la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXVI domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Ez 18,25-28; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

Ezechiele è il primo profeta a porre con forza in Israele la questione della responsabilità personale: una vita non dipende da quanto i propri predecessori o parenti hanno compiuto. L’idea che la colpa si trasmette di padre in figlio era profondamente radicata e generava la visione di una responsabilità collettiva. Solo progressivamente nel Primo Testamento si giunge a superare tale modo di pensare.

Ezechiele afferma che se una persona ha commesso un’ingiustizia la colpa non ricade sui suoi parenti o vicini. Ognuno è chiamato a rispondere dei propri comportamenti. A ciò aggiunge – facendosi voce della misericordia di Dio – che è possibile sempre un cambiamento fecondo di vita nuova. “se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia  che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso”. Chi compie il male ne è responsabile ma non dev’essere marchiato per sempre per i suoi atti sbagliati: vi è possibilità per tutti di un cambiamento. Se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia fa vivere se stesso. Ezechiele introduce così l’idea che una persona può cambiare smettere di fare il male e operare il bene . E’ possibile, sempre, la conversione, un orientamento globale dell’esistenza che giunge ad esprimersi anche in una trasformazione di comportamenti, ma è ben di più. Invita a scorgere l’urgenza della conversione per tutti. Ognuno nel proprio cuore sa che coabitano desiderio di bene e tendenza al male; ognuno sa che nella vita ha compiuto scelte di bene e gesti di infedeltà e ingiustizia. La parola del profeta apre alla speranza: per tutti è aperta la via della conversione quale chiamata di un Dio che desidera la vita e non la morte del peccatore.

“Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli…” Gesù conosce il cuore umano. Parla di due figli: il primo risponde di sì e poi non va a lavorare nella vigna, il secondo dice no e invece poi ci va.  “Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?”. La parabola intende provocare a considerare l’importanza non tanto delle parole ma della pratica di vita: “Non chi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. E’ questo un insegnamento caro alla comunità di Matteo. “E’ meglio essere cristiani senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo” ribadirà Ignazio di Antiochia nel II secolo scrivendo agli Efesini. Si può anche leggere la parabola scorgendo un appello ad esaminare il proprio cuore: nell’intimo di ogni cuore può essere presente il profilo dell’uno e dell’altro dei due figli. L’impegno della vita è da un lato ascoltare la voce del Padre, ma questo richiede anche una decisione che conduce alla concretezza dell’agire, un aprirsi alla passione del Padre per la vigna in cui c’è necessità di lavoro, di coltivazione, di cura. Non è allora importante dire sì o no, o manifestarlo senza poi fare nulla. Importante è muoversi in un impegno concreto nella vigna degli incontri umani, della storia.

Nel vangelo di Matteo questo brano introduce una serie di scontri tra Gesù e farisei e sadducei, i primi osservatori puntuali alla legge, i secondi legati ai sacerdoti, al culto e al tempio. Coloro che dovevano essere i più preparati e attenti ad accogliere l’annuncio di Gesù, le persone religiose, gli uomini del culto, sono proprio coloro che lo rifiutano. Di fronte ai testimoni e ai profeti, come Giovanni, farisei e sadducei si oppongono proprio perché l’annuncio destabilizza una gestione del potere ed un sistema religioso ben definito.

Gesù al riguardo ha parole taglienti: “i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. Indica così innanzitutto come nel cuore di ciascuno, anche di chi è ritenuto lontano dalla salvezza o indegno dal punto di vista morale, è presente un bene da scorgere. In queste persone che sono le prime che Gesù accostava manifestando il volto di un Dio del perdono scorge l’apertura sincera, il disinteresse, il non avere paura di perdere la faccia nel cambiare. Tutto il contrario dell’ipocrisia propria di un mondo religioso chiuso alla inquietudine e alla ricerca.

In una lettera appassionata e segnata dal desiderio di comunicare la profonda gioia cristiana, che rimane presente anche nella prova, Paolo ai Filippesi scrive: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù”. In queste parole sta la radice di uno stile di vita che fa proprie le scelte di Gesù secondo la via da lui percorsa.

Alessandro Cortesi op

Cambiamento / conversione

Il tempo della pandemia che stiamo vivendo è un passaggio che coinvolge tutta l’umanità con un peso di dolore che attraversa il mondo, dolore delle morti – si sta raggiungendo la quota di  un milione di morti a livello mondiale – dolore di tutti i malati e delle persone coinvolte in vario modo e sofferenze dovute alle conseguenze economiche e sociali della chiusura di attività, alla mancanza del lavoro. 

E’ un tempo in cui si affaccia la domanda ‘come sarà il domani?’. Da più parti si evoca un ritorno alla normalità per poter riprendere i ritmi e modi di una vita che dal punto di vista attuale nelle restrizioni del presente, appaiono un riferimento rassicurante. Ma ad una considerazione più attenta la domanda sul domani dovrebbe rimanere connessa ad una domanda su quel passato di normalità a cui si vorrebbe tornare con nostalgia.

Lo stesso sviluppo del virus nel salto di specie causato dall’intervento umano di devastazione delle foreste e degli ecosistemi, la sua diffusione in aree segnate da un pesante inquinamento dell’aria e da squilibri ambientali dovuti a modi di produzione irrispettosi dell’ambiente, sono segnali che indicano come quella ‘normalità di prima’ non possa essere indicata a modello di un pronto ritorno.

I mesi del lockdown e della pandemia hanno anche rivelato l’importanza per il vivere sociale di una rete sanitaria pubblica che garantisca un livello di cura dignitoso per tutti, hanno manifestato quanto siano fondamentali rapporti di vicinanza e prossimità nell’accompagnare chi è più debole e fragile, hanno rivelato che le vite di tutti sono interrelate, hanno portato a considerare la rilevanza per la vita sociale della scuola e di tutte le attività educative ad essa connesse, hanno messo in evidenza le grandi disparità e ingiustizie nel mondo del lavoro, hanno portato a consapevolezza come una società fondata sulla competizione e sull’arricchimento di pochi sia luogo di incubazione di malesseri e disagi che si riversano su tutti e conducono a perdere di vista la stessa umanità e la medesima possibilità di convivere insieme.

‘Tornare alla normalità’  è quindi un’espressione ambigua che potrebbe trovare correzione in un impegno di tipo diverso, certamente teso a superare l’emergenza sanitaria, un passaggio che appare sempre più attuabile solo se vissuto nella responsabilità diffusa da parte di tutti, ma indirizzando le energie e la creatività verso un cambiamento di stili di vita, per smascherare la normalità di un modello di econmia, di stili di vita che hanno incubato il virus che ora sta mietendo vittime, e per orientarsi ad un modo nuovo di vivere insieme.

Gli orizzonti della solidarietà, della cura dei più fragili, di attenzione all’ambiente e agli equilibri degli ecosistemi, lo sguardo a coloro che sono invisibili e dimenticati, sono gli orizzonti che esigono un cambiamento che si pone nei termini di trasformazione.

Non tanto un ritorno alla normalità di prima dovrebbe essere l’obiettivo di questo tempo, quanto invece una trasformazione radicale alla luce della lezione che il Covid ci ha offerto. Nei primi giorni della pandemia la poetessa Mariangela Gualtieri richiamava a quel fermarsi come un appello: non potevamo andare avanti così in una corsa senza considerazione dell’altro, degli altri che verranno, di quell’altro che è la natura di cui siamo parte come umanità. Mohammed Yunus ha pubblicato un appello a ‘non tornare al mondo di prima’. E’ questo il tempo di un cambiamento che richiede quella ‘conversione ecologica’ a cui richiamava Alex Langer ed una trasformazione del modello economico del sistema neoliberista del mercato e del consumismo senza criteri che domina la società attuale.

Ma anche per la chiesa si pone la domanda di una conversione a partire dalla lezione che proviene dal Covid. Così Francesco Cosentino suggerisce di inaugurare una riflessione sulla trasformazione che innervi anche la vita delle comunità: “Ogni pagina che racconta la missione di Gesù ci consegna in filigrana lo scontro – talvolta drammatico – sulla novità che egli intende inaugurare e l’ostinata rigidità di chi è preoccupato solo di conservare il presente e, con esso, la propria tranquillità (…) Dobbiamo semplicemente riprendere lo stesso impianto pastorale e appiccicarlo a questo tempo? Il seme della Parola, circolato nelle case e con ogni altro mezzo durante il lockdown deve essere considerato un’eccezionalità da ricacciare nel dimenticatoio o, piuttosto, dovremmo riflettere su come l’avevamo trascurato, preferendo un cristianesimo devozionistico, superficiale, sacramentalizzato, senza percorsi formativi, senza spazi culturali, senza fede domestica e senza la centralità della Scrittura? Non ci sono risposte facili, ma almeno possiamo provare a porci le domande” (Francesco Cosentino, Il dono del tempo presente, “SettimanaNews” del 21 settembre 2020).

Alessandro Cortesi op

IV domenica tempo ordinario – anno B – 2015

Marc-Chagall-Prophet-Isaiah

(Marc Chagall, Profeta Isaia)

Dt 18,15-20; Sal 94; 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28

 “Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole”. La promessa al cuore della pagina del Deuteronomio riguarda l’azione di Dio che farà sorgere un profeta. Profeta nella Bibbia non è una sorta di mago ‘lettore del futuro’ piuttosto è uomo della Parola. La sua vita è segnata da una chiamata proveniente da un intervento di Dio, dal suo comunicarsi: il profeta non si fa da solo, viene suscitato, scopre una parola altra e da altrove che lo chiama e lo invia. La sua vita è trasformata per essere a servizio di altri in un rapporto che si allarga, in una corrente di comunicazione.

I profeti saranno la risposta, in ogni circostanza, soprattutto nei momenti più difficili alla richiesta – presentata da Israele sul monte Oreb (Dt 5,23-28) – di potersi accostare senza timore a Dio: una risposta ad una richiesta di vicinanza di Dio. Dio si fa vicino attraverso la voce e la vita di qualcuno, fratello tra gli altri, a cui egli pone sulla bocca le sue parole. Così il profeta, uomo della parola, è ‘colui che parla davanti’: la sua parola non proviene da lui, ma dipende da un ascolto che coinvolge in primo luogo sua esistenza e si prolunga nell’ascolto richiesto a tutto il popolo.

La sua parola è eco, rinvio, memoria, ma anche interpretazione del presente. Per questo il profeta è figura scomoda per ogni tipo di potere e trova opposizione e sospetto di essere voce di illuso o di sognatore. Ma il futuro diviene possibile solamente come risposta alla Parola di Dio annunciata dal profeta. La sua è azione in favore di tutto un popolo e in mezzo al popolo: un profeta in mezzo ai fratelli, quasi una apertura alla promessa che tutti nel popolo di Dio sono chiamati ad essere profeti, a vivere un ascolto vivo della Parola di Dio.

La pagina del vangelo di Marco presenta Gesù stesso come ‘uomo della parola’. Il verbo ‘insegnare’ ritorna con insistenza in questo brano. Gesù insegna e lo fa come uno che ha autorità, non come gli scribi. Si tratta di un insegnamento – parole – che sgorgano dalla sua vita. Un insegnare con autorevolezza allora più che autorità: continuità e coerenza tra interno ed esterno, tra parole e vita. Gesù rifugge le forme del potere autoritario, ma la sua parola suscita stupore perché espressione della sua vita, dell’orientamento di fondo di tutto il suo agire.

La scena è presentata nel giorno di sabato, memoria del riposo di Dio nella creazione e dell’alleanza nel dono della legge, all’interno della sinagoga, a Cafarnao. Proprio lì, nel luogo religioso della sinagoga c’è un uomo ‘posseduto’, oppresso, in una condizione di sottomissione a forze che lo dominano: una malattia, una condizione di impurità che lo tiene sofferente ed emarginato, incapace di essere se stesso. C’è un contasto sottolineato da Marco tra l’insegnare di Gesù, profeta e maestro e il grido dell’uomo posseduto da uno spirito immondo. “‘che c’entri con noi Gesù nazareno? Io so chi tu sei: il santo di Dio!’. E Gesù lo sgridò: ‘Taci, esci da quell’uomo’. E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.”

Gesù impone di tacere ad una voce che grida la sua identità. E’ riconosciuto come il santo, ‘unto’: è il riconoscimento della sua esperienza nel battesimo. La forza dello Spirito ricevuta lo ha inviato e lo fa entrare a contatto con tutto ciò che è impuro. Gesù invita al silenzio: ‘Ammutolisci ed esci da lui’. Al centro del luogo religioso – ci dice questo passo – è presente la forza del male in contrasto con la parola di insegnamento di Gesù. Gesù si manifesta come colui che libera l’uomo da ciò che lo sottomette, lo strazia e non gli permette di maturare una capacità di ascolto. Il suo insegnare si fa gesto di liberazione. La sua parola diviene azione e apre il passaggio dal grido all’ascolto. L’ascolto è l’attitudine fondamentale del credente. Non una parola che fa morire, ma un parola che apre la possibilità di vivere.

Quell’uomo gridava, dominato dal male, contro la ‘forza debole’ della parola di Gesù: la sua era purtuttavia un riconoscimento della sua identità, una professione di fede anche, gridata, che copriva il suo insegnamento. Gesù si contrappone ad una fede ‘gridata’, si oppone sorattutto a tutto ciò che divide la persona dentro di sè e la tiene oppressa.

Con la sua parola Gesù restituisce quell’uomo a se stesso. Il suo gesto libera e permette che quell’uomo sia restituito alla sua libertà, a se stesso, non più dominato e sottomesso. Marco delinea in Gesù il modello di un profeta che insegna lasciando spazio alla crescita, alla vita di ognuno. Ciò suscita meraviglia perché il suo insegnamento era ‘nuovo’ e si poneva come parola significativa, capace di comunicare, di restituire alla vita. Non si tratta di una ‘dottrina’, è piuttosto insegnamento vivo, capace di coinvolgere la vita, capace di aprire un rapporto di libertà.

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Alcune osservazioni per noi oggi.

Parola e profezia. La parola di un profeta non è parola senza tempo, ma richiamo che pone insieme fedeltà a Dio e interpretazione del presente. Cosa il Signore ci chiama a vivere in questo tempo, in questa storia? Come comunciare la vicinanza di un Dio che non è lontano e inarrivabile, o peggio Dio del giudizi e della condanna, ma Dio dell’ospitalità e della vicinanza che si fa incontro nei gesti e nelle parole umane? Abbiamo bisogno di profeti, di coloro che si sono lasciati coinvolgere nel cammino della fede. Ma abbiamo anche bisogno di non cadere in una mentalità della delega: fossero tutti profeti nel popolo di Dio…

C’è una presenza di profeti nascosti, quelli del quotidiano, tutti coloro che si chiedono in modo ordinario e quotidiano come tradurre il vangelo nell’esistenza e cercano di farlo, senza alcuna pretesa di riconoscimento. Questi sono i profeti, uomini e donne della Parola, capaci di portare visioni di creatività e di porre segni di un mondo nuovo diverso in mezzo ai loro fratelli. Forse il desiderio di protagonisti e di figure eccezionali ci distoglie dall’attenzione all’ascolto dei profeti del quotidiano, ed anche di scoprire la chiamata ad essere profeti che sta al cuore dell’esistenza di ogni persona. E questo non nella linea di una esaltazione del singolo, ma proprio nel cercare di essere profeti insieme.

Come favorire percorsi in cui accogliere la chiamata ad aiutarci ad essere profeti insieme? Nell’ascolto di ciò che la Parola del Signore – che si fa viva nelle parole della vita – ci chiede oggi. La parola del profeta è rinvio alla parola di Dio che destabilizza e fa cambiare, che apre alla speranza e suscita liberazione. Quale impegno per una prassi di umanizzazione oggi?

Insegnare e agire: Gesù presenta un insegnamento con autorevolezza. C’è una linea di coerenza che suscita interrogativo e stupore nel parlare di Gesù. La sua parola fa riferimento al suo agire e diviene luce dei suoi gesti. Non dottrina ma vicinanza e cura. Sta qui una grande provocazione a noi oggi per scoprire come la dimensione dell’agire, non solo nei termini di buone azioni episodiche, ma di un agire quale stile di attenzione ospitale, che innervi tutte le dimensioni del vivere, cha sia attitudine di fondo sempre da ricercare e in cui camminare.

Viviamo il senso di delusione e stanchezza di fronte a tante parole che nascondono dietro a sé un vuoto. E’ lo sfiancamento delle parole: ma le parole riprendono vita quando sgorgano da un agire che ‘parla’ e si fa forza interiore e rinvio ad una parola che innerva la vita. Forse a questo siamo chiamati oggi: potremmo chiederci quali sono le scelte e le modalità di vita ordinaria che rendono leggibile il vangelo anche senza tante parole. Per ridare spazi di libertà a chi in tanti modi è posseduto e spossessato di se stesso, nelle diverse forme di dipendenza e schiavitù che la vita oggi propone: ci sono le dipendenze dai miti del denaro, della superficialità e della faciloneria e di una logica di vita nel consumo e nello sfruttamento di beni. Ci sono dipendenze drammatiche nel gioco, nel divertimento vacuo, nell’inseguire tutto ciò che fa apparire e rende protagonisti o ‘più scaltri’ o ‘primi’. Ci sono dipendenze dai mezzi tecnologici che non aiutano ad alzare sguardi e mente sulla realtà… Assumere lo stile di insegnamento di Gesù, il suo accostarsi per liberare apre a gesti concreti per restituire alla vita perché ognuno possa realizzarsi non nella chiusura ma nell’ascolto e nell’incontro.

Alessandro Cortesi op

XXVI domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

DSCN0427Ez 18,25-28; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

Matteo colloca nel suo vangelo, tra il capitolo 21 e 22, subito dopo la domanda rivolta a Gesù sulla sua autorità – “con quale autorità fai tali queste cose? (Mt 21,23) – tre brevi parabole. La prima è la parabola dell’uomo che chiede ai due figli di andare a lavorare nella vigna; la seconda è quella dei vignaioli che maltrattano i servi inviati dal padrone e uccidono il figlio; la terza è la parabola del re che fece un banchetto di nozze ma gli invitati non vollero andare. Matteo riprende qui materiale già presente in Marco (la parabola dei vignaioli al cap. 12) e con paralleli in Luca (Lc 14,15-24 la parabola degli invitati in un diverso contesto). La collocazione di queste parabole accostate insieme conduce a cogliere un messaggio di fondo: la storia della salvezza è un dono di relazione. C’è un protagonista al centro che chiama, che invita, che si offre. Al cuore dell’esistenza credente sta una chiamata, un invito da parte di Dio, ed è un invito aperto che si fa appello e invio. Tuttavia questa offerta di incontro e di vita si scontra drammaticamente con la possibilità del rifiuto, con la non accoglienza, con la durezza di chi non si lascia smuovere, cambiare, convertire e con l’ipocrisia di chi si limita a parole vuote, a proclamazioni di discorsi che non toccano la vita e non cambia il suo agire.

Di fronte agli inviati, i profeti di Israele, Giovanni Battista infine Gesù e gli inviati del messia si può cogliere una storia di accoglienza da parte di chi si rende disponibile ad un cambiamento ma anche il dramma del rifiuto. Matteo sintetizza tutto questo in una breve parabola, quella del padre e dei due figli.

(E’ da notare In alcune traduzioni l’ordine delle risposte dei figli appare diverso. Nelle versioni che si rifanno alla lezione del codice Vaticano si riporta per primo il figlio che dice sì alla chiamata ad andare lavorare nella vigna e poi non ci va. Altre traduzioni riportano invece la sequenza di altri codici importanti che pongono prima il figlio che risponde di no e poi si pente e va a lavorare. La prima versione sembra essere influenzata dall’interpretazione che vedeva nelle figure dei figli un riferimento ad Israele, il popolo che per primo è stato chiamato, e ai pagani che per ultimi hanno accolto e risposto all’invito della salvezza).

Il riferimento della parabola non è tanto al popolo d’Israele contrapposto ai pagani, ma va piuttosto alla predicazione del Battista: “Venne infatti a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto: i pubblicani e le prostitute gli hanno creduto. Ma voi, vedendo ciò non vi siete pentiti, neppure alla fine, per credere in lui”. C’è uno sguardo a quella che era stata la proposta del Battista vicina e collegata a quella di Gesù.

Il rimprovero è rivolto ai sommi sacerdoti e ai capi del popolo ed è quello di non essersi pentiti, di non aver lasciato spazio ad un cambiamento capace di coinvolgere la concretezza dello stile di vita neppure ‘alla fine’.

La parabola è racchiusa tra due domande: ‘Che ve ne pare?’ all’inizio e, alla fine, “Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?”. E’ provocazione a lasciarsi coinvolgere e a prendere orientamenti pratici.

La prima sottolineatura del dialogo tra il padre e i due figli riguarda la distanza tra il dire e il fare. C’è una contrapposizione tra il figlio che ha detto no e poi è andato a lavorare, e l’altro che ha risposto sì ma poi non ha compiuto la volontà del Padre.

E’ questa una sottolineatura cara a Matteo. Il discorso della montagna era stato concluso proprio nella contrapposizione tra chi dice “Signore, Signore!” (Mt 7,21.22) e non compie la volontà del Padre e chi invece fa la volontà del Padre che è nei cieli. A ben guardare nessuno dei due figli ha risposto pienamente, nessuno ha vissuto un ascolto pieno. E tuttavia questo non è importante. Ciò che conta è la disponibilità a lasciarsi mettere in discussione, a ripensare anche in un secondo momento, e cambiare la propria vita in modo operativo e concreto. Anche ‘alla fine’. Non solo dire ma fare la volontà del Padre. Seguire quella via della giustizia che Giovanni aveva indicato come fedeltà a Dio che chiede un cambiamento, un nuovo orientamento della vita con conseguenze concrete e pratiche.

Questa parabola denuncia in secondo luogo l’ipocrisia di coloro che dicono e non fanno (Mt 23,3): è l’attitudine tipica di chi religioso si limita ad una esteriorità o a discorsi che non hanno poi riscontro nella prassi. E’ questo l’atteggiamento di chi nasconde dietro l’apparenza del ‘dire’, una vita in cui non vi è attuazione del vangelo. E’ il dramma di persone religiose, di uomini del culto, di tutti coloro che chiusi all’interno di un mondo costruito su sicurezze non si lasciano interrogare e provocare dai profeti e non si lasciano cambiare. Nemmeno di fronte a testimoni come Giovanni, che con il suo annuncio destabilizzava ogni ricerca di potere.

“I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. C’è invece chi, pur vivendo in situazioni morali lontane dal vangelo, ha un cuore disponibile. Si sono lasciati toccare dalla via della giustizia annunciata da Giovanni battista. Si lasciano commuovere da un annuncio che li interroga e questo diviene forza di cambiamento e di nuovo cammino.

E’ una situazione ben diversa da chi nasconde la propria infedeltà al vangelo dietro una facciata di perbenismo e di espressioni religiose. E’ questa la sottile ipocrisia che risolve la fede in una apparenza per essere lodati e non ricerca un cambiamento profondo del vissuto interiore in scelte e atti concreti.

Gesù coglie un’apertura sincera e disarmata, senza ipocrisia, in chi pur avendo vissuto situazioni di disonestà, e di immoralità si apre al cambiamento, si espone a manifestare le sue ferite, inadempienze, errrori, ripensa le sue vie e non pretende di giustificarsi nascondendo il proprio comportamento lontano dalla via della giustizia.

Gesù si faceva vicino a chi era tenuto lontano manifestando l’ospitalità del Padre che ha a cuore la vita di ognuno e apre al perdono e al cambiamento. Se ne stava lontano dal mondo religioso chiuso alla inquietudine e alla ricerca, si stupiva invece nello scoprire che qualcuno non aveva paura di perdere la faccia nel cambiare e nell’intraprendere sentieri di autenticità della vita e di incontro con lui.

DSCN0388Alcune osservazioni per noi oggi

Siamo soliti leggere questa pagina pensando ai due figli come a soggetti distinti. Forse dovremmo cogliere come nella nostra vita e nel nostro cuore sono compresenti le attitudini dei due figli, di chi risponde no e poi fa e di chi risponde sì e poi non si muove. Matteo insiste sulla verifica che non si ferma alle enunciazioni verbali ma va alle azioni, alle scelte di vita: non chi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli…

La vita al seguito di Gesù si pone come ascolto di una chiamata che è invio e conduce ad un lavorare nella vigna. Nella parabola si sottolinea l’atteggiamento del ripensare, del riflettere del ricredersi. E’ l’attitudine di chi si mantiene aperto, capace di mettersi in discussione, libero nel considerare i propri errori e le proprie valutazioni e prese di posizioni errate. La disponibilità a non considerarsi a posto è base per scoprire orizzonti nuovi nella vita. Il cammino in cui vi sia spazio per pentirsi è un cammino di libertà, che apre oltre le nostre acquisizioni. Apre all’importanza di ascoltare e di lasciarsi cambiare nel rapporto con gli altri e con le situazioni per vivere la via della fedeltà al Signore. Il riconoscee di aver sbagliato costituisce non un segno di debolezza e di incoerenza, ma un passaggio di libertà e di consapevolezza del limite. L’autentico credente sa che tutta la vita è ascolto e cammino sempre nuovo.

Oggi siamo a conoscenza di tante situazioni di povertà, di bisogno, di ingiustizia che richiamerebbero un impegno e una dedizione in tanti modi. E accogliere questo porta a cambiamenti nella nostra vita. Eppure l’atmosfera prevalente è quella dell’indifferenza, della pigrizia che blocca di fronte all’urgenza di smuoversi da una condizione di sicurezza e tranquillità. Si vive così nella conoscenza, nel’informazione di autentici drammi vicini e lontani che toccano persone, ma non ci si commuove. E’ un sapere che non conduce a prendere decisioni per azioni concrete e che talvolta si accompagna a discorsi che non conducono all’impegno. La parola di Gesù è una provocazione ad ascoltare le chiamate di Dio nel quotidiano, soprattutto nella storia delle vittime dell’iniquità del nostro tempo, e accogliere l’invito a lavorare in questa vigna.

Alessandro Cortesi op

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