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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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VI domenica di Pasqua – anno B – 2018

Versione 2At 10,1-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

“Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliarono che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo”

Non di conversione di Cornelio si tratta. Piuttosto di conversione di Pietro. Ed è provocazione anche per noi ad un cambiamento di orizzonte per il nostro credere.

Un racconto affascinante è situato nel libro degli Atti, là dove l’attenzione si focalizza sul cammino di Pietro: narra di un cambiamento e di un’apertura e respira di quell’aria nuova che entra da finestre spalancate. Dove soffia lo Spirito.

Tutto inizia con due visioni in due luoghi diversi. A Cesarea, Cornelio, ufficiale dell’esercito romano, uomo religioso è spinto ad inviare suoi uomini per invitare a casa sua un certo Simone. Anche Simone (Pietro) a Giaffa ha una visione: una grande tovaglia ripiena di ogni genere di cibi gli è presentata innanzi con tanti cibi: “Non devi considerare impuro quello che Dio ha dichiarato puro”. Mentre cercava di capire il significato di quel sogno – segno di una chiamata di Dio ad uscire dai suoi schemi religiosi – giungoro gli inviati da parte di Cornelio. Pietro accoglie, pur con qualche resistenza, l’invito e li fa entrare e li ospita. E’ lo Spirito che ha spinto Cornelio ed è lo Spirito che invia Pietro: ‘alzati e và con loro senza paura, perché li ho mandati io da te’. E’ lo Spirito che apre ad ospitare l’altro nella propria casa.

Così Pietro si reca a Cesarea ed entra nella casa di un pagano. Qui la sua vita si apre ad una scoperta nuova. Cornelio lo accoglie andandogli incontro. Pietro si lascia prendere dalla novità di Dio: in quell’esperienza d’incontro lo ha infatti accompagnato ad un nuovo modo di concepire la vita: non si deve evitare nessun uomo come impuro. In ogni volto che vive la ricerca e l’incontro c’è un messaggio di Dio stesso.

Pietro parla così di Gesù e lo Spirito scende. L’intera vicenda è guidata dallo Spirito. Negli incontri ordinari è all’opera lo Spirito santo, per vie non programmabili e non racchiudibili entro schemi prefissati. Discepolo è chi si mette in ascolto di ciò che lo Spirito suggerisce. Dio non fa preferenze, non genera esclusioni, il suo progetto non è quello di appartenenze religiose che tengono fuori.

L’episodio è così il racconto di due cambiamenti. C’è quello di Cornelio che scopre Gesù scorgendo nel suo cammino umano il dono di Dio, già presente nella sua ricerca e nella sua vita. E c’è quello di Pietro. La sua conversione è esempio di una chiamata continua per la chiesa stessa. Nell’andare incontro, nel dialogare, nel superare la distanza e la diffidenza, si può scoprire l’agire dello Spirito che sempre precede, spinge ad uscire, fa scoprire l’ospitalità da offrire e ricevere. L’annuncio del vangelo non può essere racchiuso entro confini di privilegi né in una religione fatta di prescrizioni e di decreti. Tra queste conversioni si situa il nostro cammino anche oggi.

‘Vi ho chiamati amici’. E’ l’ultima parola che Gesù lascia ai suoi. Quasi una definizione di cosa vorrebbe per la sua comunità: una comunità dove l’amicizia sia possibile, dono e quotidianità. L’amicizia è andare oltre i confini, uscire dai territori stabiliti, di appartenenze a gruppi, a popoli, a culture determinate, a religioni che si fanno sistemi che rinchiudono. Amicizia è parola che evoca percorsi aperti, un guardare gli altri non dal piedistallo di una pretesa superiorità, ma lo scendere da cavallo, da prestigio e potere per guardare negli occhi e riconoscersi specchiati nello sguardo dell’altro, inermi e partecipi del medesimo destino, con ele medesime domande nel cuore. Amicizia è non progettare una società di padroni e servi, ma relazioni in cui vi è riconoscimento e comprensione. Amico è parola che accoglie e costruisce intimità, conoscenza di chi comprende fragilità e fatiche. Gesù chiama i suoi con la parola impegnativa ‘amici’ e chiede loro di uscire dalla mentalità dei servi, per camminare nella libertà di chi si sa accolto.

Alessandro Cortesi op

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Amicizia

Una poesia di don Angelo Casati, a cocnlusione di una intensa meditazione sull’amicizia, è invito a scorgere i volti degli amici come terra sacra. Quei volti recano in se stessi anche un motivo per sperare, per procedere nel cammino. Amicizia è nostalgia presente nei cuori, ed è esperienza umana che fa intravedere luce. E’ come fessura attraverso cui passa ciò che pur rimane nascosto, dentro e sempre oltre. L’esperienza degli amici è racconto nella condivisione e nel tempo, dell’incontro con il maestro che chiamava i suoi ‘amici’. I volti degli amici non sono i volti noti e famosi, nemmeno possono essere quelli innumerevoli accumulati nelle reti ‘social’ dove ‘amicizia’ diventa parola svuotata e banale. Sono invece i volti familiari, quelli concreti, che attraversano il tempo della vita, che popolano le giornate ordinarie di chi fatica, ama, lavora e soffre, di chi si lascia abitare dai sentimenti dei semplici.

I volti degli amici
sono come Terra Promessa:
pochi metri
di zolla nera e feconda
che conosco palmo a palmo,
come il ramificarsi
delle vene su una mano.

I volti dei miei amici
sono come lo specchio del tempo.
Li interrogo in silenzio la sera:
negli occhi s’è fissata
e ancora vive, tutta,
l’avventura di un giorno:
ancora inseguono
scomode immagini,
come mozziconi
che nessuno osa spegnere
in ceneri di indifferenza.
Dilaga nella piega
degli occhi
la lotta dei disperati,
l’amore dei folli,
questo nostro sperare
contro ogni speranza.

Sui volti dei miei amici
ripercorro ogni giorno
il sentiero inquieto
delle nostre domande
senza risposta.

Unica certezza
-tra sabbie e deserti
di scelte provvisorie-
il Cristo Presenza e Assenza,
vicino come la carne
di uno sposo,
e atteso nella notte
con fiaccole
che faticano al vento
quasi fossero
sul punto di morire.

E noi, amici?
Noi chiamati
a rischiare la notte,
a decidere al buio
-quando fioca è la luce-
per un cammino o per l’altro.
Perché non parli, o Signore?

Nostra nuova condizione
è non sapere e sperare
contro ogni speranza.
Volti dei miei amici
volti senza presunzione,
immagine
della speranza dei folli.
Volti dei miei amici,
la terra del domani. 

(Angelo Casati)

XXV domenica tempo ordinario – anno A – 2014

IntegraleIs 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20c-27a; Mt 20,1-16a

La parabola degli operai chiamati a lavorare a diverse ore del giorno nella vigna è presente solamente in Matteo. E’ racconto che fa riferimento ad una quotidianità di lavoro, di sfruttamento, di proprietari di terre e di lavoratori che attendono di essere presi a giornata anche per poche ore.

E’ un racconto che riporta la quotidianità di un’esperienza diffusa nel mondo in cui Gesù viveva, la Galilea segnata dall’arricchimento di proprietari terrieri e da una situazione di impoverimento di molti e di ingiustizia. In molti elementi del racconto il richiamo è alla vita: il lavoro nella vigna, l’uscire del padrone alle diverse ore del giorno, il suo recarsi alla piazza, dove qualcuno attendeva di essere preso a giornata, il suo scorgere chi se ne stava in attesa dal mattino fino alla sera.

Eppure è una vicenda che apre al disorientamento e all’interrogativo. Lo sconcerto giunge alla fine, al momento del venire della sera, quando il padrone chiama gli operai per dare loro la ricompensa. La sorpresa sta nel fatto che il salario è uguale per tutti, per gli ultimi arrivati, come per quelli che avevano lavorato sin dalle prime ore del mattino. Un denaro è il compenso pattuito ed è una buona ricompensa per un giorno di lavoro. Ma è la medesima paga data anche agli ultimi. A partire da un paragone con una situazione di vita in cui molti potevano riconoscersi, come sempre nelle parabole, si pone la questione di un salto, di un riferimento ad altro. Questa parola non intende essere una istruzione per gestire i rapporti di lavoro, ma al cuore di queste come di tutte le parabole di Gesù sta la questione dell’incontro con Dio, la grande domanda sul volto di Dio: ‘il regno dei cieli, infatti, è simile ad un uomo, padrone di casa…”

Integrale-1Lo sconcerto è espresso dal verbo ‘mormorare’: “ricevutolo, mormoravano contro il padrone di casa dicendo: questi ultimi hanno fatto un’ora sola, e li hai fatti uguali a noi, che abbiamo portato il peso della giornata e il caldo”. La lamentela si giustifica secondo una logica che vede la ricompensa essere proporzionale al lavoro compiuto: tanto lavoro, tanti soldi. Mormorare è un verbo che richiama la reazione di Israele nel deserto, quando aveva messo in dubbio la presenza di Dio nel faticoso cammino. E’ così indicazione che nel racconto di Gesù la questione è sul volto di Dio vicino e sul cambiamento che l’incontro con lui richiede.

La parabola ha qui il suo vertice: la risposta del padrone va al profondo delle obiezioni che gli sono rivolte: come mai la paga è uguale per gli ultimi come per i primi? Gesù affronta questa obiezione smascherando ciò che Matteo indica come ‘l’occhio appesantito’. Lo sguardo pesante è quello occupato dall’invidia, dal misurarsi in rapporto agli altri nei termini della competizione e della rivalità. Vive il peso di un modo di concepire Dio come padrone ingiusto e lontano, che misura tutto secondo i criteri del merito, come freddo calcolatore. Le parole del padrone rinviano ad un’altra logica che trova le chiavi di fondo nella parola ‘amico’ con cui inizia il dialogo e nella questione sul suo essere buono: ‘Amico, non ti faccio torto: non ti eri accordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; io voglio dare a quest’ultimo come a te. Ovvero non mi è lecito fare quello che voglio con le cose mie? Oppure il tuo occhio è malvagio perché io sono buono?’.

Questa risposta apre innanzitutto uno squarcio su come funzionano le cose nella relazione che Dio instaura con noi, cioè, nel linguaggio di Matteo, nel regno dei cieli che ha fatto irruzione con la vita di Gesù. E’ una parola sul volto del Padre che Gesù annuncia. Il padrone di casa è un uomo che va oltre la logica del compenso: guarda al cuore, la sua preoccupazione è la relazione vivente. Non ragiona in termini di mercato: non tutto può essere valutato in base al denaro e c’è qualcosa di più e di altro nella vita rispetto al denaro.

Ma queste parole sono anche una lettura profonda del cuore umano: l’obiezione di chi mormora si accentra sul fatto che il padrone “ha fatto gli altri uguali a noi”. C’è uno sguardo all’altro che coltiva un senso di superiorità e un desiderio di affermare la propria differenza e privilegio, laddove si è realizzato qualcosa di più. C’è in fondo il desiderio che l’altro abbia invidia e che si misuri la differenza sulla base dei soldi ricevuti.

Integrale-2Il padrone di casa rompe questa logica: ‘non ti faccio torto: non ti eri accordato con me per un denaro?’ ma soprattutto si rivolge a quell’uomo, chiamandolo ‘amico’. C’è qualcosa di più della prestazione di manodopera ad un prezzo giusto o abbondante. Il volto del padrone rivela una logica nuova: il padrone gioisce perché nessuno è escluso, e perché quel lavoro può essere occasione di vivere un incontro in cui lo sguardo non è quello del dipendente o del suddito, ma è lo sguardo degli amici. C’è anche un messaggio sul lavoro umano: la questione del lavoro è riconsdotta a far sì che sia esperienza in cui si promuova il volto di ciascuno, la dignità diogni persona e in cui si apra spazio a relazioni non di esclusione ma di incontro.

La risposta del padrone è innanzitutto una provocazione ed un invito ad un cambiamento del cuore: è invito a lasciarsi liberare da quella preoccupazione che l’altro sia accolto e abbia il suo spazio. L’essere fatti uguali è segno di un superamento del dominio dei soldi e di un modo di leggere la vita sulla base di un valere di più e nella paura dell’altro. E’ poi anche invito ad assumere lo sguardo di Dio che gioisce quando ognuno si sa accolto e riconosciuto.

Alcune riflessioni per noi oggi

Un primo pensiero che questa parabola può suggerire è una forte provocazione ad uscire dalla logica del mercato e ad entrare nella logica dello sguardo rivolto all’altro e della responsabilità. Viviamo un tempo in cui grande accento viene dato all’efficienza e al merito di ognuno. La parabola indica uno stile: rapportarsi agli altri senza cadere nella spirale dell’invidia. Invidia è incapacità di vedere e incapacità di immaginare. C’è infatti la capacità di scorgere la situazione dell’altro, di potersi immaginare nella sua condizione, di essere vulnerabili a ciò che vive soprattutto chi ha meno possibilità. Fare uguaglianza non significa appiattire tutto e mortificare le potenzialità, ma è tensione a far sì che chi ha meno possibilità possa essere aiutato ad avere spazi e modi per esprimere se stesso, ad avere uguale punto di partenza per camminare. Viene da pensare che l’articolo 3 della Costituzione italiana che parla di uguaglianza in questi termini è un riferimento fondamentale che racchiude un profondo significato evangelico.

Al cuore delle parabole sta la preoccupazione del volto di Dio. Questa parabola è percorso suggerito per aprirsi al Dio della gratuità e della misericordia. E’ una parola che genera cambiamento del modo di pensare Dio. E questo è unito al rapporto con gli altri: passa infatti attraverso un modo diverso di guardare agli altri, liberandosi dal cuore pesante. Sempre le parabole sono parole efficaci di itinerari di conversione.

Viviamo un tempo segnato dalla violenza e dalla logica della vendetta. Nel mondo del pluralismo e delle diversità, sociali, culturali, religiose c’è una chiamata di Dio, una sfida particolarmente attuale. E’ il passaggio dalla visione limitata, dalla logica dell’invidia e dell’ostilità, alla scoperta del senso profondo della missione della chiesa nel mondo del pluralismo: essa può essere espressa nei termini del ‘rendere amici’. Lo sguardo del padrone del vigna rivolto ai primi è uno sguardo amico, che intende aprire a scorgere la preziosità di una relazione con lui e con gli altri come senso profondo del laoro e della vita. E’ questa una via aperta…

Il lavoro nel tempo della crisi è ambito nel quale si vivono le più grandi difficoltà. Proprio questa parabola potrebbe apririe la domanda su come intendere il senso del lavoro, come esperienza di sguardo all’altro e come luogo in cui si possa crescere in umanità e in relazioni significative: al centro del lavoro sta l’uomo e la donna e ogni lavoro pone in una rete di relazioni con gli altri. E’ forse da cogliere la provocazione ad un senso nuovo del lavoro uscendo dalla schiavitù di una precarizzazione che riduce le persone a strumenti e a merce?

Alessandro Cortesi op

XVII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF4083Gen 18, 20-21. 23-32; Sal 137; Col 2, 12-14; Lc 11, 1-13

“Signore insegnaci a pregare…”

Cosa sta dietro questa richiesta dei discepoli di Gesù che il vangelo di Luca riporta dopo il capitolo in cui ha presentato la parabola del samaritano e l’episodio della visita in casa di Marta e Maria? La richiesta a Gesù nasce nei discepoli non come curiosità intellettuale, né come motivo di apprendimento dottrinale. Dice Luca che “Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito un dei suoi discepoli gli disse Signore insgenaci a pregare come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”. La richiesta sorge dal rimanere toccati dalla preghietra di Gesù, dal fatto che Gesù pregava.

Luca insiste nel suo vangelo su questo aspetto della sua vita: Gesù si ritirava a pregare, trovava luoghi e tempi per la preghiera come incontro con il Padre. La richiesta sulla preghiera nasce da un esempio, da una domanda posta dalla pedagogia dei gesti di Gesù. Sin da quando si era recato presso Giovanni recava dentro di sé il senso del deserto come luogo, ma soprattutto come tempo in cui trovare il senso profondo della sua vita, la relazione profonda con il Padre nella sua umanità. La preghiera non solo compare nei momenti di passaggio cruciali ma il tempo del quotidiano è per Gesù tempo dello stare con Dio. La preghiera di Gesù è così come una fessura che apre una luce sul segreto della sua vita. Forse per questo i discepoli gli domandano ‘insegnaci a pregare’.

La richiesta rivela anche una sorta di antagonismo e di richiesta di non essere da meno: ‘insegnaci a pregare, come anche il battezzatore ha insegnato ai suoi discepoli’. Ed è anche richiesta rivolta a Gesù forse perché Gesù non insegnava a pregare. Qui sta forse una provocazione da accogliere. Abbiamo troppo spesso ridotto la preghiera ad una questione di metodi, a strategie e forme più o meno esteriori da apprendere da maestri. Qualcosa da imparare insomma, per poi applicare e praticare in forme visibili in gesti, nel recitare formule, in pratiche di devozione. Forse Gesù non insegnava a pregare per evitare il rischio di intendere la preghiera come attività riducibile ad una pratica pur religiosa. La preghiera non s’impara con un insegnamento ma nell’entrare in un’esperienza. Per Gesù pregare si confonde con il respiro della sua vita e si intreccia con la condivisione della sua vita, nel seguirlo. Pregare è quel tempo donato che diviene espressione viva di tutta una vita spossessata e decentrata, quel tempo che attraversa il quotidiano come soffio e come luce. Pregare non è allora questione di formule, né di strategie né di metodi più o meno complessi o esigenti.

Ai suoi Gesù consegna una parola che è il segreto della sua esistenza: ‘Padre’. Pregare è entrare in una relazione, è prima di tutto scoprirsi come costituiti in una relazione con un ‘Tu’ che non ha altra esigenza se non il darsi a noi. Pregare è innanzitutto provare stupore e gioia della nostra presenza e del nostro esserci come voluti e amati. Cioè figli. Pregare è entrare in quel passaggio della vita che è riconoscimento di una presenza che ci ha voluto bene e ci vuole bene. Come un bambino che pronuncia per la prima volta le sillabe del riconoscimento di un tu amante davanti a lui… papà, mamma…

La prima parola della preghiera esprime il cuore dell’annuncio di Gesù, il farsi vicino di un Dio buono che ha cura di tutti ed offre liberazione e pace per una vita piena. La preghiera è legata profondamente all’annuncio del regno di Dio. Le parole che Gesù consegna ai suoi dicendo loro ‘quando pregate dite…’ non è allora riducibile a semplice formula. E’ piuttosto indicazione di sintesi di atteggiamenti di fondo che costituiscono il senso profondo della preghiera e che possono trovare espressione nei modi più diversi nella vita delle persone.

La parola ‘padre’ al primo posto: è invito ad una fiducia unicamente da ricevere. Non viene da noi ma è dono di presenza da accogliere. Ed è la sicurezza piena di fiducia di chi è povero, di chi sa di aver bisogno di qualcosa. Come l’amico che va a bussare di notte ad un amico perché ha bisogno del pane. Sa di avere le mani aperte. Gesù presenta la preghiera come l’attitudine di chi si rivolge ad un amico perché ha bisogno. Se la preghiera vive del senso di mancanza e di povertà, essa vive anche di una sconfinata confidenza. C’è un’atmosfera di amicizia che pervade il suo modo di parlare di Dio: è un Dio che dona non solo ‘cose buone’, ma dona lo Spirito santo. E’ lo Spirito la ‘cosa buona’, il soffio di vita che ci fa riconoscere figli voluti e pensati. La preghiera è così esperienza di lasciar riempire la debolezza e l’incapacità, è lasciarci cambiare, aprire l’esistenza ad una relazione e ad un nuovo modo di vivere. Solo lo Spirito può farci entrare nella confidenza di un incontro in cui gridare ‘Abba’ Padre.

Gesù invita anche ad invocare ‘Sia santificato il tuo nome. Venga il tuo regno’. Invocare il nome di Dio è porsi nella tensione a far sì che Dio sia riconosicuto come padre di tutti. E’ ancora sconfinata confidenza che Dio abbia il nome di qualcuno che ama, ascolta e si prende cura. Il desiderio più profondo di Gesù è che il Padre trasformi la vita. Il regno è la grande passione di Gesù: Gesù utilizza questa espressione per indicare la bella notizia di una vicinanza di Dio che prende le parti di chi è povero, di chi nessuno difende, ed è già presente come forza liberatrice nel mezzo della vita. Dio si fa vicino perché è buono e il suo regno è liberazione da tutto quello che disumanizza le persone e le fa soffrire. Il regno di Dio è risposta al desiderio di vivere con dignità. Gesù indica come la preghiera sia il modo per entrare nella dinamica del regno. In tale senso la preghiera si connota come esperienza profondamente legata alla vita, ad un cambiamento di stile nel vivere i rapporti con gli altri, e nell’intendere la propria esistenza. E’ questo un seme presente, fragile e che sta crescendo nonostante contraddizioni nella storia. Gesù invita i suoi ad entrare nella sua speranza, quella speranza che lo accompagnò fin nelle ultime ore della sua vita: “In verità vi dico , non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio” (Mc 14,25).

Mi sembra che si possao indicare tre caratteri della preghiera oggi da riscoprire: il primo è la preghiera come esperienza di libertà e fiducia: non è questione di metodi, di costruzioni umane. Preghiera è innanzitutto aprirsi alla consapevolezza delle profondità della propria vita,  lasciarsi stupire dalla gioia di essere amati e aprirsi alla relazione in cui siamo costituiti. Oltre i confini di chi vuole ridurre la preghiera a pratiche religiose, a difficili metodi o nelle forme clericali e sacrali. C’è un pregare nascosto nel respiro affaticato di chi soffre, nelle richieste di liberazione di chi è oppresso, come preghiera è anche il sospiro e la vita della creazione. La preghiera è soffio dello Spirito, presente nelle profondità delle cose e che si esprime nel senso di mancanza, nel desiderio di sconfitta delle ingiustizie e nella scoperta di una fiducia fondamentale su cui la vita di ogni uomo e donna costituita e a cui è chiamata.

Il secondo è il rapporto tra preghiera e regno di Dio. Per Gesù il ‘regno di Dio’, la sua vicinanza che libera e umanizza non è una realtà lontana dalla vita e dalla storia, ma un dono che trasforma la storia. E’ scoperta della vicinanza di Dio che cambia i rapporti storici, che rende liberi per servire e per contrastare tutte le forme di idolatria dei poteri di questo mondo. E’ fonte di stile alternativo di esistenza. La preghiera per Gesù non è una fuga dall’attenzione agli altri e alla vita sociale, piuttosto ne è il cuore e la sorgente.

Il terzo è la preghiera come amicizia che genera un modo di intendere la vita nella solidarietà: la preghiera è espressione di un affidamento aperto ad accogliere il volto di un Dio buono e amico. Chiedete e vi sarà dato, cercate  troverete, bussate e vi sarà aperto…perché il Padre darà a coloro che glielo chiedono, ai suoi figli, lo Spirito, il dono dei doni. Preghiera non può essere mai allontanamento solitario senza l’altro, ma si connota come stare davanti a Dio camminando come chi intercede (passa in mezzo) e quindi si lascia trasformare, ricordando l’altro con insistenza nella solidarietà. Coem la preghiera di Abramo, padre della fede di tanti popoli, che non viene meno nel suo coraggio di parlare con Dio. In questo senso la preghiera è esperienza di comunione che genera solidarietà.

Alessandro Cortesi op

XVI domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF3994Gen 18,1-10; Sal 141; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

Appena li vide corse loro incontro…

L’incontro presso le querce di Mamre è un meraviglioso incontro di ospitalità data e ricevuta. Abramo non indugia nel correre incontro a tre uomini giunti presso di lui, alla sua tenda, nell’ora più calda del giorno. Il volto di quei tre inattesi ospiti, nel deserto, racchiude qualcosa di più grande e quell’incontro diviene momento di svolta nella vita di Abramo. Egli scorge infatti nella visita di tre sconosciuti la presenza nascosta di Dio stesso che si fa a lui incontro come straniero. Il Dio che lo aveva chiamato facendogli alzare lo sguardo nella notte stellata lo raggiunge ora nei volti di chi giunge da lontano, sconosciuto, inatteso.

Abramo vive una ospitalità fatta di parole e di gesti: chiede ai visitatori di fermarsi e prepara per loro tutto ciò che di meglio può offrire. La condivisione del cibo preparato con urgenza è elemento centrale in questo racconto. I cibi da approntare, la fretta nel predisporli, il coinvolgimento in prima persona di Abramo che va a prendere il capretto sono tutti tasselli di un quadro di ospitalità in cui l’attenzione a chi è giunto diviene servizio e dedizione concreta. Mangiare insieme diviene segno di un incontro in cui l’altro, sconosciuto è accolto come vicino e familiare.

Da questo incontro la vita di Abramo ne uscirà trasformata perché proprio in questo momento di ospitalità ad Abramo è annunciata la promessa del dono di un figlio a Sara sua moglie. Il Signore della chiamata e della promessa si rende vicino nella visita di ospiti sconosciuti e apre la vita di Abramo ad accogliere un dono che non è qualcosa ma è qualcuno: un figlio, segno della fedeltà di Dio alle sue promesse e segno anche di una relazione vivente. La promessa di una discendenza trova così un passo di compimento.

Gesù entrò in un villaggio e una donna di nome Marta lo accolse nella sua casa…

La vita di Gesù è segnata da momenti di ospitalità. Marta offre a Gesù una casa e vive la premura del servizio. Maria vive anche lei l’accoglienza, seppure in modo diverso. È seduta ai piedi di Gesù e ascoltava la sua parola. Se Marta vive un’accoglienza nel servire Maria offre l’accoglienza dell’ascolto, e si fa lei stessa casa per le parole di Gesù. Perché non vadano perdute.

Forse queste due figure, ricordo di un famiglia di amici nella cui casa Gesù sperimentò la bellezza dell’amicizia umana, sono presentate da Luca come esemplari di due atteggiamenti essenziali ad una vita che cerca di vivere ciò che è più importante – così come il dottore della legge aveva chiesto a Gesù poco prima. Gesù, rispondendo a quella domanda, nella parabola del samaritano aveva proposto una prassi segnata dall’attenzione, dalla cura e dalla compassione per l’altro.

Luca fa seguire alla parabola del samaritano questa scena nella casa di Marta e Maria, quasi a continuazione e completamento di quel dialogo. Nelle modalità diverse di accoglienza di Marta e Maria sono così indicati due atteggiamenti essenziali: il servizio nell’ospitalità e l’ascolto della persona di Gesù, delle sue parole. Due momenti che non possono andare disgiunti nella vita del discepolo.

Marta vive il servizio mettendo a disposizione le sue energie, attuando un servizio concreto. Luca ricorda che questo servizio va insieme, nella vita del discepolo, con un’attitudine che sta a fondamento e radice di ogni servizio: l’ascolto. Maria seduta ad ascoltare esprime quell’ospitalità radicale che è accoglienza della via e della parola, di Gesù. Marta e Maria sono così presentate da Luca come discepole sorelle. La fatica e la dedizione dell’ospitalità vissuta come servizio è nella linea dell’invito di Gesù ‘Va’ e anche tu fa’ lo stesso’. Maria nel suo ascolto dice l’importanza e la centralità dell’incontro con la persona: concentra tutta la sua accoglienza nel trattenere le parole. E vive in  tal modo l’ospitalità più disarmata e più accogliente: da ospitante si fa ospitata.

Queste pagine ci invitano a riflettere in rapporto al nostro tempo.

Siamo divenuti oggi analfabeti in fatto di ospitalità: ospitalità è lasciare spazio all’altro. E’ anche chiedergli di non passare oltre senza fermarsi. Negli incontri di ospitalità quotidiana – ci dice la Bibbia – si vive un incontro con  il Dio ospitale, che si fa nostro ospite.

Viviamo tempi tristi in cui parole del più bieco razzismo trovano possibilità di essere pronunciate senza una condanna decisa e generalizzata. Atteggiamenti razzisti, parole di esclusione sono il contrario dell’ospitalità a cui il vangelo richiama i credenti. Proprio in tale atmosfera ammorbata e pericolosa creare luoghi di ospitalità oggi, dove l’accoglienza sia una testimonianza che la vita umana stessa non può essere pensata senza l’altro è quanto mai urgente, ed è una emergenza umana ed evangelica.

Luca presenta l’importanza della casa di Marta e Maria, la casa di Betania, come casa dell’amicizia. Gesù nella sua umanità sperimenta l’importanza dei rapporti con gli amici e sa gustare la gioia dell’amicizia. I gesti di Marta e Maria incidono sulla vita di Gesù che si lascia interrogare e per primo vive l’ascolto nell’amicizia. Nei luoghi quotidiani, nella casa, in situazioni di amicizia Gesù comunica il vangelo. E’ forse questa una indicazione preziosa per scoprire la necessità di coltivare oggi luoghi di amicizia, luoghi in cui vi sia tempo e disponibilità per l’ascolto, dove le persone si sappiano accolte e ascoltate prima di tutto. Lì il vangelo come bella notizia di ospitalità può germogliare.

La pagina di Luca culmina con la sottolineatura dell’importanza dell’ascolto. Invita a riflettere sull’importanza di lasciare spazio all’attitudine ricettiva di chi sa stare di fronte all’altro, non con la pretesa subito di offrire qualcosa ma nella disponibilità ad accogliere. C’è un ascolto della storia da attuare nel lasciare spazio alle domande e ai percorsi di popoli. C’è un ascolto delle persone, che richiede tempo e pazienza mentre si pensa spesso che debba prevalere la fretta anche nei rapporti con gli altri. Ogni persona ha bisogno profondo di quell’accoglienza che si esprime nell’ascolto della sua storia, nel ritenere importante la sua vita, nel considerare l’unicità del suo volto.  C’è anche un ascolto di Gesù, delle sue parole, del suo stile di vita, da coltivare nella vita dei credenti perché anche il servizio, l’impegno e la cura  possano trovare il loro orientamento e il loro senso più profondo.

Alessandro Cortesi op

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