la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXX domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5938Sir 35,12-18; 2Tim 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

La preghiera è atteggiamento di chi si scopre povero e si apre a stare sotto lo sguardo di Dio sostegno del povero, dell’orfano e della vedova. In Dio nutre fiducia e attesa perché Egli ‘ascolta la preghiera dell’oppresso, non trascura la supplica dell’orfano’.

“Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri. Due uomini salirono al tempio a pregare…”. Luca presenta un insegnamento di Gesù che riguarda la contrapposizione di due modi di pregare, una falsa preghiera e per contro lo stare davanti a Dio in autenticità.

La chiave di lettura di questa pagina è la critica a chi ritiene di essere giusto. Il fariseo e il pubblicano, l’esattore delle tasse, sono presentati in un comune movimento che li accomuna: entrambi si recano al tempio, tutti e due sono ritratti in un momento della preghiera, ma vivono la stessa esperienza due atteggiamenti profondamente diversi.

La preghiera del fariseo è espressione di una tensione religiosa preoccupata dell’osservanza della legge – e tutto questo è buono, positivo, importante: per Israele infatti la legge è cammino di vita è via per accogliere l’incontro con Dio. Ma il fariseo vive questo ripiegato su di sé, in una ricerca di perfezione individualistica e senza compassione. La osservanza scrupolosa nell’ambito della vita ordinaria è centrata sul suo io. Così la sua preghiera esprime la vita di quell’uomo religioso attento a compiere le pratiche rituali, scrupoloso nel praticare il digiuno, puntuale nel pagare le tasse. La sua vita è condotta secondo prospettive di rettitudine: è una vita buona e impegnata. La sua preghiera tuttavia rivela un atteggiamento di fondo che lo rende chiuso all’incontro con Dio perché presenta a Lui solo i suoi buoni comportamenti come suo possesso e come sua affermazione: a Dio non chiede nulla, presenta solo la sua giustizia. Parla con Dio ma si presenta come un padrone tutto preoccupato del proprio io. La sua preghiera è quella di un ricco che offre a Dio le sue ricchezze, ciò che ha accumulato per avere ricompensa. E’ in fondo un tentativo di piegare Dio alla sua grandezza piuttosto che un ricercare il volto di Dio stesso. Inoltre nella sua vita, pur impegnata, c’è senso di superiorità e disprezzo nei confronti degli altri ‘ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri disonesti e adulteri…’.

La sua tensione morale risulta vanificata dalla freddezza nel suo cuore, dall’assenza di un umile affidamento, dal mancare nel riconoscere il proprio limite.

La figura del pubblicano, l’esattore delle tasse, è posta a contrasto. La sua non è una vita irreprensibile ma è segnata dal peccato: esercitava un mestiere mal visto, a servizio della potenza occupante romana nella Palestina del tempo, visto come persona da evitare perché sfruttatore dei poveri. Non si trova a suo agio nel tempio, luogo di culto e per questo rimane in fondo. La sua preghiera si risolve in una semplice invocazione: ‘Dio, abbi pietà di me peccatore’. E’ una sorta di grido e di supplica in cui si riconosce nella condizione di peccato. Non elenca inutili giustificazioni del suo comportamento. Vive un affidamento in verità. In queste poche parole sta ciò che Gesù chiede ai suoi: mettersi in verità di fronte a Lui non ricchi della propria autosufficienza, ma affidando a Lui la propria povertà. Il pubblicano è sincero nel suo rivolgersi senza difese e ponendosi nelle mani di Dio e a lui affidando tutto.

La sua vita è segnata dalla consapevolezza del peccato, dal senso di non farcela con le sole sue forze. Non parla di sé a Dio, ma riconosce la possibilità che la presenza di Dio nella sua vita lo cambi. Riceve il perdono di Dio, accoglie la sua misericordia perché non è prigioniero del suo io, non è ripiegato su di sé. Non è migliore del fariseo, né più umile, ma affida a Dio la sua scontentezza per la sua situazione, il desiderio di cambiare: riconosce il primato di Dio nella sua vita. Affida a Dio il peso che aveva nel cuore nella consapevolezza del suo essere peccatore.

“Io vi dico: questi tornò a casa giustificato”. La preghiera è esperienza di gratuità e di salvezza che viene da Dio e per questo anche nella liturgia nel invocazioni all’inizio , dicendo Signore pietà, e alla fine ‘Agnello di Dio… abbi pietà noi’, riprendono questa semplice preghiera e richiamano all’umiltà quale condizione umana davanti a Dio.

Alessandro Cortesi op

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Autenticità

E’ uscito in questi giorni un libro di un noto giornalista italiano, Mario Calabresi, che è stato direttore di grandi testate come La Stampa (dal 2009 al 2015) e La Repubblica dal 2016 a febbraio 2019. Il suo libro ha un tratto particolare: unisce un puntuale riferimento autobiografico, ad un momento particolare della sua vita, con il rinvio all’esperienza di molti, possibile per tutti, quando ci si trova di fronte, in modo inatteso ad un evento che cambia l’esistenza, che può in qualche modo chiuderla, renderla buia, triste, ripiegata, rancorosa, inutile.

Per Calabresi questo momento è stato una mattina di febbraio quando convocato del gruppo proprietario de La Repubblica, gli è stato comunicato che era finito il suo incarico di direttore. La sua agenda era zeppa di appuntamenti e progetti, i suoi pensieri erano tutti proiettati nella progettazione di piani e impegni per la redazione. Uscito dalla riunione, senza concordare un comunicato diplomatico in cui sarebbe risultato che la sua dimissione risultava da un accordo tra le parti, in un breve tweet comunicò la decisione degli editori e la fine del suo incarico di direttore.

“Quando sono uscito da Repubblica la diplomazia avrebbe voluto che concordassi un comunicato congiunto in cui si diceva che eravamo d’accordo su tutto e che passavo a un altro incarico. Ma non sarei stato in grado di mantenere quella versione, e ho detto la verità. Quando prendi questa strada, sei senza ritorno”.

Improvvisamente si trovò davanti una pagina bianca della sua vita con il rischio di rimanere travolto dal senso di delusione, di vuoto e di rassegnazione. Una pagina d ascrivere con caratteri nuovi e con sulle spalle il peso del rifiuto e del giudizio negativo. Come un pugile che inaspettatamente subisce un ko. Ma per lui il mattino dopo ha inaugurato un nuovo tempo: scrivere questo libro, com’egli confessa è stata la terapia per superare un momento di insuccesso, di fallimento, per risalire da una situazione presentatasi come ingiustizia e motivo di abbattimento e delusione.

La mattina dopo è stato inizio di un cammino: “Ho avuto una decina di giorni per prepararmi. Mi sono detto: Mario, stai attento. Senza lavoro, può essere un disastro. Ti alzerai e penserai di dover andare in ufficio, allora ti trascinerai a comprare i giornali. E poi a fare la spesa alle 11 del mattino insieme ai pensionati. Devi trovarti delle cose da fare che abbiano un senso, altrimenti finisci per naufragare (…) la mattina dopo è quando si rompe il tuo equilibrio e ognuno ha la sua. Uno perde il lavoro, uno va in pensione, uno perde una persona cara. La dimensione del dolore può essere differente, ma non ci può essere una scala” (dall’intervista a Elle a cura di Federica Furino).

Si è così messo a camminare non solo in passeggiate quotidiane, ma anche interiormente: “Mi sono messo a camminare. Un’ora e mezza tutti i giorni, senza telefono e senza musica nelle orecchie. Camminando vedo le cose con lentezza e mi rimetto in comunicazione con me stesso”.

‘La mattina dopo’ è un libro che parla di tanti pezzi di vita che possono essere rimessi insieme, come un vaso rotto, che non potrà tornare quello di prima ma da cui può sorgere un nuovo mosaico. Così le tante storie, le tante mattine, le più diverse di chi, trovandosi in una situazione inattesa e dolorosa ha deciso di tenere la schiena diritta e di affrontare ancora la vita dicendo dei sì, non lascianodsi piegare dai no, non lasciandosi vincere dalla pesantezza del dolore e della disperazione. In fondo una scelta di affidamento alla forza della vita, un distacco dal proprio io per aprirsi al rifuggire dal fariseismo di chi tutto nasconde e dissimula per scegliere invece la pericolosa via di una autenticità sofferta, ma che sola può rendere capaci di vivere veramente.

Alessandro Cortesi op

 

XXXIII domenica – tempo ordinario A – 2014

DSCN0617Prov 31,10-13.19-20.30-31; 1Tess 5,1-6; Mt 25,14-30

Le letture di questa domenica, la penultima dell’anno liturgico, guidano ad un interrogarsi sulla vita, su quanto è veramente importante, sul senso dell’esistenza. Sono invito a scorgere la vicenda umana come fedeltà alla terra tesa all’incontro definitivo con Dio che ci ha affidato il dono del tempo e si è affidato a noi. E’ uno sguardo a quanto sta alla fine, che richiama tuttavia al presente come occasione per compiere il nome ricevuto, per accogliere le molteplici chiamate della quotidianità e il senso profondo della storia umana.

Avverrà come a un uomo che chiamò e consegnò… Chiamare e consegnare sono le due coordinate entro cui è posta la vicenda dei servi della parabola. Chiamati a custodire non solo e non tanto dei beni, ma più profondamente a custodire un rapporto, anche nell’assenza. Il padrone di casa affida loro qualcosa ma in realtà si affida a loro. I servi sono depositari di una consegna che racchiude un affidamento originario. Il loro rimanere in quella casa li pone in una condizione non di possessori, ma di affidatari. I beni sono loro dati non in proprietà, ma per una custodia attenta e li provocano a riconoscere il valore di quanto hanno ricevuto, a divenirne responsabili. Sono chiamati da quel momento a vivere l’assunzione di un peso e l’opportunità di una risposta: posti in una situazione di responsabilità di fronte al loro padrone. Chiamò e consegnò: questi due verbi indicano un dinamismo che è una storia di relazione fatta di attesa e di un compito offerto.

E’ questa la condizione della comunità che segue Gesù: il cammino inizia da una chiamata, si radica in una relazione che attraversa la storia. Anche se il tempo dell’attesa si prolunga non viene meno la chiamata, piuttosto essa si rinnova in modi sempre nuovi nelle differenti stagioni della vita nel quotidiano. Da qui il sorgere della responsabilità. Le cose prestate non sono da custodire gelosamente bloccati dalla paura, ma da coltivare come doni che possono portare frutto abbondante. E’ posta in gioco la capacità di essere creativi e inventivi. La parabola sottolinea così un tratto della vita dei discepoli di Gesù chiamati a vivere la risposta ad una consegna: tanto o poco non importa, ciò che è importante è scoprire la responsabilità nell’incontro.

La parabola dei talenti è divenuta sinonimo di un modo di concepire la vita dando il primato all’esigenza di porre a frutto capacità e competenze umane. Tale linea interpretativa rischia di perdere di vista il messaggio centrale e di piegare la parabola ad una logica di efficienza e di produttività propria del mondo capitalistico. Lo sviluppo del racconto conduce in altre direzioni: il suo vertice non sta nell’esigenza di produrre e di moltiplicare le ricchezze. Sta piuttosto nel dialogo tra il padrone e l’ultimo servo: i primi due ricevono un elogio per la loro immaginazione nell’aver reso fecondo quanto avevano ricevuto. Il terzo servo invece viene rigettato non perché ha compiuto qualcosa di sbagliato ma perché ha vissuto prigioniero della paura e si è chiuso ad orizzonti di libertà. Talmente impaurito da avere nascosto, mettendolo sotto terra il talento ricevuto. Il rapporto con il padrone è stato da lui concepito non come uno spazio di responsabilità e di creatività, ma un’esperienza di oppressione, di blocco, di morte. Il seppellimento del talento è metafora di una scelta di morte e non di vita.

Gesù introduce con questa parabola un appello ad intendere la vita scoprendo il volto di Dio della consegna e dell’affidamento: è una parola sul volto di Dio. ‘Entra nella gioia del tuo padrone’ è l’invito rivolto ai servi. Tale parola va ben oltre la possibilità umana di relazione tra un padrone e i suoi servi: Gesù introduce qui un insegnamento sul regno e conduce così ad intendere in modo nuovo il rapporto con Dio stesso. I talenti costituiscono una realtà donata: un talento indicava decine di chili d’oro, una ricchezza spropositata. Racchiudono quindi l’affidamento di un dono senza misura che diviene appello ad una risposta e ad una responsabilità. Il servo che non ha compreso la ricchezza del rapporto con quel padrone non comprende nulla del volto di Dio Padre. Vive nella paura e si lascia rinchiudere in un’idea preconcetta (un volto di Dio pensato ad immagine dei padroni terreni) che lo rende incapace di agire: “So che sei un uomo esigente, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”. Ha considerato il talento come ricchezza da conservare, non carica di una attesa e di un affidamento di speranza. Non comprende che il talento affidatogli è segno di una relazione a cui rispondere con tutta la sua vita. Con riconoscenza e creatività. E’ questa la gioia a cui Gesù intende aprire i cuori di chi lo ascolta.

300px-FusiAlcune osservazioni per noi oggi

La paura è uno dei tratti del nostro tempo. La paura che blocca, intristisce, rende incapaci di immaginazione creativa. E’ la paura di perdere qualcosa, ed è la paura di sottostare alle regole di un sistema economico che si pone come nuovo impero. La creatività si oppone alla paura. Come vincere le paure diverse che impediscono oggi di accogliere il presente con senso di responsabilità di fronte agli altri, come dare spazio alla creatività per individuare soluzioni nuove di fronte ai problemi e difficoltà della vita? Come passare dalla mentalità di possessori impauriti alla logica di chi deve custodire in modo creativo una realtà preziosa ricevuta, anche nel cammino della chiesa?

“Stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso. Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero”. I gesti della tessitura, segno dell’attenzione al quotidiano di un lavoro paziente e respira della vita della casa, e i gesti di attenzione al povero, che costruiscono la relazione con gli altri. Sono i movimenti di una vita fatta di operosità concreta, di lavoro, di costruzione di rapporti nella consapevolezza che siamo tutti legati. Sono queste le immagini della quotidianità, segni di una fedeltà alla terra, all’attenzione rivolta alle piccole cose. Nel profilo di una donna – forse anche simbolo della sapienza, ma anche rinvio alle attività quotidiane di tante donne conrete – sono indicati i gesti di custodia e di costruzione di rapporti. Come una casa fatta di presenze e di volti. E’ l’indicazione di una spiritualità delle cose, dove nell’uso delle mani, nei gesti di ogni giorno si incontra lì vicino, non in luoghi lontani, la presenza di Dio e della sua chiamata. Questa attenzione al quotidiano, la scelta di dare spazio alle cose, a tutto ciò che possiamo fare con le mani è via di una spiritualità che dà spessore all’umano come luogo di fedeltà a Dio.

Paolo alla comunità di Tessalonica indica un tempo che si conclude. Le doglie giungono improvvise. Il Signore tornerà. Il suo giorno sarà incontro e compimento di una lunga attesa. E così richiama a vivere il presente mantenere desta l’attesa, orientando le proprie scelte in ciò che rimane, che umanizza la vita ed è più importante. E’ un invito a recuperare il senso di una fede orientata al futuro e non solo ripiegata sulle costruzioni del presente: è la prospettiva liberante che relativizza le cose e pone al giusto posto ogni costruzione umana. E’ richiamo ad uno sguardo di speranza.

Alessandro Cortesi op

Domenica delle Palme – anno C – 2013

DSCF1885Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Lc 22,14-23,56

Ascoltare ancora una volta il racconto della passione è come ritornare agli inizi, ai primi passi della comunità dopo la Pasqua. E’ riandare a quel primo nucleo di ricordi di Gesù, della sua passione, una narrazione di eventi, scolpiti nella memoria e consegnati allo scritto. Gli inizi stanno in un racconto, dove, al primo posto è la memoria di una condanna ingiusta, di un complotto di potere contro un innocente, un giusto. Al centro rimane quell’uomo, profeta di Nazareth. Fino all’uccisione. Ma il buio di quella vicenda e di quella morte non è l’ultima parola. “Dio ha costituito Santo e giusto quel Gesù che voi avete crocifisso” (At 2,36) è l’affermazione coraggiosa di Pietro negli Atti che formula l’annuncio della fede pasquale. Proprio la vicenda della passione di Gesù e il racconto che la custodisce svelano contraddizioni: una grande opposizione compare tra il male causato dall’azione convergente dei poteri religioso e politico e il bene e la vita che è l’opera di Dio: “voi avete rinnegato il Santo e il Giusto e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino. Avete ucciso l’autore della vita ma Dio lo ha risuscitato dai morti e noi ne siamo testimoni” (At 3,14).

Il primo brusio dell’annuncio cristiano è affermazione che Dio lo ha risuscitato. Ma il risorto è il medesimo Gesù, il giusto, che è stato condannato e ucciso alla morte infamante della croce. In questa affermazione scandalosa sta il paradosso del credere e la vita di coloro che cercano di seguire Gesù sulla sua via. Per questo è importante ritornare sempre a quel racconto.

Tornare ai primi passi, alla memoria di un succedersi di eventi a Gerusalemme nella festa di Pasqua, nella primavera dell’anno 30. E’ questa la prima attenzione da avere nell’ascoltare il racconto della passione. Nelle diverse redazioni dei vangeli il racconto offre anche sottolineature specifiche che dicono sguardi particolari, sprazzi di luce in una pluralità di interpretazioni e di elementi sottolineati.

Ci sono alcuni tocchi propri di Luca su cui sostare: il primo è il modo in cui Gesù muore.

Luca al momento della morte di Gesù non fa cenno come Marco alle parole del salmo 2: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Riporta invece le parole di un altro salmo: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”. E’ ancora indicazione che Gesù anche nel momento della morte vive questo momento estremo nella preghiera. Rimane fedele sino alla fine al pregare ripetendo le parole del salmi, la preghiera del suo popolo. Luca dice che Gesù muore in una situazione di preghiera. Ma in questa sottolineatura invita a cogliere come tutta la vita di Gesù sia entro la grande linea di un affidamento. Anche la sua morte  come l’intero percorso della vita. E’ la preghiera nel suo senso più profondo: affidamento e consegna al Padre, è lo stare nello spazio del Padre che Luca aveva suggerito proprio all’inizio del vangelo. “Io devo rimanere nelle cose del Padre mio” (Lc 2,49) era stata la risposta di Gesù dodicenne a Maria e Giuseppe che lo cercavano e lo trovarono nel Tempio.

Tutta la vita di Gesù si pone in questo affidamento e parla del volto di Dio ma anche del volto dell’uomo. Parla del volto di Dio perché Gesù viene indicato come il Figlio in rapporto al Padre. Nel momento del battesimo aveva accolto la voce del Padre che diceva “Tu sei il mio Figlio, l’amato…” (Lc 3,22). Ora Gesù si presenta come il Figlio che si rivolge a Dio chiamandolo Padre con una intimità unica: “Padre nelle tue mani…”. Ma il morire di Gesù in atteggiamento di preghiera parla anche del volto dell’uomo. Ci dice che anche la morte può essere vissuta come ultima consegna della vita a Dio, e può essere vissuta in quella fiducia che le mani del Padre non vengono meno. Gesù ha vissuto l’ingiusta condanna e la stessa morte non sottraendosi, ma trasformandole da realtà subita in esperienza della consegna e dell’essere uomo per gli altri sino alla fine. Non vive in un atteggiamento di sottomissione passiva, ma nella libera decisione di rendere anche quel momento come esperienza di affidamento senza riserve a Dio e dono di salvezza e servizio. La sua morte non è scissa da tutto il suo cammino di vita e per questo le prime comunità vivranno il percorso del ricordare quanto Gesù aveva fatto e detto nella sua vita.

C’è un secondo tratto importante. Lo si coglie nel leggere il vangelo di luca in continuità con gli Atti degli apostoli. Luca ci dice che la vicenda di Gesù continua in tutti coloro che come giusti sono condannati e in tutti coloro che vivono il martirio nel fare della propria morte il luogo di un affidamento  A Dio nella fiducia che la sua vicinanza non viene meno. Gesù muore come un giusto e come un testimone. E’ il giusto che diviene esempio per i testimoni che lo seguono perché coloro che lo hanno seguito nel suo cammino possano seguirlo anche nel modo in cui ha vissuto la morte. Ecco perché Luca vede il martirio di Stefano, negli Atti come un riproposizione del martirio di Gesù. Anche Stefano è ritratto mentre prega e mentre si affida a Dio anche nel momento in cui la violenza ingiusta si scatena contro di lui (At 7,59-60).

Infine Luca evidenzia che la croce è un evento da guardare: si tratta di uno ‘spettacolo’ (Lc 23,48) a cui le folle accorrono ed è un evento da ‘contemplare’. Di fronte alla visione del crocifisso ognuno ritrova il senso della sua esistenza e la verità su di sé. Così Luca parla di Pietro che piange (Lc 22,62) del ladrone che riconosce il male che ha fatto (Lc 23,40-42) delle folle che, ‘dopo aver visto’, tornano battendosi il petto, consapevoli della compromissione con male nella loro vita (Lc 23,48) e aperte ad un nuovo cammino. La visione della croce apre a cogliere il buio ma anche la possibilità di uscita dal buio nel riconoscere il male e nel vederlo vinto nella mitezza di Gesù. Luca presenta Gesù come nonviolento e inerme che entra a Gerusalemme come un re che non ha potere, ‘umile che cavalca un asino’ (Lc 19,28-40), che non salva se stesso ma salva gli altri, che porta pace, che desidera il bene e la felicità per le persone. Di fronte alla morte di Gesù tutti i personaggi stanno pensosi osservando (Lc 23,35) e tale osservare porta ad una possibilità nuova di impostare la propria vita e apre ad un futuro di cambiamento.

Infine Luca vede proprio sulla croce nel momento della morte non la vittoria della solitudine , ma il germogliare di una comunione: “oggi sarai con me nel paradiso” è la promessa di Gesù al buon ladrone che riconosce in lui il giusto. Il morire di Gesù non è luogo di solitudine, ma evento di incontro e comunione. Ed è evento che segna in modo nuovo il tempo: l’oggi di ogni momento della vita, ma anche l’oggi che è il momento della morte diviene un oggi trasfigurato.

Tre tratti propri della lettura di Luca che possono richiamarci a tre riflessioni per la nostra vita

Si presenta spesso la preghiera in modi che la confondono con pratiche di meditazione, con metodi di rasserenamento psicologico o con forme di devozione: ma la preghiera è dimensione ben più profonda della nostra esistenza e forse presente in molti modi diversi anche in chi non pensa di pregare. E’ una apertura di fondo del cuore, è in radice intendere la vita non come possesso e opera nostra o nella linea dell’attivismo e dell’efficienza anche religiosi. Preghiera è in radice affidamento del cuore, un comprendere la vita nei suoi momenti quotidiani come esperienza del gratuito, del dono e dell’incontro. Quante persone pregano senza saperlo ogniqualvolta portano nel loro pensiero e nel loro ricordo la cura di altri, l’amore per qualcuno, lo sguardo di premura a situazioni, la preoccupazione per i deboli, il senso della gratuità e della bellezza, l’affidamento della propria vita a Dio quando le forze vengono meno… La preghiera passa attraverso tutte le mani a cui ci si consegna e in tutti i gesti che accolgono un affidamento. Il morire di Gesù pregando offre un senso e un valore al nostro vivere nei suoi anfratti più quotidiani e spesso trascurati nelle considerazioni religiose. Ed offre senso anche al morire di chi proprio nel venir meno delle forze vive la consegna agli altri e attraverso di loro l’affidamento al Signore stesso.

Gesù è il testimone mite. Nel tempo dell’aggressività la mitezza è virtù da riscoprire: il mite non è affatto un impaurito e sottomesso. Gesù oppone alla violenza che si concentra attorno a lui, la mitezza del forte che vive in profondo la sua libertà. Solo così rompe la catena della violenza. La sua mitezza è una testimonianza ancora non recepita nei cammini di chiesa. Il modo di intendere l’impegno è spesso nei termini della domanda su come vincere, su come affermare in modo forte una presenza per via di imposizione e in termini politici o attraevrso una dottrina che pone limiti ed esigenze e non apre a percorsi di responsabilità. Gesù capovolge questa pretesa e indica la via della inermità, che è invece autentica profezia: è un modo di vivere che non impone ma si propone e proprio per questo suscita fascino e contagio. La testimonianza del mite reca in sè un segreto profondo che è possibilità di riconoscimento e di accoglienza dell’altro come uomo debole e fragile. Tale riferimento appare tanto più attuale nell’anniversario vicino della Pacem in terris (aprile 1963-2013) documento in cui per la prima volta si parla della guerra come follia, scelta contraria alla ragione umana: la mitezza è l’attitudine attiva della nonviolenza che unica può sconfiggere la vacuità della violenza nelle sue diverse forme. E’ capacità di passione e compassione.

Gesù vive la sua morte come evento di comunione: offre un senso alla vita del ladrone vicino a  lui dciendo che c’è un futuro e sarà un futuro di stare insieme.  La vita può cambiare nella linea della cura e dell’attenzione ai poveri, alle vittime, a chi lasciato escluso e in disparte. Gesù accoglie il ladrone che accanto a lui era punito come malfattore. Accogliendo lui dice una accoglienza possibile  e aperta per chiunque si apra alla visione della croce scoprendo il senso profondo della sua vita come incontro, per chiunque sperimenti il rifiuto del male che si esprime nelle diverse forme di violenza e di esclusione e la possibilità di un futuro nuovo.
Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

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