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Nella novena di Natale…

Marc Chagal albero di Iesse

Marc Chagall, L’albero di Iesse

Una riflessione a partire da Mt 1,1-17

La genealogia posta all’inizio del Vangelo di Matteo (1,1-17) è una serie di nomi segnati dal ritornello di un padre che generò un figlio. Attraverso questa genealogia passa la promessa messianica collegata alla discendenza di Giuda e di Davide. Matteo non intende fare opera di ricerca storica, ma in questa pagina offre un messaggio sul volto di Gesù come messia.

I nomi che compongono la genealogia sono in linea con l’intento di Matteo di collegare Gesù a Davide: nomi in serie di quattordici, da Abramo fino a Davide, e dall’esilio fino a Gesù. Tuttavia questa discendenza non appare lineare e senza interruzioni. L’elemento più appariscente è che la serie di generazioni si chiude con il riferimento a Giuseppe presentato come sposo di Maria «dalla quale è nato Gesù’ (Mt 1,16).

Si tratta di un albero genealogico composto quasi esclusivamente di nomi maschili che ha come esito ultimo di riferimento una donna che diviene madre. Giuseppe infatti, e il seguito del racconto di Matteo lo indicherà, scopre che il bambino che sta per nascere da Maria non viene da lui.

La genealogia di Matteo intende sottolineare che Gesù è figlio di Davide, proviene quindi dalla promessa che in Davide ha un punto di riferimento fondamentale. E’ Davide il re che aveva avuto l’idea di costruire un tempio al Dio d’Israele, ma il suo progetto viene posto in discussione dal profeta Natan che gli comunica il disegno diverso di Dio: non tu costruirai una casa a Dio, ma sarà Dio stesso che costruirà a te un casato. Se Davide pensava ad un tempio, ad un luogo per la presenza di Dio, il disegno di Dio rovescia questo pensiero e indica come il tempio in cui la sua presenza si farà vicina non sarà una costruzione, un luogo, un edificio sacro, ma sarà un volto, una discendenza, una presenza personale. «Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo». Davide reca la promessa che veramente la gloria di Dio è la vita e il volto degli uomini e delle donne: la gloria di Dio è l’uomo vivente dirà Ireneo, la gloria di Dio è la vita dei poveri con cui Gesù si identifica.

Figlio di Davide quindi e figlio di Abramo. La vicenda di Gesù si colloca all’interno di una storia segnata dalle promesse di Dio e, con lo sguardo rivolto ad Abramo, con l’attenzione alla vicenda della fede che da Abramo ha inizio. Abramo è infatti padre perché primo di coloro che hanno accolto l’invito e la chiamata di Dio ‘Esci da te stesso, dal tuo paese, e va’ verso la terra che io ti indicherò’. Abramo, padre di tutti gli uomini e donne migranti che hanno lasciato e lasciano le loro case e le loro terre alla ricerca non solo di pane, di pascoli, di un futuro, di dignità, ma alla ricerca più profonda di quella promessa che sta al cuore della vita umana, promessa che è appello ad una fiducia capace di guardare le stelle del cielo e scorgervi lì il segno di Dio che vuole vita e discendenza e che si fa vicino nel dono di figlie e figli. Abramo grande padre dei credenti e amico di Dio (come è indicato nella tradizione islamica) perché presenza capace di relazione…

Nella genealogia presentata da Matteo appare tuttavia la prevalenza di nomi maschili. Ad indicare il limite di una struttura patriarcale che segna il modo di considerare la discendenza. Di padre in figlio, senza alcuna considerazione della presenza delle donne. Eppure prima di Maria in questa lunga serie di nomi, compaiono, quasi come fessure di interruzione, i nomi di quattro donne: Tamar, con riferimento alla storia narrata nel capitolo 38 di genesi, Rahab, la cui vicenda è raccontata nel capitolo 2 di Giosuè, Rut, di cui si racconta nel delizioso libretto che da lei prende il nome (Rut 3-4). La quarta donna è la moglie di Uria, cioè Betsabea (cfr. 2Sam 11,1-12,24). I nomi di queste donne sono connesse a situazioni ‘irregolari’ e peraltro a passaggi fondamentali per la discendenza che conduce a Gesù. Tamar, donna ridotta ad essere senza identità, rifiutata, ad un certo punto si finge prostituta in rapporto a Giuda. Quando Giuda scopre di essere lui il padre del bambino che deve nascere rendendosi conto dell’accaduto dirà: “ella è più giusta di me!”. Uno dei gemelli che da lei nasceranno sarà indicato come colui che si è aperto una breccia.

Raab, anche lei prostituta è la donna che a Gerico vive ospitalità incondizionata e salva i messaggeri degli israeliti, mettendo una corda, un filo rosso (e filo/corda in ebraico è termine che ha anche significato di speranza). Col suo agire trasforma la paura di entrare nella terra in coraggio, pone speranza dove c’era paura e incertezza. La tradizione rabbinica ebraica parlerà di Raab come moglie di Giosuè. Nella lettera agli Ebrei viene indicata come donna di fede: ‘Per fede, Raab, la prostituta, non perì con gli increduli, perché aveva accolto con benevolenza gli esploratori’ (Eb 11,31). Ella rende possibile ciò che appariva impossibile.

Rut è la straniera, del popolo di Moab, considerato maledetto da Israele, colei che segue la sua suocera Noemi, nella condizione di sventura, dicendo ‘il tuo popolo sarà il mio popolo, il tuo Dio sarà il mio Dio’, percorrendo le vie della solidarietà e della condivisione, anche di fronte al rifiuto, senza calcoli, e diviene colei che dà alla nascita il nonno di Davide i cui nome è Obed / Ebed il servo.

Betsabea è moglie del generale Uria, donna sola mentre il marito è in guerra, donna intraprendente, seducente, che riesce a farsi avvicinare da Davide e a raggiungere il potere. Darà a Davide il figlio Salomone dopo la morte del primo figlio. Anche lei entra nella vicenda della genealogia di Gesù.

Situazioni irregolari quindi, complesse e marginali, in cui s’intrecciano sentimenti, aperture e limiti. Ma ad una lettura più profonda quei nomi di donna fanno scorgere in una genealogia tutta maschile come il disegno e la promessa di Dio nella storia umana si fanno strada per vie che sono imprevedibili e diverse da schemi prestabiliti. E quelle nascite sono quindi secondo la giustizia di Dio, che rimane fedele alla sua promessa, come quella di Maria per cui anche Giuseppe sarà detto ‘uomo giusto’.

Quei nomi e storie di donne sono così anticipazioni e sono coerenti con la storia di Maria, anche lei protagonista di una maternità che può essere definita eterodossa (Giuseppe si interrogava come licenziarla in segreto…). Da loro nascono presenze che fanno parte del grande albero di vita che si conclude con un’altra interruzione e anomalia.

La genealogia infatti si conclude con Giuseppe, che non è presentato come padre, ma come sposo di Maria da cui è nato Gesù il Cristo. Gesù proviene da un storia pienamente umana, che respira della complessità delle vicende umane e d’altra parte non è solamente prodotto essa, ma la sua identità ha radici che orientano ad altrove. E Giuseppe è giusto perché non giudica ma si mantiene nel silenzio di chi s’interroga davanti ad un agire di Dio sempre da ricercare, ad un suo esserci al contempo presente e altrove, a colui che rimane altro e provoca all’abbandono della fede, a rinunciare alla pretesa di tenere Dio e il suo disegno dentro le nostre mani e i nostri progetti.

La lettura di questa densa pagina di nomi questa sera a noi può indicare due motivi di riflessione: il primo è che Dio si rende presente e chiama nella vicenda umana, al cuore di relazioni e di rapporti che sono quelli delle famiglie, dei popoli, degli alberi genealogici che legano l’umanità collegando a radici lontane e a volti sconosciuti. Siamo tutte e tutti partecipi di una storia in cui riconoscere una presenza di Dio che passa attraverso le relazioni, gli incontri, gli intrecci contorti e complessi delle famiglie umane. Gesù nasce all’interno di questa storia e si rende solidale con essa. Per questo oggi è così urgente riscoprire uno sguardo di accoglienza e ascolto dell’altro, dell’altro diverso, dell’altro povero che è visita di Dio.

Un secondo motivo di riflessione proviene dallo scorgere che in questa storia carica di pesantezza umana e di peccato, Gesù proviene da una vicenda segnata da alcuni passaggi in cui donne irregolari, con le loro scelte, con la loro fede, con la loro ostinatezza fanno procedere un disegno di promessa e di liberazione. La chiamata di Dio giunge dai margini, da chi è considerato esterno e lontano. Il volto di Dio di Gesù si rende vicino nei volti e nei nomi da ricordare, tutti, non perdendone alcuno. Gesù unisce a sé questa memoria di umanità ferita, fatta di storie scomode e non dimentica nessuno. Il suo profilo è quello di re messia, ma di un messia diverso. E a noi chiede la fede che è stata di Abramo, di Davide, di Rut, di Maria.

Alessandro Cortesi op – san Domenico di Fiesole, 17 dicembre 2018

 

1 domenica di Avvento anno A – 2013

DSCF4131Is 2, 1-5; Sal 121; Rm 13, 11-14; Mt 24, 37-44

Avvento è un tempo nuovo. E’ tempo di attesa. E’ tempo di tensione di chi non si lascia ingabbiare dal presente ma fissa lo sguardo oltre e cerca di bucare ogni nebbia e distanza. Avvento è tempo che interroga sulla fede: muove all’attesa di un venire, della venuta del Signore.
‘Marana thà’ pregavano le prime comunità cristiane dopo la Pasqua. Questa invocazione che reca in sè l’eco del parlare di Gesù, il dialetto aramaico di Galilea, dice la preziosità di questa preghiera rimasta come una perla nel Nuovo Testamento: ‘Signore vieni’. Al cuore dell’esistenza cristiana sta il senso profondo di un’assenza e della promessa di un ritorno. Respira della tensione verso un incontro: ‘Sì vengo presto’ (Ap 22,20). Invocare ‘Marana thà’ è custodire e ricordare questa promessa e coltivare uno sguardo libero da appesantimenti. Non una pacifica assuefazione al presente in cui costruire una stabilità e rafforzare le sicurezze terrene, ma esperienza di precarietà e provvisorietà. Siamo nell’attesa. Marana thà esprime la preghiera addirittura per ‘affrettare il suo ritorno’. Di fronte all’ingiustizia, alla sofferenza, alle fatiche dei piccoli, questo grido raccoglie le attese inespresse dei poveri e degli incurvati: ‘Signore vieni’. E nel contempo è motivo per vivere la fatica del rimanere svegli per non lasciarci confondere la vita solo dal turbinio delle cose, dalle preoccupazioni pur legittime per il presente che soffocano la vita. L’avvento è una grande provocazione a cambiare stile di esistenza a sguardo alle cose, per scorgere un oltre. ‘Vieni Signore Gesù’ è invocazione che guarda al futuro ma rinvia una profonda fiducia nel presente: ‘Maran athà’, Il Signore viene. Il Signore viene in ogni uomo e donna e in ogni tempo e richiama a quell’incontro che farà apparire il senso profondo della nostra vita, sarà risposta ad ogni interrogativo e compimento di ogni speranza.

“Per molti cristiani l’Avvento non è forse diventato una semplice preparazione al Natale, quasi che si attendesse ancora la venuta di Gesù nella carne della nostra umanità e nella povertà di Betlemme? Ingenua regressione devota che depaupera la speranza cristiana! In verità, il cristiano ha consapevolezza che se non c’è la venuta del Signore nella gloria allora egli è da compiangere più di tutti i miserabili della terra (cf. 1Cor 15,19, dove si parla della fede nella resurrezione), e se non c’è un futuro caratterizzato dal novum che il Signore può instaurare, allora la sequela di Gesù nell’oggi storico diviene insostenibile” (Enzo Bianchi, Entrare nell’Avvento, CD Bose).

Tre immagini segnano le letture di questa prima domenica di Avvento, tempo in cui aprire gli occhi sul ‘venire’ del Padre nella nostra vita, sul suo farsi vicino in Gesù, sul suo parlare a noi e chiamarci nella nostra storia.

Isaia parla di spade mutate in aratri, strumenti di guerra trasformate in strumenti di pace: ‘Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’. Il monte del Signore, la città di Gerusalemme, città di pace è vista nella sua vocazione profonda luogo a cui i popoli convergono e si incontrano. La seconda immagine è quella del sonno: ‘ormai è tempo di svegliarvi dal sonno’ scrive Paolo nella lettera ai Romani, ‘gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce’. Il vangelo di Matteo infine indica il tema dell’ora. Questo racchiude il riferimento al senso del nostro tempo, al passato, al nostro futuro ed al presente che viviamo.

Matteo richiama alcuni atteggiamenti del cristiano nel tempo: tutto è rapportato ad un’ ‘ora’ che segna il venire del ‘Figlio dell’uomo’. ‘Figlio dell’uomo’ è un titolo per indicare Gesù risorto. Nel libro di Daniele (cap. 7) Figlio dell’uomo è figura trascendente, in rapporto con gli ultimi tempi, con il momento della fine in cui si attuerà un ‘giudizio’. Matteo accosta il venire del figlio dell’uomo ad un’ora indicata non lontana e futura, ma come un’ora che interpella il presente. Sin da adesso può generare un modo diverso di intendere la vita.

Sono così richiamati i tempi di Noè: ‘mangiavano e bevevano… non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e ingoiò tutti’. Ci può essere infatti un modo di vivere il presente, anche senza compiere il male, che non coglie il senso delle cose, del tempo, le esigenze della vita. E’ l’esistenza racchiusa nella piccola ‘bolla’ di affari, di carriera, di preoccupazioni in cui si svolge un’esistenza separata dagli altri, ignara, senza pensare, senza farsi carico, senza vedere. Noè fu capace di far attenzione ai ‘segni’ e operò per la vita degli altri e di tutta la creazione. E’ quindi un invito alla vigilanza, a tenere gli occhi aperti sulla vita e sulla storia: ci sono segni della presenza di Dio che esigono ascolto attento alle persone, agli eventi, uno sguardo capace di leggere dentro le cose.

Vegliare è termine della cura, di chi sta accanto ad un malato durante la notte, di chi attende con pazienza e trepidazione il rivedersi, l’incontro con qualcuno. Vegliare indica l’attenzione al presente. Anche se tutto proteso al futuro chi veglia è impegnato qui ed ora, è operoso nelle piccole cose del presente.

Matteo dice anche che il ‘giudizio’ non è dimensione del futuro, ma si attua sin d’ora, consiste nelle scelte che compiamo nel tempo: già ora la nostra vita è un prendere posizione, è tempo di scelta per stare o meno orientati verso l’incontro con Cristo che viene. L’attenzione è così atteggiamento essenziale della fede: chi vive l’attenzione cerca quotidianamente di resistere all’inumanità e al non amore. Attenzione è anche apertura alla gratuità di Dio, alla salvezza come venire di qualcuno che ci accoglie e prende con sè. Gesù il risorto ritornerà e nei suoi confronti non si può rimanere indifferenti. Vegliare comporta quindi prendere sul serio il tempo che ci è dato, vivere immersi nelle responsabilità di ogni giorno, nella fiducia che questo tempo avrà il suo esito nel dono di un incontro con il Signore Gesù.

Vincere il sonno oggi per noi è appello a non venir meno alla certezza che il sogno di Dio è la pace: ‘un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra’. E’ pace che inizia qui e che ha il suo futuro nella riconciliazione che è dono di Dio stesso.

Il tempo che viviamo è segnato da guerre in diverse zone del mondo e da quel conflitto a bassa intensità costituito dalla globalizzazione che miete vittime della disegueglianza e dello sfruttamento iniquo delle risorse. La recente assemblea ecumenica del Consiglio Ecumenico delle Chiese di Busan in Corea del Sud ha ricordato le tante zone di guerra e di crisi, alcune più note, come la situazione drammatica della Siria con le vittime e i milioni di profughi, la realtà dell’ Irak dove si è sviluppata una condizione di violenza e conflitto continuo, ma alcune meno note come in Pakistan dove i cristiani sono in balia di leggi repressive, la zona dei Grandi Laghi africani con conflitti diffusi in vari paesi, in particolare nel Congo orientale, il conflitto a livello iniziale tra Sudan e Sud Sudan per il controllo della regione di Abiyé, ricca di petrolio. Ma non vi sono solo le guerre nel mondo vi sono le violenze che segnano la vita quotidiana in molte forme.

Siamo richiamati dalla Parola a scegliere tra due logiche ben diverse, e questo è decisivo. Non è la guerra a portare la pace. Oggi vediamo gli esiti terribili di scelte di ingiustizia, di produzione e commercio di armi, di silenzi di fronte alla guerra considerata come ineluttabile. Anche oggi siamo come ai giorni di Noè, spensierati di fronte a scelte inique: possiamo far finta di nulla, oppure imparare a distinguere tutto ciò che fuori e dentro di noi è per la pace o per la guerra, vigilare e fare di tutto perché il sonno in noi e fuori di noi non prevalga. “Se non usciamo da questo sonno non possiamo considerarci degni della profezia che attraversa la nostra sonnolenza di credenti e che traspare da ogni coscienza umana in cui il senso dell’uomo e l’amore per l’uomo abbiano il valore di principio assoluto. Questa è la nostra vigilanza” (E.Balducci, Il vangelo della pace, Roma, Borla 1986, 13).
Alessandro Cortesi op

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