uomo non può separare ciò che Dio ha unito in tale modo.

Nella spiegazione poi data in privato ai discepoli, l’evangelista introduce un altro detto: ‘Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; se la donna, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio’. Queste parole pongono in primo piano non tanto la separazione quanto la seconda unione che costituisce l’adulterio. E’ anche sottolineato che la medesima regola è rivolta all’uomo e alla donna. Uomo e donna sono visti in una prospettiva di parità. Una precisazione che si scontrava con il privilegio nella tradizione ebraica di un ripudio da attuare dalla parte maschile e forse opportuna in un contesto (come quello romano), in cui anche le donne avevano la facoltà di divorziare.

La discussione sul divorzio infine si chiude con una scena in cui compare la presenza di bambini: Gesù chiede ai discepoli di non impedire ai bambini di andare da lui e propone questi piccoli come modello per chi vuole entrare nel regno di Dio.

Gesù rinvia a quel progetto del principio e richiama ognuno alla responsabilità del cuore che è lo stare della coscienza di fronte a Dio. Ciò implica aprirsi all’azione del ‘Dio che congiunge’, che ha un progetto di alleanza per ogni uomo e donna. Gesù invita a vivere la fedeltà verso ciò che Dio ha congiunto nello scoprire la propria responsabilità in questo incontro con Dio e con gli altri.

Questa parola di Gesù va letta nel quadro progressivo della sua presa di posizione  con una serie di passaggi: innanzitutto richiama la Sacra Scrittura, in particolare in rapporto alla storia della creazione (Gen 1,26 e 2,24) che parla del matrimonio come di una alleanza con Dio. Evidenzia il comandamento per cui l’uomo non deve disfare ciò che Dio ha unito. Nella casa infine, con i suoi discepoli, affronta la questione dell’adulterio: è da tener conto che il contesto in cui questi testi sorgono è quello di una tradizione in cui solamente l’uomo poteva attuare il divorzio e non la donna. La parola di Gesù esige di essere interpretata non nel quadro di un diritto che chiude e si pone come giogo insopportabile (cf. Mt 11,9; At 15,10), ma come parola di salvezza che apre all’esperienza della misericordia e al futuro. Al cuore del suo messaggio sta la bella notizia del regno di Dio e tutte le sue parole vanno lette in questo orizzonte.

DSCN1227(Andrea Roggi, L’amore apre i cuori e la nostra mente – 2015 – Spello)

Alcune riflessioni per noi oggi

La recente enciclica di Francesco, ‘Laudato si’, ha pagine di grande intensità sul progetto di Dio per l’umanità all’interno della creazione. In un passo, riprendendo riflessioni provenienti da varie regioni del mondo afferma (n.85): “Dio ha scritto un libro stupendo, «le cui lettere sono la moltitudine di creature presenti nell’universo». I Vescovi del Canada hanno espresso bene che nessuna creatura resta fuori da questa manifestazione di Dio: «Dai più ampi panorami alla più esili forme di vita, la natura è una continua sorgente di meraviglia e di reverenza. Essa è, inoltre, una rivelazione continua del divino». I vescovi del Giappone, da parte loro, hanno detto qualcosa di molto suggestivo: «Percepire ogni creatura che canta l’inno della sua esistenza è vivere con gioia nell’amore di Dio e nella speranza». Questa contemplazione del creato ci permette di scoprire attraverso ogni cosa qualche insegnamento che Dio ci vuole comunicare, perché «per il credente contemplare il creato è anche ascoltare un messaggio, udire una voce paradossale e silenziosa». Possiamo dire che «accanto alla rivelazione propriamente detta contenuta nelle Sacre Scritture c’è, quindi, una manifestazione divina nello sfolgorare del sole e nel calare della notte». Prestando attenzione a questa manifestazione, l’essere umano impara a riconoscere sé stesso in relazione alle altre creature: «Io mi esprimo esprimendo il mondo; io esploro la mia sacralità decifrando quella del mondo» (Paul Ricoeur)”.

Può essere d’aiuto la lettura di una poesia di Elisabeth Green, teologa battista (da Il filo tradito. Vent’anni di teologia femminista, Torino, Claudiana 2011), con uno sguardo femminile al volto di Dio stesso:

Dio è seduta e piange. / la meravigliosa tappezzeria della creazione / che aveva tessuto con tanta gioia è mutilata, / è strappata a brandelli, ridotta a cenci: / la sua bellezza è saccheggiata dalla violenza

[…] guardate! / tutto ritesse con il filo d’oro della gioia, / dà vita a un nuovo arazzo, / una creazione ancora più ricca, ancora più bella / di quanto fosse l’antica! / Dio è seduta, tesse con pazienza, con perseveranza / e con il sorriso che sprigiona come un arcobaleno / sul volto bagnato dalle lacrime.

E ci invita a non offrirle soltanto i cenci / e i brandelli delle nostre sofferenze / e del nostro lavoro./ ci domanda molto di più; / di restarle accanto al telaio della gioia, / e a tessere con lei l’arazzo / della nuova creazione.

Inizia in questi giorni il Sinodo dei vescovi sulla famiglia. La speranza di molti è che da questo momento sgorghi un messaggio di apertura, di comprensione e di misericordia per poter intendere l’esperienza delle relazioni affettive come un cammino in cui è sempre presente una speranza e una parola di bene da parte di Dio, nella complessità dei percorsi esistenziali e biografici nella loro gioia e bellezza ed anche nelle loro ferite, ritardi, fallimenti. In una recente intervista il card. Walter Kasper ha ribadito l’importanza di leggere anche le Scritture con attitudine che sappia interpretarle nel senso della misericordia e del perdono. Sono queste le chiavi per leggere ogni parola di Gesù donata non come norma che opprime e rinchiude ma come notizia di vita e speranza per la vita e per intendere la vicinanza del regno di Dio:

“Personalmente ritengo che prendere una parola del Vangelo per difendere una propria tesi è una sorta di fondamentalismo, un nuovo fondamentalismo che si fa con una parola. Che non si può sciogliere il matrimonio è cosa chiara e assodata, eppure ci sono passi biblici che menzionano una qualche “eccezione” alla parola del Signore sulla indissolubilità del matrimonio, e cioè nel caso di pornèia (il capitolo 19 di Matteo) e nel caso di separazione a motivo della fede (la prima lettera ai Corinzi, capitolo sette). Tali testi indicano che i cristiani in situazioni difficili hanno conosciuto già nel tempo apostolico un’applicazione flessibile della parola di Gesù”. (Ma le eccezioni sono previste anche nei passi del Vangelo, intervista a Walter Kasper, a cura di Paolo Rodari, La repubblica 1 ottobre 2015).

Siamo chiamati a cogliere la bellezza della proposta di Gesù che richiama il disegno originario di Dio e nel contempo vivere la responsabilità del cuore di fronte a Dio, per comprendere le sue chiamate anche nelle vicende talvolta faticose e difficili della nostra vita nella consapevolezza che “nella vita coniugale sono disseminati molti più ostacoli di quanti non ne ammetta la teologia del matrimonio oggi facilmente idealizzante” (Anne-Marie Pelletier)

La seconda lettura ha al suo centro la condiscendenza di Gesù: pur essendo figlio si è chinato su di noi, ha condiviso in tutto la nostra vita e le nostre fatiche. In questo senso è divenuto il fratello di ogni uomo e donna. Nel suo farsi servo rende possibile scoprire orizzonti nuovi di fraternità: è lui il bambino/servo di Dio che prende la condizione dei bambini, i senza dignità che egli abbraccia e pone al centro della comunità. Se lui è nostro fratello allora l’esperienza di famiglia diviene possibile in un orizzonte che allarga lo sguardo alla famiglia di Dio al suo disegno di relazioni nuove per tutta l’umanità.

Alessandro Cortesi op

I domenica Quaresima anno B – 2012

Gen 9,8-15; Sal 24; 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15

Quaresima inizia con il segno dell’arcobaleno: un arco in cielo. Meglio, un arco tra cielo e terra. Un segno di alleanza, un raccordo tra due mondi che possono essere pensati distanti, il mondo di Dio – il cielo – e il mondo dell’uomo – la terra -. Mantenere questi mondi separati ha generato e continua a suscitare modi di vivere e spiritualità della separazione, dell’opposizione, e ad alimentare così esistenze che non gustano le vie di un incontro possibile. L’arcobaleno invece è ponte che unisce diverse sponde, tutt’altro dall’essere muro che divide: è segno di alleanza, di incontro, di relazione che non viene meno. E’ segno di un impegno irrevocabile e offerto con libertà e gratuità da Dio, senza condizioni previe, all’umanità. “Pongo il mio arco sulle nubi perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra”: l’arco, strumento di offesa e di guerra, espressione della potenza di Dio, è appeso. E diviene così segno di incontro: è alleanza con l’umanità uscita dal diluvio, ma non solo. E’ alleanza che comprende animali, e tutti gli esseri viventi. E’ indicazione di qualcosa che sta all’inizio, un disegno di Dio, ma anche di qualcosa che sarà alla fine: una chiamata a costruire un mondo di relazioni nella pace: un sogno, un’utopia? Certamente una traccia del disegno di Dio.

Questa alleanza (parola ripetuta più volte in questa pagina) viene prima dell’alleanza con Abramo, è prima dell’alleanza con Mosè nell’esodo. Qui sottesa sta una intuizione ancora da scoprire fino in fondo. Dio ha stretto alleanza con l’umanità nell’atto stesso di creare e poi con l’umanità segnata dalle diversità. C’è un legame e c’è possibilità di incontro, di comunione tra questa umanità e Dio. E tutta la creazione, animali, piante terre e acque… è coinvolta in questa corrente di pace. Prima ancora dell’esperienza storica della liberazione dell’esodo, prima della legge. E forse i tanti cammini religiosi dell’umanità, quelli che cercano una armonia con la natura non hanno forse al loro cuore questa intuizione di un incontro con Dio che si apre in ogni ricerca di armonia che investe interiorità e corporeità, umanità, tutti gli esseri animati e inanimati? In tutto una medesima vita, una medesimo incontro, un medesimo amore (forza di Dio) che ha eliminato la violenza ed unisce?

C’è poi la grande immagine di una discesa  che apre la Quaresima. è quella discesa di cui parla la lettera di Pietro, la seconda lettura: “e nello spirito (Cristo) andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere…”. E’ un’immagine che porta dritto alla Pasqua. All’inizio di Quaresima uno sguardo al punto finale. C’è un modo di pensare alla Pasqua, per certi aspetti proprio della tradizione occidentale la Pasqua è pensata come una salita: Gesù nella risurrezione (come ‘rialzamento’) sale ed è innalzato come signore alla destra del Padre. E’ una ascesa che è anche glorificazione. Ma c’è un altro modo di pensare alla Pasqua, questo sì proprio della tradizione dell’Oriente. Negli absidi delle chiese orientali e nelle icone la grande immagine per raccontare la Pasqua è una discesa: Gesù risorto che scende agli inferi per prendere per mano una umanità simboleggiata da Adamo ed Eva che lo attendeva da un tempo non calcolabile. Così la Pasqua assume i caratteri di una discesa fin negli abissi più profondi, fin nelle prigioni più nascoste, fin nelle oscurità più impenetrabili, per liberare. E’ liberazione e discesa per far risalire chi stava prigioniero, e per liberare tutti, con un abbraccio universale. Pasqua come autentica liberazione da schiavitù e da pesi insopportabili che tengono le persone in prigione.

All’inizio del vangelo la spinta dello Spirito: quasi un cacciare Gesù nel deserto. Le poche righe del brano di questa liturgia sono da leggere in continuità con quelle che immediatamente precedono, il momento del battesimo di Gesù. Marco è stringatissimo nel suo scrivere. Due rapidi colpi di penna, ma con pochi cenni offre un aprirsi di riferimenti di richiami, di evocazioni.  il deserto

Il deserto è il luogo che segna questo episodio scandaloso della vita di Gesù: le tentazioni. Deserto è il luogo del cammino dell’esodo. Deserto è più che un luogo fisico, è luogo interiore, di solitudine, di mancanza di sicurezze e di appoggi. Di Gesù si dice che  è sospinto con forza dallo Spirito nel deserto. Si delinea così la sua esperienza – che lo segue non solo in un momento ma in tutto il suo percorso umano – della fatica. La prova per lui si delinea come questione della fedeltà alla consapevolezza maturata del momento del suo battesimo: è il figlio con la missione di ‘servo di Jahwè’ in rapporto al Padre che lo ama ed è inviato a vivere il suo cammino di messia.

La grande prova riguarda per lui il modo di essere figlio e messia. C’è una prova che viene dall’esterno: le attese di un messia che stabilisce un regno di potere e di gloria con la forza, usando le armi della prevaricazione, del successo, dell’esibizione. Ci sono anche le prove che proverranno dai suoi: Pietro, che è della cerchia dei dodici, sarà chiamato Satana proprio da Gesù nel corso del vangelo (Mc 8,33) quando reagisce all’annuncio di Gesù che parla della sua via come via del figlio dell’uomo, una via di sofferenza e di servizio.

Marco delinea Gesù nel deserto: stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Non solo compie il cammino di Israele nell’esodo in modo nuovo. Diviene figura singola che riassume il cammino di tutto un popolo. Vive quella fede che Israele nel deserto non aveva vissuto. Ripercorre il deserto in modo diverso rispetto a Israele. Ma egli ha anche il profilo di Adamo, che stava con le fiere, e che aveva dato un nome alle fiere. Gesù è colto nei tratti dell’uomo, nuovo Adamo, che compie il disegno di Dio, quell’immagine pensata sin dall’inizio. E compie il cammino di Adamo. Una vita in una sintonia tra fiere e angeli, terra e cielo. Marco la descrive quasi come una liturgia indicando l’azione degli angeli che lo servivano (con utilizzo di un verbo del servizio liturgico nel tempio). Il tempio è il mondo; Gesù compie i passi di un Adamo che realizza l’immagine autentica, la chiamata di Adamo. Sta in ascolto del Padre della voce di amore che lo aveva inviato nel battesimo. Vive il suo cammino di messia rifiutando la tentazione del potere e della violenza e vive invece l’obbedienza/ascolto del Figlio amato.

Queste letture ci aprono ad una comprensione profonda nuova della Quaresima. Non tanto il tempo della penitenza, della centratura su di sé nella ricerca di perfezione, ma il tempo in cui lasciarsi liberare. La Quaresima tutta orientata alla Pasqua prende senso da lì. Apre a scoprire la chiamata di una alleanza che investe umanità plurale e realtà create; apre ad uno sguardo nuovo sulla natura come creazione da custodire, da ascoltare, da coltivare e dei vari percorsi umani e religiosi dell’umanità in cui scorgere una parola efficace di Dio. Apre al dialogo, all’incontro, al domandarsi come essere fedeli all’alleanza di pace di Noè. Molteplici sono i luoghi, segnati dalla contraddizione, in cui costruire e lottare per il superamento dei conflitti, per rapporti di dialogo e di incontro, per scorgere il dono dell’arcobaleno della pace, alleanza di Dio che chiede di divenire alleanza di popoli, cammino di giustizia, custodia del creato. La Quaresima ci conduce a seguire Gesù nel suo cammino di uomo. Gesù propone un modo di vivere una umanità piena. Un modo di intendere la vita alternativo: segnato dal deserto, dall’essenzialità, dalla condivisione, segnato dall’essere ‘figlio’ in ascolto, teso a testimoniare il volto di Dio come Padre che dà e si offre e ama questa umanità, segnato dalla scelta del servire e dare la sua vita per gli altri.

Alessandro Cortesi op

 

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