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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XIV domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_4702Is 66,10-14c; Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20

Il profeta ‘terzo Isaia’ descrive Gerusalemme come una madre gioiosa per la ricchezza di figli. In contrasto a questi figli vi sono i malvagi, i ‘fratelli che odiano’ pur appartenenti al medesimo popolo: sono coloro che non credono alla parola di Dio. Una divisione attraversa il popolo di Israele, per la presenza di disonestà, per un culto di idolatria. Viene descritta la stortura di un modo di vivere che tiene insieme un presunto culto con un agire malvagio. A tale comportamento iniquo si oppone la tenerezza di Dio che invita a rallegrarsi con Gerusalemme: “Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti l’amate… vi sazierete delle sue consolazioni” (Is 66,10-11). E’ una gioia che supera e vince la malvagità di chi cerca il male.

L’invito a gioire con Gerusalemme madre ricca di figli trae così ragione dal riferimento a Dio che agisce con tenerezza. Viene delineato un tratto femminile del volto di Dio che ama oltre ogni limite e con apertura universale: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani” (Is 49,15-16).

Il ‘terzo Isaia’ testimonia che le promesse di Dio sono di accoglienza per tutti i popoli della terra quale dono di amore che si estende oltre i confini: “Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria” (Is 66,18). Il cammino dell’umanità come un grande pellegrinaggio, è orientato a riconoscere di Dio come signore.

Queste pagine sono indirizzate ad una comunità in un tempo difficile dopo l’esilio. Vi sono diffuse idolatria e iniquità. La tentazione sarebbe quella di rinchiudersi e di escludere gli altri. Viene invece proposto un orizzonte di speranza. Dio ha un disegno di accoglienza sull’umanità. Questa è chiamata a vivere nell’incontro dei popoli e tutta la storia viene vista come un grande cammino che avrà come sito l’incontro dei popoli nella casa di Dio, dove scoprirsi accolti e dove sperimentare la gioia vera.

“Pace a questa casa!” è il saluto che devono portare coloro che sono inviati da Gesù. Pace è non solo un saluto ma una offerta di orientamento di tuta la vita. Pace significa rapproti nuovi in cui riconoscere il volto dell’altro in una fraternità da costruire.

“È vicino a voi il regno di Dio”: il regno di Dio si connota come una realtà di incontro, in cui si scopre la vicinanza di Dio e la possibilità di rapporti nuovi sin dal presente. E’ possibilità di accoglienza e condivisione, è apertura ad una vita in pace che significa non senza problemi, ma nell’attuazione di rapporti nella giustizia.

Gesù mette in guardia i suoi dal rimanere affascinati da grandi risultati. Non è importante la visibilità e efficacia del proprio agire, è invece essenziale il rapporto con Dio su cui la vita viene basata: “Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli” Il nome biblicamente è il cuore della persona: il nome scritto nei cieli è trovare il proprio luogo nell’amore di Dio che rende capaci di scelte di dono e servizio.

Alessandro Cortesi op

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Amazzonia, un luogo teologico

Nell’ottobre 2017 è stato annunciato un sinodo per l’Amazonia che si terrà nel prossimo ottobre. E’ già stato pubblicato un documento preparatorio al Sinodo (Instrumentum Laboris – IL). Recentemente  a fine giugno un gruppo di teologi si è incontrato in un Simposio teologico (Red Pan Amazonicas) per preparare il tema del sinodo: Amazzonia: nuovi cammini per la chiesa e per un’ecologia integrale.

L’Amazzonia, una delle regioni del mondo più segnate dallo sfruttamento dei beni naturali e dall’impoverimento delle popolazioni indigene che lì risiedono è anche un luogo significativo per orientamenti nuovi che interessano l’intera chiesa e la società umana.

Nel Simposio – di cui si può leggere la relazione di sintesi qui – è stato affermato che l’Amazzonia è un ‘luogo teologico’, una regione dalla quale proviene un’interpellazione di Dio ed un luogo di esperienza pasquale.

La proposta emersa dal Simposio è che il prossimo sinodo assuma l’orientamento di una triplice conversione: pastorale, ecologica e sinodale, riconoscendo la partecipazione di ogni battezzato al popolo di Dio.

E’ richiama il testo dell’Instrumentum Laboris 122: “Il processo di conversione a cui è chiamata la Chiesa implica disimparare, imparare e riapprendere. Questo percorso richiede uno sguardo critico e autocritico che ci permetta di identificare ciò che abbiamo bisogno di disimparare, ciò che danneggia la casa comune e il suo popolo. Abbiamo bisogno di fare un percorso interiore per riconoscere gli atteggiamenti e le mentalità che impediscono il collegamento con se stessi, con gli altri e con la natura”.

E’ quanto mai necessario superare una mentalità colonizzatrice ed aprirsi alla ricerca di una incarnazione reale del vangelo e del volto amazzonico della chiesa.

“Nel proporre i popoli amazzonici come soggetti di inculturazione, assumiamo la guida di Papa Francesco per “superare la rigidità di una disciplina che esclude e allontana, da una sensibilità pastorale che accompagna e integra (IL 126b; AL, 297 e312)”.

“proponiamo un’incarnazione più reale in tutte le attività, espressioni, linguaggi (IL 107) che abbandona una tradizione coloniale monoculturale, clericale e impositiva per assumere senza timore le diverse espressioni culturali”.

Si pone in particolare l’urgenza di passare da una ‘pastorale della visita’ ad una ‘pastorale della presenza’ “con ministri autoctoni, in modo tale che la chiesa sia una chiesa con volto amazzonico e in stretto dialogo con le culture e le religioni del popolo”.

Viene suggerito così al sinodo di ordinare al ministero presbiterale uomini sposati con esperienza cristiana che servano la comunità a partire dalla propria professione e vita familiare.

Dall’ascolto della realtà della vita dei popoli dell’Amazzonia si può cogliere la missione essenziale delle donne. “In questo senso proponiamo di riconoscere la loro leadership, promuovendo varie forme ministeriali di servizio e autorità, e in particolare, la riflessione sul diaconato delle donne nella prospettiva del Vaticano II (vedi LG 29, AG 16 IL 129 c2)”

“…’l’Amazzonia rappresenta una pars pro toto, un paradigma, una speranza per il mondo’ (IL 37). I principali problemi dell’umanità sono evidenti in Amazzonia. ‘L’Amazzonia ci invita a scoprire il compito educativo come servizio integrale per tutta l’umanità in vista di una” cittadinanza ecologica (LS, 211)’ (IL 96)”.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

VI domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_E4288At 15,1-2.22-29; Apoc 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29

“In quei giorni alcuni venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: ‘se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè non potete essere salvi’. Poiché Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba e alcuni di loro andassero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione”.

La questione di cui si tratta riguarda un modo di pensare l’essere discepoli di Cristo. Secondo alcuni era necessario osservare le prescrizioni della legge giudaica: ‘se non fate questo… non siete salvi’. Era questa la posizione di chi rinchiudeva l’annuncio di Gesù nelle forme religiose di una legge. Per contro Paolo vedeva nell’esigere la circoncisione uno svuotamento del messaggio stesso di Cristo. La salvezza è radicalmente dono, non si realizza in base ad un’appartenenza o per l’osservanza di una legge, ma va accolta come evento di grazia di Dio che suscita la fede.

Paolo e Barnaba reagiscono affermando innanzitutto che la salvezza non dipende dall’uomo, da un’osservanza di una legge sia pure religiosa, ma è dono gratuito. Non sono richieste condizioni previe. L’agire di Dio in Cristo è al primo posto, e precede. Tutte le forme religiose rischiano di prendere il posto di questa azione di Dio.

Gesù era rimasto all’interno della tradizione ebraica. A lui non si era posto il problema del venir meno alle prescrizioni della legge. Certamente nei vangeli si trovano tracce dell’affermazione di Gesù che l’uomo è più importante del sabato e la polemica contro un’osservanza che svuota il senso profondo della legge (Mc 7,8-13.20-21).  Compaiono anche  alcune figure di pagani: Gesù risponde all’insistenza delle loro richieste riconoscendone la fede – come con la donna sirofenicia (Mc 7,24-30). Tuttavia per Gesù non si pose il problema del superamento delle osservanze giudaiche, ma sul suo sguardo di apertura e misericordia si fondano i passaggi successivi.

Alle prime comunità si presenta una situazione nuova nel sorgere di contatti nuovi con i pagani. Nel confronto con tale novità sorge una domanda inedita. E ne scaturisce l’esigenza di una decisione all’interno della prima chiesa. L’incontro è il luogo in cui si fa strada – per impulso dello Spirito – una comprensione più profonda delle esigenze del vangelo. Gli apostoli ritornano così al cuore dell’annuncio di Gesù: il regno di Dio è già in atto già nella storia e non si lega ad un tempio, ad una classe di sacerdoti, ad una terra particolare, ma è apertura all’Alterità di Dio, al suo amore per tutti, reso visibile nella vicenda di Gesù. In base a tale riferimenti nel dibattito si delinea una scelta di novità: era una rinuncia rispetto a ciò che sembrava essenziale – l’osservanza della legge giudaica – ma che essenziale non era rispetto alla gratuità della salvezza. E’ orientamento che si fa strada nell’incontro nelle case dei pagani (cfr. At 8; 10) e nell’esperienza dell’agire dello Spirito oltre i confini.

A Gerusalemme si attua così un passaggio decisivo agli inizi dell’esperienza cristiana. Cresce la comprensione della Parola di Dio, la tradizione cresce nell’esperienza di tutto il popolo di Dio, insieme: si attua non come ripetizione meccanica di quanto Gesù ha vissuto (anche perché impossibile), ma una attuazione sempre nuova della Parola che Gesù ha comunicato.

Di fronte alle nuove sfide oggi, nell’epoca del pluralismo, nell’incontro con gli ‘altri’, non credenti o credenti di altre religioni, le chiese cristiane sono chiamate a lasciare qualcosa che sembra essenziale, a rinunciare a forme di esclusivismo e di chiusura, a rivedere profondamente forme culturali e religiose talvolta scambiate per il vangelo.

Gesù promette il Consolatore, una presenza che si caratterizza per due azioni: il ricordare e l’insegnare – al futuro. “Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.

Riscoprire la presenza dello Spirito nel tempo della chiesa è esigenza mai conclusa. L’ascolto della Parola di Dio fa vivere non da prigionieri della paura o della legge, ma capaci di vivere la novità e la gioia per liberarsi continuamente dai templi di ogni potere e dalla schiavitù di ogni religione per aprirsi all’ospitalità verso l’altro.

Alessandro Cortesi op

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Fedeltà allo Spirito

Fedeltà allo Spirito è coraggio di non stare zitti di fronte alla disumanità.

“Non più zitti di fronte a sparate di un sempre più arrogante Ministro. No a chi si appropria dei segni sacri per smerciare proprie vedute disumane, antistoriche, opposte a messaggio evangelico. Chi è con lui non può dirsi cristiano perché ha rinnegato comandamento dell’amore» E’ questo il testo di un tweet – a cui associarsi – di Domenico Mogavero vescovo di Mazara del Vallo. Non è la sua l’unica voce che si è levata indignata a fronte dell’arroganza e della strumentalizzazione di simboli religiosi a scopi propagandistici effettuata da un politico cinico che trascorre il suo tempo a fare comizi trascurando il lavoro a cui dovrebbe rispondere e che nei suoi gesti dimostra spregio nei confronti delle vite umane atteggiandosi da bullo con i più deboli e seminando un quadro falsato della realtà per innescare i sentimenti di paura e illusione di soluzioni facili, immediate ai duri problemi del presente.

“Ci indigna profondamente l’utilizzo strumentale del rosario, baciato sabato scorso in piazza Duomo a Milano dal ministro dell’interno, chiedendo voti alla Madonna” è il commento dei missionari comboniani d’Italia, dopo che il ministro degli Interni dal palco di un comizio elettorale si è presentato con un rosario in mano. I missionari comboniani scrivono: “Noi siamo schierati. Portiamo nel cuore il Vangelo che si fa strada con le Afriche della storia. Che non scende a compromessi e strategie di marketing. Né elettorali né di svendita becera dei piccoli in nome del denaro. Ci rivolta dentro il richiamo ai papi del passato per farne strumento della strategia fascista dell’esclusione degli ultimi. Di chi bussa alle nostre porte chiedendo di aprire i porti. Come la nave Sea Watch di queste ore. Nave che accoglie chi scappa da mondi inquinati dai gas serra della nostra sete di materie prime per mantenere uno stile di vita sempre più insostenibile. Che pesa sulle spalle degli impoveriti”.

“Ci ripugna il richiamo alla vittoria elettorale in nome della madre di Gesù di Nazareth che cammina con gli ‘scarti’ del mondo per innalzare gli umili. Sempre dalla parte dei perdenti della globalizzazione dei profitti. La carne di Cristo sulla terra. ‘Ero forestiero e mi avete accolto‘ (Mt 25,35). Ci aggredisce l’arroganza d’invitare la gente a reagire durante le celebrazioni in chiesa di fronte ai preti che predicano ‘porti aperti’. Dettando legge in nome dei vescovi”.

“Il rosario è segno della tenerezza di Dio e viene macchiato dal sangue dei migranti che ancora muoiono nel Mediterraneo: 60 la settimana scorsa, nel silenzio dell’indifferenza dei caini del mondo”.

“Ci dà coraggio e ci fa resistere contro questa onda di disprezzo e disumanità, condividere il sogno di Dio: ridestare la speranza tra la gente che un mondo radicalmente altro, interculturale, aperto, inclusivo e solidale è urgente e dipende da ognuno di noi. Da chi non tace e, con la determinazione della non-violenza del Vangelo, grida con la sua vita che non ci sta con il razzismo dilagante di chi vuole stravolgere l’immagine vera del Dio della vita. I missionari comboniani ci sono. Alzano la voce. Scendono in strada, non fanno calcoli e stanno da una parte precisa. Quella degli oppressi da un’economia che uccide. Prima e sempre”

Una reazione esplicita di indignazione, di presa di distanza e di critica a politiche segnate da attitudini di violazioni della Costituzione e di disumanità è da condividere ed è più che mai urgente in un momento che prepara decisioni rilevanti per il futuro dell’Europa.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

Veglia di Pasqua – anno A – 2014

PasquaPisa porta san Ranieri donne al sepolcro

Mt 28,1-10

Matteo situa la visita delle donne alla tomba di Gesù all’interno di due passaggi in cui ha rilievo la questione di una guardia al corpo di Gesù. Matteo vede questo come iniziativa di sommi sacerdoti e farisei che si recano da Pilato riconoscendolo come ‘Signore’. Gli riportano le parole di Gesù indicato come quell’impostore, falso messia: ‘Dopo tre giorni risorgo’. E chiedono di ordinare che la tomba sia assicurata fino al terzo giorno perché i discepoli non vengano a rubarlo e poi dicano ‘E’ risorto dai morti’. Pilato risponde ‘avete una guardia: andate ad assicurare come sapete’ (Mt 27,62-66).

Dopo la visita delle donne e dopo gli eventi al sepolcro (Mt 28,1-10) Matteo inserisce la scena in cui quelli della guardia riferiscono le cose accadute ai sacerdoti e questi diedero molti soldi, sicli d’argento, ai soldati per dire: ‘i suoi discepoli sono venuti la notte a rubarlo mentre noi dormivamo’ (Mt 28,11-15)

Si tratta di un inquadramento che presenta una lettura polemica di Matteo in rapporto agli eventi al sepolcro: forse il racconto della tomba vuota era stato criticato come un’invenzione dei discepoli. Il racconto di Matteo diviene una sorta di risposta a tale screditamento: in esso compare come i sommi sacerdoti che dovrebbero essere testimoni della Legge e della unicità di Dio d’Israele, riconoscano come ‘signore’ proprio Pilato rappresentante del potere politico. E d’altra parte si coglie la lettura di Gesù come un impostore, falso messia.

Al centro di questa inclusione relativa alla ‘guardia’ di controllo, sta la narrazione della visita alla tomba. Matteo parla di due donne che si recano al sepolcro all’inizio del primo giorno della settimana. Esse non portano oli aromatici per ungere il cadavere, come nelle altre narrazioni sinottiche di Marco e Luca, data la presenza di guardie, ma si recano al sepolcro ‘per vedere’, sottolinea Matteo. La loro è una testimonianza che si pone nel seguire Gesù per vedere, così come sempre Matteo aveva ricordato con insistenza anche nel racconto della passione: “Vi erano là anche molte donne che osservavano da lontano. Esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo” (Mt 27,55), “Lì sedute di fronte alla tomba c’erano Maria di Magdala e l’altra Maria” (Mt 27,61). Proprio perché hanno visto sono testimoni, ma anche il loro vedere racchiude un sguardo che diviene disponibile ad un vedere nuovo, perché cerca di andare in profondità e rimane soprattutto fedele nella passione e nel momento della morte. Nella versione di Marco le donne per strada si interrogano su chi potrà rotolare via la tomba all’ingresso del sepolcro. In Matteo ci troviamo di fronte ad una presentazione di fenomeni descritti con linguaggio apocalittico che accompagnano l’arrivo delle donne: tra di essi il rotolamento della pietra presentato non come già avvenuto ma in diretta. “Ed ecco avvenne un grande boato: infatti un angelo del Signore, sceso dal cielo e avvicinatosi, fece rotolare via la pietra e vi si sedette sopra”. Il boato è lo scuotimento, che Matteo indica anche al momento della morte di Gesù (Mt 27,51). Ma è anche lo scotimento che era avvenuto al momento dell’arrivo dei magi a Gerusalemme, uno scuotimento che aveva portato turbamento al re Erode e a tutta Gerusalemme. In un quadro così di contrapposizione tra la paura di chi non si lasciava mettere in cammino da nessuna stella e da nessuna luce e la grande gioia che i magi provarono al vedere la stella e nel condurre il loro cammino.

Il terremoto ha anche un significato connesso al giudizio, al momento in cui Dio annienta la realtà della morte. E’ un segno di rivelazione di un intervento di Dio. E’ elemento è proprio dell’apocalittica, segno del rivelarsi di Dio che entra nella vicenda umana e la cui rivelazione è descrivibile solamente con segni che dicono la potenza e lo sconvolgimento degli elementi. Matteo indica la presenza di un interprete di quanto sta accadendo: è la figura di un angelo, figura che porta un messaggio di Dio. Marco nel suo racconto vede l’interprete nella figura di un giovane che le donne trovano all’interno del sepolcro ed apre loro il significato di quell’esperienza. Matteo presenta invece l’angelo non solo come interprete ma anche con un ruolo attivo perché è lui che fa rotolare via la pietra e vi si siede sopra. Nelle visioni della manifestazione di Dio ricorre il motivo del colore della veste e del volto. Secondo Daniele Dio che siede sul trono ha una veste bianca come neve (Dan 7,9) e il volto del figlio dell’uomo è come la folgore (Dan 10,6). L’aspetto dell’angelo rinvia alla descrizione del corpo trasfigurato di Gesù che Matteo aveva presentato nel racconto della trasfigurazione: l’aspetto è come la folgore e il suo vestito bianco come la neve (Mt 17,2).

Dietro a queste imagini sta un grande messaggio: il sepolcro, luogo della morte e segno della forza silenziosa della morte, è investito di una potenza più grande che viene da Dio, forza che annienta la morte e dona una vita con caratteri di novità inauditi. Nella vita di Gesù c’è una luce che vince le tenebre della morte che conducono a non temere. E così nella sua morte non rimane prigioniero del buio ma l’azione di Dio lo costituisce ‘figlio di Dio con potenza nello Spirito di santificazione’ (Rom 1,3-4).

Le parole dell’angelo riprendono quelle del ‘giovane’ di Marco: ‘Non temete voi’ innanzitutto. E’ un invito a non temere in contrasto con lo scotimento che aveva preso i soldati: ‘per timore di lui le guardie tremarono e divennero come morte’. Si fa vivo un contrasto tra il terrore e una nuova fiducia, tra la vita segnata dall’amore e le guardie sottomesse ad un potere che teme e che divengono come morte. L’annuncio dell’angelo richiama la ricerca delle donne: ‘voi cercate Gesù il crocifisso’. E’ indicata l’identità di Gesù come il crocifisso che rimane tale anche nella condizione di risorto. Invita a vedere il luogo dove era sepolto, accogliendolo non come prova della risurrezione ma come un segno che rinvia e fa andare oltre.

L’annuncio centrale è che Gesù è risorto e Matteo aggiunge ‘come aveva detto’: E’ rinvio a quei passi del vangelo in cui sono riportate le parole di Gesù di fronte alla sua morte (Mt 16,21; 17,23; 20,19), indicazione della lucidità e libertà con cui Gesù visse la fedeltà fino in fondo al Padre e la testimonianza del regno come vicinanza di Dio ai piccoli. Tutta la sua vita è cammino in cui scoprire il senso della sua morte.

L’angelo invita infine ad annunziare ai discepoli che Gesù risorto dai morti li precede in Galilea. L’annuncio della risurrezione proviene non da un’invenzione umana ma da una parola di Dio che irrompe e apre una speranza nuova. Questo annuncio reca in sé una parola di perdono e dona ai discepoli di tornare là dove Gesù li aveva chiamati, la Galilea, e là dove avevva iniziato a seguirlo trovando in lui la guida della propria vita. E’ ancora una ripresa di quanto Gesù aveva detto ai suoi prima della passione (Mt 26,32).

Matteo prosegue il raconto che in Marco a questo punto trova una brusca interruzione. Riporta che le donne ‘corsero a dare l’annunzio ai discepoli’ ed anche introduce un episodio che non si trova negli altri vangeli, un incontro con il risorto. Il saluto che Gesù risorto offre alle donne è un saluto di pace: ‘Chairete’. “Ed esse avvicinatesi, gli abbracciarono i piedi e si prostrarono a lui”. Gesù le invita ad annunciare ai discepoli e dire ‘ai miei fratelli’ di andare in Galilea. E’ una parola di perdono. Gesù riabilita così i discepoli come fratelli richiamando alla Galilea: “Andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea, e là mi vedranno”.

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Alcune riflessioni per noi oggi a partire da questa pagina

Una prima riflessione può sorgere dal pensare alle guardie e alla custodia. E’ un’immagine drammatica se si pensa alle guardie armate che devono custodire situazioni di violenza. In questi giorni non possiamo dimenticare coloro che sono rapiti, di cui da tempo non si hanno notizie in angoli lontani del mondo: in Siria, il gesuita Paolo Dall’Oglio, fedele ad un popolo e alla sua storia, in Cameroun due preti vicentini e una suora canadese. Accanto a loro a custodia uomini armati. Ma anche la custodia armata di situazioni di oppressione come ai check point nei territori palestinesi occupati dove la potenza delle armi quotidianamente umilia la vita di chi deve sottoporsi al controllo, ai capricci di giovani resi onnipotenti dalle armi, per poter recarsi al lavoro, per poter muoversi. In tanti altri luoghi la custodia armata è segno della malvagità di chi vuole opprimere: è l’ingiustizia profonda della violenza e delle armi. Lo scuotimento delle guardie proprio al momento della risurrezione di Gesù ci dice che la debolezza dell’amore è più forte di ogni potere politico che agisce con la sua forza armata. Gesù non può essere tenuto racchiuso nella morte da nessuna forza umana. Ma questo dice anche che non si può sopprimere l’apertura della vita che spinge alla relazione con la forza di armi che generano morte e conservano il sepolcro. Ma anche questo è invito ad una chiesa risorta ad essere testimone di questa forza di vita a vivere questo scuotimento di fronte al potere delle armi avendo il coraggio di fare spazio all’irrompere dello spirito della risurrezione, a disarmare i popoli ma anche i cuori.

Una seconda riflessione è a partire dalla ricerca delle donne. In quel mattino presto si incrociano una ricerca e l’irruzione di un farsi incontro della vita di Dio nella storia umana. E’ la ricerca delle donne che raccoglie le nostre ricerche. E’ desiderio che dice possibilità di continuare una vicinanza. Ed è indicazione della forza di questa apertura. Le parole dell’angelo aprono questo desiderio ad una dimensione più grande: non una ricerca nel luogo della morte, volta ad un passato, ma una ricerca rivolta ad una novità che non viene da noi ma irrompe da altro e altrove. E’ apertura ad una vita trasfigurata: è una vita nello Spirito in Dio.

Questo incontro non può compiersi senza una irruzione di forza dall’alto, non è procedimento o costruzione umana di scoperta, ma si fonda su una testimonianza che proviene da altrove. E d’altra parte questa testimonianza si consegna alla testimonianza propria di chi ha seguito Gesù sin dalla Galilea, alle donne. Se la risurrezione è evento che si dà come novità assoluta e azione di Dio, d’altra parte è un movimento che coinvolge pienamente la ricerca, l’attesa, il percorso interiore di chi ha seguito Gesù. E si radica in quel desiderio che si è fatto cammino nel buio dell’alba per andare a visitarlo.

La parola dell’angelo rinvia all’identità di Gesù, il crocifisso risorto. Gesù ha vinto la morte passando attraverso l’assurdità della morte, non nonostante la morte. Ha reso anche la morte luogo di un dono di sé e consegna al Padre e agli altri fino alla fine. La sua presenza non è nel luogo della morte ma è ‘in Galilea’. La Galilea terra di periferia e di confine, terra di mescolamenti di lingue diverse e terra lontana dai centri del culto. Terra di oppressione e di ingiustizia in cui Gesù passò facendosi solidale con la sofferenza. Ritornare in Galilea è scoprire che la nostra vita è chiamata, aprirsi ad uno sguardo che vede il bene e genera fraternità e sororità, coltivare una relazione e scoprire che la vita, come quella di Gesù – meglio, in lui – può essere vissuta per…data, sparsa, come il pane spezzato e il vino versato delle tavole a cui Gesù sedeva e dell’ultima cena.

Le parole dell’angelo alle donne aprono non a cammini di singoli, isolati nel loro individualismo egoistico o indifferente, ma ad un percorso di comunità. Sono le donne, che l’avevano seguito a divenire annunciatrici di un cammino in cui Gesù si dà ad incontrare in modo nuovo, annuncitarici di un dono di fraternità da scoprire di nuovo. In Galilea inizia una nuova sequela: rinvia alla prima chiamata ma sarà nuova. E i discepoli dovranno scoprire una parola di perdono che li accoglie dopo la loro incomprensione, la loro fuga, il loro abbandono. Ma questo cammino in cui al centro sta la presenza di donne testimoni e la parola della fraternità offerta a tutti è ancora da compiere in una chiesa che dovrebbe riconoscersi non come struttura e organizzazione di controllo e di pianificazione di progetti, ma comunità di testimonianza di accoglienza, di perdono ricevuto e di fraternità.

C’è un rapporto profondo con noi, siamo immersi in questa vita del risorto nell’esperienza della fede: la risurrezione di Gesù apre ad una fraternità in cui leggere la nostra risurrezione. L’esperienza del battesimo è scoperta di una immersione non tanto rituale ma di vita nel partecipare alla morte di Gesù per essere condotti da lui al destarci della risurrezione: “Il punto centrale è questo: normalmente, la morte rappresenta un’interruzione drastica delle relazioni, la morte isola; per Gesù invece, è attraverso la morte che viene aperta una nuova epotenzialmente infinita rete di relazioni. L’effetto della sua morte è l’opposto dell’isolamento. Quindi, se Gesù parla della propria morte come un ‘battesimo’, è naturale che quanti vengono attratti insieme per mezzo della sua morte ed esaltazione esprimano la loro riconciliazione, il loro essere uno con Dio e con gli altri, in un rito di immersione batesimale (…) essere un discepolo, essere con Gesù, è essere battezzati: il battesimo è il modo in cui ogni persona è resa presente a Gesù, crocifiso e vivente, mediante un atto rituale che pone la persona in quel medesimo processo che Gesù ha descritto come ‘immersione’, il processo di oblio di se stessi che conduce alla croce. Dimentica di avere un io da proteggere, rafforzare, consolare e a cui mentire: ascolta l’amara verità che la croce enuncia, e accetta il dolore e il disorientamento di quella illuminazione, nella fiducia che tu non sei odiato né abbandonato; ed emergi dai flutti come nuova persona, ‘vivente per Dio’, che vive con gli occhi fermamente fissi su quel fondamento e meta della speranza che è Gesù. Il credente ora non può essere separato da Gesù e quella presenza ne definisce allora l’identità (cfr. Rom 8,9-17.31-39): viviamo nell Spirito di verità e possiamo chiamare Dio ‘Abbà, Padre’ (Rowan Williams, Resurrezione. Interpretare l’evangelo pasquale, Qiqajon 2004, 92-93).

Alessandro Cortesi op

Immacolata concezione della beata vergine Maria

DSCF4065Gen 3,9-20; Sal 97; Ef 1,3-12; Lc 1,26-38
Una festa di Maria s’inserisce nel percorso dell’avvento di quest’anno. E’ festa che richiama al dono di grazia di Dio in Maria giovane donna ebrea, immersa nelle attese del suo popolo, e disponibile ad intendere la sua vita come la prima credente in Gesù che pure è accolto in lei. E’ la madre del salvatore, ma prima di tutto è colei che ha vissuto un’attesa esistenziale profonda aperta alla presenza di Dio nella sua vita: è ‘colei che ha creduto’ alle promesse di Dio e che per prima ha seguito Gesù sulla sua via. Con lei viviamo la fatica e la gioia del cammino della fede.

Luca nei primi due capitoli del suo vangelo organizza il materiale di cui disponeva nella struttura di un grande dittico: due parti, l’una all’altra speculare. Narra l’irrompere di Dio nella vita di Zaccaria, sacerdote a Gerusalemme e di Maria, giovane donna di una regione periferica e disprezzata della Palestina; poi le due nascite, di Giovanni e di Gesù, in parallelo e nella diversità; la circoncisione di Giovanni e quella di Gesù; il cantico di Maria e il Cantico di Zaccaria. Si tratta di un dittico che appare ‘sbilanciato’: ogni avvenimento della vita di Giovanni Battista è posto in rapporto alla vicenda di Gesù e dà risalto nella differenza alla novità di Gesù stesso. C’è anche un grande messaggio da cogliere che affonda le sue radici nel riferimento storico al rapporto tra il Battista e Gesù: non si può comprendere Gesù senza il Battista anche se Gesù poi si distanzia e vive un percorso nuovo rispetto a quello di Giovanni. Da Luca tutto questo è proiettato nel momento della nascita.

Lo squilibrio del dittico di Luca si fa evidente nel parallelismo delle annunciazioni: nell’annunciazione a Maria non si è più a Gerusalemme, in Giudea, ma in Galilea; non un uomo, un sacerdote, ma una donna, in attesa; non nel Tempio, ma nell’ambiente della quotidianità, della periferia.

Sei mesi dopo – cioè 180 giorni – dell’annuncio a Zaccaria nel tempio, Gabriele è messaggero di una chiamata di Dio a Maria, questa volta a Nàzaret. Nove mesi dopo – cioè 270 giorni dopo – Maria dà alla luce il figlio. Successivamente, dopo i quaranta giorni, che la Legge indica come tempo della purificazione (Lev 12,2-4), Gesù viene presentato al tempio, offerto come primogenito (Lc 2,22-24; Es 13,2). I sei mesi assommati ai nove e ai quaranta giorni costituiscono insieme 490 giorni (70 per sette): è un rinvio alla ‘profezia delle settanta settimane’ che nel libro di Daniele erano state annunciate per ‘ungere il santo dei santi’ (Dan 9,24). Luca vede quindi in questo percorso il compiersi della profezia relativa alla figura del messia atteso e lo sottolinea nell’espressione che viene ripetuta: ‘compiuti i giorni’. L’intera vicenda di Giovanni battista, il più grande dei profeti, sin dalla sua nascita è rivolta ad un compimento, espresso attraverso la simbologia della scansione del tempo. Questo tempo ha uno spessore nuovo, di compimento: è un ‘oggi’ di salvezza.

Di Maria, in questi due capitoli, si dice molto poco: è indicata quale parente di Elisabetta, quindi anch’essa collegata a discendenza sacerdotale, e promessa sposa di un uomo della casa di Davide (Lc 1, 27). Viene in tal modo unita, attraverso Giuseppe, alla casa regale ed introduce il messaggio che Gesù è quella discendenza vivente che compie la profezia di Natan a Davide (2 Sam 7, 5-16).

‘Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te’: Il saluto che l’angelo le rivolge ‘Chaire’ richiama un’espressione ordinaria nell’incontro, ma è anche richiamo ad una gioia profonda e si fa eco di pagine del Primo Testamento che parlano di donne, di attesa, di gioia per tutto il popolo.
L’invito ‘Rallegrati’ è rinvio ad un testo di Zaccaria: ‘Rallegrati grandemente, o figlia di Sion’, saluto rivolto a Gerusalemme. E’ un invito alla gioia come riflesso e accoglienza della gioia rinnovatrice di Dio: “Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa” (Zac 2,14).

‘Rallegrati piena di grazia’ reca anche un’eco dell’episodio di Rut, la bisnonna di Davide che trovò grazia quando ebbe il coraggio di accostarsi a Booz nell’aia di notte (Rut 2,10-13). Ed è ricordo sottinteso alla regina Ester, altra figura di donna coraggiosa, che ‘trovò grazia’ davanti al re Assuero (Est 2,17). Il saluto introduce un contesto di nozze e di incontro. ‘Il Signore è con te’ è così citazione di Sofonia che ispira l’intera narrazione di questa pagina. Sofonia invitava il popolo a vivere una gioia particolare per l’intervento di Dio in mezzo al suo popolo, espresso nell’immagine della ‘figlia di Sion’, e la sua presenza nella storia come salvatore: “Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te. Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente” (Sof 3,14-17). L’annuncio di Sofonia ‘Il Signore è in mezzo a te’ è ripreso da Luca e riferito al concepimento di Gesù: ‘egli è in mezzo a te’ si trasforma in ‘avrai nel grembo’.

Il saluto è accompagnato dall’espressione ‘piena di grazia’. Il verbo è utilizzato con il significato di ‘rendere grazioso’, cioè ‘trasformato mediante la grazia: l’espressione sottintende un’azione che proviene dalla libertà di Dio che si è attuata, e che permane. Non è solo un attributo, ‘piena di grazia’, ma un autentico ‘nome’ nuovo dato a Maria, la ‘graziosa’. Come nei racconti di chiamata ed invio, il nome nuovo è donato contemporaneamente all’invio per una missione. Ed è individuabile, nel dittico composto dalle due annunciazioni, ancora una opposizione: Zaccaria ed Elisabetta osservanti irreprensibili di tutte le leggi da un lato e dall’altro una situazione nuova e dirompente, determinata dall’azione di Dio che trasforma Maria con la potenza della sua grazia.

Luca indica inoltre alcune caratteristiche del figlio. Rilegge così e ri-narra in questa pagina la profezia che il profeta Natan presentò a Davide: anche Gesù, come lo stesso Davide, sarà ‘grande’ (2Sam 7,11). A lui è attribuito il titolo ‘figlio dell’Altissimo’ designazione di coloro che da Dio sono chiamati per compiti specifici (Sal 2,7; 29, 1; 82,6; 89,7) e del Messia (2Sam 7,16; Is 9,6). Gabriele fa riferimento anche alla ‘casa di Giacobbe’: questo termine indica le dieci tribù del nord, quell che stanno oltre i confini del regno di Davide. Gesù porterà ad un allargamento dei confini unendo quelli che erano stati nella storia di Israele i due regni divisi del sud e nord, Giuda e Israele, aprendo così ad un superamento di confini tra giudei e pagani. Il nome Gesù che gli viene assegnato prima della nascita indica ‘Dio salva’, ‘Dio è salvatore’.

Maria vive una disponibilità profonda. Nel suo volto Luca vede rispecchiarsi la condizione di chi è infecondo (‘non conosco uomo’), il popolo di Sion che è come sposa abbandonata. Maria è vista così come la nuova Gerusalemme che assume la condizione del peccato di Israele e vive una disponibilità radicale aprendo una nuova via all’umanità. Luca vede nel cammino di Maria riflettersi sin d’ora il medesimo cammino di Gesù che sarà abbandonato e prende su di sé la condizione del rifiutato.

Le parole dell’angelo: ‘su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo’ rievocano l’immagine della tenda. Nel cammino dell’esodo Israele aveva fatto esperienza della presenza di Dio che camminava con il suo popolo nella nube al di sopra della tenda del convegno. La nube coprendo, riempiva la tenda con la ‘gloria di Dio’ e Mosè stesso non poteva entrare (Es 40,34-38). Ed era nube che accompagnava il cammino della liberazione.

Il figlio annunciato a Maria è quindi accostato alla presenza della gloria di Dio, presente in mezzo al cammino di un popolo e custodita nella Shekinah, luogo della presenza e dimora. Maria agli occhi di Luca è colei che accoglie e si fa dimora: non accoglie le tavole della legge, come la tenda nel deserto, ma la presenza stessa della Parola di Dio nella vita di Gesù.

Vivere questa festa di Maria oggi significa fare spazio in noi al dono di Dio che nella sua libertà ‘ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e irreprensibili dinanzi a sè’ e ‘ci ha scelti nel suo progetto gratuitamente per manifestare la potenza della sua salvezza in noi’ (cfr. Ef 1,4.11-12).

Suggerisco al termine di questa lettura due scritti: il primo di don Tonino Bello che aiuta a riconoscere in Maria una figura fondamentale dell’avvento come attesa. Il secondo del teologo Joseph Moingt. Esso sottolinea la dimensione del femminile nella chiesa da riscoprire oggi non solo con l’esaltazione del ‘genio femminile’ rivolto spesso alla ‘donna’ intesa in astratto ma nel vivere scelte che attuino un effettivo riconoscimento della presenza e della voce delle donne concrete con la loro specificità nella vita ecclesiale e nel confronto con i rpocessi in atto nella società contemporanea.

“Già il contrassegno iniziale con cui il pennello di Luca la identifica, è carico di attese: ‘promessa sposa di un uomo della casa di Davide’. Fidanzata, cioè. A nessuno sfugge a quale messe di speranze e di batticuori faccia allusione quella parola che ogni donna sperimenta come preludio di misteriose tenerezze. Prima ancora che nel vangelo venga pronunciato il suo nome, di Maria si dice che era fidanzata. Vergine in attesa. In attesa di Giuseppe. In ascolto del frusciare dei suoi sandali, sul far della sera, quando, profumato di legni e di vernici, egli sarebbe venuto a parlarle dei suoi sogni. Ma anche nell’ultimo fotogramma con cui Maria si congeda dalle Scritture essa viene colta dall’obiettivo nell’atteggiamento dell’attesa. Lì, nel Cenacolo, al piano superiore, in compagnia dei discepoli, in attesa dello Spirito. In ascolto del frusciare della sua ala, sul fare del giorno, quando, profumato di unzioni e di santità, egli sarebbe disceso sulla Chiesa per additarle la sua missione di salvezza. Vergine in attesa, all’inizio. Madre in attesa, alla fine. E nell’arcata sorretta da queste due trepidazioni, una così umana e l’altra così divina, cento altre attese struggenti. L’attesa di lui, per nove lunghissimi mesi. L’attesa di adempimenti legali festeggiati con frustoli di povertà e gaudi di parentele. L’attesa del giorno, l’unico che lei avrebbe voluto di volta in volta rimandare, in cui suo figlio sarebbe uscito di casa senza farvi ritorno mai più. L’attesa dell’«ora»: l’unica per la quale non avrebbe saputo frenare l’impazienza e di cui, prima del tempo, avrebbe fatto traboccare il carico di grazia sulla mensa degli uomini. L’attesa dell’ultimo rantolo dell’unigenito inchiodato sul legno. L’attesa del terzo giorno, vissuta in veglia solitaria, davanti alla roccia. Attendere: infinito del verbo amare. Anzi, nel vocabolario di Maria, amare all’infinito.
(…) Di fronte ai cambi che scuotono la storia, donaci di sentire sulla pelle i brividi dei cominciamenti. Facci capire che non basta accogliere: bisogna attendere. Accogliere talvolta è segno di rassegnazione. Attendere è sempre segno di speranza. Rendici, perciò, ministri dell’attesa. E il Signore che viene, Vergine dell’avvento, ci sorprenda, anche per la tua materna complicità, con la lampada in mano.
(don Tonino Bello, Maria donna dei nostri giorni)

“… il riconoscimento effettivo dell’emancipazione della donna, nella Chiesa come nel mondo, è divenuto la condizione di possibilità dell’evangelizzazione del mondo; e, poiché la missione evangelica è la ragione d’essere della Chiesa, la nuova accoglienza che essa riserverà alla donna sarà il «simbolo» operante della sua presenza evangelica al mondo di oggi, il pegno della sua sopravvivenza. La donna non porta più corsetti: la Chiesa deve essa stessa emanciparsi dalla tradizione che la lega alle società patriarcali del passato per darsi, attraverso lo spazio che saprà fare alle donne, il diritto di sopravvivere in questo mondo nuovo. Introdurre nella Chiesa un po’ di femminilità, a condizione di darle uno spazio in cui possa risplendere, sarà versarvi quella parte di umanità ancora troppo ridotta o mascherata da un potere esclusivamente maschile e sacro, ovvero intollerante. (…)

Si tratta, prima di tutto, di rinnovare il terreno delle comunità cristiane, di instaurarvi libertà, alterità, uguaglianza, corresponsabilità, cogestione, di lasciarvi penetrare le preoccupazioni del mondo esterno, di rendere le sue celebrazioni più conviviali, a immagine dei primi pasti eucaristici in cui si condivideva il pane e i viveri sotto la presidenza benevola di un padre di famiglia; tutto ciò senza dimenticare il principio paolino di escludere tutto quanto esclude. Dentro una tale atmosfera rinnovata la condivisione del potere si presenterà sotto una nuova luce. Ci si ricorderà che il «presbiterato» dei primi secoli, il cui nome è stato reintrodotto, non aveva granché di sacerdotale, essendo allora il sacerdozio riservato al vescovo, e si sarà capaci di reinventarlo sciogliendo il tremendo rapporto tra potere, sesso maschile e sacro. Non si rischierà così di sconvolgere il potere monarchico sul quale la tradizione ha costruito l’organizzazione dell’istituzione ecclesiastica? Può darsi, ma perché averne timore in anticipo? Non è forse a proposito di una donna e per bocca di lei che fu profetizzato: ‘Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili’? Non si tratta di rovesciare alcunché, ma d’innalzare ciò che è in- giustamente abbassato. La donna e il futuro della Chiesa? La donna è e sarà il futuro della Chiesa” (Joseph Moingt, “Il Regno attualità” 4/2011 per il testo completo cfr. http://www.ilregno.it/it/rivista_articolo.php?RID=0&CODICE=50977; anche http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201102/110203moingt.pdf).

Alessandro Cortesi op

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