la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “autorità”

Dalle finestre di casa

Copertina-665x1024

E’ uscito stamani il libro Dalle finestre di casa. Sguardi sapienziali in tempo di pandemia, ed. Queriniana 2020.

E’ una raccolta di saggi su alcune parole chiave a partire da un confronto condiviso condotto in collegamento streaming dal gruppo ‘chiesa e futuro’ a partire da marzo 2020.

Corpi; Tempo sospeso e spazio vuoto; Prossimità; Com/partecipare; Autorità; Terra/cielo; Saperi; Centro/periferia; Pubblico; Futuro.

Le parole sono state scelte quali importanti snodi per comprendere il presente in cui siamo rinchiusi nella dimensione della casa, ma anche quali sguardi protesi oltre, dalle finestre delle case, in apertura ad un futuro diverso. Proprio questo tempo può inaugurarlo, se saremo in grado di assumere le tante sofferenze delle vittime e dei poveri, di cogliere i segni dei tempi e le chiamate di Dio in questa storia.

Il desiderio condiviso dagli autori di questo e-book – nato nel quadro di una condivisione di amicizia e di impegno – è quello di suscitare una riflessione che si allarghi in ambiti diversi, nella chiesa e nella società.

Testi di: Vittorio Berti, Enzo Biemmi, Alessandro Cortesi, Marco Giovannoni, Andrea Grillo, Fabrizio Mandreoli, Giorgio Marcello, Simone Morandini, Serena Noceti, Riccardo Saccenti.

Copertina: Luca Palazzi. Editing grafico: Alberto Dal Maso.

 Video di presentazione a cura di Francesco Fabrini

L’e-book può essere scaricato gratuitamente dal sito della casa editrice Queriniana oppure dal sito insiemesullastessabarca

IV domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_2075.jpgDeut 18,15-20; 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28

“Il Signore disse: Io susciterò loro un profeta e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò” (Deut 18,16). Profeta è l’uomo della Parola, la cui vita è segnata da un incontro e da una chiamata. Contesta i falsi volti di Dio e la religiosità che si allea con il potere. Richiama al volto di Dio protettore dello straniero, dell’orfano, della vedova e ad un culto che si attua nella vita (Is 1,16-17). Il profeta si contrappone al re sta come voce critica che richiama la Parola nei confronti della tentazione continua di ridurre il rapporto con Dio ad una giustificazione del predominio sugli altri, delle strutture di ingiustizia e della guerra (cfr. Am 5,14-15).

La pagina del vangelo di Marco presenta Gesù come profeta ‘uomo della parola’, dell’insegnamento. Il verbo ‘insegnare’ ritorna con insistenza: “si mise ad insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità…”.

Il tempo è il giorno di sabato, memoria del riposo di Dio nella creazione e dell’alleanza nel dono della legge. Il luogo è la sinagoga, uno dei vari luoghi in cui Gesù passa nell’arco della giornata di Cafarnao descritta nel capitolo 1 del vangelo di Marco. Nel luogo della comunità e della Parola Gesù presenta un insegnamento pacato, non gridato, una parola che incontra la vita. Un insegnamento che attira ed affascina perché espressione di una autenticità e libertà, di chi dice una parola che sgorga dall’interiorità della sua esistenza, come testimonianza.

Marco sottolinea la contrapposizione tra l’insegnamento di Gesù e il grido dell’uomo posseduto da uno spirito immondo. Proprio lì al centro del luogo religioso: “si mise a gridare: ‘che c’entri con noi Gesù nazareno? Io so chi tu sei: il santo di Dio!’. E Gesù lo sgridò: ‘Taci, esci da quell’uomo’. E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.”

Una voce grida l’identità di Gesù in modo prepotente. Gesù invita al silenzio: ‘Ammutolisci ed esci da lui’. Al centro del luogo religioso è presente la forza del male come grido violento che contrasta l’insegnamento di Gesù. Il suo insegnare si fa gesto di liberazione e apre il passaggio dal grido all’ascolto. L’ascolto è l’attitudine fondamentale del credente. Non una parola che fa morire, ma una parola che fa vivere.

Quell’uomo gridava, dominato dal male, contro la parola di Gesù: riconosce la sua identità come proveniente da Dio: ‘il santo di Dio’. Eppure Gesù lo sgrida: si contrappone alla violenza che divide (satana) e tiene schiavi. Quell’uomo sembra forte perché grida e s’impone ma è dominato e oppresso. Con la sua parola Gesù restituisce quell’uomo a se stesso, apre ad una libertà nuova.

Marco delinea in Gesù il modello di un educatore. Nella sua opera apre spazi alla crescita, alla vita di ognuno. Ed è sottolineata la meraviglia perché il suo insegnamento era ‘nuovo’, una parola significativa. La parola di Gesù richiama così la promessa annunciata nel Deuteronomio: “All’udire queste parole, alcuni fra la gente dicevano: Questi è davvero il profeta” (Gv 7,40; cfr. Gv 6,14). E’ insegnamento che tocca la vita, che apre rapporti di libertà.

Il dono di essere profeti nel popolo di Dio è dono di ascolto di questa parola che può coinvolgere e trasformare la nostra esistenza.

Alessandro Cortesi op

museo-shoah-milano-binario-21

Milano, Museo della Shoah, Binario 21

Insegnare: coltivare la memoria

«Ho dovuto diventare vecchia per accettare di vedere le cose che mi erano capitate sotto gli occhi e che mi ero limitata a guardare». Con queste parole Liliana Segre sintetizza il suo percorso: lo situa tra “guardare” e “vedere”. Pochi giorni fa ha ricevuto a sorpresa la nomina di senatrice a vita dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quale testimone dello sterminio nazista e delle sofferenze del popolo ebraico e di tutti coloro che furono perseguitati dalle leggi razziali del 1938 in Italia, di cui quest’anno ricorre l’anniversario.

Ha vissuto un lento percorso per poter scorgere in profondità ciò che aveva vissuto e che ha segnato nella sofferenza la sua esistenza. «Io per troppi anni ho guardato senza vedere. Tutto: dai mucchi di cadaveri alle compagne inginocchiate. E quelle che si sono attaccate ai fili elettrici per uscire». Il suo percorso stato quello di una bambina di una famiglia borghese a Milano che ad un certo punto, a seguito delle leggi razziali, avverte gli sguardi insospettiti, percepisce l’emarginazione crescente attorno a sé e attorno alla sua famiglia.

Aveva otto anni quando le impedirono di recarsi a scuola. In un lento e progressivo percorso di rifiuto l’allontanamento e l’emarginazione divengono sempre più sensibili e conducono in modo repentino da una vita agiata e felice ad una condizione di incertezza e incredulità: molte famiglie ebree fuggono, altre sono incerte ed incredule di fronte al male di cui non si percepiscono i confini. I Segre attendono, fino agli inizi di dicembre del 1943 quando tentano anch’essi di fuggire in Svizzera ma vengono fermati. Riportati a Milano, incarcerati a san Vittore, saranno deportati ad Auschwitz. Dal binario 21 a fine gennaio parte il treno con i vagoni piombati della deportazione. All’arrivo nel lager Liliana è separata dal padre che non rivedrà più e condotta ai lavori forzati. Sopravvive allo sterminio, alla fame e alla marcia del ritorno dopo la liberazione del campo alla fine di aprile 1945. Ma molti anni seguiranno prima che possa passare dall’aver guardato al vedere e a maturare la capacità di raccontare e ricordare.

“Liliana Segre riconquista il diritto a vedere. Comincia a parlare della Shoah nelle scuole di Milano, e da allora non smette più. Parla ai giovani studenti, affinché sappiano. Perché una cosa è leggere un libro di storia, e tutt’altra emozione è sentire la voce e osservare gli occhi e i gesti di che “là” c’è stato. Non è vero che con la generazione dei testimoni, che inesorabilmente ci lascia, anche il ricordo sia destinato ad affievolirsi. Perché chi ha voluto e saputo parlare, come Liliana Segre, ha riacceso la fiamma della memoria. Il ricordo è una cosa viva, che passa da una generazione all’altra, come una candela serve ad accenderne un’altra – l’immagine è di Dina Wardi. Chi la guarda, non può non vederla, la fiamma. Per quanto buio abbia fatto, allora. E per quante ombre possano ancora scendere, ora”. (Giulio Busi, Memoria e testimonianza, Liliana Segre senatrice a vita, “Il Sole 24 Ore” del 20 gennaio 2018)

Dopo aver ricevuto la nomina a senatrice Liliana Segre ha detto “Salvare quelle storie, coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza. E la può usare… Porterò al Senato la voce di chi subì le leggi razziali…». Parole che sono state pronunciate mentre messaggi e proclami di esclusione e gesti di razzismo si diffondono per l’Europa, si fanno slogan di campagne elettorali nel nostro paese, e il buio dell’odio si presenta ancora con le sue ombre.

Alessandro Cortesi op

XXI domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF5302Is 22,19-23; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Il dialogo tra Gesù e i discepoli sulla sua identità è collocato da Matteo in un territorio al confine estremo nord della terra di Israele. E’ un luogo geografico, ma è anche un confine simbolico. Si tratta del punto più lontano dal tempio di Gerusalemme e dal centro della religiosità ebraica. In questo luogo marginale Gesù introduce la questione sull’identità del ‘Figlio dell’uomo’. Con tale contestualizzazione geografica Matteo intende suggerire qualcosa: proprio nel punto più lontano dai centri della sapienza e del culto è collocato il momento del riconoscimento del volto di Gesù, e contemporaneamente avviene una promessa e un affidamento che rinvia all’identità di una comunità chiamata a seguirlo.

Matteo nel suo vangelo aveva già riportato una voce riguardo all’identità di Gesù: era stata l’affermazione di Erode Antipa che aveva riconosciuto in lui, nel suo modo di agire, la presenza di Giovanni Battista ritornato dai morti (Mt 14,2). Ora è Gesù stesso a porre la questione ai suoi. La pone indicando – nel testo di Matteo – la figura del ‘figlio dell’uomo’. E’ già questa una indicazione sulla sua identità, connessa a quella figura che era attesa con una funzione di giudice alla fine dei tempi.

Le risposte fanno riferimento ad alcuni profeti, come Elia, Geremia o altri. Non sono nomi casuali. Elia e Geremia sono profeti riconosciuti come i più importanti nella vicenda di Israele e le loro storie sono caratterizzate dall’ostilità sperimentata da parte del potere. Furono infatti allontanati e perseguitati per essere stati testimoni di fede e della forza e dolcezza della Parola di Dio.

Il rinvio ai profeti ha un profondo significato: Gesù è identificato con il figlio dell’uomo, con il profilo del profeta: non può essere compreso se non in riferimento ad una storia cdi salvezza che ha un suo compimento, a tutta la vicenda di Israele e nella memoria delle Scritture. Gesù può essere accolto solamente in relazione ad una storia di fede e ad una vicenda di alleanza, ponendosi in ascolto delle Scritture.

Gesù provoca poi i suoi ad una risposta personale indicata con un coinvolgimento della comunità: ‘ma voi chi dite che io sia?’ La risposta di Pietro costituisce una confessione di fede che esprime il suo riconoscere Gesù come messia. Il figlio dell’uomo è così identificato con il figlio del Dio vivente. Al cuore della vita di Gesù sta una relazione, un provenire da Dio, il vivente, e tutta la sua storia si comprende non solo nella relazione con tutti coloro che hanno vissuto la fede di Israele, ma nel suo essere in una relazione fondamentale con Dio. Gesù è figlio perché in relazione al Tu amante del Padre.

Le parole della risposta di Gesù alla confessione di Pietro possono essere lette in stretto rapporto con l’inno di lode al Padre riportato da Matteo (Mt 11,25-30):

“Ti rendo lode Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.

Tutto è stato dato a me dal Padre mio: nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio.

Venite a me voi tutti… e io vi darò riposo…Prendete il mio giogo sopra di voi… e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.

Matteo riprende in questo brano un testo di Isaia che condannava la pretesa della sapienza da parte di coloro che si ritenevano depositari esclusivi (Is 29,14: “perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l’intelligenza dei suoi intelligenti”). Le tre parti di cui è composto il testo corrispondono ai tre momenti della risposta di Gesù a Pietro (Mt 16,17: ‘beato sei tu…’; Mt 16,18: ‘tu sei Pietro e su questa pietra…’; Mt 16,19: ‘A te darò le chiavi…’).

La lode al Padre contiene una beatitudine rivolta ai piccoli e ora questa è rivolta a Pietro. La conoscenza del Padre è riservata ai piccoli e Pietro è qui uno dei piccoli che ha saputo riconoscere non per capacità umane, ma perché affidato a Gesù, il suo volto di messia. Ma ancora non gli è chiaro quale tipo di messia: il suo modo di concepire il messia è ancora legato ai criteri della potenza umana (come si vedrà poco dopo: cfr. Mt 16,22-23). Gesù, subito dopo, lo rimprovera perché il suo cammino di messia è quello del servo sofferente, non quello della gloria e della potenza umana.

Nelle parole rivolte a Pietro Gesù riprende un altro passo di Isaia che è una condanna ai capi dei giudei: “ascoltate la parola del Signore, uomini arroganti, signori di questo popolo… Ecco io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata, chi crede non vacillerà” (Is 28,14-18).

Il versetto 19: “Darò a te le chiavi del regno dei cieli: ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”, è una ripetizione dell’affidamento a tutti i discepoli in Mt 18,18: “Tutto ciò che legherete sulla terra sarà legato nei cieli…”.

Al centro sta il nuovo nome di Pietro indicato come Kefa, pietra d’angolo. Sembra che non sia indicazione del momento del cambiamento: Matteo nel vangelo aveva già indicato con questo nome Pietro (e secondo Marco l’aveva ricevuto nel momento della chiamata – Mc 3,16). Si tratta piuttosto della spiegazione di tale mutamento, con la ripresa dell’immagine della pietra d’angolo (cfr. Is 28,14-18). Ancora una volta Matteo utilizza il metodo proprio alla letteratura ebraica del rileggere testi del Primo Testamento con ampliamento e attualizzazione (midrash). Il nome di Pietro/pietra rinvia alla pietra d’angolo del tempio. L’attenzione va allora al tempio di Gerusalemme – e il dialogo si svolge in territorio lontano e di confine – ma qui si rinvia ad un altro tempio, un tempio vivente, costituito da una comunità nella quale a Pietro è riconosciuto un ruolo di sostegno, di appoggio. La sua responsabilità d’ora in poi è legata a riconoscere l’identità di Gesù e a seguirlo sulla sua strada. Ma questo sostegno è da vivere nella fragilità di un affidamento che rinvia sempre oltre: Pietro stesso sperimenta la sua fragilità in questo stare alla sequela.

Ma dietro a queste parole sta anche una polemica rispetto ad una fede che si appoggia sui poteri terreni, così come Isaia metteva in guardia dall’alleanza con l’Egitto per combattere la potenza imperiale dell’Assiria che minacciava Israele. Al tempo in cui veniva redatto il vangelo di Matteo altre alleanze si stavano svolgendo tra il giudaismo rabbinico – dopo la distruzione del tempio – e i romani e forse Matteo intende porre in guardia da tale modo di intendere il cammino di sequela di Gesù. Non è un cammino che può essere condotto secondo le forze umane, con alleanze di potere e di guerra, ma seguendo la via da lui percorsa.

DSCN0107Le chiavi sono un simbolo per indicare una apertura: la comunità di Matteo si aprì alla partecipazione non solo di provenienti dal popolo d’Israele ma vide anche la partecipazione di nuove persone provenienti dal mondo dei pagani. In questo simbolo delle chiavi sta un annuncio di apertura e di scoperta di una rivelazione di Dio ai piccoli e ai lontani, oltre le barriere e le separazioni frutto di una visione di esclusione e di privilegio. E Pietro scioglie la possibilità per tutti, non solo per gli ebrei, di seguire Gesù e di vivere come sua comunità (come attesterà il dibattito di Antiochia e a Gerusalemme riportato negli atti degli apostoli – At 15,6-12).

Già Isaia aveva parlato di una fondazione di una casa nuova: “Eccomi, io pongo in Sion una pietra scelta, angolare, preziosa, da fondamento: chi vi crede non vacillerà” (Is 28,16). Su questa costruzione nessun flagello potrà portare distruzione e angoscia. Isaia usa questa metafora per parlare di un nuovo popolo che trae il suo inizio da un ‘resto’, un piccolo gruppo di israeliti che sono rimasti fedeli: al centro della loro vita sta la fede che è come roccia e che dà stabilità. Le chiavi quindi sono mezzo per aprire evitando l’atteggiamento dell’ipocrisia e della chiusura che Gesù rimprovera a chi vive nella presunzione della propria sapienza religiosa: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete le porte del regno dei cieli davanti alla gente: di fatto non entrate voi e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare” (Mt 23,13). Simone divenuto ‘pietra’ è segno di una comunità aperta in cui è possibile scoprire l’essenziale solo nel riferimento a Gesù e in lui la propria profonda identità. Questa proviene da una relazione, ed è beatitudine dei piccoli.

Si tratta così di scoprire così i piccoli a cui il Padre dona di conoscere il regno dei cieli e di ascoltarli. Questo passo troppo spesso è stato letto come giustificazione di una chiesa costruita su di una gerarchia in cui l’autorità è intesa come potere, impaurito e geloso delle sue prerogative e della sua sapienza. Esso invece suggerisce di accogliere come l’autorità da ascoltare è quella che Gesù indica, l’autorità di chi non ha voce, dei piccoli con cui Pietro è identificato. Ci indica anche che l’essenziale è riconoscere nel modo di vivere di Gesù il suo essere messia, dono di vita e speranza per ogni persona e non altre strutture religiose. E ci invita anche a scoprire che solo nella fragilità e nel lasciarsi interrogare e porre in crisi dal suo cammino si può entrare nel suo progetto che è un mondo di relazioni nuove sin da ora, il regno di Dio.

Alessandro Cortesi op

 

I domenica di quaresima – anno A – 2014

Niccolò cattedrale di Piacenza XII sec
Niccolò – Cattedrale di Piacenza architrave del portale
Gen 2,7-9;3,1-7; Rom 5,12-19; Mt 4,1-11

Subito dopo il racconto del battesimo di Gesù, Matteo presenta Gesù che viene sospinto dallo Spirito nel deserto. C’è un primato dello Spirito al cuore di questa scena. Gesù vive nella disponibilità ad accogliere la forza e la chiamata dello Spirito: Matteo con tale annotazione indica che nel deserto si svolge un evento che conduce al rapporto fondamentale di Gesù con il Padre, al respiro profondo della sua vita, alle radici della sua identità.

Il deserto è luogo della prova, è rinvio al percorso dell’esodo: il deserto è anzitutto un ambiente fisico, lontano dal tempio e dai luoghi del potere. L’aridità delle rocce del deserto di Giuda ricorda la distanza dallo splendore dei palazzi di re e sacerdoti e ricorda l’esodo, la fatica e la lunghezza del cammino. Deserto è anche un luogo interiore, è dimensione che dice solitudine e si collega all’esperienza di Israele che nel deserto incontrò un Dio vicino, e visse l’esperienza di un legame unico con lui. Deserto è il luogo in cui Dio si è fatto incontrare parlando cuore a cuore, ed è anche luogo a cui ritornare per vivere ancora e per lasciarsi toccare da quella parola di tenerezza e di rinnovamento (Os 2,16).

Deserto è grande immagine non solo di uno spazio, ma del tempo. Si potrebbe leggere allora questa scena quasi come sintesi, presentatata in un momento determinato, dell’intera esistenza di Gesù. La scena delle tentazioni può così essere accostata non come episodio dai tratti suggestivi e immaginifici di un botta e risposta tra Gesù e il diavolo tentatore.

In questo racconto Matteo intende raccogliere ed esprimere il senso del cammino di tutta la vita di Gesù: lo legge come esposto ad una prova che parla anche alla nostra vita. Per Gesù nel deserto si pone la questione della sua identità, di quel nome ricevuto nel battesimo: Se sei figlio di Dio… Anche noi ci troviamo a vivere non solo le grandi scelte ma le piccole scelte che costruiscono la nostra identità.

Matteo pone alla sua comunità e a noi la grande domanda: Cosa vuol dire per Gesù essere ‘figlio’? E il suo racconto è quasi un accompagnamento a cogliere la scelta progressiva di Gesù di accogliere il dono di essere figlio aprendosi ad un rapporto di amore unico verso il Padre.

La scena nel deserto non mira a proporre una spiritualità di penitenza, di digiuni ripiegata nella paura della tentazione. Parla piuttosto di un’esperienza nello Spirito, di un amore capace di libertà e della gioia della relazione con Dio come Padre che Gesù ha vissuto nella sua vita: un incontro segnato da responsabilità e da libertà e per questo capace di dire ‘no’ perché orientato al grande ‘sì’ della direzione fondamentale della sua vita come dono. E si fa invito anche per noi ad entrare in questa sua vicenda per scoprire cosa significa essere figli nel Figlio.

Gesù si trova di fronte alla prova di realizzare il nome che ha ricevuto nel battesimo, ‘Figlio di Dio’. La logica del ‘tentatore’, personificazione di tutte le realtà che si oppongono alla via scelta da Gesù è diversa, è via che si oppone e presneta strade alternative. Le diverse proposte parlano di un modo d’intendere l’identità stessa di Gesù.

“se sei figlio di Dio dì che queste pietre diventino pane”: è la provocazione a pensare la sua missione come un procurare beni materiali e in quella dimensione esaurire tutta l’esistenza. La risposta ai bisogni, il benessere del compimento delle esigenze primarie come fine ultimo della vita umana. Nella sua risposta Gesù cita la Scrittura (Deut 8,3) e rinvia all’esperienza del dono della manna nel deserto indicando la chiave del suo rifiuto: “Jahwè ti ha umiliato, ti ha fatto soffrire la fame e ti ha dato da mangiare la manna che né tu né tuoi padri avevate mai provato, per mostrarti che l’uomo non vive soltanto di pane ma di tutto ciò che esce dalla bocca di Jahwè” (Dt 8,3). Israele nel deserto aveva preteso una prova della fedeltà di Dio, non si era fidato. Gesù ora, nel deserto, pone al primo posto la Parola di Dio, la fedeltà a Lui, la libertà di intendere la vita in un orizzonte che va oltre il soddisfacimento dei bisogni. C’è un dimensione che supera ogni altro bene che, per quanto importante, come il pane indispensabile alla vita, non può essere considerato assoluto. Ma soprattutto non può esaurire la sete profonda presente nel cuore della vita umana. La vita non si esaurisce unicamente entro le dimensioni del soddisfacimento delle esigenze di sopravvivenza e di benessere. C’è una apertura radicale e più profonda: è un’apertura alla libertà e a tutte le dimensioni dell’umano che vanno oltre. Gesù intende la sua vita come attenzione alle esigenze di vita alla salute, al pane, e tuttavia apre a considerare chela vita non può esaurirsi in quei beni raggiunti, è aperta ad altro: c’è una parola di Dio, un progetto che va oltre una chiusura su esigenze che possono anche pensate solamente nell’ambito individualistico.

DSCF2629

La seconda prova si accentra sul miracoloso e si accompagna alla citazione del salmo 91,11-12: “ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”. Vi è qui un’espressione della prova che Gesù visse al momento della croce. Sacerdoti, scribi e anziani dicevano “ha salvato gli altri, e non può salvare se stesso! E’ re d’Israele, scenda adesso, dalla croce e crederemo in lui… Ha confidato in Dio, lo liberi Dio, adesso, se gli vuol bene” (Mt 27,42-43). Questo scherno racchiude la richiesta una prova concreta di potenza, una verifica visibile. E’ l’idea di un Dio che toglie ogni responsabilità, che nega la stessa fede come affidamento. E’ pretesa di un messia della potenza che s’impone nell’evidenza, che non passa attraverso il rischio della fede. E per questo anche non si confronta con il rischio dell’amare che esige il coinvolgimento dell’affidarsi ad una presenza e ad una promessa. Gesù risponde richiamando alla prova di Israele quando il popolo si domandò carico di dubbio: “Ma il Signore nostro Dio è in mezzo a noi sì o no?”. Cita ancora il testo della Scrittura e richiama ancora la logica di un amore che coinvolge tutta la persona ‘amerai il Signore Dio tuo con tutta l’anima’ (Dt 6,16). La sua fiducia nel Padre è abbandono senza riserve. Rifiuta manifestazioni di potenza, rifiuta di compiere il miracolo che susciti stupore ma che toglie la libertà del credere e dell’affidarsi. Rifiuta il miracolo che impedisce la possibilità di scegliere l’amore come esperienza di libertà.

L’oppositore Satana presenta infine a Gesù la prospettiva di vivere la sua identità nel senso del poere religioso o politico: gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria… Tutte queste cose io ti darò se gettandoti ai miei piedi mi adorerai”. La risposta di Gesù è nella linea di affermare un solo amore e un solo Signore: ‘Sta scritto infatti il Signore Dio tuo adorerai, a lui solo renderai culto” (Dt 6,16) Gesù si rifiuta così di entrare nella logica del dominio e del potere che racchiude in se stesso una radicale idolatria. La sua scelta è quella del servizio. Nel battesimo era stato designato come ‘Figlio e servo’. Ora viene tentato sulla modalità in cui vivere il suo essere messia. Matteo presenta Gesù che radica la sua vita sulla Scrittura, ripercorre il cammino d’Israele e pone davanti a sé l’orizzonte di un amore senza riserve con l’unica preoccupazione di compiere la volontà del Padre.

La scena delle tentazioni può così essere letta come espressione del rifiuto che Gesù incontrò nel percorrere la sua via. E’ una pagina che parla anche dell’identità di chi segue Gesù, della sua comunità: essere figlie e figli, divenire figlie e figli deve tenere presente innanzitutto che il padre non vuole che si perda nessuno dei suoi piccoli (Mt 18,14)
In questa serenità di fondo, sta anche il grande messaggio che Gesù ha vissuto la prova e in lui possiamo trovare la via da seguire nella vita.

Le tre provocazioni sono al cuore di tre grandi esperienze che costituiscono oggi per noi motivo di svuotamento del riferimento a Cristo. Provo a riprenderle accostando alcuni brani tratti dalla Leggenda del grande inquisitore di F. Dostojevski, che costituisce una lucida interpretazione della pagina delle tentazioni. E’ presentato Gesù che ritorna sulla terra a Siviglia ai tempi della Santa Inquisizione e viene imprigionato come eretico. Il Grande Inquisitore si reca da lui e gli rivolge un lungo discorso: “Tu vuoi andare nel mondo e ci vai a mani vuote, con la promessa di una libertà che gli uomini, nella loro semplicità e nel loro disordine innato non possono neppure concepire… Tu promettesti loro il pane celeste, ma può questo pane paragonarsi a quello terreno?…”

La prima provocazione è quella di pensare che tutta la vita si risolva unicamente nel soddisfacimento delle esigenze primarie e dentro l’orizzonte di beni e desideri materiali, pensare che l’orizzonte del desiderio possa essere chiuso solamente nella prospettiva di maggiore benessere, mezzi tecnologici o beni materiali è una attitudine che soffoca l’esistenza, che impedisce la libertà di un cammino che si apre ad altre dimensioni, al rapporto con gli altri, ad un diverso rapporto con le cose, all’ascolto di una parola di Dio per noi nella vita, alla libertà che spinge ad andare oltre.
Così il grande Inquisitore: “Acconsentendo al miracolo dei pani, Tu avresti dato una risposta all’universale ed eterna ansia umana, dell’uomo singolo come dell’intera umanità: ‘Davanti a chi inchinarsi?’. Non c’è per l’uomo rimasto libero piú assidua e piú tormentosa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi”.

La nostra identità più profonda non può essere ridotta ad una ricerca di una efficacia visibile, di avere un riconoscimento di gloria nell’orizzonte del miracolo. E’ realtà che soffoca la vita anche la ricerca di una religione che s’impone e genera cose stupefacenti in modo da poter affermare superiorità sugli altri ed evitare la fatica della fede e del rischio dell’amore in rapporto a Gesù.
Così il grande Inquisitore: “perché l’uomo cerca non tanto Dio quanto i miracoli. E siccome l’uomo non ha la forza di rinunziare al miracolo, cosí si creerà dei nuovi miracoli, suoi propri, e si inchinerà al prodigio di un mago, ai sortilegi di una fattucchiera, foss’egli anche cento volte ribelle, eretico ed ateo. Tu non scendesti dalla croce quando Ti si gridava, deridendoti e schernendoti: ‘Discendi dalla croce e crederemo che sei Tu’. Tu non scendesti, perché una volta di piú non volesti asservire l’uomo col miracolo, e avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio… E se c’è un mistero, anche noi avevamo il diritto di predicarlo e di insegnare agli uomini che non è la libera decisione dei loro cuori quello che importa, né l’amore, ma un mistero, a cui essi debbono ciecamente inchinarsi, anche contro la loro coscienza. E cosí abbiamo fatto. Abbiamo corretto l’opera Tua e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere nuovamente condotti come un gregge e di vedersi infine tolto dal cuore un dono cosí terribile, che aveva loro procurato tanti tormenti”.

DSCF2275

La prova più sottile è quella del potere, del pretendere di essere come dio perché si raggiunge un potere sugli altri di qualsiasi genere. E’ la sottile adorazione di potenze di questo mondo che Matteo vede personificate nel ‘grande oppositore’, ma è anche quel modo di concepire la fede nel legarsi agli interessi e al compromesso con il potere. E’ un modo di vedere la religione come strumento per dominare o come un progetto politico che s’impone con la ricchezza, con l’uso della forza sociale e nel mettersi accanto e abbracciando i poteri e chi esercita il dominio. E’ la linea del fare alleanza con gli imperi della storia per averne ossequio e per ricevere privilegi in cambio di benedizione, privando così del grande dono della libertà del vangelo.

Così ancora il grande Inquisitore: “Accogliendo questo terzo consiglio dello spirito possente, Tu avresti compiuto tutto ciò che l’uomo cerca sulla terra, e cioè: a chi inchinarsi, a chi affidare la propria coscienza e in qual modo, infine, unirsi tutti in un formicaio indiscutibilmente comune e concorde”. (per una lettura del nostro tempo: cfr. G.Zagrebelski, La leggenda del grande inquisitore, a cura di G.Caramore, Morcelliana 2003)

Il percorso liturgico verso la Pasqua, il tempo dei quaranta giorni è occasione per entrare a partecipare della vita di Gesù, della sua passione morte e risurrezione: è questo il senso profondo di un cammino che è coinvolgimento nella sua vita, immersione, battesimo in cui accogliere una salvezza come dono di ‘molto di più’. Paolo nella lettera ai Romani presenta la salvezza come dono di Cristo caratterizzata da un ‘molto di più’. C’è il molto di più di Cristo che compie l’attesa di Adamo, il molto di più della grazia che non può essere posta a paragone con il peccato, il ‘molto di più’ del battesimo che genera uomini e donne nuovi a confronto con il vecchio e il ‘molto di più’ di una libertà che apre agli altri e all’Altro. Cristo, Adamo nuovo, è primizia per Paolo di una umanità diversa che vive nella logica del dono e impara a condividerlo.

Alessandro Cortesi op

DSCF2408

XXVII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF4482Ab 1,2-2,4; Sal 94; 2Tim 1,6-14; Lc 17,5-10

Violenza, ingiustizia, rapina e oppressione sono le parole che segnano la prima lettura. Abacuc s’interroga di fronte all’ingiustizia opera degli uomini, e al silenzio di Dio. E si pone come sentinella, in piedi ad ascoltare se c’è una risposta a questo lamento. “Fino a quando implorerò aiuto e non ascolti?” Il suo interrogare racchiude il grido di tanti che si lasciano inquietare dai drammi della storia, dalle ingiustizie. Non sono certo le domande – spesso assenti o assai diverse – di chi vive una religiosità fatta di tranquille certezze e assuefazione all’esistente, nella preoccupazione di difendere la propria sicurezza o i propri interessi. E’ piuttosto l’interrogarsi di chi si scontra con il male del presente, di chi sperimenta l’inquietudine, gli interrogativi radicali, ed è disposto a lasciarsi provocare dallo scandalo del male, dal successo e dall’impunità dei malvagi, da ciò che contraddice il disegno di giustizia e di pace di Dio nella storia e pone in crisi la fede. L’incontro con Dio, l’esperienza della fede si fa così lotta, confronto aspro e provocazione: “Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?”. Dio appare assente laddove prevale la violenza e sembra che tutto ciò non abbia fine: “fino a quando?” La domanda reca con sé la fatica di chi vede l’ingiustizia che domina, il violento che mantiene il potere, il diritto calpestato. Abacuc pone la questione se vi sia o meno un senso in questa storia in cui Dio sta in silenzio mentre dilaga l’ingiustizia.

Il suo domandare non ha risposta, ma accoglie un segno: parla di una ‘visione’ da incidere bene su tavolette, da mantenere e fissare. E’ un messaggio che proviene dalla promessa e dalla fedeltà di Dio stesso. L’ingiustizia non avrà l’ultima parola, anche se sembra che tutto vada in un’altra direzione: “soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”. La fede è indicata come atteggiamento da mantenere, nella prova e nel silenzio: viene presentata innanzitutto come affidamento, adesione nonostante la fatica e nonostante le contraddizioni, alla fedeltà di Dio. E’ Lui il fedele e chiede fiducia senza riserve anche se la sua promessa si scontra con l’incomprensibilità del presente: vi sarà vita per chi si mantiene come giusto. Anche se sembra che abbia la meglio chi persegue violenza, inganno, sopraffazione tutto questo ha un termine: e una vita in tale direzione è vita che soccombe. Il giusto vivrà trovando la forza di resistere nel suo affidarsi nel Dio fedele, nel suo continuare a lottare contro l’ingiustizia. In questa visione da incidere nelle tavole del cuore sta una parola di invio a vivere un resistere quotidiano, faticoso, spesso contraddetto, nel realizzare giustizia come fedeltà davanti a Dio e al volto dell’altro.

Sperimentiamo in tanti modi la violenza e il prevalere dei prepotenti e di chi è senza scrupoli. Assistiamo impotenti a sofferenze causate dalla rapina dell’uomo sull’uomo. La crisi economica che per tanti significa preoccupazione, incupimento, depressione è frutto di scelte politiche che derivano da una visione per cui nel mondo non tutte le donne e uomini hanno medesima dignità, di sistemi di pensiero che mirano a preservare i privilegi dei più ricchi e vedono come parte dell’umanità sia da escludere. Un autentico sistema di idolatria e di iniquità. Scelte che mantengono e favoriscono le ricchezze accumulate, i soldi prodotti dai soldi, e non guardano alle sofferenze dei poveri.

Le morti di ormai migliaia di migranti che tentano di attraversare il mare Mediterraneo per raggiungere l’Europa, le stragi a Scicli, a Lampedusa, di cui abbiamo visto immagini e udito resoconti nei giorni scorsi, non sono fatalità ineluttabili, ma il frutto di scelte politiche che hanno ridotto la questione dell’immigrazione ad un problema di sicurezza, e non l’hanno affrontata come fenomeno umano, in cui è in gioco la giustizia sociale, la dignità di ogni essere umano e il riconoscimento di diritti fondamentali. L’ingiustizia si fa concreta in modi di pensare alla vita di chi pensa a se stesso e non intende guardare a vite di persone come noi, che sperimentano la disperazione, la violenza e la miseria. Sono volti di fratelli costretti a lasciare terra e affetti per trovare libertà, pane e dignità. Quelle morti sono anche frutto di scelte criminali di chi sfrutta la miseria e la disperazione, e sono esito dell’ignavia, dell’egoismo e dell’indifferenza di chi non scorge negli esodi degli impoveriti del nostro tempo una questione centrale per la responsabilità umana e per la stessa fede dei credenti. Ci possiamo chiedere: come vivere da giusti – capaci di guardare l’altro – e con fede – affidati alla promessa di Dio che accoglie il povero – queste situazioni?

“Aumenta la nostra fede”: è la preghiera degli apostoli a Gesù, chiamato con il termine ‘Signore’ che è titolo a lui dato dopo la pasqua. E’ una richiesta che viene immediatamente dopo le parole di Gesù sul perdono: fino a settanta volte sette per il fratello che pecca. Ma questo va al di là delle capacità umane, è gesto che rinvia ad una realtà nuova, il regno di Dio, già presente qui ed ora. Ed è tale percezione di impossibilità a generare l’invocazione ‘aumenta la nostra fede’: solo in un affidamento che decentra la vita e fa scoprire una forza che non viene da noi, si apre una possibilità nuova. Il credere si pone nella logica non della conquista ma del dono. La fede va implorata e continuamente è da invocare perché sempre è poca e va ad ogni passo, di nuovo, accolta come dono che non proviene da noi, ma dallo Spirito. Così fede è movimento di amore che è sempre segnato dal senso di pochezza rispetto a quanto si è ricevuto a quello che si dovrebbe dare. La dimensione più profonda della fede sta nel suo essere incontro vivente, affidamento esistenziale come un bambino in braccio a sua madre (Sal 131,2; Is 66,12-13) e scoperta di stabilità che viene da una presenza, dove si può trovare appoggio come roccia nel cammino (Is 65,16)

Gesù propone un’autorità nuova e diversa a chi si affida a lui, una autorità che dovrebbe essere al centro della vita della comunità: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo sicomoro: ‘Sràdicati e trapiàntati nel mare’, e vi ubbidirebbe”. In questo esempio paradossale è indicata un’autorità diversa da chi si fa obbedire secondo la logica del potere mondano: è autorità che non viene da altro se non dall’affidamento a Dio e vive nel servizio. La fede come un granellino minuscolo è piccola cosa, che reca in sé la forza di generare un grande albero. Chi diviene consapevole della pochezza della propria fede – ‘Signore, credo, aiutami nella mia incredulità’ (Mc 9,24)- si apre alla scoperta che cambia e sposta il centro della propria vita. La fede come affidamento ad un Tu vivente e gratitudine reca una forza capace di cambiare profondamente le cose.

Segue la parabola del servo che al ritorno del padrone viene richiesto di altri servizi. E’ un richiamo ad una situazione conosciuta ai tempi di Gesù. Il servo è chiamato a compiere altri gesti, a preparare la cena, a rimboccarsi le vesti, a servire, oltre a tutto il lavoro della giornata. La conclusione diviene parola come stile di vita di una comunità che si accentra sul servizio: “quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: ‘Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare’”. Un primo messaggio della parabola sta nell’indicazione di un’autorità nuova come servizio. La parabola è poi rivolta a scardinare l’atteggiamento religioso che può essere indicata come coscienza mercantile della religione: a chi sosteneva che il proprio agire pur buono dovesse porsi come pretesa davanti a Dio, Gesù presenta una via diversa, invita a cambiare modo di pensare alla relazione con Dio. La fede non si pone nella logica del dare e avere, del premio che corrisponde a meriti, della pretesa che richiede un pagamento di fronte a prestazioni. Non sta nella linea dell’utile, del commercio, ma del gratuito, del dono, dell’affidamento che non pone condizioni e non chiede contraccambi. La parabola chiama ad un cambiamento, a scoprire la fede come incontro vivente nel servizio. Certamente non si tratta di un servizio da schiavi, ma di una relazione viva in cui al centro sta il dono di presenza e comunione accolto con gratitudine. Si può allora forse interpretare la parola ‘servi inutili’ non nel senso di un rapporto da schiavi e quale espressione che reca in sé quasi un certo disprezzo per l’agire di chi accoglie il dono di Dio e opera. La parabola provoca ad andare oltre il paragone di un rapporto di potere umano, spinge a cogliere la differenza d un Dio che non è padrone. Gesù annuncia il volto del Padre che guarda alle piccole cose e ha cura di tutti: nulla e nessuno può essere inutile e vano ai suoi occhi. L’espressione ‘servi inutili’ potrebbe essere meglio reso con la traduzione ‘semplici servi’. Gesù chiede ai suoi di essere persone che vivono un darsi non con la pesantezza di chi rivendica pretese, riconoscimenti, ma con la leggerezza liberante di chi non è preoccupato di se stesso. Indica uno stile di servizio proprio del mite capace di generare spazi di libertà e di relazione. E’ la via di Gesù che si è fatto servo, ha vissuto la sua vita come servizio e si è affidato fino alla fine in una confidenza senza limiti al Padre.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua – anno B – 2012

At 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

Nel film ‘Corpo celeste’ (Alice Rohrwacher, 2011) c’è una interessante contrapposizione di due figure di ‘pastori’. Sono poste all’interno di un quadro che presenta lo svolgersi della vita di una città del profondo Sud italiano, Reggio Calabria, attraverso gli occhi di una bambina rientrata con la sua mamma dopo aver vissuto per dieci anni in Svizzera. Agli occhi di questa tredicenne si apre la visione della città e del suo degrado che lei osserva chiusa nella sua timidezza, senza pregiudizi ma in una realtà che verso di lei, verso il suo divenire adolescente rimane indifferente quando non ostile. E Marta osserva così l’ambiente parrocchiale ritratto nella sua artificialità e distanza. Il catechismo che Marta è invitata a seguire, per trovare un luogo di socializzazione e farsi amici, è presentato nel suo essere luogo di assorbimento e scimmiottatura degli elementi più superficiali e vani della cultura televisiva. Il vangelo ridotto a quiz, la catechesi condotta attraverso insignificanti e strazianti musiche modellate sui programmi della TV commerciale  – ‘Mi sintonizzo con Dio, è la frequenza giusta…’ è la canzone cantata su un palcoscenico indicato come ‘l’Isola dei cattolici’ – la cura spasmodica della preparazione della cresima come evento per far bella figura di fronte all’autorità ecclesiastica distante, fredda e insensibile.

Uno dei protagonisti del film è il parroco, don Mario, inserito in una logica clericale che lo mantiene assente rispetto ad ogni preoccupazione educativa, preoccupato di una sua personale carriera legata all’istituzione di cui appare un grigio funzionario. Per questo la sua attività di visita alle famiglie della parrocchia è assorbita dalla riscossione del denaro di affitti e dal procacciare voti per il partito politico locale da cui spera un appoggio. E’ una figura anch’egli vittima di un sistema fatto di apparenze ma vuoto, descritto nella sua preoccupazione di preparare grandi eventi in grado di mostrare la chiesa come istituzione forte e visibile – la processione, la festa della cresima con l’evento del nuovo crocifisso figurativo –.

A questa figura si contrappone quella di un anziano prete, rimasto solo in un paese disabitato dell’Aspromonte – ritratto nella inutilità di una situazione dimenticata – dove don Mario si reca per prendere il crocifisso. Una tra le scene più intense del film è quella in cui il prete anziano in un dialogo chiede alla bambina: ‘come pensi a Gesù? come Gesù dolce, magari con gli occhi azzurri, che sta per abbracciarti?’ La bambina rimane interdetta ed egli riprende: ‘Non è così; Gesù correva di qua e di là, lo chiamavano, si muoveva per curare, per guarire, per incontrare e pensavano che fosse matto’. Ed aprendo un vecchio libro consumato dall’uso le legge la pagina del vangelo in cui “i suoi familiari dicevano ‘costui è matto’”.

La pagina del IV vangelo che oggi ascoltiamo ci parla di Gesù come del ‘bel pastore’ e facilmente si presta a incomprensioni e a fraintendimenti. E’ bel pastore che poteva essere considerato fuori di sé proprio perché è pastore che dà la propria vita per le pecore. E’ una pagina che parla di Gesù, del volto di Dio che lui ci ha fatto conoscere e reca in sé una contestazione forte contro modalità di essere pastori che dimenticano di fatto la sua via, e fanno sì che la sua presenza si allontani – così come nel medesimo film ad un certo punto il crocifisso sbalzato dall’auto viene portato via dalle onde quasi a sottrarsi a riempire quello spazio che nella chiesa manifesta una assenza -.

“Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore”. La grande immagine del pastore è al centro di questa pagina. E’ un discorso sul volto di Gesù e sul volto di Dio. Ed è un discorso condotto in una opposizione tra il buon pastore e il mercenario. C’è una vena polemica che attraversa il discorso. E’ una polemica che contrappone il modo di essere capi e guide secondo modalità che contrastano l’annuncio biblico e il modo in cui Gesù interpreta il suo essere guida e capo.

Pastori erano infatti le guide d’Israele, quei capi politici e religiosi contro cui i profeti avevano indirizzato parole di fuoco. Ezechiele aveva rivolto un’invettiva contro i pastori che pascono se stessi e hanno fatto sbandare il gregge. “Guai ai pastori d’Israele che pascono se stessi! … i miei pastori non sono andati in cerca del mio gregge – hanno pasciuto se stessi senza aver cura del gregge” (Ez 34,2.8).

A tale tradimento dei pastori è contrapposta una decisione di Dio stesso: “Ecco io stesso cercherò le mie pecore…Susciterò per loro un pastore che le pascerà, il mio servo Davide. Egli le condurrà al pascolo, sarà loro pastore”. E’ Dio quindi il pastore; Gesù nelle sue parole assume questa promessa e si presenta come pastore che ‘conosce’. II senso della sua vita sta in questo ‘conoscere’, nell’incontrare personalmente e profondamente. E’ la via del dono di sé: il buon pastore dà la vita per le pecore.

Gesù assume quella promessa di aver cura, di accompagnare il popolo di Dio. Nei suoi gesti si riflette la prospettiva spalancata da Ezechiele: “Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia”.

Penso che in queste parole di Gesù sia da cogliere la richiesta di volgere a lui lo sguardo come pastore, con l’attenzione a non confondere il discorso che riguarda lui e lui solo con quello che riguarda i pastori di ogni epoca e di ogni ambito.

Viviamo tempi in cui a diversi livelli si ripropone una logica clericale: la logica che vede gerarchie, caste, di privilegiati che sfruttano gli altri sottomessi e non si curano che il gregge sia disperso e impoverito. Non c’è attenzione a far sì che siano tenuti e promossi i legami che uniscono le persone le une alle altre in reti di relazione, di solidarietà, di attenzione reciproca. Viviamo un momento di progressivo sgretolarsi di legami a livello sociale mentre c’è chi approfitta in modo scandaloso di posizioni di privilegio e di responsabilità.

Ma c’è una logica clericale che non viene meno anzi si ripropone in forme nuove nella chiesa. Essere pastori diviene motivo di privilegio, di superiorità, di distanza rispetto al vivere quotidiano di tanti. Essere guide si connota più nel senso di presenza politica, del controllo, del giudizio, dell’imposizione di pesi insopportabili. E’ il profilo dell’autorità vissuta come dominio nei confronti delle sofferenze dei poveri, delle angustie di chi è in ricerca, della fatica di chi vive ferite e drammi interiori. E’ anche il modo di vivere la responsabilità di guida con senso di sufficienza, di indifferenza rispetto ai percorsi delle persone nella quotidianità e nella fatica del loro vivere. E’ il modo di vivere l’autorità come allontanamento e presa di distanza rispetto a chi invece è da custodire, da ascoltare e da accompagnare condividendo cammino e interrogativi.

In contrasto con i pastori che pascono se stessi ci sono tre caratteristiche del ‘bel pastore’. ‘Bello’, secondo la traduzione letterale, perché attrae e condivide. Gesù comunica la sua bellezza nell’essere uomo che fa propria la nostra umanità e ci rinvia a ricercare la sua bellezza nel volto umano. La sua bellezza si compie nel dono della vita. In queste accentuazioni Gesù parla di se stesso: il ‘bel pastore’ si prende cura innanzitutto; poi accompagna; infine ha lo sguardo rivolto a chi non è di questo recinto. Essere pastore implica un prendersi cura. La cura implica attenzione, immersione nella realtà. Non è opera di genere intellettuale, ma coinvolgimento nelle relazioni. Essere pastore è accompagnare, intendendo la responsabilità di guida come chiamata di compagnia.

Non solo ma “ho altre pecore che non provengono da questo ovile”. Il profilo di pastore che Gesù propone è quello di chi apre possibilità di relazioni nuove a chi non è all’interno di appartenenze stabilite, a chi è disperso, a “chi non proviene da questo recinto”. Un pastore che guarda oltre i recinti…

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo