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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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IV domenica del tempo ordinario – anno C – 2019

img_3021Ger 1,4-5.17-19; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30

Geremia è profeta che fu capace di critica di una falsa religiosità, preoccupata delle apparenze. La sua parola denuncia chi si fa forte di diritti o di privilegi perché appartenente ad una tradizione o ad un gruppo di potere. La sua esperienza profetica si svolge tra il rifiuto dell’annuncio e la fiducia in Dio che rimane al suo fianco e lo invia nonostante ogni difficoltà. “Ed ecco oggi io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese…” . Una fiducia fondamentale guida la sua vita nelle fatiche e nelle contraddizioni: è la fiducia nella presenza di Jahwè al suo fianco, colui che ha fatto alleanza e la rinnova con il suo inviato: ‘io sono con te per salvarti’.

I compaesani di Gesù si meravigliano: pretendevano da lui prodigi. Per loro la religione è questione di magia che risolve i problemi e intendono sfruttare il loro rapporto con il profeta di Nazareth per avere privilegi. Pensano a Gesù come uno dei nostri, e lo imprigionano in una concezione che opone i nostri a quelli di fuori, agli estranei.

Ma Gesù agisce non per suscitare meraviglia per prodigi eccezionali, non per acquistare il consenso degli imbonitori e dei demagoghi. I suoi gesti sono segni: indicano che il regno di Dio, la sua vicinanza di salvezza si è fatta vicina. CSi apre una speranza per gli oppressi e impoveriti. Il suo agire chiede un atteggiamento di fiducia da parte di chi lo accosta. I suoi gesti sono segni di amore che salva e libera.

Ai suoi compaesani che intendono rinchiuderlo nelle anguste frontiere del ‘prima i nostri’ Gesù ricorda due storie del Primo Testamento. I protagonisti sono una vedova fenicia e un lebbroso della Siria. Hanno in comune due elementi: sono pagani e sperimentano nella loro vita l’inaspettata vicinanza di Dio. Dio sceglie i poveri, coloro che si aprono a Lui senza avere potere e sicurezze umane. Nei loro cuori c’è spazio per accogliere una presenza dell’altro.

Ricordando la vedova di Sarepta e Naaman il lebbroso Gesù smaschera una religiosità fatta di pretese, di privilegi di appartenenze e di ricerca di vantaggi, centrata sul proprio interesse. Ne sorge un rifiuto fatto di aggressività e di violenza. Già a Nazaret Luca presenta in piccolo ciò un rifiuto che diverrà più radicale da parte dei capi del popolo e del potere politico romano.

“pieni di sdegno si levarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero… per gettarlo giù dal precipizio”: questo rifiuto svela la falsità di una religiosità apparentemente mite e arrendevole finché trova occasioni di privilegio, ma che si trasforma addirittura in violenza quando non trova risposte secondo le proprie aspettative.

I compaesani di Nazaret stanno cercando un Dio a loro immagine che risponda alle loro pretese, e non sono aperti ad una fede fatta di disponibilità a cambiare il cuore. Gesù suggerisce invece che la fede è cammino aperto a tutti. E Dio si rende vicino laddove non c’è attitudine di esclusione e di disprezzo verso l’altro, ma dove si compiono gesti concreti di ospitalità.

Gesù si dirige verso Cafarnao la città straniera. Gesù in questo modo segue il cammino dei profeti prima di lui e si manifesta come profeta: “Nessun profeta è accetto nella sua patria’. Il cammino di Gesù apre a scorgere la vicinanza di Dio, la sua fedeltà ‘io sono con te per salvarti’.

Alessandro Cortesi op

img_3004(O lumen – Madrid – José Saborit – Mientras la luz)

Amore

L’ultima parola di Dio è l’amore: la comunità cristiana esprime con un termine originale che porta in sé una profonda valenza di gratuità e di dono: è l’agape. Si distingue dall’eros il movimento di attrazione e di desiderio. Si distingue anche da ‘filia’, ossia l’amore di sintonia e amicizia tra chi prova i medesimi sentimenti. L’inno alla carità della seconda lettera ai Corinzi descrive le caratteristiche di questo amore indicato come ‘la via migliore di tutte’ per realizzare il senso della vita umana e rispondere alla chiamata di Dio.

Un commento originale all’inno paolino è contenuto nella lettera enciclica Amoris laetitia dove papa Francesco rilegge la pagina della lettera ai Corinzi come una carta di sentieri, per orientarsi nell’esperienza dell’amore da scoprire, da accogliere e sempre da coltivare nell’esperienza della vita familiare in tutta la sua complessità e varietà di forme. Al paragrafo 99 si legge: “Amare significa anche rendersi amabili, e qui trova senso l’espressione aschemonei. Vuole indicare che l’amore non opera in maniera rude, non agisce in modo scortese, non è duro nel tratto. I suoi modi, le sue parole, i suoi gesti, sono gradevoli e non aspri o rigidi. Detesta far soffrire gli altri. La cortesia «è una scuola di sensibilità e disinteresse» che esige dalla persona che «coltivi la sua mente e i suoi sensi, che impari ad ascoltare, a parlare e in certi momenti a tacere». Esse-re amabile non è uno stile che un cristiano possa scegliere o rifiutare: è parte delle esigenze irrinunciabili dell’amore, perciò «ogni essere umano è tenuto ad essere affabile con quelli che lo circondano». Ogni giorno, «entrare nella vita dell’altro, anche quando fa parte della nostra vita, chiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo, che rinnova la fiducia e il rispetto. […] E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore». Per disporsi ad un vero incontro con l’altro, si richiede uno sguardo amabile posato su di lui. Questo non è possibile quando regna un pessimismo che mette in rilievo i difetti e gli errori altrui, forse per compensare i propri complessi. Uno sguardo amabile ci permette di non soffer-marci molto sui limiti dell’altro, e così possiamo tollerarlo e unirci in un progetto comune, an-che se siamo differenti. L’amore amabile genera vincoli, coltiva legami, crea nuove reti d’integrazione, costruisce una solida trama sociale. In tal modo protegge sé stesso, perché senza senso di appartenenza non si può sostenere una dedizione agli altri, ognuno finisce per cercare unicamente la propria convenienza e la convivenza diventa impossibile. Una persona antisociale crede che gli altri esistano per soddisfare le sue necessità, e che quando lo fanno compiono solo il loro dovere. Dunque non c’è spazio per l’amabilità dell’amore e del suo linguaggio. Chi ama è capace di dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano. Vediamo, per esempio, alcune parole che Gesù diceva alle persone: «Coraggio figlio!» (Mt 9,2). «Grande è la tua fede!» (Mt 15,28). «Alzati!» (Mc 5,41). «Va’ in pace» (Lc 7,50). «Non abbiate paura» (Mt 14,27). Non sono parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano. Nella famiglia bisogna imparare questo linguaggio amabile di Gesù”.

Alessandro Cortesi op

 

La gioia dell’amore…

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Ieri domenica 27 novembre sono stato invitato all’assemblea di zona dell’AGESCI, scout di Pistoia, ad offrire una riflessione su ‘educare all’amore’ a partire da una lettura dell’esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco, vescovo di Roma. Chi ne fosse interessato può scaricare il testo dell’intervento cliccando qui e qui lo schema di presentazione. (ac)

 

Per approfondire riguardo al dibattito sinodale: la mia prefazione al libro di A.Oliva, L’amicizia più grande, ed. Nerbini 2015

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