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Solennità di tutti i santi – anno B – 2015

02r_03_02(Apocalisse – cripta della cattedrale di Anagni)

Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a

Le comunità che vivono nelle difficoltà e sperimentano la persecuzione verso la fine del I secolo nell’Asia minore si interrogano sulla loro fede. La promessa di Dio, la presenza del Risorto è operante, ma le sfide della violenza e della persecuzione nel contesto della dominazione imperiale sono faticose da sopportare. Pur immersi in una situazione che contraddice e pone interrogativi profondi alla fede è possibile scorgere un disegno di salvezza ed un cammino che richiede coraggio. Apocalisse libro di lettura profetica del presente, esprime tutto questo in immagini fortemente evocative: l’agnello ferito richiama Gesù partecipe delle sofferenze dei suoi: il crocifisso, segnato dal sangue della morte. Ma egli stesso, il medesimo, è anche il risorto, alzato in piedi da Dio che non l’ha abbandonato. Il medesimo è ferito e in piedi: agnello che ha inteso la sua vita come dono nella linea della nonviolenza.

Come lui anche le comunità convocate dalla sua parola nel tempo vivono la prova e la sofferenza. Al seguito di Gesù sono chiamate ad una via di servizio e di ferita – la kenosis come diventare nulla e percorso di debolezza -. In questo cammino sperimentano anche l’incontro con lui. Vivono così la certezza che Gesù passato attraverso la morte e vivente presso il Padre può sciogliere i nodi che tengono chiuso il libro della vita e della storia. Apocalisse così è un testo di ‘rivelazione’, non la ‘fine del mondo’, in cui si articola una lettura profonda della storia alla luce del vangelo.

Le pagine a tratti presentano una grande liturgia: è così al capitolo 7. Una moltitudine immensa che non può essere contata è al centro di una visione, la moltitudine di tutti i testimoni: “Dopo queste cose vidi: ecco una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: la salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’agnello”

E’ una grande immagine della chiesa vista non come gruppo a parte, separato, esclusivo, ma come popolo, moltitudine di convocati a condividere da ogni orizzonte la bella notizia della salvezza. Una moltitudine raccolta per divenire allargamento di invito e di condivisione. Le provenienze sono da tutti i popoli e lingue. Non vige una logica di esclusione, ma vi sono provenienze diverse, da luoghi lontani, da lingue e popoli tra cui si attua un incontro nuovo, fatto non di esclusioni, ma di intreccio di differenze.

La palma nelle mani di coloro che compongono questa moltitudine rinvia alla testimonianza: sono coloro che hanno percorso la strada di Gesù agnello inerme e indifeso. Al centro di questa assemblea che unisce provenienze da ogni confine della terra, compimento della promessa dei profeti stanno Dio e l’agnello: solo Dio e l’agnello sono da adorare nessun’altra potenza terrena politica o religiosa. E’ una festa con al centro la pasqua. La pasqua di Cristo, la sua morte e risurrezione, diviene la pasqua del credente e della comunità che vive nel tempo il morire e risorgere con Gesù e nel tempo celebra con uno sguardo oltre il tempo stesso.

“Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è.”

Le parole di Giovanni richiamano l’itinerario della fede, tra un ‘già’ sperimentato nel presente, ed un ‘non ancora’ da attendere, da costruire, anche da affrettare. Sin d’ora siamo figli di Dio, partecipi di una relazione come i figli e le figlie vivono in rapporto ai genitori. Per ogni volto c’è un nome che ha i tratti dell’amore e della scelta. E’ nome unico perché Dio l’ha pronunciato chiamando alla vita. Un nome che non è punto di arrivo, definizione di una identità data, ma una promessa, un seme chiamato a crescere e fiorire, annuncio di vita e di futuro. Quel nome richiede cura e nutrimento, luce e spazio: la chiamata si apre ad una crescita. chiamata fondamentale sta nel diventare simili al volto di Cristo che ha fatto della sua vita un dono. Ancora non è rivelato il nostro volto più profondo. Nell’incontro con Cristo – che significa vivere lo stile di amore che Gesù ha vissuto – può trovare compimento il nome ricevuto. Nel percorso della vita si apre un cammino che è divenire simili a lui volgendo lo sguardo per lasciare che la sua luce sia cambiamento. Contro ogni forma di pensiero chiusa e fissata, qui la vita è delineata come cammino, movimento, luogo in cui si attua una gradualità di consapevolezza, responsabilità, dono.

La vita dei credenti si colloca in una attesa fatta di dolore talvolta, e affidata come responsabilità. C’è un dolore perché non si vede. Il nostro vedere è incapace di scorgere avanti: quello che saremo ancora è sconosciuto. Ma c’è anche un’attesa che richiama un’esigenza di risposta, perché la speranza è affidamento all’impossibile di Dio. Nel riconoscere le tracce dell’amore di Dio, quello che – dice Giovanni – abbiamo veduto, sperimentato nello scendere e servire di Gesù si apre la possibilità di scorgere che gli occhi possono essere aperti. La nostra vita va verso una comunione tra di noi e con Lui. Il vedere diviene esito di un cammino in cui lo sguardo si è lasciato formare e cambiare nell’affidamento.

“Beati i miti perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati”.

Gesù propone un orizzonte nuovo per la vita: quello della felicità. I poveri in spirito, quelli che sono nel pianto, i miti, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia, ‘tutti voi quando vi insulteranno’… sono chiamati a rallegrarsi. E’ felicità particolare: non è la felicità quale privilegio di chi sta bene e si disinteressa degli altri mentre altri sperimentano la sofferenza soffre, ma è la felicità di chi intende al propria vita legata a quella altrui, di chi si prende cura, di chi si lascia coinvolgere e condivide la vita dei piccoli.

Gesù non vuole per nessuno povertà, persecuzione, ingiustizia. Annuncia invece che Dio prende le difese e si pone dalla parte di tutti coloro che vivono in situazioni di margine e svantaggio. E non dimentica nessuno. Si fa loro vicino, per liberarli, prende le loro parti. Dio ‘ha guardato alla condizione umile dei suoi servi’, di tutti coloro che si affidano a lui e non hanno potenza e ricchezza e strumenti di affermazione umani.

Questa è la ragione del rallegrarsi: vivere in tale orizzonte, anche se non si occupano i primi posti, anche se si è ritenuti falliti o perdenti, è stare sulla strada di Gesù. Le beatitudini parlano di lui, il vero povero, mite, puro di cuore. Chi si appoggia in lui e trova in lui il senso della propria esistenza può aprirsi ad una vita bella, ad una gioia profonda, ad un rallegrarsi autentico. Non perché le fatiche sono tolte o le difficoltà sono eliminate, ma perché è si è passati da una vita da schiavi nella paura sotto i ‘comandamenti’ ad una condizione liberata di sapersi amati, di essere partecipi della cura di Dio per i più piccoli e per chi non ha sostegni umani.

DSCN1477Alcune riflessioni per noi oggi

La festa di tutti i santi è festa di comunità, di incontro. C’è un rischio in questa festa di pensare ai santi ufficiali, e così nella considerazione della santità come condizione eccezionale, relegata in una sfera lontana dalla vita, esclusiva di mondi immaginati, soffusi di un aria di sacralità e proprie di persone particolari.

E’ rischio che svia dal pensare invece alla moltitudine immensa di ogni nazione, popolo e lingua che nessuno può contare. Perché i santi sono coloro che hanno vissuto la loro vita nella concretezza ordinaria, nella ferialità di compiti e lavori e incontri, comuni ad ogni uomo e donna. E santi sono i volti che hanno lasciato una traccia di bene, che hanno seminato affetto, che hanno costruito dignità per gli altri, che hanno speso tempo energie e competenze per un mondo nuovo.

Sono i santi a cui si rivolgeva Paolo nelle sue lettere, i membri delle comunità, con tutti i loro limiti, pregi e difetti, ma aperti ad un’opera più grande di loro, l’operare dello Spirito. E santi anche sono coloro che da popoli lontani, da provenienze sconosciute, da religioni diverse, hanno percorso i cammini dell’interiorità, della cura, dell’ospitalità, della nonviolenza, hanno costruito giustizia pensando ai più deboli, hanno cercato di tessere sentieri di riconciliazione. Santi sono credenti e non credenti che hanno vissuto secondo quella fedeltà alla propria coscienza in cui opera lo Spirito di Dio.

La vicinanza tra il giorno dedicato ai santi e quello dedicato al ricordo di chi è ‘andato avanti’, i defunti, ci provoca a considerare che quello che saremo ancora non è manifesto, ma anche coloro che nella loro vita hanno vissuto la fatica e il limite hanno potuto incontrare il volto di Cristo che li ha cambiati e trasfigurati.

Le feste di questi giorni sono tempo di grande speranza: una pausa nell’autunno, tempo di raccolta, di frutti che si ricevono, donati da una terra che non trattiene ma porta con generosità: i frutti dell’olivo, della vite, dei castagni sono memoria di frutti di vita, di bene che nell’anonimato di esistenze senza gloria è stato e viene seminato. Sta a noi riconoscere il dono e dire grazie.

Il termine ‘santità’ può essere tradotto allora come scorrere di una vita di Dio che non può essere definito e che pure sta al di dentro delle attese e delle azioni che fanno crescere uomini e donne, nella loro umanità, nella capacità di essere liberi, di sperimentare bellezza e armonia, di aprirsi ad un senso della vita nel cose semplici di tutti i giorni. Una vita così divina da essere in modo stupefacente umana. Come quella Gesù, che sapeva parlare dei fiori del campo per parlare di Dio e che sapeva indicare una casa con tanto spazio per dire il suo sogno di una vita che sin d’ora si attua come ospitalità e che sarà ospitalità conviviale in modi nuovi nel per sempre di Dio. Oltre ogni confine e oltre ogni esclusione che ogni tipo di gerarchia clericale o di dominio religioso tende a costruire…

Alessandro Cortesi op

XXXIII domenica tempo ordinario – anno B – 2012

Dan 12,1-3; Sal 15; Eb 10,11-18; Mc 13,24-32

Il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce… un linguaggio strano quello di Gesù in certi passaggi: è linguaggio di simboli che fanno pensare. Sono parole da interpretare al di là di un livello immediato. In esse è racchiuso uno sguardo che interpreta il presente e si spinge a scorgere oltre l’immediato: non c’è solo una storia di violenza e di tragedie che si susseguono e rendono vivo il senso del male e della distruzione, ma questa storia è orientata verso un orizzonte in cui l’ultima parola non sarà quella dei forti e quella del male. Ci sono cose grandi e potenti che incutono timore, come le grandi pietre del tempio, ma tutto questo si sgretola, viene meno. E c’è un contrasto radicale tra il venir meno delle potenze del mondo e del cosmo e la raccolta di chi viene e si china a raccogliere volti e presenze. Sarà raccolta in un incontro, in un raduno.

E’ linguaggio di apocalisse che non significa catastrofe ma rivelazione. Apocalisse è svelamento, lettura che toglie il velo ad una storia in cui è presente la violenza e la contraddizione e ne ravvisa il senso profondo e ultimo. Non quindi un discorso sulla fine dei tempi, ma un discorso su ciò che è ‘ultimo’. E l’ultimo non è qualcosa di lontano e disperso in un futuro irraggiungibile, ma è già qui. L’ultimo è il senso racchiuso nei gesti, nelle scelte, nelle parole di ogni giorno. L’ultimo non sta solo alla fine dei tempi ma è già presente nel tempo che ci è dato.

Con un linguaggio che sembra parlare della fine del mondo Gesù attira l’attenzione sul fatto che quanto sembra grande e invincibile viene meno e fa cogliere come la nostra vita può aprirsi ad un senso profondo che è in altre direzioni. Annuncia il volto di Dio che raduna, e parla di una presenza, il Figlio dell’uomo, come colui che viene e radunerà, da ogni estremità della terra e del cielo.

‘Dalla pianta del fico imparate… quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina’. L’estate è vicina: è la tenera attesa generata dai piccoli segni che nel momento dell’inverno e della prova, nel freddo, annunciano un tempo diverso e fanno vivere appesi all’attesa, protesi verso un ‘non ancora’ che però già spunta e si scorge nei segni da scorgere, da custodire con cura e attenzione, da lasciar crescere…

‘Sappiate che egli è vicino alle porte’. Non c’è solamente e non tanto qualcosa da sperare, ma l’attesa è rivolta a qualcuno. Nel suo venire, – Gesù descrive la figura del figlio dell’uomo come ‘il veniente’ – il tempo acquista uno spessore nuovo e diverso. Diviene spazio accogliente di un’attesa visitata. La nostra vita non va verso la solitudine ma verso l’incontro.

E’ una parola che invita a non restare prigionieri di una curiosità e di un’ansia tutta pagana di tenere sotto controllo tutto, il mondo e anche Dio: non si tratta più di guardare con terrore a quando e come sarà la fine del mondo. E spiegazioni e le previsioni della scienza non mancano. Sarà una grande catastrofe? Sarà una implosione di galassie? E neppure mancano le previsioni della fine che di tempo in tempo alimentano le paure collettive e le forme diverse di fuga dal pensiero della fine. Sembra che a Gesù tutto questo non interessi. Quanto a quel giorno e quell’ora nessuno lo sa… La fine è già qui: il venire del figlio dell’uomo si attua in un presente che rischia di scorrere via senza trovarci attenti a scorgerne la preziosità e l’importanza. Nell’ora che non sai c’è un venire, un farsi vicino, c’è qualcuno che può essere incontro da accogliere e ospitare. Il veniente si rende vicino nel volto dei venienti, dei migranti di ieri e oggi…

Per questo l’invito posto a conclusione del vangelo di Marco è quello di vegliare. Rimanere svegli nel tempo che ci è dato si connota come impegno a scorgere i piccoli segni che annunciano un venire che non fa stare soli, ma ci fa scoprire accolti.

Viviamo un tempo di crisi che reca con sé le paure per la fine del mondo. Si tratta piuttosto della fine di un mondo – generata da precise responsabilità e dall’egemonia di un sistema economico e finanziario che non regge più -. Ci appaiono grandi potenze che regolano le sorti dell’umanità: queste potenze vengono meno. Anziché affidarsi alle illusioni dei nuovi falsi profeti che invitano a riporre fiducia nei potentati e nelle logiche di una finanza che schiaccia i poveri, siamo invitati a stare svegli, a ripensare la vita nella conversione al vangelo. La crisi che viviamo, la fine di un mondo può essere occasione a esercitare la vigilanza: stare nella crisi non nella disperazione ma con lo sguardo lungo e profondo, lo sguardo che porta a cambiare la vita secondo modalità di sobrietà e di condivisione, che si pone dal punto di vista degli ultimi, che porta a nuove forme di solidarietà, che impara e accoglie la speranza che viene dal vangelo.

In ogni tempo i grandi potentati sembrano garantire e promettono sicurezza e futuro e d’altra parte forme di distrazione sono elargite da essi a piene mani (panem et circenses) per far sfuggire alle paure, per tranquillizzare a buon prezzo. Il paternalismo del potere è pervasivo e penetra profondamente condizionando modi di pensare e generando assuefazione e consenso. La parola di Gesù invita a scorgere una differenza: c’è qualcosa che passa e richiede uno sguardo capace di distanza, di indifferenza, ma anche di critica precisa e radicale. Ma c’è qualcosa che rimane: ‘le mie parole non passeranno’. C’è qualcosa di stabile a cui aggrapparsi: è una parola debole, che si espone ad essere considerata inutile e incapace nel quadro di un mondo dei dominatori e dei furbi, dei distratti e buontemponi. Ma è la debolezza dell’amore la parola più profonda della vita umana che rimane per sempre.

Attendere e vigilare. Sono due attitudini proprie del credente. Viviamo giorni in cui per chi vive a Gaza la fine del mondo è già presente e portata dai bombardamenti che colpiscono indiscriminatamente. I civili, le persone inermi sono coloro che pagano il prezzo di una spirale di ingiustizia e della violenza assurda che colpisce senza misura. In questo tempo siamo invitati a vigilare, a fare il possibile per fermare le armi innanziuttto e perché possano avviarsi nuovi percorsi di riconoscimento e di pace giusta. Anche e proprio nei momenti più faticosi l’invocazione dell’attesa Marana thà, ‘vieni Signore Gesù’ e l’impegno a vegliare e stare accanto a chi soffre si fa più urgente.

Alessandro Cortesi op

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