la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “arca”

VIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

img_2622(Beato Angelico, Discorso della montagna – Firenze san Marco)

Is 49.14-15; 1Cor 4.1-5; Mt 6,24-34

“Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”. All’origine della fede biblica sta la percezione di una presenza vicina. Il Dio dei profeti non idolo muto, non si confonde con un’entità impersonale, lontana, né ha il profilo di un dominatore assetato di pagamenti e sacrifici. Non è il ricattatore che minaccia terrore in cambio di sottomissione e per garantire tranquillità e pace. Per parlare di Dio i profeti riprendono esperienze umane. Così il volto di Dio ha un profilo femminile: come di donna che tiene in braccio un bambino, come di chi si prende cura delle piccole cose della vita. Se anche una donna potesse dimenticarsi del proprio figlio… “io non ti dimenticherò mai”. Dio ha volto umano, è qualcuno che non si dimentica. Il volto di Dio reca i tratti di un’umanità bella, di tenerezza e rispetto, dove non c’è traccia di possessività, dominio, violenza. E’ questa forse proiezione della nostalgia di bene presente nel cuore umano? O è accoglienza di un venire, di un manifestarsi che sta prima e da cui proviene anche ogni nostra nostalgia? Di gratuita comunicazione dell’origine che non è invenzione di ingegno umano ma scoperta da accogliere e custodire con stupore? Per l’esperienza dei profeti, uomini di fede, l’incontro con Dio apre a scoprire orizzonti nuovi della propria vita. La sua presenza non genera paura ma a Lui ci si può affidare, senza riserve. Nel suo sguardo di cura si può trovare un senso che non è un ideale, pur alto e nobile, ma è relazione di vita, incontro vivente. Dio si prende cura e non dimentica le sue creature.

E’ questa l’esperienza di Dio che traspare dalla vita di Gesù, uomo radicato nella fede dei suoi padri. Nei suoi gesti e nelle sue scelte traspare un’umanità serena, matura. Gesù non si lascia sommergere dalle cose. Non si lascia schiacciare da angustie e pesi. Il centro della sua vita non sta nelle cose, nell’inseguimento di ricchezze. E’ uomo che sa godere delle cose, sa provare stupore di fronte al bello, lo sa scovare tra le pieghe del quotidiano, nei volti di persone senza grandezza. Sa gioire insieme di tutto ciò che riempie la vita ma non se ne rende servo. Non ha posto il senso della sua esistenza nel possesso, e neppure nella ricerca di una fama e di un’affermazione di sè. Non ha interesse a farsi vedere grande, anzi la sua preoccupazione è per altro, è davanti ad un Altro. Tutta la sua vita è spossessata – in questo senso è povero – nel divenire disponibile a stare in ascolto di quanto il Padre chiede a Lui e nel dare ospitalità. Non ha abitazione propria ma il suo cuore è abitato e vi è spazio per gli altri dimenticati, esclusi e senza futuro. Il suo stare davanti al Padre è sereno, di chi sa cos’è l’affidarsi e la sicurezza di essere accolto. Sa di essere ospitato, pienamene nelle sue mani. A partire da questi suoi atteggiamenti la prima comunità parla di lui come del ‘figlio’. Al cuore della sua vita sta una fiducia radicale che comunica nei gesti di far sentire fratelli e sorelle quelli che incontra. Nei tratti della sua vita si scorge l’ineffabile di una comunione unica con Dio, il Padre.

Nelle sue parole egli comunica questa esperienza. Ne parla facendo scorgere come essa sia nostalgia dell’esistenza umana: non preoccupatevi di cose che per quanto appariscenti, grandi e importanti non possono riempire tutta la vita… C’è qualcosa di più grande e più profondo. Non si può mettersi al servizio di un padrone umano per quanto grande importante esso sia. E’ annuncio di una libertà faticosa. Tanto meno ci si può asservire ad inseguire cose che limitano il senso della vita ad illusioni di grandezza, a qualcosa che passa e non costruisce dono, condivisione.

Nel discorso della montagna Gesù chiede ai suoi di non preoccuparsi, di non angustiarsi. Certo ci sono cose che possono avere importanza ma non possono divenire il senso totale e pieno dell’esistenza. C’è una passione da coltivare, questa sì: l’autentica preoccupazione di orientare la vita a costruire rapporti di ospitalità data e ricevuta, di parola condivisa, di accoglienza della creazione, di prendersi cura. Tutto il resto è da porre in funzione di questo orizzonte. E questo libera e allarga mente e cuore. Allarga soprattutto a riconoscere gli altri, a scorgere la vita della natura, ad aprirsi a dimensioni profonde dell’essere che fanno toccare un infinito presente in noi: “non preoccupatevi per la vostra vita…Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. (…) Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.

Un invito proviene dalle parole di Paolo ai Corinti: “ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele”. Anche questo è un invito liberante: si può scoprire di essere chiamati ad una consegna, amministratori, non padroni. La vita stessa è dono affidato e ci interpella non da possessori da chiamati, a rispondere a… a rispondere di…. La vita viene sciolta quale percorso di restituzione nel custodire. E’ luogo in cui comunicare il volto materno di un Dio che si prende cura. E’ spazio per scorger come Dio si comunica nella fragilità.

img_2650(Beato Angelico, Pala di Annalena – dopo il restauro 2017 – part. – Firenze san Marco)

Bellezza e parola

Gesù nel discorso della montagna usa parole che danno voce alla bellezza. In questo si manifesta poeta. Jean-Louis Chrétien è filosofo e poeta. Particolarmente sensibile al valore della parola. Da filosofo riflette sulla bellezza e sulla parola che proviene dal silenzio e si fa espressione di lode e di gratuità. In un suo libro dal titolo L’arca della parola, rinvia all’immagine dell’arca di Noè che al tempo del diluvio ha ospitato uomini animali e cose facendoli giungere oltre la distruzione delle acque.

L’arca della parola presenta un duplice significato: nella parola come arca si possono radunare tutti gli esseri del mondo e si può attuare una custodia premurosa di ogni realtà. Ma anche nella parola coma arca anche noi stessi siamo ospitati e custoditi: “La parola è l’unica arca perché è l’unico memoriale e la sola promessa… Non possiamo far entrare ogni cosa nell’arca della parola se non perché essa stessa ci ha già custodito” (L’arca della parola, Cittadella Assisi 2011,28).

Ritroverei qui spunti per sondare la parola di Gesù, parola che accoglie e sa custodire e nel medesimo tempo parola che sgorga da una custodia. Gesù è poeta innanzitutto perché con la sua parola sa scorgere e far parlare il segreto delle cose. Le sa sfiorare con il suo sguardo. Non ne prende possesso, non le sciupa calpestandole. Di fronte a cose piccole e ordinarie, guardando i gesti della vita ne scorge un senso, una profondità inattesa. Gesù sa parlare di Dio parlando delle cose. Il suo è un parlare laico, aperto a tutti, non fatto di retorica religiosa. Lascia la porta aperta senza esigere condizioni di appartenenza per ascoltarlo: nella realtà scorge orizzonti che la bellezza apre. Sa scorgere la presenza di Dio racchiusa nella piccolezza della vita ordinaria.

“Che la parola umana sia un’arca mette incessantemente in gioco e in opera la sua possibilità di accogliere, offrire riparo, proteggere ogni luminoso ricominciare del mondo, riprendendo, traducendo, rilanciando i suoi appelli mormorati, i silenzi che reclamano il verbo, il suo urgente alludere (…) perché la cose possano essere convocate dalla nostra parola occorre che abbiano già in qualche modo provocato il nostro sguardo e la nostra voce, e occorre anche che abbiano fatto una sorta di irruzione davanti a noi inquietandoci. La bellezza non è la sola di queste provocazioni sicuramente è però la più autorevole. Che cosa dice? E può dire addio, ossia inviare a Dio, convocare una risposta in cui la riconoscenza e il grazie intimo non abbiano più fine?” (L’arca della parola, 127-128)

Di fronte alla bellezza la parola di Gesù si pone come gesto di meraviglia, di risposta ad una chiamata, di stupore che si ferma e raccoglie.

“Il bello, la bellezza racchiudono un appello. Un appello è più di una chiamata. E’ invito ad un coinvolgimento, ad una risposta che si fa rispondere di qualcosa e rispondere a qualcuno: Il bello ‘chiama manifestandosi e si manifesta chiamando. Che il bello ci attiri, ci metta in movimento verso di sé, ci muova, venga a cercarci là dove siamo affinché possiamo ancora cercarlo, questo è il suo appello e la nostra chiamata (vocation)’ (J.-L. Chrétien, L’appel et la réponse, Minuit 1992, 19)

Gesù si è lasciato toccare e smuovere dalla bellezza racchiusa nelle cose e questa chiamata ha suscitato una sua parola. Gesù è poeta anche perché sa lasciarsi toccare dalla bellezza. Si lascia interrogare dalla bellezza, la accoglie, ne fa spazio dentro di sè: la bellezza di una natura i cui i gigli fioriscono con i vestiti più belli di ogni tessitura e in cui gli uccelli del cielo tracciano i loro voli, sono per lo sguardo di Gesù luogo per il germinare di una parola sulla vita. Gesù sa scorgere la gratuità come il respiro profondo delle cose.

“Ciascuno di noi, nel corso della sua vita, ha fatto esperienza della bellezza, in molti modi e tante volte. Un uomo è qualcuno la cui quiete è stata minacciata dalla bellezza, sebbene avrebbe potuto mettersi al riparo da questa minaccia e sottrarsi ad essa. Intensa o discreta, dolce o violenta, il più delle volte tale da avere entrambi i tratti, questa esperienza non ci lascia come prima e talvolta ha deciso totalmente della nostra vita (…) Non consumiamo la bellezza ma ne siamo consumati, siamo bruciati dal suo fuoco che solleva, rende leggeri, portandoci alla nostra pienezza e al compimento della nostra umanità (…) Un mondo privo di bellezza non sarebbe più che ciò che i greci chiamavano kosmos, il quale risplende. Una ricca tradizione di pensiero, che ha avuto molti e diversi sviluppi, ha visto nella bellezza un appello e fatto derivare kalos, ‘bello’, da kalein, ‘chiamare’. Ma che cosa nella bellezza chiama, e a che cosa chiama? Chiamandoci la bellezza ci com-muove, ovvero ci tocca, viene a toccarci là dove siamo mettendoci in cammino e sulla strada affinché non restiamo là dove siamo, e affinché non restiamo ciò che siamo. Ma dove conduce questo cammino? (L’arca della parola, 129-130)

Gesù ha saputo pronunciare parole rispettose del mondo e nel contempo parole che hanno fatto risuonare un significato profondo. La sua parola può essere letta come arca che raccoglie e sa ospitare. Ed egli è anche poeta perché la sua parola non solo si lascia concepire dall’accoglienza delle cose, ma è feconda di qualcosa di nuovo. Sa infatti generare qualcosa in chi lo ascolta: è appello e in questo si fa azione: è un fare ‘poiein’ che non si misura nei termini dell’efficienza, ma nel generare ascolto e cambiamento del cuore. Le parole di Gesù sono così anche appello alle nostre parole, che siano capaci di rispondere a… e di rispondere di…:

“Che nella nostra parola abbiamo il compito di rispondere alla bellezza del mondo e di rispondere di essa, non lo afferma soltanto la fede biblica e non si tratta soltanto di un compito religioso. Gerusalemme esprime la propria gratitudine, ma anche Atene ha un suo modo di lodare, la filosofia. La risposta che la filosofia dona al mondo è il pensarne l’ordine e la bellezza (come indica il termine kosmos). Non ogni gratitudine svolge, certo, opera di pensiero filosofico, ma ogni opera di pensiero autentico è gratitudine. (…) Pensare e ringraziare (denken und Danken) scrive tra gli altri Paul Celan, nella lingua tedesca sono parole che hanno la medesima radice (…)” (L’arca della parola, 182).

Nelle parole di Gesù come parole che custodiscono gratitudine, sta una traccia per poter dire parole che sappiano liberare la parola muta del mondo.

“Il mondo stesso è carico di parola, convoca la parola e la nostra parola perché risponda, ma non chiama se non rispondendo esso stesso già alla Parola che lo ha creato. Come potrebbe essere estraneo al verbo ciò che sussiste, secondo la fede, soltanto per il Verbo? Non si tratta di sapere se la natura ‘provi’ o ‘non provi’ l’esistenza di Dio ma di ascoltare il suo silenzio come voce visibile (…) La parola che pronunciamo sul mondo non viene da un altro mondo né gli è estranea, almeno non più di quanto lo siamo noi. Essa non si propone di imporgli dall’esterno, per nostra iniziativa, un significato arbitrario: essa vuol far risuonare il significato di cui è portatore e che, senza di noi, non può portare compimento. Cantare il mondo è tentare di concentrare il suo coro profuso e confuso nella chiarezza tremante della nostra voce umana” (L’arca della parola, 200)

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Avvento – anno B – 2014

Kebra+Nagast

(Etiopia – Axum – Arca dell’alleanza Chiesa di s.Maria di Sion)

2Sam 7,1-16; Sal 89; Rom 16,25-28; Lc 1,26-38

“Vedi io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda”. Il re Davide scorge una sproporzione tra la sua casa, di legni pregiati, e il luogo dove risiede l’arca dell’alleanza, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Da qui il progetto di costruire una ‘casa’, un tempio a Dio. E cerca sostegno per questo nel profeta. Il dialogo tra il re e Natan ruota attorno a tale questione. Dapprima Natan dimostra di accondiscendere all’idea e invita il re a procedere nell’intenzione di costruire un tempio, segno di grandezza e di potenza dove situare la presenza di Dio. Tuttavia nella notte avviene una svolta: “Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore…”. Sta in queste parole racchiuso il percorso di un ripensamento e di un cambiamento. La chiamata ad essere profeta portatore della Parola di Dio spinge Natan a scorgere dove sta la fedeltà alla parola di Dio. Non deve assecondare i disegni di potenza del sovrano, magari per non avere noie nella sua vita. La parola di Dio sconvolge i piani di chi vuole rinchiudere il Dio della tenda e del cammino in progetti umani di potere.

“Forse tu mi costruirai una casa perché io vi abiti? Io infatti non ho abitato in una casa da quando ho fatto salire Israele dall’Egitto fino ad oggi, sono andato vagando sotto una tenda, in un padiglione. Durante tutto il tempo in cui ho camminato insieme con tutti gli israeliti, ho forse mai detto ad alcuno dei giudici d’Israele, a cui avevo comandato di pascere il mio popolo Israele, perché non mi avete edificato una casa di cedro?”. La parola di Dio sconvolge il profeta: è una protesta radicale contro un modo di intendere la relazione con il Dio dell’esodo e la svuota. Dio è stato già presente sinora in mezzo al suo popolo ma nei termini di una presenza precaria, solidale, vicina: tenda tra le altre tende, in cammino attraverso il deserto, disinteressato alla stabilità di palazzi, che pongono distanza e distacco dalla vita. In cammino, come il popolo nel deserto, capace di condivisione, partecipe dello spostarsi dell’accampamento, vicino.

La parola che irrompe nella notte è forte contestazione contro l’ideologia del tempio per cui la presenza di Dio andrebbe rinchiusa in una costruzione umana e intesa quindi secondo il modello di un potere che domina e si distanzia. La parola di Dio conduce Davide a confrontarsi con il volto diverso di un Dio che cammina in mezzo al suo popolo, con una presenza che rifiuta di essere imprigionata e strumentalizzata. Dio è il vivente.

In tale contesto sorge anche la promessa. Non sarà il re a costruire una casa a Dio, ma sarà Dio stesso a donare una discendenza, una casa a Davide, nei termini di un ‘casato’. Discendenza significa vita, figli, futuro. L’apertura ad un discendenza apre a considerare il rapporto con Dio come questione che investe la vita e le relazioni. L’incontro con Lui non può essere racchiuso in una costruzione e in un sistema fatto di pietre e di culto. La sua presenza è da ricercare nel volto di qualcuno, nel cuore nascosto dell’esistenza, nella vita. E’ dono che coinvolge e lega in un rapporto di accoglienza e ascolto. “Il Signore ti annuncia che farà a te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti, e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno (…) Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio…”

Non sarà il re Davide a costruire una casa a Dio, ma sarà Dio stesso a donare una discendenza a Davide. E’ promessa che lega e impegna, è un rinnovo di quel legame di alleanza che ha radici lontane e si collega alla grande parola ad Abramo: una terra e una discendenza come le stelle del cielo.

Luca rilegge questo capovolgimento dei progetti di Davide scorgendo in Gesù la realizzazione della promessa. Quella indicava il primato dell’iniziativa di Dio sulla vita e il suo disegno di salvezza sulla storia e Luca lo vede compiersi in Gesù: “il Signore gli darà il trono di David, suo padre e regnerà sulla casa di Giacobbe per i secoli (cfr. Is 9,6; 2Sam 7,12ss) e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,32-33). Le promesse a Davide trovano in Gesù il loro senso: Gesù sarà re, eppure lo sarà in modo paradossale, secondo le promesse di Dio, in modo precario, solidale, vicino.

La presenza di Maria assume i tratti della ‘nuova Sion’. E’ casa, dimora vivente, portatrice di una presenza. La sua persona offre spazio all’esistenza di Gesù: “Lo Spirito santo verrà su di te, e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra; e perciò quello che nascerà santo sarà chiamato figlio di Dio” (Lc 1,35).

La nube – rinvio all’immagine usata per indicare l’inafferrabile presenza di Dio nel cammino del deserto (Es 13,21), la sua gloria che scendeva a coprire la tenda dell’arca dell’alleanza (Es 33,9-10; 40,38; cfr. 1Re 8,10) – ora è vista posarsi su Maria. In questa immagine sta racchiuso il rinvio ad un agire dello Spirito. La storia di Maria è presa dallo Spirito, come a Pentecoste lo sarà la comunità radunata attorno a lei: è lei la ‘povera di Jahwè’, in rapporto al resto d’Israele. Maria compare così in stretto legame con le profezie sulla fedeltà di Dio e sulla promessa del suo essere vicino: ‘Io ti sarò accanto’ è il suo nome (Es 3,14). Dio non abita in costruzioni fatte dall’uomo ma la sua presenza vivente si attua nell’esistenza di coloro che vivono per lui, che ricevono da lui la loro vita e la affidano alle sue mani: è questa l’attitudine del ‘santo resto d’Israele’, dei ‘poveri di Jahwè’. In mezzo a questo popolo Dio si rende presente nella vita di Gesù.

La vicenda di Maria viene anche letta in rapporto con le promesse di gioia: Luca riprende il clima degli annunci di gioia per Sion: “Gioisci piena di grazia, il Signore è con te, in mezzo a te” (Lc 1,18). Questo saluto richiama i testi profetici di Sofonia:“Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele” (Sof 3,12-13). “Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa… Soccorrerò gli zoppicanti, radunerò i dispersi, li porrò in lode e fama dovunque sulla terra sono stati oggetto di vergogna. In quel tempo io vi guiderò, in quel tempo vi radunerò…” (Sof 3,17.19-20). Il ‘resto d’Israele’ (cfr. Is 6,13; 11,11) sono coloro che non pretendono di tenere in pugno la propria vita ma la ricevono da Dio, e intendono la loro vita in questo rapporto con attitudine di fiducia e umiltà (cfr. Sof 2,3).

Al centro di questa pagina tutto converge verso Gesù e la figura di Maria, benchè appaia come la protagonista, è tutta orientata a far emergere l’identità di Gesù stesso, il suo cammino di messia. L’esperienza dell’incontro con Gesù come salvezza da Dio attraverso il profeta di Nazaret è così espressa dal suo nome: Gesù significa ‘Dio salva’.

DSCN0686Alcune riflessioni per noi oggi

Un progetto sulla casa intesa come la intendeva Davide come ‘tempio’ o un’attenzione alla presenza di Dio nella vita costituisce un passaggio che ci provoca anche oggi. E’ il passaggio che dovrebbe anche far cambiare le nostre comunità e i modi della testimonianza su Gesù, accogliendo in lui la ‘laicità di Dio’:

“Non smette di stupirmi questa ‘laicità di Dio’, il suo non pretendere luoghi speciali, spazi sacri, templi religiosi; e neanche di essere ricevuto da persone importanti, ragguardevoli, dalle autorità – come comunemente si dice – sociali, politiche e religiose. Che neppure si accorgono della nascitadi gesù: che è figlio dei poveri, uno dei tanti.” Le comunità cristiane, la chiesa nella sua ufficialità per essere credibili dovrebbero mostrarsi altrettanto umili, sobrie, non appariscenti, anzi alle volte nascoste per nutrire la forza della profezia e poi irrompere con passione, coinvolgimento, prese di posizione sullascena della storia. Una chiesa sacralizzata, separata, rinchiusa nei templi, come può parlare con credibilità della stalla di Betlemme? Bardata di paramenti, di vesti d’altri tempi in occasione di liturgie solo formalmente solenni; ornata di copricapo e fasce colorate; ridondante di titoli onorifici, come può parlare della semplicità della stalla di Betlemme? Coinvolta in affari di ristrutturazione di edifici, proprietaria di innumerevoli immobili, come può riferirsi ad un luogo, riparo per gli animali, impregnato dei loro odori? Per questo la chiesa parla poco di Gesù di Nazaret, perché provocatorio per se stessa e poco credibile per gli altri” (G.Di Piazza, Fuori dal tempio. La chiesa al servizio dell’umanità, Laterza 2011, 21-22)

Paolo nella conclusione della lettera ai Romani parla di un mistero avvolto nel silenzio da secoli e ora manifestato. E’ riferimento ad una salvezza rivelata in Cristo per tutta l’umanità, per coloro che sino ad allora erano considerati esclusi dalle promesse di Dio.

Questa visione aperta che vede in Gesù la possibilità di salvezza come vita piena per tutti i popoli oltre ogni divisione superando ogni prospettiva di esclusione è un passaggio ancora da compiere nel modo di intendere la fede. Credere in Gesù non implica entrare in una logica di adorazione di Dio in un tempio che si contrappone ad altri templi: Dio non chiede di essere adorato su uno o su un altro monte ma cerca adoratori in spirito e verità (Gv 4,23). La sfida che abbiamo davanti è quella di ‘uscire dalla religione del tempio’ per concepire il rapporto con Gesù come esperienza e via che apre ad accogliere ogni altro percorso della ricerca umana di senso e di vita piena, ogni apertura religiosa e umana. Si tratta di entrare nell’esperienza della solidarietà di un Dio che cammina insieme, di Gesù che si è fatto povero per noi (2Cor 8,7-9): da ogni percorso che cerca vie di umanizzazione possiamo imparare a cogliere un tratto nuovo non ancora compreso del disegno di salvezza e di misericordia di Dio.

La pagina di Luca è segnata da un’atmosfera di gioia. Indica una spiritualità della promessa e della gioia. E’ eco di quella semplicità propria dei poveri di Jahwè e di Maria donna capace di coraggio e di scelte di libertà e di liberazione, acapce di accogliere lo Spirito nella sua esistenza.

Prepararsi a Natale forse sta solo in questo, lasciare che lo Spirito susciti un’apertura del cuore e un’accoglienza ad un mistero di presenza, il dono di comunione del Padre che si fa vicino a noi in Gesù da incontrare al centro della nostra esistenza: l’incontro con lui genera una prassi nuova di solidarietà, di cammino insieme, di impegno per tutto ciò che è desiderabile e buono nel nostro tempo.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo