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XXVI domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1074Nm 11,25-29; Gc 5,1-6; Mc 9,38-43.45.47-48

Durante il cammino dell’Esodo Mosè aveva scelto settanta uomini fra gli anziani di Israele perché lo aiutassero nel guidare il popolo. A questi è donato lo Spirito di Dio, lo spirito di profezia, per questa missione di guida. Ma Eldad e Medad, che non erano nel numero dei settanta anziani, furono anch’essi investiti dallo Spirito e ‘si misero a profetizzare nell’accampamento’. Questo dono di profezia a coloro che non erano nel gruppo dei designati suscitò la reazione e la denuncia allarmata di Giosuè. “Ma Mosè gli rispose: Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!”.

Questa pagina apre uno squarcio luminoso sull’agire di Dio che va oltre le appartenenze e la contrapposizione di chi ‘è dei nostri’ e chi sta ‘fuori’. Nelle parole di Mosè emerge la consapevolezza della libertà dello Spirito e di ciò che questo comporta da parte del popolo: l’esigenza di una attitudine a rimanere in ascolto, nella docilità a riconoscere l’operare dello Spirito in modi nuovi. Non si può racchiudere lo Spirito e soffocare la sua iniziativa. L’agire di Dio coinvolge anche altri, liberamente. Mosè indica di accogliere e rimanere disponibili a quanto lo Spirito suscita anche al di fuori delle appartenenze visibili e costituite.

Il dono dello Spirito è dato agli anziani ‘fuori dell’accampamento’. C’è un dono ampio, sono suscitati profeti, chiamati a testimoniare la Parola di Dio che spinge al di fuori dell’accampamento. Tuttavia è sempre presente il pericolo di rinchiudere in un gruppo ristretto ed esclusivo, in un clero, il monopolio della profezia. Eldad e Medad, i due che avevano cominciato a profetizzare, erano nell’accampamento, e proprio la loro profezia viene denunciata da Giosuè. Si crea così una situazione paradossale: essi sono ‘dentro’ in modo autentico perché aperti allo Spirito che spinge ad uscire mentre Giosué e coloro che li rifiutano sono ‘fuori’: infatti non comprendono che lo Spirito è dono di Dio e non soggiace alle regole umane e alle logiche di esclusione. Il profetizzare di Eldad e Medad sconcerta e disorienta: profezia è memoria dell’alleanza, richiamo alla fedeltà al disegno di salvezza di Dio, testimonianza di giustizia e di esigenza di cambiamento. La promessa di essere tutti profeti si allarga e non può essere rinchiusa.

Il racconto suggerisce una promessa e una speranza, che tutti siano profeti, che tutti cioè siano testimoni e portatori della Parola di Dio. Mosè sa scorgere nella profezia di Eldad e Medad la chiamata e l’azione dello Spirito. In queste parole sta l’indicazione di una comunità in cui la responsabilità della profezia, della fedeltà alla Parola sia riconosciuta in ogni suo membro. Nel contempo compare uno stile: essere profeti implica saper riconoscere una azione che proviene dallo Spirito e stare al suo servizio. Lo Spirito è più grande e va oltre. Non si può pretendere di esaurirlo nella propria comprensione e azione. E’ questa la radice di un atteggiamento di ricerca, di accoglienza e di valorizzazione di quanto proviene dalla profezia di altri.

Anche i discepoli di Gesù non riconoscevano come ‘uno dei nostri’ uno che scacciava i demoni, persona che con il suo agire apriva liberazione per chi era oppresso. Ai discepoli che riferiscono a Gesù: ‘maestro abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri’. Gesù dice “Chi non è contro di noi è per noi. Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa”. Gesù reagisce non secondo la logica dell’esclusione ma invitando a scorgere che lì dove ci sono gesti di liberazione, scelte di umanizzazione è presente lo Spirito, e non c’è contrasto con il suo agire che dà vita. “Non glielo proibite”: è parola che apre ad una attitudine non di divieto, ma di discernimento. Gesù apre a scorgere che vi è una adesione a lui che non si identifica con una appartenenza all’istituzione di una comunità che rischia sempre di intendere se stessa come una setta. Gesù apre alla considerazione della precarietà della comunità in rapporto al centro e fondamento che è la sua persona e il regno di Dio.

I vangeli di Matteo e di Luca riportano un altro detto di Gesù che sembra opporsi a questo atteggiamento: ‘Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde’ (Mt 12,30; Lc 11,30). Gesù propone a chi l’ha incontrato di riconoscere in lui il senso più profondo della propria esistenza. L’incontro con Gesù diviene decisivo e centrale nella vita dei discepoli. E’ anche da pensare che la sua presenza di Figlio accanto al Padre e come risorto, sta dentro alla vicenda del creazione ed è unita in qualche modo ad ogni uomo e donna: è Cristo il senso profondo e nascosto di ogni realizzazione umana autentica. Sta qui la radice di poter guardare agli altri, ai diversi cammini umani non con atteggiamento di esclusione e contrapposizione, ma con sguardo teso a riconoscere e dare spazio, nel dialogo e nella compagnia, ad ogni seme di profezia presente nella storia.

La vita al seguito di Cristo si riconosce nella concretezza di gesti e scelte di cura e accoglienza: “chiunque vi avrà dato da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome, perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa”. Ogni bicchiere d’acqua offerto ad un uomo o donna, che è immagine di Dio e appartiene a Cristo – perché ‘voi siete di Cristo e Cristo è di Dio’ (1 Cor 3,21) – non andrà perduto e ogni gesto di gratuità e dono reca in se stesso la traccia di Dio.

C’è poi forte invito a tagliare tutto ciò che può essere di impedimento e di inciampo (scandalo) a chi è più debole nella fede. Rompere con ogni occasione di male e di peccato è cammino di responsabilità. Il perdere se stessi è cammino per intendere la propria vita in rapporto agli altri, non isolata e disinteressata: la salvezza è movimento di comunione.

DSCN1230Alcune riflessioni per noi oggi

La tentazione dell’esclusione è un tratto del nostro tempo a diversi livelli. La contrapposizione contro chi ‘non è dei nostri’ sorge da un sentimento di difesa e timore dell’altro, di chi proviene dall’esterno. I muri, le recinzioni di filo spinato, le barriere sono l’espressione tangibile di una difesa che intende tener lontano al di là della cerchia rassicurante e riconoscibile di una comune appartenenza. Chi proviene dal di fuori è visto come il nemico, pericolo da allontanare e da eliminare. La radice di ogni fondamentalismo di tipo sociale e religioso si alimenta nel non voler fare i conti con le provocazioni che provengono dalla vita dell’altro, dalla sua condizione di bisogno che ci rivela la nostra condizione umana. Si lascia così spazio alla paura contrapponendo chi è dei nostri e chi non lo è. Tanto più nelle tradizioni religiose che vivono il rischio di assolutizzare la propria struttura religiosa e di coltivare un esclusivismo centrato su di sè.

C’è una voce della profezia che giunge da chi nella storia non ha voce e che dovrebbe invece suscitare l’interesse e la ricerca da parte dei discepoli di Gesù, per scorgere le testimonianze che suscitano un cambiamento in fedeltà al vangelo. Queste pongono in discussione la nostra vita spesso chiusa in una situazione di assestamento e di comodità giustificata religiosamente, indifferente alle sollecitazioni che ci porterebbero ad uscire. Le chiamate dello Spirito giungono oggi dall’esperienza di tutti coloro che cercano una vita dignitosa fuggendo dalla violenza e dalla miseria. L’agire dello Spirito è presente nei gesti di chi non si riconosce esplicitamente come cristiano e pur nella sua vita dà testimonianza di opere secondo il vangelo. Proprio queste chiamate ci invitano a rimanere in ascolto, docili a seguire le chiamate di Dio nella storia, umile aperti a quei passaggi di novità evangelica.

La provocazione a sorgere l’agire dello Spirito in voci che stanno al di fuori dei quadri riconosciuti e istituiti può essere motivo per crescere in una spiritualità dell’apertura e della scoperta. Anche nella chiesa ci sono voci da ascoltare: sono le voci di chi spesso è tenuto ai margini, le voci delle donne ad esempio, ricordate in una lettera aperta indirizzata a Francesco nel suo viaggio in USA: “Il tuo impegno contro la povertà e per la misericordia, per la vita dei poveri e per la sofferenza spirituale di molti – per quanto sicuri si possano sentire materialmente – ci dà una nuova speranza nell’integrità e nella santità della Chiesa stessa. (…) c’è anche una seconda questione nascosta sotto la prima cui anche tu dovresti prestare rinnovata e seria attenzione. La verità è che le donne sono le più povere tra i poveri. Gli uomini hanno lavori retribuiti; di poche donne nel mondo si può dire lo stesso. Gli uomini hanno chiari diritti civili, giuridici e religiosi nell’ambito matrimoniale; per poche donne al mondo vale lo stesso. (…) E, forse peggio di tutto, vengono ignorate – respinte – come esseri umani in pienezza, come autentiche discepole, dalle loro Chiese, compresa la nostra”. (Joan Chittister, Caro Francesco, non puoi parlare dei poveri senza parlare delle donne “www.adista.it” 22 settembre 2015)

Essere tutti profeti: è promessa che provoca ad ascoltare le voci profetiche nascoste e lasciate ai margini. E’ compito aperto a riconoscere, fare attenzione e lasciarsi provocare dalla profezia diffusa e quotidiana.

Ci sono profeti in ricerca voci che si aprono all’ascolto: tra di esse ricordo la voce di Thomas Merton (1915 – 1968) recentemente ricordato a ‘Torino spiritualità’ da don Mario Zaninelli.E’ stato uno tra i principali autori di spiritualità del ventesimo secolo. Nacque il 31 gennaio 1915 in Francia, a Prades, da padre neozelandese e madre americana. La sua vita può essere suddivisa in tre fasi: quella della formazione culturale, prima in Francia poi in USA e il battesimo a ventitré anni a cui seguì l’ingresso nei Trappisti all’Abbazia del Gethsemani, Kentucky, dove nel 1941 ricevette il battesimo e venne ordinato presbitero nel 1949. Una seconda fase è la sua esperienza monastica di cui egli parla nella sua autobiografia ‘La montagna dalle sette balze’ (1948), e in scritti di spiritualità. Infine l’ultima parte della sua vita, a partire dal 1965, vissuta nell’apertura all’operare per la pace e nella ricerca del dialogo interreligioso. Nel suo Diario di un testimone colpevole scrisse: «Purtroppo molti credono che la vita contemplativa sia pura e semplice ‘clausura’ e immaginano i monaci come piante di serra coltivate in una vita di preghiera gelosamente protetta e surriscaldata spiritualmente. Bisogna invece ricordare che la vita contemplativa è prima di tutto vita, e che la vita implica apertura, crescita, sviluppo”.

E così motivava nel medesimo scritto la sua apertura ad orizzonti di rapporto con diverse tradizioni religiose: «Se la Chiesa cattolica rivolge lo sguardo al mondo moderno e alle altre Chiese cristiane, e se forse per la prima volta prende seriamente in considerazione le religioni non cristiane così come sono, è necessario che almeno qualche teologo contemplativo e monastico porti un proprio contributo alla discussione. È appunto ciò che voglio tentare… presentando i problemi contemporanei nella visione personale di un monaco. La singolarità, l’esistenzialità e la poeticità della loro impostazione s’inquadrano perfettamente nella visione monastica della vita». Questo impegno condusse fino alla sua morte nel 1968 a Bangkok. Stava scrivendo il suo scritto ‘Diario asiatico’, il diario del suo viaggio in Oriente vissuto come pellegrinaggio di vita e in ricerca di dialogo, pubblicato dalla casa editrice Gabrielli di recente: una parola di profezia e di rinnovamento.

C’è un perdere che è cammino di realizzazione della vita. Non si tratta di aumentare e di arricchire, ma di lasciare spazio, di accontentarsi di meno, di togliere ciò che è superfluo e inutile, di limitare non solo la necessità di tante cose, spesso inutili, che appesantiscono, ma anche di divenire semplici nel cuore, capaci di accogliere. La scoperta di autenticità di vita passa attraverso un cammino di essenzialità, di recupero di ciò che conta veramente, e questo va di pari passo con l’attenzione agli altri, con l’incontro con i poveri, con chi è più piccolo. Le dure parole della lettera di Giacomo rivolte ai ricchi che opprimono il giusto richiamano ad uno stile di vita in cui la relazione con gli altri è decisiva: non si può vivere nel disinteresse nell’indifferenza e agendo con sfruttamento e oppressione. Ogni tesoro diverrà ruggine se non si vive nell’orizzonte della responsabilità e della condivisione.

Alessandro Cortesi op

XXIII domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1183Is 35,4-7a; Gc 2,1-5; Mc 7,31-37

L’aprirsi degli occhi di un cieco, le orecchie di un sordo che si schiudono, il saltare di gioia di uno zoppo, l’urlo dalla lingua di un muto: sono situazioni impensabili, capovolgimenti, interruzioni di esperienze di limite e dolore. Sono immagini di liberazione, di superamento di qualcosa che rinchiude. E’ scioglimento di quanto era legato, apertura a possibilità impensata di relazioni, inizio nuovo di vita. Da qui la possibilità di un’esperienza fatta di vedere, ascoltare, di voci e gesti, tessuta di gioia. Sono figure che indicano un tempo, un mondo nuovi, dove è posto un termine a condizioni di male e ad ogni sofferenza subita. Non è solo superamento del limite, ma anche fine dell’emarginazione a cui sordi, ciechi e zoppi, tutti i menomati, i feriti, tutti coloro che nella vita recano il peso di qualche handicap, sono costretti quali vittime. Sono immagini per indicare l’esito di un’azione di Dio che irrompe e fa sorgere l’inatteso e l’inimmaginabile.

La natura tutta è trasformata, il deserto si trasformerà in giardino, il suolo arido si muterà in sorgenti d’acqua, fuggiranno tristezza e pianto e regneranno gioia e felicità. Certamente questo testo può essere guardato come una grande illusione, una magnifica proiezione di un mondo alternativo pensato e sognato per fuggire il reale. Il sogno di un mondo diverso per chiudere gli occhi di fronte al dramma del presente, di fronte allo scandalo del male. La presentazione di una utopia immaginaria per dimenticare il peso della sofferenza. Per Isaia non è illusione delineata per negare la durezza e il male, ma è parola che parla di Dio, del suo stare contro ogni realtà che piega e fa soffrire. E’ parola su Dio e per questo diventa parola che indica un orizzonte di speranza radicato nella memoria di un incontro e di una promessa che viene da Dio. Tutte le immagini sono riferite ad un’attesa: verrà qualcuno, il Signore stesso di fronte al male non lascia soli i suoi figli e non dimentica: ‘egli viene a salvarvi’.

Le parole di Isaia sono invito a scorgere le tracce di una presenza pur nella consapevolezza del dramma del presente. Il Signore visita e apre il vero senso alla vita come gioia dell’incontro lottando contro tutto ciò che è male. Tutte le immagini indicate esprimono una salvezza posta non solo in un futuro da attendere ma in un venire già in atto nella presenza del Dio che libera e salva. E’ pagina che ricorda lo stile di Dio: nella storia di Israele è colui che si è fatto vicino, è venuto. Così verrà, ma è anche colui che continuamente viene. E’ una parola che incoraggia nell’attesa: Dio in questa storia agisce come liberatore, è presente in tutte le scelte che aprono e liberano, e sarà lui infine ad aprire il senso più profondo di questa storia e cambierà ogni lutto in gioia. E’ un invito rivolto agli smarriti di cuore. Il senso della storia diviene annuncio di lotta per operare per ogni genere di liberazione, per sanare, per guarire e aprire a comunicare nel presente. Isaia rinvia ad un futuro ma questo futuro coinvolge già il presente e sta in rapporto con la memoria del chinarsi di Dio nel liberare Israele.

Marco nel suo vangelo presenta Gesù che agisce: il suo profilo è quello del profeta che si oppone radicalmente al male. Gesù incontra malati e persone che vivono il peso di handicap e chiusure. Sono molteplici gli incontri di Gesù che si lascia toccare dal male che opprime uomini e donne. Non si rapporta a loro come il terapeuta di fronte a casi clinico, ma nell’incontro scorge un volto unico, una storia con attese e domande, anche inespresse, desideri e sofferenze nascoste. Entra in relazione e apre a comunicare: è una relazione concreta fatta di contatto, di sguardo, di parole. Nel suo agire si dimostra guaritore ferito, sensibile a lasciarsi toccare dalla fatica e dal dolore di chi gli sta di fronte. Ascolta e agisce come chi, con la sua sola presenza, nel suo stare accanto rende visibile nel suo agire il volto di Dio che vuole il bene, che è pura positività e si oppone ad ogni male: libera, apre futuro, scioglie ciò che è tenuto legato, a partire dalle esigenze di vita. La sua passione è che le persone possano vivere una vita piena.

Marco legge il gesto di guarigione di un sordomuto come momento in cui si fa manifesto un tratto dell’identità di Gesù, e si attua un compimento delle promesse dei profeti sul messia: un messia che assume la vulnerabilità e vi entra, e se ne fa partecipe. Egli stesso, nell’incontro con chi è ferito, viene cambiato, toccato e ferito. Nel toccare viene toccato e prende su di sé quella storia.

L’incontro tra Gesù e il sordomuto avviene in una regione a Nord della Galilea, un territorio pagano: i gesti di bene e di salvezza di Gesù sono non solo per ‘le pecore perdute della casa d’Israele’, ma si aprono oltre i confini. Gesù non opera una magia e nel racconto vi è insistenza tuttavia su alcuni gesti concreti: Gesù tocca le orecchie del sordomuto con le sue dita, poi con la saliva gli tocca la lingua, guarda al cielo. Marco sottolinea poi che emise un sospiro, quasi un gemito che sorga dalla compassione: “e disse ‘Effata’ cioè ‘apriti’. Subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della lingua e parlava correttamente”. Il suo desiderio è che la vita di ognuno possa aprirsi: è un’apertura del cuore, di tutte le dimensioni della persona.

Per quel sordomuto, chiuso nel suo limite, incapace di comunicare e di dire la sua sofferenza, l’incontro con Gesù apre a poter entrare in relazione in modi nuovi: si apre una via per divenire se stesso. La salvezza donata passa attraverso e si rende presente nella risposta alle domande di una vita buona e dignitosa e si attua a cominciare dalla risposta alle attese di liberazione. Passa per un coinvolgimento che investe la corporeità. Gesù compie i gesti della guarigione in disparte lontano dalla folla: la folla è spesso ostacolo ad un incontro autentico e personale con lui, addirittura allontana e fa da schermo.

Traspare così qualcosa dell’identità di Gesù, visto come il messia, colui che fa udire i sordi e parlare i muti ed inaugura il tempo nuovo sognato da Isaia. Ma ci parla anche dell’identità del discepolo di Gesù, di chi si mette a seguirlo: il compimento di tale seguire sta nell’ascolto, di Dio e degli altri e sta nel comunicare, nel passare dalla chiusura del silenzio e della separazione all’apertura che è via di incontro e comunione.

DSCN1135Alcune riflessioni per noi oggi

Viviamo anche oggi un tempo di smarrimento, di incapacità di ascoltare e vedere. Le parole di Isaia ci invitano a ritornare a ripercorrere i passi dell’esodo, l’esperienza dello scoprire la vicinanza del Dio che viene e fa nuove le cose, e la promessa che la nostra storia è orientata ad un incontro con il Dio della vita. Un’immagine in questi giorni si è imposta ad occhi che non vogliono vedere ad orecchie chiuse: è l’immagine di un bambino, scivolato dalle mani dei genitori nella traversata del mare tra la Turchia e la Grecia verso l’isola di Kos in uno dei viaggi di fuga e speranza. Veniva da Kobane città devastata e segnata dalla guerra in Siria. Un’immagine sconvolgente perché piena di normalità: le scarpine ai piedi, i vestiti in ordine. Ma anche sconvolgente perché interroga la normalità di chi non si lascia toccare, non vede e non ascolta il grido delle vittime oggi. Dietro a quell’immagine sta la tragedia di milioni di persone che chiedono di essere viste e ascoltate da tutti noi. E’ denuncia dell’indifferenza ed è richiamo alla responsabilità che Dio ci affida per una storia in cui ogni vita possa aprirsi. Dietro a quel volto senza vita sta la domanda di tanti che chiedono aiuto, attenzione, solidarietà, scelte concrete per dare possibilità di fuggire da guerre e miseria. Interrogarsi su cosa significa salvezza per noi oggi può trovare vie di risposta solo a partire dalle vittime: extra victimas nulla salus.

L’aprirsi di un sordomuto alla parola e all’ascolto è un esempio del cammino di divenire persone: crescere in umanità è scoprire la relazione, imparare a comunicare, divenire capaci di ascolto e di rivolgere una parola che dia spazio alle parole degli altri e crei ponti. Divenire capaci di parole dell’amore è ciò che fa fiorire la vita. E’ tempo di inizio di scuola, tempo di ripresa delle attività: c’è un cammino educativo presente nella vita che non ha stagioni e non è mai concluso. E’ il cammino di una apertura ad uscire da quell’essere centrati su di sé e chiusi che oggi segna in modo pesante la vita. La sfida dell’educare oggi in ogni ambiente, con giovani e anziani è quella di una apertura a scoprire quanto ci lega agli altri e alla promessa di Dio, una promessa di relazione e comunione.

Aprirsi all’ascolto di Dio e degli altri implica una concretezza di scelte: la lettera di Giacomo provoca a mettere al primo posto coloro che nella vita non ce la fanno, tutti coloro che vivono in forme diverse chiusure e sordità. Tale incontro provoca a scoprire la vulnerabilità di ognuno e cogliere come proprio nella povertà riconosciuta si apre la possibilità della condivisione e della comunione che è il senso profondo della salvezza. Il mondo nuovo che i gesti di Gesù hanno indicato cresce nei piccoli gesti e nelle scelte del nostro quotidiano.

Alessandro Cortesi op

VI domenica di Pasqua – anno B – 2015

Ekta sn(Federico Zuccari, Il sogno di Pietro, Cappela paolina, Vaticano)

At 10,25-27.34-35.44-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

‘Alzati anch’io sono un uomo’. In queste parole di Pietro è racchiuso un passaggio fondamentale nel cammino di fede di Pietro e di ogni discepolo. E’ una scoperta e l’apertura di un orizzonte di spiritualità. Negli atti degli apostoli la spinta dello Spirito Santo ad uscire e ad entrare nella casa del pagano Cornelio è presentata come un sogno e una visione simbolica. Ma è una mozione del cuore: Pietro scopre così come Dio chiama ad uscire. Supera una spiritualità della distanza e della separazione. E’ invece chiamato ad incontrare, ad oltrepassare barriere, a non considerare nessuno escluso dallo sguardo di Dio. Quando poi entra in quella casa e si trova di fronte a Cornelio vive una seconda grande scoperta: ‘anch’io sono un uomo’. Pietro scopre che il loro cammino è comune: c’è una medesima condizione di umanità. Per questo sono vicini e solidali in nel medesimo cammino umano. E’ un cammino segnato dalla presenza dello Spirito che agisce nei cuori, suscita movimenti nuovi, apre a riconoscere proprio nell’incontro il luogo in cui incontrare la fede in Gesù risorto. Pietro, che avvertiva nella sua vita la responsabilità di testimone di Gesù e del vangelo scopre che lo Spirito agisce precedendo ogni attività umana ed ogni sua iniziativa. Il suo essere testimone si attua nel riconoscere l’agire di Dio che non fa preferenze e di persone. Scopre così che vi è chi segue Gesù perché segue i sentieri della giustizia, scopre che lo sguardo di Dio è molto più ampio di quello degli uomini. Chi nella sua vita è orientato alla ricerca del senso profondo dell’esistenza, chi ascolta la voce della coscienza dove Dio parla ad ogni uomo e dona, chi si lascia illuminare dalla luce della ricerca del bene, della giustizia, chi vive l’amore nei suoi aspetti di dedizione e servizio è accolto da Dio: Dio non fa preferenze. Chi pratica la giustizia nella sua esistenza attua la parola di Gesù anche senza averlo conosciuto. Pietro scopre così che lo Spirito di Gesù opera al di fuori delle frontiere in cui si cerca di definire la comunità. Questa pagina presenta non solo e non tanto la conversione di Cornelio, battezzato lui con tutta la sua famiglia, quanto piuttosto della conversione di Pietro, che si apre alla meravigliosa scoperta che Dio non fa preferenze di persone: il suo disegno di salvezza non è limitato ad un popolo o ad un gruppo.

Si apre un nuovo modo di intendere la missione: Pietro scopre che la missione non è una attività, un fare qualcosa ma la sua vita, la vita della comunità è coinvolta in un movimento che la precede e che l’anima: è la missione dello Spirito che sempre precede e spiazza. essere apostolo, mandato, non è un privilegio, non pone in una condizione di superiorità davanti agli altri. Nell’incontro con Cornelio scopre ‘anch’io sono un uomo’, e dicendo questo riconosce l’importanza di questo incontro per il suo stesso cammino.

tutto ha la sua radice e la sua origine in un dono. ‘Non siamo stati noi ad amare Dio’: è affermazione semplice, scarna, sconvolgente. Di fronte ad essa vengono meno tutte le pretese che la fede – in quanto risposta a questo amore – sia in qualche modo un possesso e un’opera umana. E’ questo il punto di arrivo e di partenza di ogni cammino che si confronti con il vangelo. La possibilità di trasmettere qualcosa di tutto ciò deriva fondamentalmente dalla consapevolezza, di stare dalla parte di chi riceve. E’ un altro modo per dire quanto Pietro nella pagina di Atti disse al centurione: ‘sono soltanto un uomo’.

‘Rimanere’ è idea che percorre tutto il IV vangelo. Al cuore della vita umana sta un desiderio di relazione, in Dio e con gli altri. L’immagine della vite, dove scorra un’unica linfa che unisce i tralci, esprime questa idea. Rimanere nell’amore di Gesù, come i tralci sono inseriti, è chiamata ad un incontro intimo e personale con Gesù: questa immagine suggerisce il tratto di un rapporto personale profondo e rinvia ad una responsabilità personale. C’è un rapporto unico di ogni uomo e donna con Cristo. Questo incontro diviene evento comunitario, di chiesa. Gesù supera ogni tipo di servitù ed usa sono i termini dell’amicizia:, annuncia che tutto quello che potrà essere vissuto rimanendo in lui, è frutto di una vita che viene da altrove e permea la nostra storia, incarnazione che continua. Seguire lui si apre allora ad essere esperienza che fa percorrere i cammini dell’amicizia e della relazione. Osservare i comandamenti si traduce nel rendere testimonianza dell’amicizia che si riceve da lui e diviene chiamata a comunicarsi.

Le due foto, una accanto all’altra che hanno occupato le prime pagine dei giornali nei giorni scorsi, della nuova nata dei reali d’Inghilterra, Charlotte Elizabeth Diana e della bambina nata durante il salvataggio di un gruppo di migranti sui barconi nel Mediterraneo, chiamata Francesca Marina, con rinvio a quel mare dove la mamma l’ha partorita e alle persone che l’hanno aiutata in quelle condizioni, è motivo di riflessione. Dio non fa preferenze di persone. Lo stile di Dio dovrebbe divenire stile di chi su questa terra cerca di prolungare la sua passione, la sua attenzione, il suo sguardo di amore che è per tutti, nessuno escluso. I volti di queste due bambine sono i volti della disparità di condizioni, sono la denuncia anche dell’ingiustizia che è frutto di scelte e di un sistema di iniquità che genera impoveriti. Ma sono anche appello ad una cura a cui i volti di due neonate richiamano perché evidenziano la medesima condizione umana, i medesimi sogni aspettative, promesse racchiuse in una nascita.

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Alcune riflessioni per noi oggi

Oggi, provocati dal pluralismo delle fedi e delle convinzioni, le parole di Pietro hanno una particolare attualità: ci invitano ad essere preoccupati di accogliere le spinte dello Spirito ad incontrare a scorgere nei diversi percorsi religiosi e culturali la presenza dello Spirito, a ricomprendere la stessa testimonianza come dialogo profetico oggi. C’è una accoglienza del vangelo che cresce nel tempo e nell’incontro con l’altro diviene occasione di una conversione insieme, sempre nuovamente da attuare.

Un documento recente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso (22 aprile 2015) indica come oggi più che mai, proprio nel tempo in cui la violenza e la barbarie si coprono di motivazioni religiose, è necessario attuare il dialogo, a partire dal dialogo della vita, possibile per tutti nella quotidianità:

“Gli avvenimenti di questi ultimi tempi fanno sì che molti ci chiedano: “C’è ancora spazio per dialogare con i musulmani?” La risposta è: si, più che mai. Prima di tutto perché la grande maggioranza dei musulmani stessi non si riconosce nella barbarie in atto. Purtroppo oggi la parola “religione” viene spesso associata alla parola “violenza”, mentre i credenti devono dimostrare che le religioni sono chiamate ad essere foriere di pace e non di violenza. Uccidere, invocando una religione, non è soltanto offendere Dio ma è anche una sconfitta dell’umanità. (…)In tale contesto siamo chiamati a rafforzare la fraternità e il dialogo. I credenti costituiscono un formidabile potenziale di pace, se crediamo che l’uomo è stato creato da Dio e che l’umanità è un’unica famiglia e, ancor di più, se crediamo come noi cristiani che Dio è Amore. Continuare a dialogare, anche quando si fa l’esperienza della persecuzione, può diventare un segno di speranza. (…) Dobbiamo avere il coraggio di rivedere la qualità della vita in famiglia, le modalità di insegnamento della religione e della storia, il contenuto delle prediche nei nostri luoghi di culto. Soprattutto la famiglia e la scuola sono le chiavi perché il mondo di domani si basi sul rispetto reciproco e sulla fraternità”.

Così Salvatore Natoli, filosofo, in una lettura laica, offre una chiave per entrare nell’incontro tra Pietro e Cornelio: È cristiano chi pratica giustizia e misericordia – almeno lo dovrebbe – ma lo stesso fa o può fare chi cristiano non è.Vi è, dunque, un sentimento di comune umanità che spinge gli uomini a essere d’ausilio gli uni per gli altri; il cristianesimo non fa altro che portare questa disposizione ad evidenza e la ribadisce a fronte della sua dimenticanza. Riconoscersi peccatori null’altro è che divenire consapevoli della nostra incapacità d’amare. Esiste, allora, un terreno comune che, a prescindere dalle diverse fedi, può permettere agli uomini di vivere gli uni per gli altri nella pace. A quest’esito si può giungere per diverse vie e ognuno può trovarne una sua propria, senza però mai pretendere che sia l’unica e vera. Dice, infatti, Pietro: «Forse che si può proibire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?» (Atti 10, 47). Notare: hanno ricevuto lo Spirito non da noi, ma «al pari di noi»…” (La salvezza è per tutti. E l’apostolo accettò una religione ‘laica’, in “Avvenire” 5 maggio 2015).

Alessandro Cortesi op

Presentazione del Signore – anno A – 2014

800px-Bellini_maria1Giovanni Bellini, Presentazione al tempio, 1459, Galleria Querini Stampalia – Venezia
Mal 3,1-4; Sal 23; Eb 2,14-18; Lc 2,22-40

Malachia annuncia la figura di un messaggero angelo dell’alleanza, mandato a preparare la via: ‘e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; l’angelo dell’alleanza che voi sospirate’ (Mal 3,1). Il quadro è grandioso e compito di tale messaggero sarà l’irruzione nel tempio per ristabilire che i sacrifici siano compiuti secondo una logica di fedeltà a Jahwè: ‘perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia’. E’ il quadro di un’irruzione di potenza e di gloria, forse di Dio stesso, o di una figura messianica, e la questione centrale è quella del sacrificio dell’offerta a Dio.

Molto diversa la scena che Luca propone nella presentazione di Gesù, il suo ingresso nel tempio. Ma non si tratta di tornare ai sacrifici antichi. La sua entrata apre una interruzione e una novità. Il contesto spaziale e simbolico è Gerusalemme e l’ambiente del tempio. Il tempio, luogo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, spazio dell’incontro con il Dio dell’alleanza. Luca fa iniziare l’intera vicenda di Gesù a Gerusalemme, nel tempio, con l’annuncio a Zaccaria prima e nella presentazione di Gesù. A Gerusalemme il cammino di Gesù è diretto, e proprio a Gerusalemme si concluderà drammaticamente, fuori dalle mura, sulla croce. A Gerusalemme Luca situa gli incontri con il risorto e la ascensione di Gesù al cielo, inzio di una assenza che diviene presenza nuova nello Spirito. Da lì invia gli apostoli nella forza dello Spirito ad essere testimoni della risurrezione.

Gesù è condotto al tempio per adempiere la legge di Mosè che prevedeva la purificazione della madre dopo il parto e l’offerta a Dio del figlio primogenito, una offerta di poveri. Il riscatto costituiva il rito di un’offerta a Dio: a lui appartenevano tutti i bambini in riferimento alla liberazione dall’Egitto. Ma mentre Gesù viene accompagnato per questo rito l’avvicinarsi di Simeone interrompe il rito. Simeone è presentato come uomo giusto, rivolto a Dio, e spinto dallo Spirito. Il suo gesto di prendere tra le braccia il bambino apre una manifestazione: la presenza di questo bambino è riconosciuta come luce di liberazione.

L’inno posto da Luca sulla bocca di Simeone è l’inno carico di stupore di un credente e rinvia ad alcuni passi del Primo Testamento, ad esempio al canto del servo di Jahwè di Is 49,6: ‘E’ troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza sino agli estermi confini della terra’ (cfr. Is 40,15; 62,6). Ma questo testo viene ripreso con una piccola ma importante modifica: i verbi non sono più coniugati al futuro, ma al passato. Simeone vede nel bambino che tiene tra le braccia già attuata quella promessa che aveva tenuto sveglia la sua attesa e che aveva guidato la sua speranza: ‘i miei occhi han visto la tua salvezza’. Non solo una presenza di salvezza per il popolo d’Israele ma per tutti i popoli. C’è un rapporto nuovo che inizia: i pagani , gli altri diversi, sono soggetti di una benedizione di Dio.

Il suo gesto, il prendere tra le braccia che è il gesto dell’accoglienza, è così visto da Luca come l’aprirsi di una nuova storia, un nuovo inizio: accogliere Dio è aprirsi all’accoglienza della sua tenerezza d’amore per ogni uomo e donna. La presenza di Gesù è per tutti i popoli. E’ questo il fine della lunga attesa. I due anziani Simeone e Anna scoprono che la loro attesa era tutta orientata ad una conversione di amore, di sguardo diverso all’altro. Due persone nel cuore del tempio aprono lo sguardo ad un disegno di Dio il cui tempio è l’umanità. La salvezza che Gesù testimonia è per gli estremi confini della terra.

Simeone indica in quel bambino un segno di contraddizione, pietra di inciampo: qualcuno lo accoglierà, altri lo rifiuteranno. E’ l’annuncio dello scontro che si apre di fronte al volto di un Dio che sceglie la via della debolezza e dell’inermità per comunicarsi a noi. E’ una accoglienza e rifiuto che si gioca in ogni tempo e in ogni tradizione religiosa nel contrasto tra l’apertura all’amore che si fa vicino e apre vie di pace e la chiusura dell’esclusivismo e della violenza contro l’altro.

Aprirsi a questo bambino come ‘luce per tutti i popoli’, è entrare nella logica della fede e guardare il suo volto e tutta la vita con la luce che viene da lui stesso: ogni rifiuto ha alla sua radice un modo diverso di pensare a Dio. Il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei padri è il Dio che si comunica nella storia e si fa incontrare nel piccolo segno del bambino così come alla nascita e nei segni apparentemente insignificanti di volti indifesi. Il volto del bambino Gesù indica già la povertà della sua vita e il suo cammino fino alla croce. E’ il Figlio che condivide le debolezze e i fallimenti del nostro vivere e presenta un volto di Dio difficile da accettare, perché si fa piccolo e povero.

Simeone e Anna sono persone anziane, segnate dagli anni, ma la loro vita è percorsa dall’attesa. Si sono affidati alla promessa del Signore durante la loro esistenza: sono tra i ‘poveri’ che si affidano solo a Jahwè. Simeone è giusto perché fedele nel tempo. La sua attesa di incontro con Dio lo ha fatto rimanere aperto. Attendeva la liberazione di Israele: al centro della sua attesa sta la memoria dell’esodo, l’incontro con il Dio dell’alleanza. E quella liberazione lo apre ora ad orizzonti più ampi di quelli che aveva sperimentato.

Dietro al riferimento all’attesa della liberazione d’Israele soggiace un riferimento alla legge del riscatto di Es 13,13 34,20 e Num 18,15. Con l’offerta rituale nel tempio Gesù sta già attuando il riscatto e la liberazione per tutto Israele e si vede già in tale gesto il senso profondo della croce quale evento di solidarietà e di amore: una esistenza offerta in fedeltà a Dio e in soldarietà ai poveri. Gesù compie l’offerta totale di sè al Padre a Dio per tutto Israele e per tutti i popoli: è lui il primogenito di una moltitudine di fratelli.

C’è una vicenda nuova che si sta facendo strada attorno a Gesù: Simeone è presentato come un uomo che si lascia condurre nella creatività e nella gioia dello Spirito. Anna serve Dio notte e giorno nella preghiera ed è presentata come profetessa, donna che vive la parola di Dio nella sua vita e sa leggere i segni del presente come luogo della presenza di Dio che chiama. In lei Luca vede realizzarsi l’attitudine di ogni credente che si lascia illuminare da Gesù: ‘si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la liberazione di Gerusalemme’. Il credente per Luca è capace di lode e di un parlare che si apre oltre ogni confine come parola che libera ed accoglie attese di liberazione.

La narrazione delle due infanzie, del Battista e di Gesù, presentate da Luca come un dittico nei primi capitoli del suo vangelo, è popolata di anziani: Zaccaria, Elisabetta, Simeone, Anna… In questo mondo, carico di anni, c’è la vita che nasce. Ma questi anziani sono anche il simbolo di una storia che attende. Simeone è un anziano con un cuore aperto e attento: come Abramo si lascia muovere dallo Spirito e accoglie la novità della benedizione di Dio che lo raggiunge non nella grandiosità del tempio, ma nella debolezza di un bambino. Recandosi nel cuore del tempio riconosce nel bambino, che accoglie tra le sue braccia, la luce delle genti.

Da questa pagina potremmo accogliere alcuni percorsi per noi:
Simeone è spinto dallo Spirito: lo Spirito si rende presente nella nostra vita in molti modi soprattutto nelle intuizioni che ci fanno uscire, andare verso, per accogliere. Dovremmo scoprire la fedeltà allo Spirito che apre cammini nuovi.

Simeone prende tra le braccia il bambino: prendere in braccio è gesto di accoglienza e gesto di chi sa scorgere la presenza di Dio nei piccoli segni. E’ gesto di custodia, di attenzione e di coinvolgimento. Il volto di quel bambino rinvia al volto di tutti gli indifesi in cui si rende vicino il volto di Dio per chiamarci a riconoscerlo e a scoprire in loro luce nuova nella nostra vita.

Luce per illuminare le genti: il passaggio ai pagani è il grande passaggio che la comunità di Luca vive e che Luca presenta in questa scena posta nell’infanzia di Gesù. Oggi ci sono passaggi nuovi che siamo chiamati a compiere: il passaggio a leggere e accogliere il vangelo in situazioni nuove dal punto di vista umano e storico, con linguaggi nuovi, in un mondo non più dominato dalla cultura greca e latina. Un mondo sempre più interrelato e in cui l’incontro tra i popoli è luogo di una chiamata di Dio. C’è una promessa per tutti i popoli e le genti da saper ascoltare, da accogliere come benedizione e su cui rispondere con la nostra benedizione. Le parole ‘Ora lascia Signore che il tuo servo vada…’ indicano la scoperta che apre un nuovo cammino. Luca dice che questo si realizza in chi come Simeone e Anna è vecchio, carico di anni. C’è una freschezza del vangelo da accogliere non solo ad ogni età, ma da chi nel tempo ha saputo coltivare e continua a rimanere nell’attesa.

Alessandro Cortesi op

IV domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF3316Ger 1,4-19; Sal 70; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30

“Oggi si è adempiuta questa Scrittura”. Questa parola di Gesù, il suo prendere la parola in mezzo all’assemblea radunata attorno alla Scrittura è letta da Luca come il momento in cui Gesù si presenta, all’inizio della sua vita pubblica, come profeta di un tempo ultimo e di un tempo ‘visitato’. E veramente Gesù è profeta: si pone infatti in ascolto, come i profeti, legge la Parola, e non solo.

Ne dà infatti la sua interpretazione, tutta orientata verso un annuncio bello, di gioia, di liberazione. Riprendendo le parole di Isaia (Is 61,1-2) aggiunge alcune parole: dice che il compito dell’inviato è quello di rimettere in libertà gli oppressi. E ne lascia cadere altre: tutte le espressioni relative ad un giorno di vendetta e di ira. Gesù, in ascolto del Padre, ne racconta il volto, un volto amante, di cura, di accoglienza, di perdono, che apre le braccia in modo diverso a figli che non comprendono. Questo ha colpito Luca e la sua comunità che ne farà il centro del vangelo riprendendo la parabola del ‘padre misericordioso’.

E’ una lettura compiuta con autorità. E’ profetica perché si pone in ascolto di quella parola che non viene meno, rivolta dall’antico profeta del tempo del ritorno dall’esilio, ma è anche profetica in modo nuovo, perché Gesù propone un tempo nuovo, un ‘oggi’ di liberazione. Se da un lato c’è un libro, la Scrittura, quel libro, dice Gesù con il suo agire, diviene vita. Non è libro chiuso, luogo di una comunicazione intellettualistica senza rapporto con l’esistenza, ma è libro vivente, anzi parola che si fa volto, incontro, e trasforma il senso del tempo e della vita di chi ascolta. Libro aperto e leggibile a tutti, anche a chi nons al leggere, come il libro che è una vita.

Di fronte alla sua parola la reazione dei suoi, i suoi compaesani, è di meraviglia e di sconcerto. “Non è costui il figlio di Giuseppe?” Luca pone in bocca a Gesù una parola da cui traspare come egli intendesse la sua missione come quella di un profeta. E come tutti i profeti anche lui non può che trovare ostilità e sospetto in chi è chiuso, pretende di sapere tutto, si ritiene padrone della verità e non è disposto ad accogliere una testimonianza che rinvia alla Parola di Dio. Come i profeti di Israele e di ogni tempo anche Gesù vive l’incomprensione e il rifiuto.

Si potrebbe sostare su questo aspetto della vicenda dei profeti e di Gesù: Gesù è accolto dai lontani, da persone impensabili, fuori dagli schemi. Luca nel suo vengelo dirà che sono i pubblicani e le prostitute che lo ascoltano mentre i sapienti, i più vicini, i capi e le guide religiose mormorano e guardano con sospetto la sua accoglienza, il suo condividere mensa e tempo con gli irregolari. Così dopo il rifiuto di Nazareth Gesù indica due casi di stranieri che accolgono i profeti mentre questi ultimi non sono compresi e incontrano rifiuto e allontanamento da parte dei più vicini. E’ una vedova povera a dividere l’ultima farina e l’olio con Elia in tempo di carestia: in questo gesto Gesù scorge l’apertura all’ospitalità da parte di una donna straniera e pagana che fa spazio al profeta di Dio mentre egli è rifiutato dal popolo. Così pure Eliseo trova disponibilità e accoglienza in un comandante del re di Aram pagano, Naaman, lebbroso, proveniente dalla Siria, al di fuori di Israele, e opera così guarigione. Due gesti di salvezza, di liberazione e di vita nuova che si rendono possibili in un contesto di ospitalità, di apertura della propria casa e del proprio cuore, da parte di persone che si lasciano cambiare nell’incontro con l’altro, scorgendo nello sconosciuto un ‘uomo di Dio’ (2Re 5,15). E ci sarebbe da chiederci allora. Chi e dove sono oggi gli stranieri, gli irregolari, coloro che sono tenuti a distanza per motivi sociali, culturali o religiosi e che vivono invece una profonda disponibilità del cuore e attendono testimonianze di vangelo?

Potremmo anche cogliere, in questa vicenda, di Gesù, Elia e Eliseo e dei profeti quella costante che ritorna nella vita di tanti allontanati, emarginati e denigrati in vita e che poi sono santificati dopo la morte, magari dagli stessi che li hanno zittiti ed eliminati. Penso a tante figure di uomini e donne credenti, appassionati, a tanti teologi che hanno testimoniato – proprio per amore della chiesa – la necessità per la chiesa di riformarsi , di vivere una povertà evangelica, di attuare un ascolto della Parola e un dialogo con il proprio tempo, di non scambiare interessi e privilegi di potere con il vangelo, di ricordare e condividere l’impegno per la pace e le esigenze di umanizzazione. Sono stati e continuano ad essere ridotti al silenzio o messi ai margini per poi essere rivalutati in una retorica di circostanza dopo la loro morte o quando non sono più pericolosi. E’ la logica denunciata da Gesù che accusava Gerusalemme di uccidere i profeti e poi di costruire a loro monumenti dopo la loro morte: “Gerusalemme tu che uccidi  i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto” (Lc 13,34). Di taluni di essi è importante anche ricordare il nome: penso a Giuseppe Dossetti, nel centenario della sua nascita (1913) all’opposizione che riemerge nei suoi confronti, una delle figure che hanno vissuto con dedizione radicale la vita a servizio della chiesa e di una convivenza civile nella democrazia e nella pace. Penso a figure come Hans Küng di cui alcuni libri anche recentemente pubblicati (Salviamo la chiesa, Ciò in cui credo, ed. Rizzoli) sono limpida testimonianza di rigore di pensiero e di passione per la chiesa. Ma anche tante altre figure di testimoni e maestri, teologi e teologhe, uomini e donne.

Ma Gesù è anche rifiutato perché in lui vedono solamente ‘il figlio di Giuseppe’. Si aspettavano profeti come autori di azioni eccezionali ed eclatanti. I profeti del miracolo, della potenza, del clamore, uomini del soprannaturale o superuomini. Anche oggi la dimensione religiosa è scambiata per fenomeni di tipo miracolistico o eccezionale, per una ricerca di sacro come qualcosa di totalmente separato dalla vita. Gesù delude queste attese, non compie prodigi, offre solo gesti come segni: quando accoglie i malati lo fa in un contesto di fiducia e di quotidianità, i suoi gesti più belli sono la condivisione, fino a quel pane spezzato che dice tutta la sua vita. Gesù è veramente il figlio di Giuseppe, la sua vita ha percorso i medesimi sentieri nascosti delle nostre esistenze. E facendo questo ci ricorda che i profeti non devono essere cercati laddove c’è qualcuno che si proclama tale, o vive il vittimismo perché non è riconosciuto o si pone come trascinatore di folle o leader di comunità uniformi con la pretesa di essere la vera chiesa. Ci ricorda che la via per riconoscere i profeti è saper lasciarsi spiazzare dal ‘figlio di Giuseppe’, è avere occhi per scorgere la profezia che giunge da persone semplici, dai piccoli. Gesù stesso nella sua vita di Nazareth e nel suo silenzio, si identifica con i piccoli. Chi è povero, il mite, il nonviolento, chi si spende per gli altri, chi compie con fedeltà il suo lavoro non suscita interesse, non scuote, anzi spesso è guardato con l’aria di superiorità di chi pretende di sapere. Sono loro invece – ci dice Gesù – che trasmettono nella loro vita qualcosa di Dio stesso. Il profeta autentico sa ascoltare la parola di Dio nelle parole umane. Gesù apre così a scorgere gli autentici profeti nei piccoli, in tutti i ‘figli di Giuseppe’, uomini e donne della quotidianità, che non compiono cose eccezionali ma che nella loro vita, in gesti spesso nascosti e sofferti annunciano belle notizie di cura, di ospitalità, di liberazione, di vicinanza. Lì sta una profezia che esce dalle pretese di appartenenza, esce dai confini di tipo clericale e sacrale, deborda dalle divisioni tra ‘i nostri’ e ‘gli altri’. E’ la profezia del quotidiano, è una profezia suscitata dallo Spirito creativo che passa in mezzo a chi nutre violenza nel cuore, continuando il cammino. E’ la profezia dal respiro ampio che non s’impone ma si lascia scorgere in percorsi umani tra i più diversi. La reazione di Gesù di fronte all’incapacità degli abitanti di Nazareth è apertura a quella parola ‘Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito’ (Num 11,29): è espressione del suo desiderio di aprire occhi e cuore a scorgere che Dio agisce nei cuori in modi inafferrabili, che egli solo sa, e fa sorgere i suoi profeti là dove non ci aspettiamo, per cambiare le vite, per scuoterle da ogni ricchezza e pretesa e aprirle ad una disponibilità mite.

Alessandro Cortesi op

XXVI domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Num 11,25-29; Sal 18; Gc 5,1-6; Mc 9,38-48

“Erano rimasti due uomini nell’accampamento, uno chiamato Eldad e l’altro Medad. E lo Spirito si posò su di loro, erano fra gli iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda. Si misero a profetizzare nell’accampamento…”. Fuori della riunione Eldad e Medad sono riempiti del dono dello Spirito e ne diventano portavoce.

E’ una storia affascinante quella di Eldad e Medad, rimasti nell’accampamento e assenti alla convocazione di Mosè. E’ una storia dello Spirito di Dio, cha va a posarsi dove vuole, che scende anche al di fuori delle appartenenze chiare e definite. I due profetizzavano, lontani dalla convocazione di Mosè, dalla tenda: le loro parole e i loro gesti richiamavano  alla chiamata di Dio, alla sua parola, all’alleanza. C’è quindi una presenza dello Spirito che è libera, non è racchiusa all’interno di gruppi e convocazioni riconosciute.

La profezia di Eldad e Medad trova però la reazione di Giosuè: “Mosè, mio signore, impediscili”. E’ la reazione di chi divide il mondo tra ‘i nostri’ e ‘i loro’. E’ l’attitudine della paura che qualcosa avvenga a disturbare un ordine stabilito in strutture umane. E’ anche l’orientamento di chi pensa di sapere cosa lo Spirito di Dio deve fare e come deve attuarlo. E’ un modo di pensare meschino che non si apre ad accolgiere la novità di Dio, sempre più rgande dei nostri piccoli progetti, e ssempre oltre le nostre chiusure. Lo Spirito stesso viene imprigionato dentro a programmi e suddivisioni stabilite da uomini. Ma lo Spirito – vuole indicarci questo racconto – varca i confini, disorienta gli ordinamenti fissati, non si lascia trattenere. Lo Spirito si posa e genera profezia anche al di fuori dei gruppi stabiliti e dei soggetti designati.

Mosè così risponde a Giosuè: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore”… Viene così smascherato il motivo di fondo della reazione di Giosuè: è gelosia. E’ quel sentimento che vuole trattenere anziché lasciare andare, che rinchiude anziché riconoscere una presenza dello Spirito e di bene oltre le proprie pianificazioni. Lo Spirito non può essere tenuto dentro, chiede di essere lasciato andare e di essere seguito nella sua libertà e creatività.

Ma anche Mosè apre ad un nuovo orizzonte: “fossero tutti profeti…” cioè la profezia non è dono riservato. Lo fossero tutti, profeti nel popolo di Dio… Queste parole hanno la carica di una attesa, di una speranza e di un promessa. Ricordare la parola di Dio, richiamare il senso profondo dell’esistenza umana in rapporto ad un Tu amante, lasciarsi fare voce dello Spirito e delle sue chiamate non è dominio esclusivo di qualcuno, è dono diffuso, attraversa il popolo…Fossero tutti profeti è allora un augurio ma anche una promessa, la promessa di un dono che penetra i cuori e li rende capaci di farsi voce anche inconsapevole della forza inesauribile e sempre nuova dello Spirito nella storia e nella creazione.

Anche Gesù si trova a rispondere a chi ragiona secondo la logica dell’appartenenza e dell’esclusione, quella logica di chi, come Giovanni uno degli apostoli, dice: “non è dei nostri, non ci segue”. “Maestro abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”. Gesù scardina questa impostazione ed apre a quello sguardo capace di Dio che non pretende di rinchiudere e di definire confini, laddove Dio apre a comunicazioni e a percorsi nuovi. “Non glielo impedite … chi non è contro di noi è per noi”. Traspare qui il modo di guardare di Gesù, il suo stile di autentica intelligenza delle cose, delle situazioni, delle persone. Il suo saper ‘guardare dentro’, leggendo e trovando il bene, aprendo a cammini di liberazione e di futuro. Gesù legge positivamente ogni gesto che si pone come espressione dello spirito che libera (quell’ “uno” visto da Giovanni scacciava i demoni mentre gli stessi discepoli non riuscivano a compiere gesti di liberazione).

C’è una profezia grande ed una profezia del quotidiano, racchiusa nel tessuto dei gesti ordinari, feriali: “chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico non perderà la sua ricompensa”. Un bicchiere d’acqua dato è luogo di un dono e di una apertura che viene indicata come autentica profezia.

Gesù richiama ad uno sguardo aperto e ad un respiro ampio. Critica chi vuole segnare confini e divisioni, con la pretesa di essere la vera comunità, in qualche modo di possedere la creatività di Dio e del suo Spirito. Poter pronunciare il nome di Gesù, cioè indicare il segreto della sua vita, va oltre i confini di appartenenze stabilite e visibili. Ci sono testimoni del nome di Gesù anche al di fuori delle delimitazioni visibili della comunità di Gesù stesso. E’ liberante questo sguardo e questo invito.

E ancora Gesù richiama i suoi ad una grande apertura ma anche ad una grande vigilanza: a non voler demarcare frontiere tra ‘chi è dei nostri’ e chi è nemico, e nemmeno pretendere che ‘tutti ci seguano’. Invita piuttosto a stare in ascolto dello Spirito che soffia dove vuole, a scorgere e ad accogliere il bene da dovunque proviene riconoscendolo con gratitudine. C’è un’azione segreta e diffusa dello Spirito che guida alla verità tutta intera. Ma anche richiama a stare attenti piuttosto a vivere la radicalità del vangelo, a rispondere in prima persona ad essere profeti, a non essere ostacolo e inciampo nella vita di alcuno. Gesù apre così ad un senso profondo di responsabilità, e ad uno sguardo sereno che non cerchi di trattenere il soffio dello Spirito. E’ questa forse l’indicazione di una attitudine di povertà come attitudine profonda, che coinvolge l’intera esistetnza e non solo la questione del possesso dei beni, a cui richiama la lettera di Giacomo, quela attitudine che sola rende accoglienti, aperti al bene da qualunque parte provenga, partecipi di un respiro di speranza. Per tutti.

Alessandro Cortesi op

 

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